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ISSN 0366 - 2047
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BOLLETTINO DELLA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI
IN NAPOLI
VOLUME XC - 1981
GIANNINI EDITORE
NAPOLI 1982
NORME PER LA STAMPA DI NOTE NEL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ
Art. 1. — La stampa delle note è subordinata all’approvazione da parte del Comitato
di Redazione che è costituito dal Presidente del Consiglio direttivo, dai quattro
Consiglieri e dal Redattore delle Pubblicazioni. Il Comitato di Redazione qualora lo
giudichi necessario ha facoltà di chiedere il parere consultivo di altri, anche non soci.
Art. 2. — I testi delle note devono essere consegnati al Redattore, dattiloscritti in
duplice copia, nella stessa tornata o assemblea in cui vengono comunicati. Per gli alle¬
gati (Figure, tavole, carte ecc.) si richiede la consegna, oltre che degli originali destinati
alla Tipografia, di una copia eliografica di tutti i disegni a china e di una seconda serie
di stampa per tutte le fotografie, con l’indicazione su ciascuna di esse della figura cui
si riferisce e del simbolo (numero o lettera) che ne indica la posizione nella figura
stessa. Per le diapositive a colori potrà essere fornita, in luogo di una seconda copia,
una stampa a colori nel formato minimo di cm 10 x 15.
Art. 3. — • Ogni anno i soci hanno diritto a 10 pagine di stampa, gratuite, o al loro
equivalente, oltre a 50 estratti senza copertina. Tale diritto non è cedibile né cumulabile.
Art. 4. — Con le prime bozze, la Tipografia invierà al Redattore il preventivo di
spesa per la stampa nel Bollettino e per gli estratti, questi lo comunicherà all'Autore
per la parte di spesa che lo riguarda.
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spesa per la stampa, sottoscritto per conferma ed accettazione, indicando il numero di
estratti a pagamento desiderati, l'indirizzo a cui dovrà essere fatta la spedizione e
l’intestazione della fattura relativa alle spese di stampa del periodico e degli estratti.
Nel caso che Lordine provenga da un Istituto Universitario o da altro Ente, l’ordine
deve essere sottoscritto dal Direttore.
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Tali spese saranno addebitate all'Autore.
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comporta lo spostamento della nota relativa nell'ordine di stampa sul Bollettino; per
questo motivo la numerazione delle pagine sarà provvisoria anche nelle ultime bozze e
quella definitiva sarà apposta su esse a cura e sotto la responsabilità della Tipografia.
Art. 8. — A cura del Redattore, in calce ad ogni lavoro sarà indicata la data di ac¬
cettazione da parte della Rivista.
Art. 9. — Al fine di facilitare il computo dell’estensione della composizione tipografica
dei lavori è necessario che il testo venga presentato dattiloscritto in cartelle di 25
righe, ciascuna con 60 battute.
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il lavoro è stato compiuto e l’eventuale Ente finanziatore della stampa e delle ricerche.
Art. 11. — Le note saranno accompagnate da due riassunti, da cui si possa ricavare
chiaramente parte sostanziale del lavoro. Uno dei due riassunti sarà in italiano e l'altro
preferibilmente in inglese.
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non soci, purché presentate da due soci e preventivamente sottoposte per l’approvazione
al Comitato di Redazione. La stampa di tali Note sarà a totale carico degli Autori.
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avanzare proposte mediante le sottolineature convenzionali prima riportate. La scelta
definitiva dei caratteri è di competenza del Redattore.
ISSN 0366 - 2047
BOLLETTINO DELLA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI
IN NAPOLI
VOLUME XC - 1981
GIANNINI EDITORE
NAPOLI 1982
SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
VIA MEZZOCANNONE, 8
CONSIGLIO DIRETTIVO
BIENNIO 1981-82
Prof. Pio Vittozzi
Prof. Aldo Napoletano
Prof. Teresa de Cunzo
Doti. Gerardo Gustavo
Doti. Angiolo Pierantoni
Prof. Pietro Battaglini
Doti. Giorgio Matteucig
Prof. Antonio Ariani
Prof. Glauco Bonardi
Prof. Giuseppe Caputo
Prof. Arturo Palombi
- Presidente
- Vice-Presidente
- Segretario
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- Tesoriere
- Bibliotecario
- Redattore delle pubblicazioni
- Consigliere
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Hanno contribuito alla stampa di questo volume:
LA Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ente Nazionale Cellulosa e Carta
Il Ministero per i beni culturali ed ambientali
La Regione Campania
L’Università di Napoli
comitato di redazione delle pubblicazioni
È costituito dal Presidente, dal Redattore delle pubblicazioni e dai quattro
Consiglieri, ma si avvale, quando lo ritiene più opportuno, della consulenza scien¬
tifica di particolari competenti italiani o stranieri.
In particolare a questo numero hanno collaborato: Virgilio Botte, Romualdo
Caputo, Massimo Civita, Annamaria Cita, Baldassarre de Lerma, Sebastiano Geno¬
vese, Vincenzo Leone, Massimo Libonati, Angiola Maccagno, Danilo Mainardi,
Donato Matassino, Arturo Palombi, Gaetano Vincenzo Pelagalli, Alfredo Paoletti,
Italo Sgrosso, Sergio Tazioli, Enrico Vannini.
IN MEMORIA DI GIUSEPPE IMRÒ
Non è compito agevole commemorare Giuseppe Imbò, Socio Beneme¬
rito di questa Società, per averne fatto parte per oltre un cinquantennio.
Fu nel bollettino di questa Società che egli pubblicò nel 1925 il suo
primo lavoro scientifico, nel quale indagò sulle cause delle variazioni degli
spettri di assorbimento e della conducibilità elettrica delle soluzioni di clo¬
ruro di cobalto, al variare della temperatura e della concentrazione; al Bol¬
lettino di questa Società affidò molte altre ricerche sue o in collaborazione
coi suoi discepoli, non escluso chi vi parla; di questa Società fu Presidente
dal 1964 al 1966.
Non potevo quindi sottrarmi a questo dovere, quale attuale indegno
Presidente, io che ero stato accanto a Giuseppe Imbo ininterrottamente,
fino alla sua morte, a partire dal 1942, quando, sotto la sua guida, preparai
la mia tesi di laurea in uno dei campi di ricerca da lui coltivati con pas¬
sione: la radiazione solare.
Erano quelli i tempi in cui cominciai a conoscere l’Uomo, che antepo¬
neva gli Istituti da lui diretti anche ai suoi interessi ed affetti personali; e
4 Commemorazione
lo aiutai a mettere in salvo, nei sotterranei di San Marcellino, libri ed appa¬
recchi dell’Istituto, per preservarli dalla furia degli eventi bellici. E fu
allora, come poi a distanza di tempo mi confessò, che egli, giudicando,
contro i miei meriti, molto favorevolmente il mio lavoro di tesi, scoprendo
in me lati del carattere che egli giudicava positivamente, decise di sce¬
gliermi come suo collaboratore.
Non mi disse nulla subito, tanto più che io, appena laureato, dovetti
immediatamente ripartire per Bolzano, dove prestavo servizio militare e
dove fui fatto prigioniero dai Tedeschi in quel famoso, ormai lontano, otto
settembre 1943. Ma, ritornato in Italia, dopo 25 mesi di durissima prigionia
nei tristemente famosi «lager» tedeschi, quando lo andai a salutare, mi
disse di aver tenuto libero per me il posto di Aiuto all’Osservatorio Vesu¬
viano.
Giuseppe Imbò nacque a Procida (Napoli) il 6 dicembre 1899, si lau¬
reò in Fisica presso l’Università di Napoli nel 1923. Fu Assistente presso
l’Istituto di Fisica Terrestre nel 1923 e poi presso l’osservatorio Vesuviano
dal 1923 al 1925. Geofisico dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geofi¬
sica, prestò servizio prima presso l’Osservatorio Geofisico di Ischia dal 1925
al 1927, poi dal 1927 al 1934 presso l’Osservatorio Geofisico di Catania, di
cui divenne Direttore dal 1928. Nel 1932 conseguì la Libera Docenza in
Geofisica e nel 1934, a soli 35 anni, risultò secondo della terna nel con¬
corso alla Cattedra di Vulcanologia presso l’Università di Catania con dire¬
zione dell’Osservatorio Etneo. Nello stesso anno, vincitore del relativo con¬
corso, passò all’Osservatorio Vesuviano quale Conservatore. Nel 1935 fu
proposto per la direzione dell’Osservatorio Vesuviano, che ottenne per inca¬
rico unitamente a quella dell’Istituto di Fisica Terrestre dell’Università di
Napoli, diventandone poi titolare per concorso a partire dal 1936. Ha conser¬
vato le due direzioni, dell’Istituto di Fisica Terrestre e dell’Osservatorio Vesu¬
viano fino a tutto il 1970, cioè fino a quando è stato collocato fuori ruolo.
Fu socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei dal 1956
e dell’Accademia Gioenia di Catania, socio nazionale ordinario dell’Acca¬
demia di Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli, segretario generale
dell’Accademia Pontaniana, socio benemerito e Presidente di questa nostra
Società dei Naturalisti, come ho già accennato, Presidente dell’Associa¬
zione Geofisica Italiana della quale era stato uno dei fondatori, medaglia
d’oro dei benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Il suo cuore
cessò di battere a Napoli il 19 novembre 1980.
Fu vulcanologo di fama internazionale e dominò il campo della Geofi¬
sica Italiana per oltre un trentennio dal 1936 al 1970, quando in tutta Italia
Giuseppe Imbò 5
le cattedre di Geofisica erano soltanto due e poi soltanot tre: Genova,
tenuta dal Prof. Mario Bassolasco, Roma, tenuta dal Prof. Enrico Medi e
Napoli; il primo concorso a cattedra di Fisica Terrestre dopo quello del
1936 vinto da Imbò, fu quello del 1970, bandito dall’Università de L’Aquila
quando Imbò andava fuori ruolo.
La produzione scientifica di Giuseppe Imbò consta di circa 160 note e
memorie, oltre a numerosi articoli e recensioni critiche. Essa verte princi¬
palmente, con contributi teorico-applicativi, su vari aspetti della fisica del
vulcanismo (sismica, caratteristiche fisiche dei magmi, dinamica vulcanica,
meccanismi eruttivi...) ma tratta anche molti altri problemi di fisica ter¬
restre (ottica atmosferica, sismologia, radiazione solare, radioattività...) ed
ancora di storia, sia generica nel campo della fisica terrestre, sia specifica
in relazione alla vulcanologia.
In linea di massima si può dire che egli aveva sempre di mira i vulcani
in genere ed il Vesuvio in particolare ed in ogni sua ricerca, in definitiva,
tranne poche eccezioni, si finiva sempre per indovinare un particolare inte¬
resse vulcanologico.
La sua consorte Anna Imbò, da lui teneramente amata, e sulla quale,
in assenza di figliuoli, aveva concentrato tutto il suo affetto, soleva ripetere
che due erano stati i grandi amori di Giuseppe Imbò: la moglie ed il
Vesuvio.
Entrando un po’ più in particolari e cominciando dalla vulcanologia in
senso stretto, dirò che in uno dei suoi primi lavori (1924), nel fare la recen¬
sione di un volume di Roberto Almagià sulla frane in Italia, trasse spunto
per occuparsi in perticolare delle frane vesuviane. Più tardi studiò a fondo
l’eruzione etnea del 2-20 novembre 1928 e approfondì i sistemi eruttivi
etnei. Poco dopo s’interessa di Stromboli e pubblica sul Bollettino Vulcano-
logico una nota sul parossismo di questo vulcano del settembre 1930 e
qualche anno più tardi altra nota sull’attività dello Stromboli successiva al
detto parossismo. Ritorna poi all’Etna e sin da allora (1930) si pone il pro¬
blema di una eventuale previsione delle eruzioni studiando le variazioni
cicliche nella successione dei periodi di riposo etnei e seguendo, con
occhio vigile e spirito critico di indagine, le manifestazioni eruttive e
sismiche del vulcano siciliano dal novembre 1928 a tutto il 1933. Da
questo momento e con qualche interruzione per rivolgere ancora la sua
attenzione alle caratteristiche eruttive dello Stromboli e ad alcune eruzioni
etnee, si dedicò totalmente al Vesuvio. Individuò e seguì tipi particolari di
agitazione microsismica vesuviana, in particolare quelle che chiamò armo¬
nica e spasmodica, mettendole in stretta relazione con le osservazioni alla
6 Commemorazione
bocca del vulcano e risalendo alle cause di detti moti microsismici, e stu¬
diò inoltre le variazioni dell’inclinazione del suolo all’Osservatorio Vesu¬
viano, mettendole in relazione con l’attività del Vesuvio.
Un merito particolare va attribuito a Giuseppe Imbò per la dedizione
completa con la quale studiò in tutti i più minuti particolari l’eruzione
vesuviana del 1944. Sprezzante del pericolo, si trasferì con la consorte
all’Osservatorio Vesuviano e di persona seguì da vicino tutte le fasi
dell’eruzione. Erano tempi in cui c’era, per gli eventi bellici, la più assoluta
carenza di personale e unici suoi collaboratori furono la moglie che, lau¬
reata in matematica, era stata assistente del prof. Caccioppoli, ed il
custode.
Il Vesuvio per la sua relativamente agevole accessibilità è stato defi¬
nito «vulcano da laboratorio» e Giuseppe Imbò concepiva l’Osservatorio
Vesuviano come il laboratorio ideale nel quale, man mano che potè
disporre di un più nutrito stuolo di collaboratori, il vulcano potesse essere
seguito, servendosi di tutti i mezzi che la geofisica metteva a disposizione.
Non a caso per legge era stabilito che il titolare (allora uno solo) della
Cattedra di Fisica Terrestre nell’Università di Napoli fosse di diritto il
direttore dell’Osservatorio Vesuviano. E i ricercatori dell’osservatorio Vesu¬
viano venivano formati dal Maestro nell’Istituto di Fisica Terrestre.
Se oggi Napoli si impone all’attenzione nazionale ed internazionale nel
campo della geofisica e della vulcanologia, con un folto gruppo di profes¬
sori ordinari e prossimi associati e ricercatori, se ha potuto chiedere un
dottorato di ricerca in geofisica e vulcanologia, lo deve a Giuseppe Imbò,
che cominciò da zero con un unico assistente.
Giuseppe Imbò fu un amministratore dei fondi ricevuti dallo Stato, di
una parsimonia inaudita in tutti i campi che non fossero quelli dei libri ed
apparecchi scientifici e fu precursore di molte idee moderne circa la colla¬
borazione tra l’Istituto di Fisica Terrestre e l’Osservatorio Vesuviano. L’Os¬
servatorio in genere ha sempre potuto disporre di maggiori fondi, ma c’è
stato un momento in cui ne ha difettato: ebbene Imbò ottenne dall’allora
Rettore dell’Università di Napoli, prof. Pontieri, un’assegnazione straordi¬
naria per l’Istituto di Fisica Terrestre, che utilizzò per acquistare due vario¬
metri magnetici, che furono ovviamente inventariati all’Istituto, ma furono
adoperati all’Osservatorio Vesuviano.
Nel 1967, quando si volle celebrare in modo degno il 125° anniversario
dell’istituzione dell’Osservatorio Vesuviano, fu tenuto a Napoli per l’occa¬
sione il Convegno Annuale dell’Associazione Geofisica Italiana, di cui
Imbò era il presidente e chi vi parla il segretario.
Giuseppe Imbò 7
Fu in quella occasione inaugurata una serie di nuove opere, nuovi
padiglioni per misure particolari, nuove stazioni avanzate più prossime al
vulcano e quattro bunker in cemento armato distribuiti intorno al Gran
Cono vesuviano, muniti di sismografi.
Sin da quell’epoca l’Osservatorio Vesuviano era dotato delle apparec¬
chiature più moderne e sofisticate per poter seguire nel modo migliore l’at¬
tività del Vesuvio.
Oltre ai vecchi sismografi Wiekert, Alfani e Vicentini, fu dotato di un
sismografo «Osaka»; di apparecchi per la misura della radiazione solare
diretta con sostegno equatoriale, per seguire automaticamente il sole nel
suo moto apparente, della radiazione solare diffusa e di quella globale, con
relativi particolari registratori «Spedomax».
Un padiglione nel giardino dell’Osservatorio era dedicato alle misure
assolute del campo magnetico terrestre ed era fornito di complesso stru¬
mentale «Sokisha»; altro padiglione era dedicato alle misure dell’elettricità
atmosferica; un terzo padiglione era adibito alla graviclinometria e dotato
di coppia di pendoli orizzontali «Melchior». La stazione avanzata sul Colle
Margherita disponeva di accelerometro, gravimetro, apparato anemografico,
registratore di scariche atmosferiche e microbarografi. La stazione avanzata
sul Colle Umberto custodiva gli apparati registratori dei sismografi
«Osaka» in funzione nei quattro bunker di cui ho fatto cenno sopra, un
registratore di correnti telluriche e un sismografo «Benioff».
Nato fisico, Giuseppe Imbò apportò notevoli contributi originali alla
Fisica del Vulcanismo. Oggi abbiamo a Napoli un discepolo di Imbò, il col¬
lega Giuseppe Luongo, che è ordinario di Fisica del Vulcanismo.
Studiò la nube vesuviana mettendola in relazione con la polarizza¬
zione della luce nell’atmosfera; per la prima volta evidenziò tipi particolari
di registrazioni sismiche in stretta relazione con fenomeni vulcanici in
genere e vesuviani in particolare; studiò le temperature delle fumarole
vesuviane; misurò la velocità dei nuclei gassosi esplosivi vesuviani. Un
gruppo nutrito di lavori è dedicato alle proprietà fisiche dei magmi e spe¬
cialmente alla viscosità, alla conduttività termica ed alla tensione magma¬
tica. Per la prima, attraverso l’esame delle curve di raffreddamento delle
lave, viene individuato un punto di flesso, a cui corrisponde una tempera¬
tura critica, cui Imbò dà il nome di «temperatura di irrigidimento», che
risulta pressoché costante per la lava della stessa origine nonché della
medesima età. Detta temperatura divide due campi termici nei quali non
sono eguali le velocità di raffreddamento e precisamente: per temperature
minori di quelle di irrigidimento, la velocità è maggiore. Ciò viene spiegato
8 Commemorazione
da Imbò nel senso che il coefficiente di viscosità del prodotto esaminato
raggiungerebbe valori tanto elevati da impedire il prolungarsi del feno¬
meno cristallogenetico e pertanto la velocità di raffreddamento cresce per
cessazione della somministrazione delle calorie di cristallizzazione.
Particolare attenzione rivolse pure alle oscillazioni della colonna mag¬
matica nel condotto vesuviano, che pose in stretta relazione con l’agita¬
zione microsismica armonica di cui si è fatto cenno. Acuto ed attento
osservatore, mise inoltre in evidenza oscillazioni a periodo semidiurno
lunare nell’attività eruttiva vesuviana ed oscillazioni a periodo di lh,5
nell’andamento dell’attività parossistica vesuviana del marzo 1944, già rile¬
vata attraverso osservazioni clinografiche e mareografiche e confermata in
base ad indagini sulle variazioni dell’agitazione microsismica, che accom¬
pagnavano le contemporanee variazioni dell’attività eruttiva.
Anche attraverso la gravimetria Imbò cercò di seguire l’attività vesu¬
viana a scopo di previsione delle eruzioni vulcaniche ponendo in relazione
le variazioni dell’accelerazione di gravità rilevata al gravimento con l’al¬
tezza della colonna magmatica nel condotto e con le sue oscillazioni di
marea.
A proposito di un tentativo di previsione, assume particolare impor¬
tanza uno studio dal titolo: «Il dinamico riposo del Vesuvio», pubblicato
nel 1957 negli «Annali dell’Osservatorio Vesuviano».
Attraverso lo studio attento dell’andamento nella successione delle
durate dei corrispondenti periodi eruttivi e di riposo, Imbò rileva resi¬
stenza di una relazione di tipo esponenziale tra gli uni e gli altri giustifi¬
cata in base a considerazioni fisiche. Deduce così la durata minima, media
e massima relativamente al periodo di riposo che allora attraversava il
Vesuvio dopo il violento parossismo del marzo 1944 e che tuttora dura.
Egli inoltre elenca e descrive le ricerche dirette (al cratere) e indirette
(all’Osservatorio vesuviano) che si andavano compiendo nel corso della
fase attraversata dal vulcano, per concludere che le osservazioni lasciavano
rilevare una permanente attività magmatica, onde l’indovinato titolo di «Il
dinamico riposo del Vesuvio». Il fatto che secondo questa legge empirica
individuata sulla base dei dati storici a partire dal 1652, il Vesuvio
avrebbe dovuto ormai riprendere la sua attività sin dal 1962, se da un lato
dimostra quanto sia difficile una previsione certa, nei riguardi anche di un
singolo vulcano, attentamente ed intensamente seguito e studiato, dal¬
l’altro nulla toglie ai meriti di Giuseppe Imbò che si è sempre sforzato di
strappare i suoi segreti alle viscere della terra e di indicare agli studiosi
le mille e mille vie attraverso le quali può essere affrontato il pro¬
blema.
Giuseppe Imbò 9
La prima volta che conobbi, ancora studente, Giuseppe Imbò, fu nel
suo studio, mentre era intento all’osservazione di un sismogramma al
microscopio. Sì egli aveva grande passione per la sismologia come mezzo
d’indagine dell’interno della Terra; ma principalmente egli se ne servì
sempre in funzione della vulcanologia ed il primo lavoro che egli suggerì a
chi vi parla fu l’analisi attenta, attraverso i sismogrammi, del periodo di
riposo dopo l’eruzione del 1906, e cioè dal 1913 al 1944, per mettere in
relazione le registrazioni sismiche con le osservazioni dirette al cratere da
lui effettuate in quel periodo.
Così, sempre alla luce delle prospettate finalità, egli analizzò i dati
sismici relativi alla fase esplosiva dello Stromboli del settembre 1930, stu¬
diò i terremoti etnei in genere ed in particolare quelli della regione orien¬
tale etnea, si servì della sismologia per le sue ricerche sulla distribuzione
delle formazioni geologiche nel basamento dell’Etna, analizzò le registra¬
zioni sismiche delle esplosioni vesuviane, studiò a fondo la sottostruttura
flegreo-vesuviana ed in particolare la successione e gli spessori delle forma¬
zioni geologiche nel basamento del Somma-Vesuvio servendosi dei tempi
di percorso delle onde sismiche.
Ma se questi cui ho accennato sono i filoni principali delle ricerche di
Giuseppe Imbò, non mancano in lui altri interessi nel campo della geofi¬
sica.
Va ricordato il suo metodo per rappresentare le variazioni dell’intensità
della radiazione solare in funzione degli spessori atmosferici attraversati dai
raggi e, nello stesso campo della radiazione solare, la determinazione di una
formula empirica che permette il calcolo delle percentuali di assorbimento
complessivo da parte del vapore acqueo fino ad uno spessore di 8 cm di acqua
ottenuta dalla completa condensazione del vapore attraversato.
Degne di nota sono pure alcune ricerche di elettricità atmosferica sulle
densità ioniche all’Osservatorio Vesuviano, messe a confronto con quelle
nel fondo del cratere; sulla ionizzazione dell’aria a Lacco Ameno (Isola
d’Ischia) e sulla misura della mobilità dei piccoli ioni atmosferici.
Un settore di ricerca cui giustamente Imbò dette notevole impulso fu
quello delle misure di radioattività delle acque, delle lave e in genere delle
rocce.
Già personalmente aveva eseguito numerose misure di radioattività
delle acque nelle due zone costiere dell’Isola d’Ischia, Cetaro nel versante
occidentale e Lacco Ameno in quello nord-occidentale, discutendo e giusti¬
ficando le differenze tra i due gruppi di sorgenti e l’andamento delle
misure per ciascun gruppo.
10 Commemorazione
Intraprese poi insieme al collega Lorenzo Casertano una serie di
ricerche sulla radioattività delle rocce col metodo fotografico con lastre
nucleari che all’epoca era uno dei più progrediti per le particelle a. Inoltre,
in collaborazione col collega Francesco Saverio Gaeta, si occupò della
determinazione dell’età della crosta terrestre coi metodi di Holmes e Jef-
freys.
Grande appoggio dette infine ad un filone di ricerca introdotto
nell’Istituto di Fisica Terrestre di Napoli da chi vi parla e costituito dalla
datazione delle rocce, e in particolare delle lave, mediante spettrometria
gamma ed alfa. Si iniziò con un monocanale, per passare via via ad appa¬
recchiature sempre più sofisticate ed automatiche che potevano utilizzare
un numero sempre maggiore di canali. Il laboratorio, che fu dotato anche
di spettrometri di massa e, successivamente, di numerose altre apparec¬
chiature dal collega Gasparini, che tuttora magistralmente si occupa di geo-
cronologia insieme ai suoi collaboratori, è oggi uno dei più moderni ed
attrezzati esistenti nel mondo.
Numerose sono anche le biografie, tra le quali ricorderò quelle di
Padre Alfani sismologo, di Alessandro Malladra, predecessore di Imbò
nella direzione dell’Osservatorio Vesuviano, di Giovan Battista Rizzo, suo
Maestro e predecessore alla cattedra di Fisica Terrestre, di Macedonio Mel¬
loni, primo direttore dell’Osservatorio Vesuviano, di Francesco Stella Star-
rabba, mineralogista-petrografo discepolo di De Lorenzo e di Zambonini,
di Antonino Lo Surdo, direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica, di
Monsignor Luigi D’Aquino, apprezzato cultore di fisica e docente a Napoli
di fisica superiore, di Francesco Signore, conservatore dell’Osservatorio
Vesuviano e segretario dell’Associazione vulcanologica dell’Unione Geode¬
tica e Geofisica Internazionale.
Tenace assertore dell’importanza delle osservazioni di routine in un
osservatorio scientifico vulcanologico o geofisico più in generale, non di¬
sdegnò egli stesso di pubblicare raccolte accurate e sistematiche di dati o
brevi notizie sull’attività del Vesuvio o di riferire sulle osservazioni altime¬
triche e termiche in relazione alla discesa sul fondo craterico vesuviano
insieme ai suoi più stretti collaboratori, nel 1948.
Tra le numerose opere di divulgazione vanno ricordate le voci «vulca¬
nologia», «Etna» e «Vesuvio» nella II appendice dell’Enciclopedia Trec¬
cani e la collaborazione al volume «L’Italia Fisica» della collana «Conosci
l’Italia» del Touring Club Italiano con un’interessante sintesi sui «Feno¬
meni endogeni in Italia».
Giuseppe Imbò 11
Non trascurò la didattica: egli faceva precedere il suo corso da alcune
lezioni affidate a chi vi parla sulle applicazioni della matematica alla Fisica
Terrestre e su tutti quegli argomenti che non è facile per gli studenti repe¬
rire su un unico testo (Interpolazione, analisi armonica, calcolo delle pro¬
babilità, teoria degli errori, metodo dei minimi quadrati, triangolo astrono¬
mico, ecc.), ma che sono molto utili per le applicazioni alla geofisica. Pub¬
blicò inoltre vari volumi di dispense scritti con cura e precisione; il primo
in ordine di tempo è uno strumento assai utile per chi voglia approfondire
la sismologia teorica e sperimentale; esso raccoglie le lezioni tenute per i
corsi di laurea in Fisica e in Matematica, quando ancora non esisteva il
corso di laurea in Scienze Geologiche. Per quest’ultimo corso di laurea
scrisse «Lezioni di Vulcanologia» e «Appunti dalle lezioni di Fisica Ter¬
restre». Scrisse pure «Appunti dalle lezioni di radiazione solare», tenute
presso l’Istituto di Fisica dell’atmosfera del Consiglio Nazionale delle
Ricerche e «Appunti sulla Fisica deH’aria, dell’acqua e del suolo» per il
corso da lui tenuto presso la Scuola di specializzazione in Igiene della
Facoltà di Medicina e Chirurgia.
Nel settembre 1978, Imbò quasi ottantenne, era ancora pieno di entu¬
siasmo e partecipò, in rappresentanza del Presidente dell’Accademia dei
Lincei, ad un convegno-mostra sulla interazione tra biologia ed energia
solare e geotermica, svoltosi sull’altopiano del Laceno, organizzato dalla
Società Editrice degli Investiganti (SEDI) e presieduto dal Prof. Amedeo
Ascione, Libero Docente di Patologia speciale medica e di Clinica medica.
Il Prof. Ascione è stato assai cortese nel mettermi a conoscenza di
questo particolare e di farmi tenere il manoscritto autografo della relazione
introduttiva tenuta da Imbò.
Come mi scrive il Collega Ascione, Imbò, nonostante gli anni, fu
«l’animatore del prestigioso evento» ed, esaltato dallo spettacolo stupendo
dell’altopiano del Laceno, e del tema del Convegno, ritornò indietro nel
tempo, ricordando i suoi contributi scientifici ai problemi dell’ottica atmo¬
sferica, della radiazione solare e dell’energia endogena, di cui tanto si era
occupato nei suoi giovani anni, e concluse inviando un certo qual messag¬
gio, destinato prevalentemente ai giovani, alla Scienza ed alla Tecnologia,
messaggio che la Società degli Investiganti, organizzatrice del Convegno,
fece proprio.
E fu un messaggio di grande fiducia nel progresso scientifico e tecno¬
logico.
«So già - egli dice - dell’esistenza di uno stuolo di ricercatori dediti
allo studio dell’impiego dell’energia solare, in particolare nel campo bioio-
12 Commemorazione
gico. Le difficoltà da superare sono spesso ingenti, ma la mia esperienza
semisecolare mi autorizza ad assicurare che i ritrovati tecnici moderni, se
idoneamente ideati ed utilizzati, sono in grado di consentire il raggiungi¬
mento delle mete prefissate».
Negli ultimi giorni della sua vita, Giuseppe Imbò, infaticabile, atten¬
deva con cura alla stesura del suo ultimo lavoro. Era una storia del Vesu¬
vio, rimasta incompiuta, ma che, sulla scorta dei suoi numerosi e precisi
appunti, sarà, a cura del prof. Lorenzo Casertano, completata e pubblicata
postuma in suo onore dall’Accademia Pontaniana che lo ebbe suo diligente
Segretario Generale. A Giuseppe Imbò piaceva la storia scientifica perchè
egli, che era lo specchio della precisione e della meticolosità, non voleva
che i posteri leggessero cose inesatte sul passato. Così di lui ricordiamo
«L’Osservatorio Vesuviano e la sua attività nel primo secolo di vita»,
«L’Osservatorio Vesuviano e le sue vicende durante il periodo bellico
(1940-1945)», e con Casertano e Bonasia «Documenti inediti sull’attività
vesuviana tra il 1903 ed il 1906».
Questo suo attaccamento alla verità storica lo costrinse qualche volta a
scrivere, suo malgrado, per contestare le affermazioni - a suo parere ine¬
satte - anche quando si trattava di suoi amici d’infanzia e conterranei
come il compianto professore Antonio Parascandola. E cosi si esprime lo
stesso Imbò: «Con grande piacere ho visto risorgere la collezione di ‘Noti¬
zie vesuviane’ (sul bollettino della Società dei Naturalisti) curata oggi dal
prof. Parascandola la quale, con la esposizione di osservazioni dell’autore,
eseguite per lo più in occasione di escursioni al cratere, avrebbe lo scopo di
dare il personale contributo nella redazione della cronistoria sull’attività
del nostro vulcano».
« Ma farei un torto alla Società (dei Naturalisti) di cui mi onoro far parte ed
allo stesso autore, mio caro amico sin dall’infanzia, se io, per correttezza scien¬
tifica, per il dovere impostomi dalla mia carica, non cercassi di evitare che,
sotto la parvenza di indiscutibili conclusioni, si difondessero e si perpetuassero
interpretazioni dei fenomeni in netto disaccordo con dirette osservazioni ».
Fin qui Imbò, ma di che si trattava?
Parascandola aveva parlato di una fratturazione (diretta a N 12°E) del
Gran Cono vesuviano in occasione dell’eruzione del 1944 con una bocca
effusiva a m. 210 di distanza dall’orlo craterico vecchio ed a circa quota
1031 m, forse troppo fiducioso in alcune notizie attinte dalle guide vesu¬
viane e forse «come inevitabile conseguenza di una tacita ammissione»
(come lo giustifica lo stesso Imbò) «che un periodo eruttivo vesuviano,
analogamente a quanto si era verificato in antecedenza, a partire dal 1700,
dovesse concludersi con una eruzione laterale».
Giuseppe Imbò 13
In una nota ricca di minuti particolari pubblicata nel Bollettino di
questa Società, dopo una serie di acute ed attente considerazioni ed osser¬
vazioni, Imbò riesce a dimostrare che tale bocca laterale non si era mai
aperta e che l’eruzione del 1944 fu terminale. È così conclude: «Viene così
giustificata pienamente l’introduzione nella nomenclatura vesuviana,
accanto ai due tipi indicati dal Mercalli: ‘tipo 1760’ (cioè periodo che si
chiude con eruzione eccentrica) e ‘tipo 1906’ (cioè periodo che si chiude
con una eruzione laterale), di una nuova categoria di eruzioni di chiusura
da me indicate come ‘tipo 1944’ corrispondente perciò ad una eruzione di
chiusura di periodo con manifestazioni effusivo-esplosive esclusivamente
terminali ».
Giuseppe Imbò era quello che oggi si definisce un dittatore, ma al
tempo stesso un timido. Chi come me gli è stato sempre vicino, sa bene
però che ammetteva il dialogo: chiedeva ed ascoltava il parere, anche se
diametralmente opposto al suo, ma difficilmente però se ne convinceva.
Cominciava invece da quel momento una continua esercitazione dialettica
per convincere l’interlocutore della bontà della propria tesi. Solo forse a
distanza di molto tempo e quando a volte gli eventi gli avevano dato torto,
riprendeva il discorso e faceva capire di aver mutato la sua opinione.
Si potrebbe pensare da quanto detto che egli fosse stato un «barone
della cattedra» e che si fosse assicurato privilegi per sé e per i suoi collabo¬
ratori: niente di tutto questo. La sua timidezza, la sua riservatezza, il senso
della specchiata onestà, il non voler venire mai a compromessi di nessun
genere, fecero in modo che gli ultimi anni della sua vita fossero abbastanza
tormentati e che gli ultimi suoi scritti fossero prevalentemente polemici.
Molti avrebbero voluto il suo appoggio e la sua collaborazione, ma egli
non li concedeva facilmente, se non alle persone che veramente stimava
dal punto di vista morale e culturale. Cominciò allora la lotta contro Giu¬
seppe Imbò e la sua parabola discendente.
Per tradizione la segreteria dell’Associazione Vulcanologica del¬
l’Unione Geodetica e Geofisica Internazionale era stata sempre affidata
all’Osservatorio Vesuviano, prima con Malladra e poi con Signore. Nel con¬
gresso di Helsinky, morto Signore, questo doveroso riconoscimento fu
negato a Giuseppe Imbò. Pubblicò, perché a lui affidato, il volume sui vul¬
cani italiani, del catalogo sui vulcani attivi a cura della stessa Unione Geo¬
detica e Geofisica Internazionale ed ebbe una serie di critiche e di rilievi
in massima parte in mala fede.
Infine, per parlare solo degli episodi principali, le accuse infamanti di
aver contribuito alla speculazione edilizia a Pozzuoli, all’epoca della crisi
bradisismica del 1970.
14 Commemorazione
Egli puntualmente si affannava, non a combattere velenosamente gli
avversari, così come velenosamente era attaccato, ma usava l’arma della
convinzione, della dimostrazione scientifica.
Così nel 1967, al XVI Convegno dell’Associazione Geofisica Italiana,
in risposta alle critiche mosse da Giorgio Marinelli sul catalogo dei vulcani
attivi d’Italia, Imbò risponde con «Alcune considerazioni sullo studio dei
vulcani attivi italiani» e, quasi scusandosi, nel 1973, negli Atti dell’Accade¬
mia Pontaniana, pubblica un lavoro dal titolo: «Precisazioni impostemi da
alcune ripetute ma inesatte (!) affermazioni sul fenomeno bradisismico fle-
greo e sulle eventuali conseguenze» e nel 1980, sempre negli Atti dell’Ac¬
cademia Pontaniana, una nota dal titolo: «Ancora sulla crisi bradisismica
puteolana».
Posso in tutta coscienza affermare che la dote più spiccata di Giuseppe
Imbò fu l’onestà, intesa in tutti i sensi.
Egli consultò unicamente la sua coscienza e facendo appello alle sue
conoscenze ed alla sua esperienza, si decise a scrivere una lettera al Pre¬
fetto della provincia di Napoli, nella quale, come mi consta personalmente,
si limitò a chiedere che fossero fatte sgomberare, per motivi di prudenza,
le sole abitazioni fatiscenti.
Se le autorità procedettero allo sgombero totale «ad horas», con
camion militari, di tutte le abitazioni del Rione Terra, questo non fu mai
chiesto o voluto da Giuseppe Imbò.
Resti dunque a buon diritto in tutti noi il ricordo del cattolico con¬
vinto e praticante, specchio vivente dell’onestà, incapace di fare un torto a
chicchessia, pronto al perdono ed alla riconciliazione con tutti, che tutti
accoglieva sempre col sorriso. Resti a buon diritto in tutti noi il ricordo
dell’uomo che dedicò una vita allo studio diretto o indiretto dei vulcani,
che visse per il Vesuvio e cessò di vivere mentre era intento a scriverne la
storia.
Pio Vittozzi
Napoli, 30 ottobre 1981
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 15-27, figg. 2, tab. 1, tav. 1
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V
(Placers 78/2) (Sardegna sud-orientale)
Nota di Beatrice Cozzi (*)
e del socio Maria Grazia De Castro-Coppa (**)
(Tornata del 30 gennaio 1981)
Riassunto. — L'esame delle associazioni microfaunistiche, riscontrate nei
sedimenti della carota 2V (Placers 78/2) prelevata a — 18,6 m sulla piattaforma
continentale sarda (Sardegna sud-orientale) (tav. 235 IV NE-Capo Ferrato), ha
permesso d'individuare un'associazione a foraminiferi abbastanza omogenea.
Per essa viene confermato, in via preliminare, un ambiente di sedimenta¬
zione corrispondente a quello del top della carota, con profondità inferiore ai
40 m, foncia di tipo detritico-sabbioso, con vegetazione ad alghe é/o fanerogame,
con valori della temperatura e della salinità corrispondenti all'incirca a quelli
normali attuali, di età probabilmente non anteriore al Versiliano.
L'occasionalità delle forme planctoniche non permette in questa sede di
formulare considerazioni più approfondite di tipo climatico.
Summary. — - The sediments of core 2V (Placers 78/2), picked up at — 18,6 m
on thè south-eastern sardinian Continental shelf (tav. 235 IV NE-Capo Ferrato),
yelded an almost omogeneous Foraminiferal assemblage. In this preliminary
investigation a sedimentation environment of 40 m depth, a sandy-detrital type
of bottom with algal and phanerogam vegetation, a temperature and salinity
almost corresponding to thè present time and an age probably not older than
Versilian, is confìrmed. It is thè same of thè 4 uppermost core centimeters.
The occasionai fìnding of planktonic forms do not allows here a more
detailled climatic hypotheses.
Parole-chiave : Foraminiferi bentonici, Carota, Paleoecologia, Biostratigrafia, Olo¬
cene (Versiliano), Italia (Sardegna, Capo Ferrato).
Key-words : Benthic Foraminifera, Core-cuttings, Paleoecology, Biostratigraphy,
Holocene (Versilian), Italy (Sardinia, Capo Ferrato).
(*) Beatrice Cozzi ha curato la preparazione tecnica dei campioni, il picking
ed ha effettuato una determinazione sommaria dei taxa; M. Grazia De Castro-
Coppa ha effettuato la stesura del rapporto, compresa la documentazione icono¬
grafica e la determinazione delle specie presenti.
(**) Istituto di Paleontologia - Università di Napoli - Largo S. Marcellino 10 -
80138 Napoli.
16 Beatrice Cozzi e Maria Grazia De Castro-Coppa
1. Premessa
Lo studio micropaleontologico di cui vengono forniti qui alcuni dati
preliminari, costituisce parte integrante di un'indagine più ampia, avente
per oggetto lo studio geologico e geomorfologico di tutta la piattaforma
cohtinentale sarda. Tale indagine viene condotta dall'Unità Operativa -
Istituto di Geologia di Cagliari, nell’ambito del Progetto Finalizzato C.N.R.
« Oceanografia e Fondi Marini » - Sottoprogetto « Risorse Minerarie » -
Tema Placers (Arca et ahi, 1979; Lecca et ahi, 1979; Ulzega et alii, 1980) \
2. Descrizione della carota: caratteri generali e composizione microfau-
NISTICA
La carota 2V (Placers 78/2), oggetto di questo rapporto, è stata prele¬
vata a — 18,6 m di profondità, lungo il bordo orientale della piattaforma
continentale sarda, più precisamente nel settore 1, ubicato tra Capo di
Monte Santo e Capo Carbonara, al largo di Capo Ferrato (lat. 39°, 10', 50" N
— long. 9°, 30', 55" E) (Arca et alii, 1979; Ulzega et alii, 1980) (tav. 235-XV
NE-Capo Ferrato).
Si tratta di una carota ottenuta con il sistema a vibrazione, della lun¬
ghezza di circa 550 cm: in essa sono stati prelevati 14 campioni, a distanze
variabili dal top, all'incirca nei punti in cui erano evidenti variazioni lito¬
logiche e/o ammassi organogeni (frammenti di gusci, piccoli molluschi,
etc.) (fig. 1).
Il sedimento della carota è costituito, dall'alto verso il basso, per circa
210 cm, da sabbie grigie miste, fini e medie, cui si accompagnano succes¬
sivamente, in misura più o meno prevalente, sabbie grossolane e ghiaie.
La componente organogena macroscopica, rilevata con una certa fre¬
quenza nei 220 cm superiori, si fa rara nei campioni più bassi per, poi
scomparire del tutto; essa, quando presente, è costituita per lo più da
gusci di lamellibranchi interi e in frammenti.
Nei residui di lavaggio dei campioni (ottenuti mediante setacci di
140 mesh), e solo per i primi 164 cm, corrispondenti ai campioni C. 1 - C. 4,
la componente organogena è abbastanza cospicua ed è costituita oltre che
dai foraminiferi, da rare spicole di spugne, frammenti di briozoi, gaste-
Contr. C.N.R. n. 80.0078788 Responsabile : Prof. A. Ulzega.
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 17
ropodi di piccole dimensioni ( Bittìum , Rissoa, Coecum, Phasianella, Odo-
stomia, etc.) pteropodi ( Creseis ), lamellibranchi ( Syndesmia , Glycymeris,
etc.), ostracodi e frammenti di echinoidi. I campioni successivi, più bassi,
(C. 5 - C. 14), sono invece risultati sterili all’analisi.
CAROTA 2 V
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C.13
C.14
sabbia fine
sabbia media
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sabbia grossa
d
lamellibranchi
Fig. 1. — Litologia della carota 2V (Placers 78/2).
3. Osservazioni sulla microfauna
L'esame del residuo ha permesso di rilevare la presenza di un'asso¬
ciazione a foraminiferi ben conservata e di dimensioni normali: la Tab. I
ne contiene l'elenco, in ordine sistematico, e con i valori percentuali rela¬
tivi al totale dei foraminiferi presenti per ogni campione.
18 Beatrice Cozzi e Maria Grazia De Castro-Coppa
In essa i foraminiferi planctonici sono del tutto sporadici; infatti le
nove specie individuate, sono presenti saltuariamente nei campioni, tranne
Globigerinoides ruber (d'Orb.), e comunque in numero estremamente esi¬
guo di individui, il che non permette alcuna deduzione di tipo climatico.
Fra i bentonici, che costituiscono la quasi totalità dei foraminiferi, i
generi dei fondi fangosi e/o quelli indicatori di batimetrie superiori ai
50-100 m, come Bolivina, Brizalina, Bulimina, Uvigerina, Cassìdulìna, Gyroi-
dina, etc. sono assenti; fanno eccezione solo alcuni esemplari appartenenti
ai generi Bolivina e Bulimina, presenti solo nel primo campione, peraltro
non determinabili a livello specifico, a causa del loro stato di conservazione.
Le specie dominanti, riscontrate nei campioni, sono le seguenti, elen¬
cate in ordine decrescente di abbondanza:
C. 1 Ammonia beccarii (Linneo), Rosalina globularis d'Orbigny, Gaveli -
nopsis praegeri (Heron Allen & Earland), Quinqueloculina aspera
d'Orbigny, Eponides frigidus granulatus di Napoli, Cibicides lobatulus
(Walker & Jacob), Elphidium advenum (Cushman).
C. 2 Rosalina globularis d'Orbigny, Cibicides lobatulus (Walker & Iacob),
Ammonia beccarii (Linneo), Quinqueloculina aspera d'Orbigny, Nube-
cularia lucifuga Defrance, . Gavelinopsis praegeri (Heron Allen &
Earland).
C. 3 Quinqueloculina aspera d'Orbigny, Planorbulina mediterraneensis
d'Orbigny, Elphidium advenum (Cushman), Cibicides lobatulus (Wal¬
ker & Jacob), Ammonia beccarii (Linneo), Eponides frigidus granu¬
latus di Napoli.
C. 4 Quinqueloculina aspera d'Orbigny, Elphidium advenum (Cushman),
Cibicicides lobatulus (Walker & Jacob), Triloculina oblonga (Mon-
tagui, Rosalina globularis d'Orbigny, Nubecularia lucifuga Defrance,
Eponides frigidus granulatus di Napoli, Ammonia beccarii (Linneo).
Sono stati effettuati alcuni diagrammi (fig. 2, A-G), allo scopo di illu¬
strare il comportamento di alcuni generi e specie indicative di diversi
ambienti secondo Blanc-Vernet et alii (1979), e secondo i dati forniti da
Murray (1973).
Si hanno dunque:
— Specie delle sabbie fini ( Asterigerinata mamilla e Astrononion side-
bottomi) (fig. 2, A);
— Specie delle sabbie più grossolane ( Ammonia beccarii ) (fig. 2, B);
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 19
— Miliolidi a guscio agglutinante ( Quinqueloculina agglutinans e Quin-
queloculina aspera), indicanti fondi a debole idrodinamismo (fig. 2, C);
— Miliolidi a guscio porcellanaceo ( Quinqueloculina spp. e T riloculina
spp.) (fig. 2, D). Questi generi sembrano preferire fondi sabbiosi, sabbioso-
detritici o con Posidonie, non superiori ai 40 m, con salinità normale;
— Specie epifite preferenzialmente su fanerogame ( Posidonia oceani¬
ca) e cioè Nubecularia lucifuga e Cibicides spp. (fig. 2, E);
— Specie epifite indifferentemente sia su popolazioni algali ( Caulerpa
sp.) sia su popolamenti a Fanerogame ( Cymodocea , Posidonia), come Ro¬
salina spp. e Planorbulina mediterraneensis (fig. 2, F); •
— Specie caratteristiche del piano circalitorale ( Gavelinopsis praegeri)
(fig. 2, G).
Appare evidente da tali diagrammi, che prevalgono le specie di sabbie
più grossolane come A. beccarii e le Miliolidae. Tra quest’ultime assumono
un certo rilievo, nei campioni più bassi della carota, le specie a guscio
agglutinante quali Q. agglutinans e Q. aspera, che preferiscono le zone a
debole idrodinamismo (Blanc-Vernet et alii, 1979).
È ugualmente ben rappresentato il gruppo dei foraminiferi epititi
(fig. E-F). Dal confronto dei loro valori percentuali, si osserva però una
certa differenza di comportamento: infatti, mentre N. lucifuga e Cibicides
spp., epifite preferenziali sulle Posidonie (Blanc-Vernet et alii, 1979, tab. I,
p. 177), aumentano nei campioni più bassi, Rosalina spp. e P. mediterra¬
neensis, che vivono indifferentemente su alghe e su fanerogame, diminui¬
scono negli stessi campioni.
La frequenza, infine, relativamente alta, (fig. 2, G) di G. praegeri, pe¬
raltro solo nel primo campione, non sembra comunque contrastare le ca¬
ratteristiche globali dell'associazione.
4. Conclusioni
Da quanto prima detto, le associazioni nel loro complesso, si presen¬
tano abbastanza omogenee.
Esse sembrano avere i caratteri di una fauna costiera abbastanza spe¬
cializzata. Vi si riscontrano infatti molte specie di Quinqueloculina, fra
cui in particolare fra quelle a guscio arenaceo, Q. aspera, percentuali di¬
screte di A. beccarii, E. frigidus granulatus, etc., molte specie epifite come
C. lobatulus, P. mediterraneensis, Rosalina spp., etc., indicanti 1’esistenza
di popolamenti ad alghe e/o a Posidonie: sono invece del tutto assenti
gli arenacei.
20 Beatrice Cozzi e Maria Grazia De Castro-Coppa
Questi caratteri permettono di confrontare le associazioni con quelle
rinvenute da Moncharmont-Zei (1964) nel Golfo di Pozzuoli, a profondità
comprese tra i 5 e ì 40 m, temperature al fondo tra i 15,1 °C ed i 16,7 °C
e salinità tra il 37,29 %o-. ed il 37,71 %e.
L'Autore vi riscontrò infatti, fra l'altro, molte specie di Quinquetocu -
lina , fra cui quelle a guscio costato o con guscio arenaceo, alte percentuali
sia delle forme epifite (C. lobatulus, etc.) sia di A. mamìlla, E. frigidus gra-
nulatus, A. beccarti , etc., assenza o scarsezza delle specie arenacee, e definì
tale associazione come appartenente alla « Zona a sedimentazione detri-
tico-sabbiosa ®.
Pur con le limitazioni dovute al numero non elevato dei campioni con
foraminiferi, e in via del tutto preliminare, sembra comunque non azzar¬
dato prospettare che le associazioni esaminate rispecchiano un ambiente
di sedimentazione, corrispondente a quello del top della carota, non troppo
profondo (inferiore ai 40 m), con fondo di tipo detritico-sabbioso, con
presenza di alghe e di Posidonie, e con valori pressoché simili a quelli
normali attuali sia della temperatura che della salinità.
L’occasionale presenza delle specie planctoniche non permette di for¬
nire considerazioni sul tipo di clima, purtuttavia l'assenza pressoché totale
delle forme di clima freddo ed il tipo di associazione nel suo complesso,
indurrebbe ad attribuire, in prima ipotesi, ai sedimenti studiati, un'età
non anteriore al Versilia.no.
►
Fig. 2. — - Diagrammi illustranti il comportamento di alcuni generi e specie più
significative :
A - Specie delle ‘sabbie fini (A, mamilla e A. sìdebottomi );
B - Specie delle sabbie più grossolane (A. beccarii );
C - Miliolidi a guscio agglutinante (Q. agglutìnans e Q. aspera );
D - Miliolidi a guscio porcellanaceo ( Quinquéloculina spp. e Trilocu-
lina spp.) ;
E - Specie epifite preferenziali su fanerogame (N, lucifuga e Cibici-
des spp.);
F - Specie epifite sìa su alghe che su fanerogame {Ro salina spp. e
P. medìterraneensìs );
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 21
G - Specie caratteristiche del piano circalitorale (G, praegeri).
Sulle ascisse dei diagrammi sono stati riportati i valori percentuali
delle specie rispetto al totale del benthos; sulle ordinate i campioni.
TABELLA I
In tabella vengono riportate tutte le specie rinvenute, elencate secondo Lordine sistema¬
tico; ognuna con il proprio valore percentuale, riferito al totale dei foraminiferi, per
ogni campione; con X vengono indicati i valori percentuali inferiori allo, 0,5. Vengono
inoltre riportate le profondità di raccolta del campione esaminato, espresse in cm,
e riferite al top della carota.
SPECIE
CAMPIONI
C, 1
C. 2
C. 3
C. 4
DISTANZA DAL TOP in cm
4
84
134
164
Nubecularia lucifuga Dbfrance
0,5
6,5
3
6
Spiroloculina depressa d’Orb.
0,5
Spìroloculina grata (Tekquem)
0,5
0,5
Spiroloculina sp.
X
1
Quìnqueloculina agglutinans d'Orb.
X
1
Quinqueloculina aspera d'Orb.
5,5
8
13,5
24,5
Quìnqueloculina boscìana d'Orb,
1,5
Quinqueloculina jugosa Cushman
2
1,5
Quìnqueloculina lamarckiana d’Orb.
0,5
2
1
Quinqueloculina semìnulum (L.)
0,5
X
Quinqueloculina stelligera Schlumb.
0,5
0,5
2
3
Quinqueloculina vulgaris d'Orb.
1
0,5
Quinqueloculina aff, bidentata d'Orb,
1
0,5
Quinqueloculina aff. candeiana d’Orb.
0,5
Quinqueloculina aff. intricata Terquem
0,5
Quinqueloculina sp. 1
1
2,5
2
Quinqueloculina sp. 2
5
Pyrgo lucernula (Schwager)
X
Triloculina oblonga (Mont.)
4
3,5
7,5
7,5
Trìloculina trigonula (Làmakck)
1,5
3
3
Triloculina sp. 1
0,5
Triloculina sp. 2
1,5
6
Triloculina sp. 3
X
Miliolinella circularìs (Bokn.)
0,5
Miliolinella parva (Mamgin)
0,5
Miliolinella sublineata (Bràby)
X
Miliolinella subrotunda (Montagu)
0,5
0,5
0,5
Articulina pacifica
CUSH,
1
1,5
Miliolidae
6
4
5
3
D antalina cf. communis (d'Orb.)
0,5
Lagena semistriata Will.
X
Segue : TABELLA I
In tabella vengono riportate tutte le specie rinvenute, elencate secondo l'ordine sistema¬
tico; ognuna con il proprio valore percentuale, riferito al totale dei foraminiferi, per
ogni campione; con X vengono indicati i valori percentuali inferiori allo 0,5. Vengono
inoltre riportate le profondità di raccolta del campione esaminato, espresse in cm,
e riferite al top della carota.
SPECIE
CAMPIONI
C. 1
C. 2
C. 3
C. 4
DISTANZA DAL TOP in cm
4
84
134
164
Polymorphina compressa d'Orb.
X
Globulina gibba d'Orb.
0,5
0,5
0,5
0,5
Globulina sp.
0,5
X
Guttulina sp.
X
Fissurina orbignyana Seg.
0,5
Bolivina sp.
X
Bulimina sp.
X
Discorbis araucana
(d'Orb.)
0,5
Discor bis sp.
0,5
Epistominella sp.
X
Gavelinopsis praegeri (H. A e E.)
10,5
5
3
1,5
Neoconorbina floridensis (Cush.)
0,5
Neoconorbina terquemi (Rzehak)
0,17
Neoconorbina sp.
0,5
Rosalina bradyi Cush.
0,5
2
1,5
Rosalina floridana (Cush.)
X
Rosalina globularis d'Orb.
14
14,5
3
6
Rosalina sp.
0,5
1,5
Cancris auriculus (Fichtel e Moll)
X
X
Discorbidae
1
0,5
0,5
Asterigerinata mamilla (Will.)
0,5
0,5
Spir illina vivipara
Ehrenb.
X
0,5
Ammonia beccarii (Linneo)
18,5
9,5
4
5
Ammonia tepida (Cush.)
0,5
Elphidium aculeatum Silvestri
0,5
Elphidium advenum (Cush.)
5,5
3
8
9
Elphidium crispum (Linneo)
0,5
0,5
0,5
1,5
Elphidium macellum (F. e M.)
2
2
2,5
1
Elphidium sp.
0,5
Cribrononion incertum (Will.)
0,5
3
Cribrononion sp. 1
0,5
0,5
Segue : TABELLA I
In tabella vengono riportate tutte le specie rinvenute, elencate secondo l'ordine sistema¬
tico; ognuna con il proprio valore percentuale, riferito al totale dei foraminiferi, per
ogni campione; con X vengono indicati i valori percentuali inferiori allo 0,5. Vengono
inoltre riportate le profondità di raccolta del campione esaminato, espresse in cm,
e riferite al top della carota.
SPECIE
CAMPIONI
C. I
C. 2
C. 3
C. 4
DISTANZA DAL TOP in cm
4
84
134
164
Cribrononion sp. 2
1,5
Protelphidium granosum (d'Orb.)
0,5
X
Globorotalia inflata (d'Orb.)
X
Globorotalia truncatulinoides (d’Orb.)
X
Globigerina bulloides d'Orb.
X
X
Globigerina falconensis Blow
X
Globigerina pachyderma Ehrenb.
X
Globigerinoides ruber (d'Orb.)
X
X
X
X
Globigerinoides trilobus (Reuss)
X
Orbulina universa
d'Orb.
X
Globigerinita aff. glutinata (Egger)
X
Eponides frigidus granulai us di Napoli
7,5
2,5
4
5
Eponides sp.
2
Cibicides lobatulus (W. e J.)
6,5
11,5
8
8,5
Cibicides pseudoungerianus (Cush.)
2,5
Cibicides sp.
0,5
Planorbulina mediterraneensis d'Orb.
0,5
1
9,5
3
Nonion asterizans (F. e M.)
1
Nonion sp. 1
X
Nonion sp. 2
0,5
0,5
0,5
Astrononion sidebottomi Cush. e Edw.
0,5
1
Anomalina sp.
0,5
Hanzawaia rhodiensis (Terq.)
0,5
0,5
1,5
Melonis barleeanum (d'Orb.)
1
X
0,5
Indeterminati
2
0,5
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 25
BIBLIOGRAFIA
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pp. 837-846, 7 figg., Washington.
TAVOLA 1
Fig. 1. — Triloculina oblonga (Moni.). Carota : 2V/C. 1. (circa 80 x).
Fig. 2. — Quinqueloculina stelligera Schlumb. Carota : 2V/C. 4. (circa 80 x).
Fig. 3. — Quinqueloculina jugosa Cushm. Carota: 2V/C.4. (circa 67 x).
Fig. 4. — Articulina pacifica Cushm. Carota : 2V/C. 4. (circa 80 x).
Fig. 5. — Quinqueloculina aspera d’Orb. Carota : 2V/C.4. (circa 67 x).
Fig. 6. — Epomides sp. Carota : 2V/C. 1. (circa 80 x).
Fig. 7. — Eponides frigidus granulatus. di Nap. Carota: 2 V/C. 1. (circa 120 x).
Fig. 8. — Cribrononion sp. 2. Carota: 2V/C. 2. (circa 80 x).
Fig. 9. — Quinqueloculina agglutinans d’Orb. Carota: 2V/C.4. (circa 67 x).
Fig. 10. — Elphidium advenum (Cushm.). Carota: 2V/C. 1. (circa 80 x).
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Cozzi B. e De Castro Coppa M. G. - Rap¬
porto preliminare, ecc. Tav. I
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 29-36, figg. 3
Su una rara malformazione cranio-facciale
nella specie suina
Nota del socio Mariano Nicotina (*) e di Giuseppe Paino (**)
e Gaetano Scalai**)
(Tornata del 30 gennaio 1981)
Riassunto. - Si descrive il caso di un feto suino malformato che presenta un
insieme di anomalie che riguardano il neurocranio e lo splancnocranio. La caratteri¬
stica esteriore più evidente è la presenza di un peduncolo, con attacco sulla regione
frontale, a forma di proboscide il quale è percorso centralmente da un canalicolo
stretto all’apice e più ampio verso la base, in cui è stato possibile evidenziare istolo¬
gicamente alcune strutture tipiche delle cavità nasali. Gli aspetti più interessanti
riguardano la anomala differenziazione del prosencefalo, con mancata formazione
dei due emisferi cerebrali (ciclocefalia). Nel complesso si osserva un ridotto sviluppo
dell’intera massa encefalica (microcefalia) con notevole aumento del liquido cefalo-
rachidiano esterno (idrocefalia).
I due globi oculari risultano fusi ed allogati in un’unica cavità orbitaria.
Summary. - A swine fetus is described with synophthalmous cyclocephalus
having a median frontal proboscis and demonstrating other anomalies of thè
splanchnocranium. Internally thè frontal proboscis presents some structures typical
of thè nasal cavities such as tract of respiratory mucosa with evidence of thè pseudo-
cavernous plexus in thè lamina propria. Some of thè facial bones demonstrate irre-
gular conformations and such a high degree of disordered disposition that they are
not identifiable.
In thè encephalon thè reduced development of all structures is noted with lack
of thè normal doubling into thè telencephalic hemispheres and a considerable inter¬
nai and external accumulation of thè CSF.
INTRODUZIONE
Le malformazioni congenite nelTuomo e nelle varie specie di animali
domestici, in questi ultimi anni sono state oggetto di particolare interesse e
(*) Istituto di Entomologia Zoologia - Facoltà di Agraria di Portici.
(**) Istituto di Anatomia sistematica e comparata - Facoltà di Medicina Veterinaria.
30 M. Nicotina, G. Paino e G. Scala
numerosi ricercatori si sono interessati al loro studio nell’intento di indivi¬
duarne la patogenesi onde cercare di prevenire la loro comparsa. A tale
scopo le ricerche in argomento sono state rivolte principalmente ad inda¬
gare su cause e meccanismi capaci di interferire sulla normale evoluzione
di una o più strutture. Rivestono altresì considerevole importanza le nume¬
rose descrizioni morfologiche di reperti teratologici attualmente a disposi¬
zione in letteratura, in quanto non fini a se stesse ma di aiuto per la giusta
interpretazione dei meccanismi anzidetti.
In una nostra precedente indagine avente il semplice scopo di descri¬
vere brevemente le principali mostruosità degli animali domestici esistenti
nei Musei e negli Istituti scientifici della Campania, abbiamo avuto modo
di constatare che tra le anomalie più frequenti e nello stesso tempo più
eclatanti vi sono quelle che interessano la testa. Per questo motivo abbia¬
mo ritenuto opportuno descrivere un mostro appartenente alla specie suina
che tra le altre deformità presenta una caratteristica e lunga protuberanza a
forma di proboscide che prende attacco subito sopra l’unica cavità orbitaria
contenente due globi oculari fusi.
In tema di anomalie della testa la letteratura offre le descrizioni di
molteplici casi che vanno dalle forme più comuni alle cosiddette sindromi,
cioè anomalie associate che interessano oltre la testa, sia nello scheletro
che nel suo contenuto, anche gli arti (più comunemente le estremità).
I reperti segnalati, inerenti quasi esclusivamente alla specie umana,
non risultano sempre facilmente identificabili nell’ambito delle classifica¬
zioni proposte da vari autori sin dal secolo scorso.
Le anomalie della testa assumono diversa morfologia e gravità in rela¬
zione al periodo in cui interviene l’insulto teratogeno diretto principàV
mente ad alterare la funzione degli organizzatori embrionali; infatti le più
precoci risultano estremamente gravi e riguardano alterazioni delle ossa
dello splancnocranio, del neurocranio e delle strutture nervose connesse.
Le deformità che si instaurano più tardivamente interessano per lo più la
faccia, le cavità nasali e/o la bocca, in quanto sono il risultato dell’alterata
evoluzione o anomala fusione dei processi facciali.
Descrizione
Feto di maiale di 14 settimane circa, di sesso femminile che presenta
evidenti anomalie alla testa, mentre il tronco e gli arti sono esteriormente
normali. Nel complesso la testa ha un profilo di forma sferica in quanto il
primo segno evidente è il difettoso sviluppo del caratteristico grugno che
Su una rara malformazione cranio-facciale, ecc. 31
conferisce alla specie suina un aspetto inconfondibile. I diametri della testa
sono pertanto alterati mentre non si evidenziano modificazioni per quanto
riguarda le suture che risultano perfettamente normali.
Della faccia e della porzione anteriore del cranio sono le anomalie che
caratterizzano il soggetto in esame. Dalla regione che potrebbe essere defi¬
nita frontale , si stacca una formazione che ricorda in tutto una proboscide
di elefante, all’estremità della quale si osserva una netta depressione cen¬
trale posta trasversalmente, (fig. 1 e 2).
Subito sotto l’origine della predetta formazione si riscontra un’unica
orbita di forma ellittica e di notevoli dimensioni, contenente due globi
oculari fusi medialmente. Esistono due paia di palpebre anch’esse fuse
medialmente ma che danno origine solo a due commessure laterali (fig.
2). Le inferiori contraggono intimi rapporti con una strana formazione a
sviluppo asimmetrico che rappresenta la delimitazione superiore dell’in¬
gresso in cavità orale. Tale struttura, ricoperta di cute, costituisce pertanto
un tratto di labbro superiore.
L’estremità orale della mandibola ha una forma pressoché normale e
ovviamente delimita, insieme alla struttura asimmetrica prima descritta, la
rima buccale. Dalla cavità orale protrude la lingua che risulta di forma
alquanto originale; infatti, essa presenta i margini laterali rialzati ed incur¬
vati medialmente e nello stesso tempo molto ravvicinati alla base e
all’estremità. Tali margini sono anche fittamente frastagliati.
Allo scalottamento è stato possibile constatare la grande facilità nel
tagliare le ossa della volta cranica e ciò per il loro esile spessore determi¬
nato anche dall’aumento della quantità del liquido cefalorachidiano
esterno. Tale situazione è caratteristica dell’idrocefalia esterna (fig. 2 c).
La massa encefalica appare notevolmente ridotta e solo nel tratto più
anteriore mostra un cenno di divisione nei due emisferi. Quest’aspetto,
unitamente ai vari atteggiamenti osservabili nella faccia, permette di classi¬
ficare il feto come un soggetto ciclocefalo sinoftalmo con proboscide. Al
taglio longitudinale della testa si osserva resistenza, nell’ambito della pro¬
boscide, di un sottile canalicolo che percorre la suddetta formazione in
tutta la sua lunghezza (fig. 3). Tale canalicolo, in prossimità della radice di
attacco del peduncolo sullo scheletro, si dilata alquanto in un antro a pareti
anfrattuose in cui sono osservabili strutture ossee che ad un esame istolo¬
gico risultano ricoperte da mucosa nasale.
Al di sotto dell’unica cavità orbitaria il labbro superiore è sostenuto da
un’impalcatura ossea che rappresenta l’evoluzione anomala delle strutture
del palato duro. In questa regione si riscontrano numerosi adenomeri
ghiandolari dovuti al gruppo delle ghiandole buccali.
32 M. Nicotina , G. Paino e G. Scala
Fig. 1 - a) feto di suino malformato; b) particolare della testa. P = Proboscide; PB - Palpebre; LS Labbro superiore,
L = Lingua.
Su una rara malformazione cranio-facciale, ecc. 33
Fig. 2 - Feto di suino malformato, a) particolare della testa, vista di profilo.
O = Occhio; P = Proboscide; L = Labbro superiore; M = Mandibola;
E = Massa encefalica.
34 M. Nicotina, G. Paino e G. Scala
Fig. 3 - Feto di suino maiformato. Sezione longitudinale della testa. CV = Cavità ventricolare;
O = Occhio; P = Proboscide; L = Lingua; F = Faringe; E = Epiglottide.
Su una rara malformazione craniofacciale, ecc. 35
Le strutture poste al di sotto della base cranica non sono precisamente
identificabili in quanto a tale livello la loro disposizione è estremamente
irregolare e complessa; si osservano, infatti, tratti ossei e strutture dentarie
immerse in un ammasso di tessuto connettivo. Più ventralmente i limiti
della cavità faringea sono alterati, specialmente nel tratto dorsale che
risulta alquanto allungato. Abbastanza ben delimitate sono le porzioni
dell’orofaringe e del laringofaringe.
Per quanto si riferisce alla cavità cranica, essa è solo in parte occupata
dalle strutture nervose; infatti queste nel tratto prosencefalico, oltre a non
presentare la divisione nei due emisferi, risultano limitatamente evolute e
disposte intorno ad un’unica cavità ventricolare la cui volta dorsale è di
spessore molto esile. Per contro hanno uno sviluppo sufficientemente rego¬
lare nei segmenti mesencefalico e rombencefalico; in quest’ultimo tratto si
identifica sia il bulbo sia il cervelletto (fig. 3).
Non si evidenzia una vera struttura ipofisaria.
Conclusioni
Dalla descrizione emerge che il feto di suino da noi esaminato è un
ciclocefalo sinoftalmo con proboscide cui si affiancano altre alterazioni tra
cui le più evidenti sono dei tratti viscerali della faccia. In particolare per
quanto riguarda la proboscide, essa presenta oltre ad una impalcatura
ossea, strutture tipiche delle cavità nasali quali una canalizzazione che si
apre alla sua estremità apicale, l’epitelio respiratorio della mucosa ed il
plesso pseudocavernoso della lamina propria.
Al di sotto della base cranica si ha la presenza di diverse strutture
disposte molto irregolarmente e non sempre identificabili, che costitui¬
scono nell’insieme un cuneo il cui apice si porta dorsalmente verso la base
della lingua.
L’aspetto più interessante, tuttavia, è quello della morfologia e della
evoluzione dell’encefalo. Infatti, nel nostro caso, la mancata differenzia¬
zione del prosencefalo comporta anche il limitato sviluppo della massa
encefalica (microcefalia) unitamente alla notevole ampiezza della cavità
cranica, la quale risulta riempita in gran parte di liquido cefalorachidiano
esterno. Non è facile stabilire se la patogenesi di tali malformazioni sia da
collegarsi completamente alla ciclocefalia, dovuta ad una carenza del
potere induttore della placca precordale e considerare quindi l’idrocefalia e
la microcefalia come fatti secondari, oppure i diversi aspetti si sono sovrap¬
posti partendo da cause indipendenti l’una dall’altra.
36 M. Nicotina , G. Paino e G. Scala
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Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 37-50, figg. 3, tab. 1
Studi idrogeologici
sulla Piana del Dragone (Avellino) (*)
Nota del socio Pietro Celico (**) e di Domenico Russo (**)
(Tornata del 26 giugno 1981)
1. Premessa
La Cassa per il Mezzogiorno, nell’ambito delle attività del Progetto
Speciale n. 29 (Ripartizione Progetti Idrici - Div. 4), ha affrontato lo studio
idrogeologico della Piana del Dragone al fine di risolvere più problemi tra
loro collegati: l’inquinamento, tuttora in atto, della falda che alimenta le
sorgenti di Cassano Irpino e Serino; l’allagamento sistematico della Piana,
nel periodo invernale; il reperimento di acque a quota alta, per gli usi irri¬
gui della stessa Piana.
Nel corso del presente lavoro vengono resi noti i risultati degli studi
condotti durante le prime indagini di carattere conoscitivo; vengono inoltre
evidenziati i principali orientamenti emersi e le prospettive aperte per la
soluzione dei già menzionati problemi.
2. Attuali conoscenze idrogeologiche
La Conca del Dragone (Fig. 1) è una delle più ampie aree a deflusso
endoreico esistenti nell’Appennino carbonatico meridionale. Le sue acque
di ruscellamento superficiale vengono smaltite da un unico inghiottitoio
(Bocca del Dragone) posto in diretta comunicazione con la falda di base
del M. Terminio, quest’ultima tributaria delle sorgenti di Cassano Irpino e
Serino.
(*) Studio edito a cura della Comunità Montana Terminio-Cervialto, Mon¬
tella (AV).
(**) Cassa per il Mezzogiorno (Rip. Progetti Idrici - Div. 4).
38 P. Ce li co e D. Russo
2.1. Schema di circolazione idrica sotterranea all’interno del massiccio del
Terminio-Tuoro
Il massiccio carbonatico del M. Terminio - M. Tuoro (Fig. 1) può essere
considerato un’unica unità idrogeologica in quanto, ai suoi limiti, si verifi¬
cano condizioni che annullano o comunque rendono trascurabili i travasi
d’acqua verso altri domini idrogeologici; all’interno, inoltre, esiste un com¬
portamento dell’acquifero complessivamente omogeneo sia nei riguardi
dell’infiltrazione che dell’accumulo e del movimento delle acque.
Detta unità è delimitata, a nord-ovest e a nord-est, da importanti faglie
(Civita, 1967) che pongono a contatto il massiccio carbonatico con i ter¬
reni scarsamente permeabili delle unità Irpine e delle unità Sicilidi (com¬
plesso arenaceo-argilloso-marnoso). Il tamponamento operato sulla falda di
base del massiccio dai suddetti litotipi e pressoché completo.
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 39
A sud-ovest l’unità idrogeologica è delimitata dalla faglia del fiume
Sabato, lungo la quale dovrebbero essere trascurabili le perdite verso
l’adiacente struttura carbonatica dei M.ti di Solofra. Basti osservare che a
sud-ovest della faglia (in corrispondenza dell’abitato di Solofra) la piezome¬
trica si mantiene più bassa di circa 140 m (Celico, 1979) rispetto alle sor¬
genti Acquaro-Pelosi (n. 1; — 370 m s.l.m.) e che a nord-est della stessa
faglia la piezometrica raggiunge quota 655 circa nei pressi di Volturara
Irpina (sondaggio B in fig. 1). Esistono quindi, in corrispondenza del gra-
ben del Sabato, perdite di carico di entità considerevole che fanno esclu¬
dere l’esistenza di travasi d’acqua importanti da nord-est verso sud-ovest.
A sud, infine, il limite dell’unità idrogeologica è marcato dal contatto
tettonico tra la serie prevalentemente calcarea del M. Terminio e le dolo¬
mie del M. Accellica. Anche in questo caso l’andamento dello «sparti¬
acque» sotterraneo sembra evidente. Infatti esiste una netta differenza di
permeabilità tra le dolomie, che si rinvengono generalmente allo stato fari¬
noso, ed i calcari caratterizzati dalla presenza di un fenomeno carsico
molto evoluto (Civita, 1969).
All’interno del massiccio carbonatico (Celico, 1978) è possibile distin¬
guere una prima struttura (M. Tuoro) che dovrebbe alimentare le sorgenti
di Sorbo Serpico e Salza Irpina (n. 3; — 470 m s.l.m.; ~ 0.2 mc/sec) e, solo
in parte, la sorgente Urcioli (n. 2; —310 m s.l.m.; — 1.2 mc/s). Quest’ul-
tima infatti, unitamente alla sorgente Acquaro-Pelosi (n. 1; — 370 m s.l.m.;
— 0.8 mc/s), dovrebbe trarre alimentazione pure dalla struttura del M. Ter¬
minio attraverso le alluvioni del Sabato.
Lo stesso M. Terminio drena le proprie acque anche verso le sorgenti
di Cassano Irpino (Ponentina, Peschiera, Prete e Bagno della Regina; n. 5;
— 470 m s.l.m.; — 3.1 mc/s) e verso la sorgente Beardo (n. 4; — 450 m
s.l.m.; — 0.4 mc/s); quest’ultima, in particolare, trae alimentazione dalla
parte nord-orientale della struttura e le sue acque, dopo aver attraversato le
arenarie del Flysch di Castelvetere, scaturiscono nella galleria dell’ENEL l.
Per quanto riguarda le sorgenti di Serino e Cassano è praticamente
impossibile individuare, all’interno del Terminio, delle aree di alimenta¬
zione che possano essere considerate indipendenti.
Probabilmente, così come sembra dimostrare anche la quota piezome¬
trica riscontrata lungo tutto il bordo meridionale della Piana del Dragone
1 II passaggio delle acque attraverso le arenarie (Celico 1979) è stato verificato
durante le ispezioni eseguite nella galleria dell’ENEL successivamente al terremoto
del 23-11-1980.
40 P. C elico e D. Russo
(Fig. 2), esse traggono alimentazione da un unico bacino sotterraneo la cui
falda perde molto carico lungo le fasce di bordo del massiccio.
In tale ipotesi, la piezometrica dovrebbe perdere meno carico dal lato
di Cassano Irpino rispetto alla zona posta a sud-ovest di Volturara Irpina. In
quest’ultima fascia, infatti, sono visibili importanti motivi di compressione
(Civita, 1967; Incoronato et al., 1978); inoltre, sotto il Terminio, le dolo¬
mie triassiche dovrebbero innalzarsi fino a quota superiore a quella piezo¬
metrica. Ciò sembra spiegare perché le sorgenti di Cassano Irpino abbiano
una portata molto maggiore di quelle di Serino, nonostante affiorino a
quota superiore.
Tale situazione stratigrafico-strutturale sembra peraltro ripercuotersi
anche sul regime delle sorgenti. Esso, infatti, è più regolare nel gruppo sor¬
givo di Serino rispetto a quello di Cassano (Civita, 1969; Celico, 1981/a).
È evidente, comunque, che alla modulazione del regime delle sorgenti di
Serino debba contribuire anche l’ampio e potente materasso alluvionale che le
acque di falda percorrono per giungere dal bordo del massiccio alle sorgenti.
Lo stesso assetto stratigrafico-strutturale e le condizioni di affiora¬
mento delle acque potrebbero essere anche la principale causa dei risultati
delle prove di colorazione eseguite dall’inghiottitoio di Piana del Dragone
il 25-7-1979 con fluorescina 2. Infatti, il campione di carbone attivo prele¬
vato alle sorgenti di Cassano Irpino (n. 5) in data 1-8-79 (dopo sette giorni
di immersione in acqua) ha dato reazione positiva; invece alle sorgenti
Acquaro-Pelosi (n. 1) i risultati sono stati sempre negativi fino all’ultimo
prelievo eseguito il 21-8-79. Ciò sembra quindi avvalorare l’ipotesi delle
maggiori difficoltà di deflusso esistenti verso le sorgenti di Serino; d’altro
canto, però, l’altissima velocità di transito delle acque riscontrata verso
Cassano sembra sia da correlare con condotti a deflusso preferenziale legati
all’inghiottitoio della bocca del Dragone e non con i tempi di risposta com¬
plessivi dell’acquifero, anche se questi sono comunque abbastanza brevi.
L’esito delle prove è stato negativo anche per le sorgenti di Sorbo Ser¬
pico (n. 3). Ciò sembra indicare, unitamente al dislivello piezometrico
riscontrato tra il sondaggio A ed i sondaggi B, C, D,E, (~ 45 m), che la
discontinuità strutturale su cui è imposta la Piana del Dragone può essere
obiettivamente considerata uno «spartiacque» sotterraneo (Celico, 1978)
tra le già menzionate strutture di M. Terminio e M. Tuoro.
2 Le prove di colorazione sono state eseguite dal dott. F. Mangano e dalla
Dott.ssa L. Monaco, nell’ambito delle indagini condotte dalla Cassa per il Mezzo¬
giorno.
Studi idrogeologia sulla Piana del Dragone (Avellino) 41
2.2. Schema di circolazione idrica nel bacino idrografico della Piana del Dra¬
gone
All’interno del bacino idrografico della Piana del Dragone (Fig. 1)
affiorano litotipi prevalentemente calcarei ad alta permeabilità (~ 43 Kmq),
depositi prevalentemente argillosi a scarsissima permeabilità e, sovrapposti
a questi ultimi, depositi detritico-alluvionali e lacustri, anch’essi a scarsa
permeabilità (~ 19 Kmq).
2.2.1 Valutazione dei volumi d’acqua affluenti alla Bocca del Dragone
In Tab. I sono riportati, in modo sintetico, i risultati di un primo bilan¬
cio di massima del Bacino del Dragone.
TABELLA I
Bilancio idrologico della Conca del Dragone
LITOTIPI
Kmq
p
E
-r
Q = i
>-Er
ip
Rp
AFFIORANTI
mm/a
io6
mc/a
mm/a
IO6
mc/a
mm/a
io6
mc/a
o/o
mm/a
io6
mc/a
o/o
mm/a
io6
mc/a
Depositi
«imper¬
meabili »
19
1420
27
573
11
847
16
-
-
-
100
847
16
Depositi
carto¬
natici
43
1420
61
573
24
847
37
90
762
33
10
85
4
volume d’acqua
mediamente smaltito dalla Bocca
del
Dragone
20
Si tratta di volumi d’acqua calcolati in modo prudenziale sulla base
delle seguenti considerazioni:
— gli afflussi (P) nel bacino (quota media q = ~ 920 m s.l.m.) sono
stati valutati, sulla base dei dati forniti da Civita (1969), considerando la
media delle precipitazioni annuali misurate in corrispondenza dei pluvio¬
metri di Serino (q = 351 m s.l.m.; P = 1342 mm), Cassano Irpino (q = 470
m s.l.m.; P = 1292 mm) e Montemarano (q = 855 m s.l.m.; P = 1237 mm),
posti ai margini dell’area considerata. Lo spessore della lama d’acqua così
42 P. Celico e D. Russo
calcolato (~ 1290 mm) non dovrebbe essere molto lontano dalla realtà in
quanto, localmente, sembra non esistano marcate relazioni tra variazioni
altimetriche e piovosità; esso è stato comunque aumentato di circa il 10%
per tenere conto dell’influenza del M, Terminio (~ 1800 m s.l.m.) sul quale
non esistono pluviometri.
— L’evapotraspirazione (Er) è stata calcolata, in prima approssima¬
zione, con la formula di Ture considerando una temperatura media di
10,5°C, quale risulta dalla relazione tra altitudine (quota media del baci¬
no = ~ 920 m s.l.m.) e temperatura trovata da Civita, (1969).
— Il deflusso globale (Q = P — Er) è risultato probabilmente sottosti¬
mato, anche perché i quantitativi d’acqua di evapotraspirazione sono stati
complessivamente sovrastimati. Comunque bisogna considerare che gli
errori di valutazione maggiori, come in tutte le aree calcaree con scarsa
vegetazione, si ripercuotono in gran parte sui deflussi sotterranei, i quali
trovano recapito fuori della piana. Non si è potuto invece valutare in modo
corretto l’influenza degli allagamenti invernali sull’evaporazione, in quanto
i dati attualmente disponibili sono insufficienti.
— L’infiltrazione potenziale (Ip) è stata considerata trascurabile nei
depositi «impermeabili» in quanto le poche acque di infiltrazione vengono
comunque restituite in modo diffuso negli alvei tributari della Bocca del
Dragone.
— I deflussi superficiali (Rp) relativi agli affioramenti carbonatici sono
stati cautelativamente considerati pari al 10% del deflusso globale, nell’ipo¬
tesi che solo gli eventi piovosi di maggiore intensità possano provocare
fenomeni di ruscellamento.
In conclusione, sulla base delle suddette ipotesi, sono stati valutati in
circa 20- IO6 mc/a i quantitativi d’acqua superficiale che vengono media¬
mente smaltiti attraverso la Bocca del Dragone. Si tratta di un volume pari
al 12% della potenzialità globale delle sorgenti di Cassano Irpino e Serino
(~ 5,1 mc/s in media), dove il sistema carsico sembra drenare le proprie
acque.
2.2.2. La circolazione idrica sotterranea nei pressi della Bocca del Dragone
I sondaggi meccanici eseguiti lungo il bordo meridionale della Piana
del Dragone hanno intercettato la falda a quota molto alta (~ 653 ~ 689 m
s.l.m., nel periodo di magra dell’anno 1980) in relazione a quella della
stessa Piana (~ 670 m s.l.m., nei pressi dell’inghiottitoio).
Gli stessi sondaggi hanno inoltre evidenziato (Fig. 2) che proprio in
corrispondenza dell’inghiottitoio esiste una zona di drenaggio preferenziale
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 43
della falda di base. Infatti in magra, e quindi in condizioni indisturbate
(vedi, in fig. 2, l’andamento della piezometrica del 5-9-80), le acque con¬
vergono verso il sistema carsico collegato all’inghiottitoio, nonostante i
punti di recapito preferenziale della falda si trovino in posizione opposta
(sorgenti di Scrino e Cassano Irpino).
Ciò, ai fini dello schema di circolazione idrica sotterranea dell’intero
massiccio, può essere interpretato ammettendo che le acque drenate o
immesse nella zona dell’inghiottitoio seguano, per giungere a recapito, un
percorso preferenziale probabilmente irregolare che consente l’aggiramento
degli ostacoli esistenti lungo il percorso più breve (paragrafo 2.1.). Detta
interpretazione , anche se indirettamente, sembra essere confermata da
quanto verificato nei Monti Lepini dove gran parte delle acque di falda
aggira la faglia di Carpineto prima di giungere a recapito (Bartolomei et
al, 1980).
2.2.3. Capacità di assorbimento della Bocca del Dragone
Che la principale causa dell’allagamento della Piana del Dragone fosse
legata alla scarsa capacità di assorbimento dell’inghiottitoio era stato già
ipotizzato sulla scorta dei primi risultati delle indagini (Celico, 1979).
Detta ipotesi ha trovato ora conferma dopo le osservazioni di livello
eseguite, nei piezometri e nella Piana, durante l’anno 1980 3. Infatti, in
Fig. 3, si può innanzitutto osservare che, mentre le escursioni massime di
falda misurate nei piezometri B ed E sono state molto contenute (~ 2 m),
nei fori prossimi all’inghiottitoio (C e D) la piezometrica ha avuto oscilla¬
zioni dell’ordine dei 21 m tra il periodo di piena e quello di magra
dell’anno 1980. Inoltre, nel periodo di svuotamento del lago e nei giorni
immediatamente precedenti la comparsa dell’acqua nella Piana, le oscilla¬
zioni del livello piezometrico nei sondaggi C e D sono risultate molto
veloci.
Tale comportamento, così come si può peraltro osservare in Fig. 2,
prova che i sondaggi C e D si trovano ubicati nell’area interessata dal cono
di assorbimento delle acque della Bocca del Dragone. Quindi, la sezione
del condotto carsico comunicante con l’inghiottitoio non e sufficiente a
smaltire velocemente le acque della Piana, così come non lo è la trasmissi-
vità verticale del mezzo carbonatico in quel punto.
3 Le misure di livello sono state eseguite dal dott. Liotti, di Volturara Irpina,
nell’ambito delle indagini in corso a cura della Cassa per il Mezzogiorno.
44 P. Celi co e D. Russo
690-,
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 45
Fig. 3 - Correlazione tra i livelli di falda misurati nei piezometri ed il livello de! lago del Dragone
46 P. C elico e D. Russo
Prima di concludere è interessante osservare che la permeabilità
dell’acquifero sembra essere complessivamente maggiore ad ovest dell’in¬
ghiottitoio rispetto ad est (Fig. 2). Infatti ad oriente la superfìcie piezome¬
trica presenta una maggiore pendenza, in accordo con la maggiore acclività
del cono di assorbimento.
3. Possibilità di intervento per la soluzione dei problemi della Piana
del Dragone
Il principale obiettivo degli studi eseguiti è stato quello di individuare
le possibilità di smaltimento rapido delle acque del bacino del Dragone al
fine di recuperare alcune centinaia di Ha di terreno all’agricoltura e di
migliorare le condizioni igieniche della falda del Terminio, possibilmente
senza incidere in modo sostanziale sull’attuale regime delle sorgenti che
alimentano l’Acquedotto Pugliese, l’Acquedotto dell’Alto Calore e l’Acque¬
dotto di Napoli.
Il chiarimento dei meccanismi che regolano l’allagamento della Piana
ed il rinvenimento della falda di base del massiccio del Terminio a quota
relativamente alta ha effettivamente aperto nuove prospettive per la solu¬
zione dei suddetti problemi.
3.1. Opere realizzabili
Le opere da realizzare devono essere finalizzate al miglioramento delle
condizioni di assorbimento dell’inghiottitoio, alla riduzione dei quantitativi
d’acqua che giungono allo stesso inghiottitoio ed al rallentamento della
velocità di corrivazione delle acque superficiali.
Il primo obiettivo sembra possa essere raggiunto aumentando in modo
opportuno la sezione dell’attuale condotto carsico fino a raggiungere la
falda, rinvenuta a breve profondità (Fig. 2). Altri «inghiottitoi artificiali»
o «pozzi rovesci» di piccolo e/o grande diametro potrebbero essere realiz¬
zati lungo il bordo meridionale della Piana.
I quantitativi d’acqua che giungono all’inghiottitoio potrebbero essere
ridotti e, comunque, la velocità di corrivazione delle acque potrebbe essere
rallentata con la sistemazione idraulica degli alvei.
Particolare cura dovrebbe essere posta nella realizzazione delle opere
di sistemazione della zona montana, dove è possibile migliorare le condi¬
zioni di infiltrazione delle acque verso la falda dei calcari. Inoltre la siste-
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 47
mazione dell’area pianeggiante 4 dovrebbe essere realizzata in modo tale
da raggiungere il duplice obiettivo di allungare i tempi di corrivazione
delle acque e di aumentare la capacità di invaso dei canali e delle vasche.
Infine, potrà probabilmente essere realizzato un laghetto collinare nella
zona del torrente Sava 5 attraverso il quale potrebbero essere sottratti ulte¬
riori quantitativi d’acqua alla Piana e, quindi, all’inghiottitoio.
Pure da valutare è la fattibilità di eventuali canali di guardia, posti ai
margini della piana, i quali potrebbero essere direttamente collegati con
l’inghiottitoio principale e/o con pozzi rovesci da realizzare in zone oppor¬
tunamente scelte.
3.2. Vantaggi derivanti dalla sistemazione della Piana del Dragone
Il miglioramento delle capacità di assorbimento della Bocca del Dra¬
gone, realizzato nei termini indicati nel precedente paragrafo 3.1, dovrebbe
consentire l’eliminazione o la limitazione degli attuali allagamenti della
Piana 6.
Sarebbero pertanto recuperabili all’agricoltura alcune centinaia di Ha
di terreno con evidenti positive ripercussioni di carattere socio-economico.
Inoltre, tutta la Piana potrebbe essere subito irrigata sfruttando la
falda del massiccio (posta a breve profondità dal piano campagna:
~ 20 4- 25 m), anche attraverso l’utilizzazione degli stessi «pozzi rovesci»
e «inghiottitoi artificiali» necessari per lo smaltimento delle acque di
ruscellamento invernali.
Considerata la distanza esistente tra il punto di captazione e le sor¬
genti di Serino e Cassano (6 4- 8 Km), l’emungimento di circa
4 4- 5- IO6 me (concentrato nel periodo irriguo) dovrebbe consentire il
«trasferimento», alla stagione estiva (Celico et al. 1980; Celico, 1981/b),
di portate sorgive invernali attualmente inutilizzate. D’altro canto l’inci¬
denza sul regime sorgivo dovrebbe essere del tutto marginale in quanto il
volume indicato rappresenta il 2,5% circa della potenzialità globale della
falda di base dell’intero massiccio (~ 180- IO6 mc/a); rientra, pertanto, nei
limiti di approssimazione delle misure e dei bilanci idrologici.
4 L’Ufficio del Genio Civile di Avellino, con la direzione dell’Ing. Aucone, ha rea¬
lizzato un apposito progetto per conto della Comunità Montana Terminio-Cervialto.
5 II comune di Volturara Irpina, con la consulenza del prof. F. Ortolani, ha indivi¬
duato la possibilità di realizzare un piccolo invaso lungo il corso del Torrente Sava.
6 La necessità di risolvere detto problema è stata prospettata dalla Comunità
Montana Terminio-Cervialto.
48 P. Celi co e D. Russo
Un ulteriore vantaggio derivante dalla sistemazione del bacino del
Dragone dovrebbe essere dato dalla diminuzione, certamente sensibile,
del carico inquinante attualmente immesso in falda. Infatti le acque sareb¬
bero in parte intercettate prima di giungere nella Piana dove le attività
agricole e zootecniche rappresentano la principale causa di inquinamento,
sia chimico che batteriologico. Le stesse acque inoltre, non ristagnando più
per lunghi periodi (variabili dai 5 ai 6 mesi) nella zona maggiormente
inquinata, non avrebbero più la possibilità di aumentare in modo conside¬
revole il loro tasso di inquinamento.
4. Conclusioni
I problemi della Piana del Dragone (allagamento invernale, reperi¬
mento di acque per l’irrigazione e diminuzione del tasso di inquinamento
della falda di base del M. Terminio) sono stati affrontati con uno studio
preliminare finalizzato soprattutto al chiarimento dei meccanismi che rego¬
lano la circolazione idrica sotterranea nelle adiacenze della Piana ed in par¬
ticolare dell’inghiottitoio.
II principale risultato raggiunto consiste nell’avere accertato che l’alla¬
gamento invernale della zona valliva non è da mettere in relazione con l’af¬
fioramento della piezometrica del massiccio, così come ritenuto in prece¬
denza, bensì con le scarse possibilità di assorbimento delle acque da parte
dell’inghiottitoio.
Tale risultato ha permesso di ipotizzare soluzioni, al problema dell’al¬
lagamento della Piana, che consentono di non sottrarre acque alle sorgenti
basali del Terminio (—20- IO6 me) e di ridurne, nello stesso tempo, il
carico inquinante.
Attraverso le indagini è stata inoltre accertata (a circa 20 -r- 25 m dal
piano campagna, nella zona dell’inghiottitoio) l’esistenza di risorse suffi¬
cienti al soddisfacimento integrale dei fabbisogni irrigui della zona. Il loro
sfruttamento potrebbe essere provvisorio, ovvero definitivo qualora l’invaso
ipotizzato sul T. Sava risultasse di capacità insufficiente, non fattibile o
economicamente inaccettabile.
Attualmente gli studi continuano per affinare ulteriormente le cono¬
scenze. Comunque è già possibile individuare alcuni interventi prioritari
che possono essere anticipati nel quadro di un programma ampio ed orga¬
nico, anche se quest’ultimo sarà soggetto ad inevitabili aggiornamenti.
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 49
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voi. 90, 1981, pp. 51-63, fig. 1, tabb. 9
Primi dati sulla biologia e sul comportamento
di Erinaceus europaeus L. 1758 (Insectivora)
Nota dei soci Gerardo Gustato (*), Patrizia Pedata
e Silvana del Gaudio
(Tornata del 26 giugno 1981)
Riassunto. - Dall’esame della biologia, e del comportamento di E. europaeus L.
1758 (Insectivora) è risultato che il ciclo vitale di questo mammifero ibernante,
nell’arco di 12 mesi si articola in una serie di stadi.
Le osservazioni condotte consentono di avere un quadro del comportamento di
E. europaeus in stabulario e di delineare le suddette fasi, alla luce delle diversità di
comportamento riscontrate.
Avendo rilevato quotidianamente la temperatura corporea, il ritmo respiratorio
e quello cardiaco ed il peso, si sottolineano i rapporti esistenti tra questi parametri
ed i diversi stadi che risultano, così, chiaramente differenziati.
Viene indicata la distribuzione mensile dei giorni trascorsi in ipotermia e la
coincidenza di questo fenomeno per i diversi esemplari.
Si evidenzia, pure, la differenza nei tempi di entrata e di uscita dall’ipotermia e
che in quest’ultima fase compaiono tremori: ciò testimonierebbe la presenza di ter¬
mogenesi con brividi.
Summary. - The study carried on E. europaeus L. 1758 (Insectivora) emphatizes
that in thè life of this hibernating animai there are, in thè year, different activity stages.
These can be discriminated looking on thè behaviour, while body temperature,
respiratory rhythm cardiac rate and weight values are useful to characterize too.
During thè year thè amount of days in hypothermia and its simultaneous evi-
dence in two, three or four animals toghether shows that at 41°N thè hedgehog ana-
biosys occours from october-november to march-april.
The time spent by hedgehogs for arousal from hypothermia, is three time long
than for entrance in.
In thè arousal from hypothermia hedgehog has shown shivering; so thè A.A.
hypothize that is present S.T. (shivering thermogenesis) too.
(*) Istituto e Museo di Zoologia - Napoli.
52 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
1. Introduzione e scopo della ricerca
Si forniscono alcuni dati ricavati da uno studio condotto presso l’Isti¬
tuto di Zoologia dell’Università di Napoli su alcuni esemplari di Erinaceus
europaeus L. 1758 (Insectivora).
I risultati delle osservazioni confrontati con quanto ricavato da una
attenta revisione bibliografica forniscono alcuni approfondimenti sulla bio¬
logia di questa specie.
L’esame del comportamento dal punto di vista quantitativo e qualita¬
tivo, confermando alcuni dati precedenti, ha evidenziato, pure, aspetti
nuovi nella etologia di questo interessante mammifero.
2. Materiale e metodi
Quattro esemplari di Erinaceus europaeus (3 femmine ed 1 maschio)
catturati in Campania ed in Puglia sono stati tenuti sotto controllo per 16
mesi; inoltre, durante il periodo maggio 1979 - luglio 1980 se ne è osser¬
vato il comportamento dalle ore 18.00 alle ore 21.00 di ogni giorno.
I singoli animali, tenuti in uno stabulario a temperatura ambiente
(TJ erano alloggiati in 4 gabbie metalliche di mq. 0,25 distanti l’una
dall’altra circa cm. 10. Le pareti laterali non consentivano agli animali
alcuna comunicazione visiva.
Quotidianamente venivano rilevati su ogni animale, posto sul piatto di
una bilancia fuori dalla gabbia, il Peso (P), la temperatura corporea (Tc), il
ritmo respiratorio (Rr), il ritmo cardiaco (Re).
Per misurare la Tc si è utilizzato un termometro a mercurio con scala
centigrada -10 +40 che, inserito nell’animale appallottolato attraverso la
regione ventrale, una volta a contatto con l’addome, veniva lasciato in loco
finché la T registrata rimaneva costante per 30”.
Tale metodica, pur se meno precisa nella determinazione della T come
valore assoluto, è stata adottata invece di quella con microelettrodi per
lasciare l’animale integro, volendo effettuare osservazioni comportamentali.
Per lo stesso motivo è stato utilizzato un fonendoscopio per il Re,
mentre il rilevamento visivo degli atti respiratori forniva il Rr.
Lo scopo era quello di ridurre al minimo il fastidio all’animale per evi¬
tarne, durante le misurazioni, il risveglio, se in ipotermia.
Ciò ha sconsigliato il rilevamento della temperatura rettale, meccani¬
camente impossibile, vista la posizione che l’animale assume durante la
fase di ipotermia.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 53
Per verificare se le manipolazioni determinavano risposte indesiderate
durante l’ipotermia degli animali, questi, in tale stadio, venivano lasciati
indisturbati alternativamente per 24 ore. Si è constatato che i rilevamenti
non modificano affatto il comportamento, che risulta identico in due
diversi esemplari, entrambi in ipotermia, di cui solo uno sottoposto a misu¬
razioni.
Comunque, venivano annotati ogni giorno, i valori della Ta e di quella
massima e minima nelle ultime 24 ore.
Nelle ciotole a disposizione di ciascun animale venivano quotidiana¬
mente distribuiti cibo ed acqua, anche se l’animale era in ipotermia.
Il cibo, oltre che dal latte, fornito occasionalmente al fine di valutare
alcuni comportamenti, era costituito da pietanze caratterizzanti la nostra
dieta: cibi cotti e conditi, oltre a verdura o frutta fresca. Ciò, dopo aver ten¬
tato, con esiti infruttuosi, di alimentare i ricci con pellettati ad uso murino.
Durante il Periodo sensibile, al fine di valutare l’attività notturna degli
animali, veniva confrontata, al mattino, la posizione di ognuno rispetto a
quella nella quale lo si era lasciato, in ipotermia, la sera precedente, ed
inoltre si valutava la presenza di feci ed urine e la loro distribuzione sul
fondo della gabbia che, pertanto, era rinnovato quotidianamente con nuovi
fogli di carta.
L’esame del comportamento degli animali in gruppo è stato effettuato
ponendo gli esemplari contemporaneamente in una grossa gabbia.
3. Risultati ed osservazioni
Le nostre osservazioni confermano che nelle manifestazioni vitali di E.
europaeus sono evidenti una serie di stadi.
Questi, già definiti da Kristofferson e Soivio (1964) su animali tenuti
in camere termostatiche, vengono qui completati con dati relativi agli
aspetti comportamentali e ad alcuni tratti della fisiologia.
Pertanto, nell’arco dei 12 mesi, il ciclo di E. europaeus si articola nelle
seguenti fasi:
- Periodo attivo: si considera tale l’intervallo di tempo compreso tra due
Periodi sensibili.
- Periodo di preparazione: precede il Periodo sensibile e comprende un
lasso di tempo durante il quale l’animale evidenzia alcuni cambiamenti
morfologici.
- Periodo sensibile: comprende il lasso di tempo durante il quale il riccio
può cadere in ibernazione e si divide in:
54 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
- entrata in ipotermia che corrisponde alla fase durante la quale la Tc
dell’animale si abbassa gradualmente;
- ipotermia : stadio di durata variabile in cui la Tc raggiunge il suo
minimo con piccole oscillazioni intorno a questo valore;
- uscita dall’ipotermia : fase durante la quale la Tc dell’animale s’innalza
gradualmente;
- periodo di normotermia : corrisponde al lasso di tempo durante il
quale il riccio è attivo e la sua Tc si mantiene pressocché costante ed
a livelli superiori a 30°C.
Le osservazioni condotte ed il rilevamento di alcuni dati fisiologici
consentono di caratterizzare ognuno dei suddetti stadi.
3.1. Periodo attivo
In tale periodo che va, alla nostra latitudine (41°N), da marzo-aprile a
settembre-ottobre, E. europaeus , specie ad abitudini notturne, in laborato¬
rio esplica una certa attività anche durante il giorno.
Sia nelle ore antimeridiane che in quelle pomeridiane gli animali pos¬
sono dormire anche se, molto frequentemente, nelle stesse ore si muovono
vivacemente nella gabbia, esibendo, soprattutto se sollecitati dallo speri¬
mentatore, un certo comportamento esplorativo. Si mostrano ben adattati
alle situazioni sperimentali, appallottolandosi solo nel momento in cui li si
prende, ovvero di fronte ad un movimento brusco o ad un forte rumore,
mentre poi, gradualmente, e con una certa rapidità, si rilassano consen¬
tendo di effettuare le misurazioni ed osservarne il comportamento.
Non esitano a prendere dalle mani dello sperimentatore l’alimento,
masticandolo, poi, rumorosamente; altrettanto avviene per i grossi bocconi
prelevati dalla ciotola.
Spesso, dopo le prime deglutizioni, effettuano delle pause durante le
quali si immobilizzano, a volte anche col cibo fra i denti, compiendo, di
tanto in tanto, dei piccoli sussulti simili a «singhiozzi». Bevono poco di
frequente ma a lungo.
È loro abitudine cercare un riparo dove trascorrere le ore di riposo.
Dormono, perciò, in un angolo della gabbia o sotto la ciotola, leggermente
appallottolati, poggiati sul ventre con il dorso arcuato e gli aculei drizzati.
Durante il Periodo attivo, la Tc si mantiene intorno a valori superiori a
30°C ma con oscillazioni giornaliere e differenze individuali, fino a rag¬
giungere i 35°C.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 55
Il Re oscilla tra i 160 battiti /V ed 80 battiti /!’ e ciò in dipendenza
anche delle manipolazioni.
Anche il numero di atti respiratori/ V varia ed è compreso tra i 10 ed i
40 atti /T.
Durante tale periodo E. europaeus si accoppia e partorisce e manifesta,
inoltre, uno strano comportamento - l’autosputo - tuttora oggetto di accu¬
rata indagine sperimentale.
3.2. Periodo di preparazione
Questo stadio inizia con l’approssimarsi dell’autunno, dura da 2 a 4
settimane ed è seguito dal Periodo sensibile.
Durante questo lasso di tempo l’animale si prepara all’ipotermia: si è,
infatti, osservato un infoltimento del pelo sia nella regione addominale che
sugli arti ed un aumento di «irritabilità» soprattutto negli ultimi 3 o 4
giorni precedenti la prima ipotermia.
E. europaeus esibisce durante il Periodo attivo l’appallottolamento
come comportamento difensivo, preceduto dal «boxing» (Herter, 1938).
Nel Periodo di preparazione, invece, modifica tale comportamento
«boxando» di fronte al minimo disturbo senza, peraltro, appallottolarsi.
Anche il peso dei singoli esemplari subisce delle variazioni giornaliere:
negli ultimi 15 giorni di tale fase si registra un decremento totale compreso
tra il 7,9% ed il 4,3% (tabb. 1 e 2).
TABELLA 1
Variazione giornaliera assoluta e % nel peso di E. europaeus durante gli ultimi
15 giorni del Periodo sensibile
gg. dalla
la ipot.
Riccio
1
Riccio
2
Riccio 3
Riccio 4
peso
(gr.)
variazione
%
peso
(gr.)
variazione
%
peso
(gr.)
variazione
%
peso
(gr.)
variazione
%
15
825
710
280
585
14
850
+
3%
750
+
5,6%
330
+ 17,8%
560
- 4,2%
13
830
-
2,3%
770
+
2,6%
305
- 7,6%
600
+ 0,7%
12
820
-
1,2%
730
-
5,2%
320
+ 4,9%
585
- 2,5%
11
780
-
4,8%
720
-
1,4%
300
- 6,2%
615
+ 5,1%
10
770
-
1,2%
770
+
6,9%
305
+ 1,6%
575
- 6,5%
56 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
Segue: TABELLA 1
gg. dalla
la ipot.
Riccio 1
Riccio
2
Riccio
3
Riccio
4
peso
(gr.)
variazione
%
peso
(gr.)
variazione
%
peso
(gr.)
variazione
%
peso
(gr.)
variazione
%
9
770
0%
665
13,6%
285
6,5%
625
+
8,7%
8
720
- 6,5%
645
-
3,0%
305
+
7%
585
-
6,4%
7
810
+ 12,5%
675
+
4,6%
305
0%
575
-
1,7%
6
780
- 3,7%
670
-
0,7%
280
-
8,2%
590
+
2,6%
5
815
+ 4,5%
670
0%
295
+
5,3%
635
+
7,6%
4
770
- 5,5%
625
-
6,7%
295
0%
660
+
3,9%
3
800
+ 3,9%
685
+
9,6%
300
+
1,7%
580
-
12,1%
2
785
- 1,9%
620
-
9,5%
260
-
13,3%
585
+
0,9%
1
760
- 3,2%
675
+
8,9%
260
0%
560
-
4,3%
TABELLA 2
Variazione
del peso
di E. europaeus negli ultimi
15 giorni
del
Periodo di preparazione
Riccio N.
Variazione
Variazione
peso (gr.)
peso (%)
1
-65
- 7,9%
2
-35
- 4,9%
3
-20
-7,1%
4
- 15
- 4,3%
3.3 Periodo sensibile
Durante tale periodo è riscontrabile negli animali il fenomeno di vita
latente anche se essi alternano all’ipotemia periodi di normotermia.
Si considera, dunque, Periodo sensibile fintervallo di tempo compreso
tra la prima e l’ultima ipotermia.
Dalle osservazioni condotte è risultato che tale periodo inizia in otto¬
bre-novembre e si protrae fino a marzo-aprile. Ciò è testimoniato anche
dalla mancata segnalazione da parte di cacciatori e catturatori, di esemplari
di E. europaeus in zone dove frequenti sono i rinvenimenti all’infuori di
questo periodo, oltre che dalla totale assenza di ricci trovati morti sulle
strade.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 57
TABELLA 3
Periodo sensibile nei diversi esemplari di E. europaeus
Riccio N.
dal
Periodo sensibile
al durata gg. % gg. sull’anno
1
25/X
7/TV
147
40,3%
2
21/X
5/TV
150
41,1%
3
12/XI
(*)
87
23,8%
4
25/X3
10/IV
122
33,4%
(*) morto in data 21/11.
Come si può notare dalla tabella 3, esiste una certa variabilità indivi¬
duale relativa alla data di inizio e di conclusione del Periodo sensibile,
anche se il numero di giorni compreso tra la prima e l’ultima ipotermia è
pressocché costante in quanto, escludendo l’esemplare N. 3, morto in feb¬
braio, lo scarto tra il min ed il max è pari al 7,7%.
3.3.1. Entrata in ipotermia
In questa fase, che precede ogni ipotermia e dura all’incirca 30’, l’ani¬
male, coricato su un fianco, si apre completamente, sbarra gli occhi ed ini¬
zia a respirare profondamente con un ritmo di 20-30 atti/l’.
Nel giro di pochi minuti l’animale si appallottola e chiude gli occhi; la
frequenza respiratoria si riduce fino a raggiungere il limite di 1 atto/45-60”.
Ciò nonostante l’animale è ancora reattivo: infatti, nei primi 15 minuti
di questa fase un qualsiasi stimolo, anche solo un piccolo rumore, deter¬
mina come risposta una immediata, ma momentanea, contrazione.
Dopo 20-30’ dall’inizio di questa fase l’animale è in ipotermia.
Durante il Periodo sensibile i 4 esemplari osservati hanno manifestato
in totale 104 entrate in ipotermia (tab. 4).
TABELLA 4
Entrate in ipotermia nei diversi mesi
Riccio N.
Ott.
Nov.
Die.
Gen.
Feb.
Mar.
Apr.
Totale entrate
1
2
8
5
6
9
5
1
36
2
2
6
3
8
6
5
1
31
3
0
3
0
7
3
13
4
0
2
4
5
5
7
1
24
104
58 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
L’analisi quantitativa sul totale evidenzia che nel 64% dei casi - 67
entrate in ipotermia - il fenomeno si è verificato contemporaneamente per
2, 3 o 4 esemplari.
Le coincidenze delle entrate in ipotermia (tab. 5) esaminate nei diversi
mesi, considerando insieme i diversi esemplari, portano ai seguenti
risultati:
TABELLA 5
Entrate in ipotermia
Totali
Coincidenti
Coincidenti per
Non coincidenti
N.
%
4 ricci
3 ricci
2 ricci
N.
%
ott.
4
2
50%
_
1
2
50%
Nov.
19
10
52,6%
-
-
5
9
47,3%
Die.
12
7
58,3%
-
1
2
5
41,6%
Gen.
26
22
84,6%
3
-
5
4
15,3%
Feb.
23
15
65,2%
-
1
6
8
34,7%
Mar.
17
13
76,4%
-
1
5
4
23,5%
Apr.
3
0
0%
-
-
-
3
100%
Appare evidente, quindi, che la % di coincidenze nelle entrate in ipo¬
termia passa da valori prossimi al 50% nei primi e negli ultimi mesi del
Periodo sensibile, a valori nettamente superiori nei mesi più freddi.
3.3.2. Ipotermia
Il fenomeno di ipotermia si manifesta più volte durante il Periodo sen¬
sibile ed ogni volta con durata variabile da poche ore ad un paio di
settimane.
Si riscontrano pure differenze in periodi diversi per lo stesso animale
oltre che per animali diversi alla stessa epoca.
Durante questo periodo l’animale, come se dormisse, coricato su un
fianco, rimane semiappallottolato nascondendo solo le zampe posteriori.
Gli aculei sono drizzati, gli occhi e la bocca sono chiusi ed il rinario è
secco. La Tc si mantiene al di sotto dei 21°C oscillando in rapporto alle
variazioni della Ta. Il Re è impercettibile e l’unico segno di vita è la respi¬
razione che assume, peraltro, un andamento particolare. Il riccio, infatti,
compie un certo numero di atti respiratori intervallati da periodi di appa-
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 59
Grafico A: Frequenza dei giorni trascorsi in ipotermia durante il
Periodo sensibile
((esemplare morto il 21 feb. )
TABELLA 6
Numero e % dei giorni trascorsi in ipotermia
Riccio
N. 1
Riccio
N. 2
Riccio
N. 3
Riccio
N. 4
N. gg.
%
N. gg.
%
N. gg.
%
N. gg. %
Ott.
2,5
8%
4
12,9%
0
0%
0
0%
Nov.
9,5
31,6%
13,5
45%
3
10%
4
13,3%
Die. (*)
6
37,5%
8,5
53,1%
0
0%
5
31,2%
Gen.
22
71%
19
61,3%
25
80,7%
28,5
92%
Feb.
13
44,8%
13
44,8%
17
80,9%
21,5
74,1%
Mar.
9
29%
10
32,3%
-
-
12
38,7%
Apr.
1
3,3%
2
6,6%
-
-
3
10%
63
17,2%
70
19,1%
45
12,3%
74
20,2%
(*) Ci si riferisce solo al periodo: 1/XII-16/XII.
60 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
rente apnea lunghi da V a 30’; la durata più frequente è compresa, comun¬
que, tra i 5’ ed i 10’.
Per tutta la durata dell’ ipotermia l’animale non reagisce ad alcun
rumore, anche se forte, e si chiude completamente, e solo per pochi istanti,
solo se toccato.
Durante il Periodo sensibile la % dei giorni in un mese trascorsi
dall’animale in ipotermia passa dallo 0% in ottobre (riccio n. 3 e n. 4) al
92% in gennaio (riccio n. 4) (tab. 6 e grafico A).
3.3.3. Uscita dalVipotermia
Questa fase che segue ogni ipotermia e precede ogni normotermia del
Periodo sensibile dura circa 90’.
L’animale si apre lentamente e rilassa gradualmente gli aculei del
capo.
Gran parte di questa fase è caratterizzata da forti tremiti e da una
respirazione affannosa: circa 90 atti/l’ mentre il ritmo cardiaco non è
diverso rispetto al periodo di normotermia.
Durante i primi 5’ la Tc aumenta di 1°C e l’animale, pur rimanendo
immobile, muove il rinario che insieme con le narici si presenta, ora,
umido; non reagisce, peraltro, ad alcuno stimolo.
Solo dopo circa 45’ quando la Tc dai valori di profonda ipotermia è
salita di 8-10° C E. europaeus apre gli occhi.
Subito dopo scompaiono i tremori ed il riccio resta immobile per 2’ o
3’ con gli occhi sbarrati. Da questo momento reagisce attivamente ai
rumori appallottolandosi; dopo altri 45’ l’animale, raggiunta la normoter¬
mia, è normalmente attivo.
Sono state osservate in totale 103 uscite dall’ipotermia (tab. 7).
TABELLA 7
Uscite
dall’ipotermia
nei
diversi
mesi
Riccio N.
ott.
Nov.
Die.
Gen.
Feb.
Mar.
Apr.
Totale uscite
1
2
8
5
6
8
6
1
36
2
2
5
4
7
6
6
1
30
3
0
3
0
7
2
12
4
0
2
4
4
6
7
1
24
103
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 61
L’analisi quantitativa sul totale evidenzia che nel 47% dei casi - 48
uscite dall’ipotermia - il fenomeno si è verificato contemporaneamente per
2, 3 o 4 esemplari.
Le coincidenze delle uscite dall’ipotermia (tab. 8) esaminate nei
diversi mesi, considerando insieme i diversi esemplari, non consentono
generalizzazioni, pur se si riscontra un picco di coincidenze massimo in
marzo (63,1%).
TABELLA 8
Uscite dalPipotermia
Totali
Coincidenti
Coincidenti per
Non coincidenti
N. %
4 ricci
3 ricci
2 ricci
N. %
ott.
4
0
0%
4
100%
Nov.
18
4
33,3%
-
-
2
14
66,7%
Die.
13
7
53,8%
-
1
2
6
46,2%
Gen.
24
12
50%
-
-
6
12
50%
Feb.
22
9
31,8%
-
1
3
13
68,2%
Mar.
23
12
63,1%
--
2
3
11
36,9%
Apr.
3
0
0%
-
—
-
3
100%
È opportuno evidenziare che l’animale impiega per entrare nell’ipoter¬
mia un tempo pari ad 1/3 di quello richiesto per uscirne: i processi di ter¬
mogenesi rispetto a quelli di termodispersione, risultano più lenti in coe¬
renza con i principi biochimici in quanto si svolgono in un medium a T più
bassa.
La termogenesi nella fase di uscita, oltre che in assenza di brividi (W.
Wuennenberg , G. Merker, K. Bruck, 1974) può essere accompagnata da
tremori, evidenti con notevole incidenza nelle nostre osservazioni, che
scuotono l’intero animale.
Ciò testimonierebbe, quindi, la presenza di S.T. (shivering thermoge-
nesis) durante la fase di uscita.
L’uscita dall’ultima ipotermia, avvenuta anch’essa secondo lo schema
sopra descritto, si è verificata per tutti gli animali in aprile ed ha concluso
il Periodo sensibile.
62 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
3.3.4. Periodo di normotermìa
Tale fase è discontinua durante il Periodo sensibile in quanto è pre¬
sente solo nell’intervallo di tempo tra una uscita dall’ipotermia e la succes¬
siva entrata (tab. 9) mentre è continua fuori dal Periodo sensibile e costi¬
tuisce, pertanto, una caratteristica costante del Periodo attivo.
In entrambi i casi si riscontrano analoghi valori di Tc, Rr, Re, oltre ad
alcune identità di comportamento.
TABELLA 9
Numero e % dei giorni trascorsi in normotermìa durante il Periodo sensibile
Riccio
N. 1
Riccio
N. 2
Riccio
N. 3
Riccio
N. 4
N. gg.
%
N. gg. %
N. gg.
%
N. gg.
%
Ott.
28,5
92%
27
87,1%
31
100%
31
100%
Nov.
20,5
68,4%
16,5
55%
27
90%
26
86,7%
Die. (*)
10
62,5%
7,5
46,9%
16
100%
11
68,7%
Gen.
9
29%
12
38,7%
6
19,3%
2,5
8%
Feb.
16
55,2%
16
55,2%
4
19,1%
7,5
25,9%
Mar.
22
71%
21
67,7%
-
-
19
61,3%
Apr.
29
96,7%
28
93,4%
-
27
90%
135
36,9%
128
35,0%
84
23,0%
124
33,9%
(*) Ci si riferisce solo al periodo: 1/XII-16/XII.
Gli animali in normotermia durante il Periodo sensibile esplicano
tutte le normali attività vitali mostrando, però, notevole «irritabilità»: rea¬
giscono, infatti, prontamente, appallottolandosi anche al più piccolo
rumore.
Ringraziamenti
Un particolare ringraziamento al Sig. Guido Ferraioli che ci ha fornito
gli animali.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 63
BIBLIOGRAFIA
Herter, K., 1938 - Die Biologie der europaischen Igei. Kleintier U. Pelrtier Leipzig
14 Hft. 6.
Kristofferson, R., Soivio, A., 1964 - Hibernation in thè hedgehog (E. europaeus L.).
The periodicity of hibernation of indisturbed animals during thè winter in a Con¬
stant ambient temperature. Ann. Acad. Sci. Fenn. (Ser. A IV) 80.
Wuennenberg, W., 1974 - Do corticosteroids control heat production in hibernators?
Merker, G. - Pfluegers Arch. Eur. J. Physiol. 352 (I).
Bruck, K.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 65-71, figg. 2, tab. 1
Effetto della castrazione e del diidrotestosterone
(DHT) sulla malato-deidrogenasi ipotalamica
nel topo maschio (*)
Nota dei soci Bruno Varriale(**), Mario Milone (**)
e Giovanni Chieffi(***)
(Tornata del 26 giugno 1981)
Riassunto . - In questa nota vengono riportati i dati relativi alle modificazioni
dell’attività della malato-deidrogenasi (MDH) nell’ipotalamo di maschi adulti di Mus
musculus domesticus in seguito a castrazione e a trattamento con diidrotestosterone
(DHT). Tali modificazioni interessano sia la frazione mitocondriale che quella cito¬
plasmatica dell’enzima.
Abstract. - The authors have shown some modifications of thè malate-dehydro-
genase (MDH) activity in thè male mouse hypothalamus after castration and dihy-
drotestosterone (DHT) treatment. These modifications involve both thè mithocon-
drial and cytoplasmic fractions of thè enzyme.
Introduzione
L’attività della malato-deidrogenasi (MDH) viene solitamente utiliz¬
zata come indice dell’attività metabolica cellulare. L’enzima ha un peso
molecolare di circa 70.000 (Thorne and Kaplan, 1963) con due subunità
da 35.000 (Devenyi et al ., 1966). È presente sia nei mitocondri che nel
citoplasma, rappresentato da più forme isoenzimatiche (Kitto et al. , 1966;
Kun et al , 1966; Kulick et al., 1968).
(*) Lavoro eseguito nell’ambito del Progetto finalizzato del C.N.R. «Biologia
della riproduzione».
(**) Istituto e Museo di Zoologia, Università di Napoli - Via Mezzocannone, 8.
(***) I Cattedra di Biologia e Zoologia generale, Università di Napoli - Via Mez¬
zocannone, 8.
66 B. Varriale , M. Milane e G. Chieffi
Le modificazioni della malato-deidrogenasi sono state studiate, tra
l’altro, anche negli organi sessuali accessori e nel sistema ipotalamo- ipofi
sano di varie specie di Vertebrati.
Iela et al (1974), Milone et al (1975) hanno dimostrato che nel
sistema ipotalamo-ipofisario di Rana esculenta la castrazione, la cattività e
la somministrazione di steroidi influenzano fattività della MDH Luine et
al. nel 1974 hanno osservato un aumento dell’attività della MDH nell* ipo¬
talamo di femmine di ratto castrate e trattate con estradiolo 17(5 benzoato.
Successivamente Milone et al. (1981) hanno riscontrato delle variazioni
quantitative e qualitative della MDH nelfipotalamo di femmine di topo
durante il ciclo estrale.
Nel quadro delle nostre ricerche sulla fertilità del topo abbiamo intra¬
preso uno studio sugli eventuali rapporti tra androgeni e attività della
MDH nelfipotalamo di maschi adulti di Mas musculus domesticus.
Materiali e metodi
Sono stati utilizzati 40 maschi adulti di Mus musculus domesticus ,
divisi in quattro gruppi sperimentali.
Il primo gruppo è stato adoperato come controllo; il secondo è stato sotto¬
posto a castrazione. A ciascun animale del terzo gruppo, dieci giorni dopo
castrazione, è stato somministrato per via intraperitoneale diidrotestosterone
(DHL) (50pg/d) per quindici giorni. Al quarto gruppo, dieci giorni dopo
castrazione, è stata somministrata una dose giornaliera di DHT (50 pg) e di
acetato di ciproterone (CPA) (0,5 mg) per animale per quindici giorni.
È stato impiegato il DHT in quanto è questo il metabolita del testoste¬
rone che, nei Mammiferi, mostra la maggiore incorporazione a livello ipo-
la! ar.ru co (Lieberburg et al. , 1977).
Le tecniche usate per il dosaggio dell’attività enzimatica e per l’analisi
elettroforetìca della MDH sono state da noi precedentemente descritte
(Milone et al. , 1981).
Risultati e discussione
L’analisi dell’attività enzimatica mette in evidenza variazioni significa¬
tive nei vari grappi sperimentali considerati (Tab. I). Nei controlli osser¬
viamo un rapporto di 2:1 tra attività mitocondriale e citoplasmatica dell’ en¬
zima; con la castrazione aumenta fattività totale e in particolare fattività
della frazione citoplasmatica. Il trattamento dei castrati con DHT riporta
fattività ai valori dei controlli sia per quanto riguarda fattività totale che
Effetto della castrazione e del diidrotestosterone, ecc. 67
per quella citoplasmatica, mentre la frazione mitocondriale era e rimane
invariata. Il trattamento dei castrati con DHT e CPA evidenzia un compor¬
tamento particolare: l’attività totale resta pressocché invariata rispetto ai
castrati, mentre si modificano le attività nelle singole frazioni. Infatti, l’atti¬
vità mitocondriale diminuisce notevolmente, mentre la citoplasmatica si
raddoppia in seguito a tale trattamento.
Gruppi di
a n i m a 1 i
Att i vita .
dell’MDH
intatti
cast rati
c a st rat i
+ DHT
castrati +
DHT+CPA
totale
1 8 5 ± 8
234 ±11
|
:
1 70± 6
209 ± 9
mitocondriale
1 1 8 db 8
110 ±7
1 09± 6
74 ± 4
ci toplasmatica
6 0 ± 3
114 ±6
56 ±3
1 2 0 ± 7
Tab. 1. - Attività dell’MDH (pM NADH formato/pg di Prot./l min.) totale e fra¬
zionata nell’ ipotalamo nei vari tipi di trattamento.
Passando all’analisi dei dati elettroforetici, osserviamo che il pattern
isoenzimatico della MDH mitocondriale (Fig. 1) mette in evidenza cinque
forme: «A» (r.f. 0,04), «B» (r.f. 0,12), «C» (r.f. 0,35), «D» (r.f. 0,52) ed
«E» (r.f. 0,63). Queste forme le ritroviamo in tutti i gruppi sperimentali
con differenze di tipo quantitativo. La castrazione provoca delle variazioni
di tutte le bande osservate rispetto ai controlli, con un aumento delle
bande «A», « B », «D» ed «E» e una diminuzione della « C ». Il profilo dei
castrati trattati con DHT si rifà al profilo dei controlli. Nei castrati trattati
con DHT e CPA si ottiene un profilo che si avvicina a quello dei castrati.
11 pattern isoenzimatico della MDH citoplasmatica (Fig. 2) evidenzia
tre forme: «A» (r.f. 0,04), «C» (r.f. 0,35) e «D» (r.f. 0,52). Queste sono,
probabilmente, le stesse che ritroviamo nel mitocondrio, in quanto presen¬
tano oltre che la mobilità anche le medesime modificazioni in seguito al
trattamento sperimentale. Anche nella frazione citoplasmatica notiamo
delle variazioni di tipo quantitativo. La castrazione porta a un aumento
68 B. Varriaie , M. Milane e G. Chieffi
Fig. L - Profili elettroforetici delFMDH mitocondriale nei vari tipi di trattamento.
Effetto della castrazione e del diidrotestosterone, ecc. 69
in
n
d
Fig. 2. - Profili elettroforetici dell’MDH citoplasmatica nei vari tipi di trattamento.
70 B. Varriale, M. Milone e G. Chieffi
delle bande «A» e «D» e a una diminuzione della «C» rispetto ai con¬
trolli. Il trattamento con DHT riporta il profilo di questo gruppo al profilo
dei controlli, come avviene per la forma mitocondriale. Le modificazioni a
seguito del trattamento con DHT e CPA mostrano anche in questo caso
una certa somiglianza con quelle osservate nei castrati.
In base ai dati raccolti si può ritenere che l’attività della MDH sia
mitocondriale che citoplasmatica venga modulata dagli androgeni. Infatti,
la castrazione avrebbe un effetto catabolico sulla MDH con conseguente
aumento della frazione citoplasmatica, la quale non svolge nel citoplasma
il ruolo fondamentale devoluto al mitocondrio nel ciclo di Krebs. Nel
nostro caso, pertanto, la marcata diminuzione dell’attività a livello citoplas¬
matico, conseguente al trattamento con DHT, può avere come significato
una maggiore disponibilità dei prodotti del ciclo di Krebs e quindi un mag¬
giore tasso di energia a livello cellulare.
Il possibile ruolo svolto dal CPA, invece, potrebbe essere quello ben
noto di competizione con il DHT a livello dei recettori per quest’ultimo
con conseguente diminuzione della sintesi della frazione mitocondriale
della MDH.
Il ruolo svolto dagli androgeni sulla funzione ipotalamica è suffragato
dagli esperimenti di Lieberburg et al. (1977) che hanno notato, nel ratto,
una notevole incorporazione di DHT a livello ipotalamico. Inoltre, Denef
et al. (1973) hanno dimostrato, sempre nel ratto, l’importanza del DHT e
dei dioli nell’ipotalamo per quanto riguarda l’attività secernente dell’ipofisi
e il successivo rilascio di gonadotropine.
Gli AA. ringraziano il sig. Raffaele Auriemma per l’apporto tecnico e
le cure nell’allevamento.
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Primo tentativo di ricostruzione della morfologia
del basamento rigido umbro-marchigiano
tra il L. Trasimeno
e la dorsale M. Nerone - M. Catria
Nota del socio Eros Pinna (*) e di Giacomo Giannessi
(Tornata del 30 ottobre 1981)
Introduzione
L’area in esame è una fascia di appennino Umbro, lunga circa cento
chilometri e larga una cinquantina, che si estende dal lago Trasimeno fino
alPallineamento Pianello Fossato di Vico-Nocera Umbra. In questa zona si
ritrovano in affioramento le formazioni della serie Umbro Marchigiana, dal
calcare cavernoso alla formazione marnoso arenacea. Queste sono defor¬
mate in pieghe vergenti ad ENE con asse generalmente di direzione NE-
SO. Il movimento sembra non abbia interessato il basamento cristallino
che appare deformato rigidamente; si ritiene cioè che lo scollamento sia
avvenuto a livello delle evaporiti, attraverso un tipico meccanismo di tetto¬
nica di copertura. L’area presenta alla sua estremità occidentale un alto
strutturale, che ha la sua culminazione nella zona M. Acuto, M. Malbe, M.
Tezio e mostra in affioramento terreni dal trias sup. all’oligocene sup. (cal¬
care cavernoso - scaglia cinerea), (Dessau, 1962; Centamore et al., 1972;
Dallan e Nardi, 1972; De Candia e Giannini, 1977).
Metodo di lavoro
Obiettivo delle ricerche è la ricostruzione della morfologia della super¬
ficie di separazione «basamento -copertura», e di quella del top delle serie
carbonatiche, attraverso lo studio delle isoanomale di Bouguer. È stata uti-
(*) Osservatorio Vesuviano, Ercolano, Napoli e Laboratorio di Geologia Nu¬
cleare, Università, Pisa.
74 E. Pinna e G. Giannessi
lizzata una carta delle isoanomale di Bouguer, in scala 1:100.000, eseguita
dalla fondazione ing. C. M. Lerici per conto dell’AGIP. Ai fini dell’applica-
zione del metodo gravimetrico consideriamo siano presenti tre unità, indi¬
viduate sulla base del loro comportamento cinematico e della loro densità.
Si sono distinte:
- una unità a letto costituita dal «basamento cristallino», dal suo
eventuale tegumento e da una parte dello strato evaporitico; il tutto carat¬
terizzato dallo stile rigido di deformazione;
- una unità di «copertura», meno densa del «basamento», compren¬
dente la serie Umbro Marchigiana e la parte restante delle evaporiti;
- una unità a tetto costituita da «sedimenti clastici» terziario - quater¬
nari, meno densi delle unità sottostanti.
Relativamente alla natura del livello evaporitico è necessaria una
breve precisazione:
I dati geologici noti non permettono di stabilire con sicurezza quanto
dello strato evaporitico sia costituito da gesso e quanto da anidrite. In uno
studio gravimetrico la distinzione è fondamentale perché, come è noto, le
anidriti sono più dense dei gessi. Nel presente caso tuttavia, la mancanza di
questa informazione non è determinante. Infatti, come è stato precisato
sopra, lo strato evaporitico viene suddiviso fra la «copertura plastica» ed il
«basamento rigido», per cui i contrasti di densità, che vengono utilizzati
per il calcolo dell’effetto gravimetrico, in prima approssimazione non
dipendono dal valore di densità delle anidriti.
Sulla base dei parametri di elasticità forniti da prospezioni sismiche
effettuate nella zona (Scarascia, 1979) sono stati attribuiti alle unità in
esame i seguenti valori di densità:
- 2.3 g/cc per i «sedimenti clastici»;
- 2.6 g/cc per la «copertura plastica»;
- 2.8 g/cc per il «basamento rigido».
Le superfici separanti tali unità rappresentano quindi delle disconti¬
nuità nella densità dei materiali (con tale termine verranno sempre indivi¬
duate in seguito con la specificazione di prima e seconda per quella più
superficiale e per quella più profonda).
Nelle carte gravimetriche del Bouger fornite dall’ AG IP e dal modello
strutturale d’Italia, rispettivamente in scala 1:500.000 e 1:1.000.000, sono
state riconosciute mediante analisi spettrale componenti di lunghezza
d’onda diversa, che possono essere distinte dai tagli di 215 km., 90 km. e
30 km.; queste componenti si ritengono causate dalle strutture più pro¬
fonde (Pinna e Rapolla, 1979).
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia, ecc. 75
Utilizzando poi il rilievo di dettaglio in scala 1:100.000 sono state indi¬
viduate lunghezze d'onda discriminate dal taglio di 7 km. Le lunghezze
d’onda inferiori ai 7 km. e quelle comprese fra 7 km. e 30 km. sono state
attribuite alle strutture crostali più superficiali.
L’effetto a più alta frequenza nelle anomalie gravimetriche residue
risulta connesso con il passaggio sedimenti elastici-copertura prevalente¬
mente carbonatica; esso è controllato geologicamente, in quanto si riscon¬
trano valori nulli dell’anomalia approssimativamente in corrisponenza degli
affioramenti della serie carbonatica, e anomalie negative di entità crescente
all’approfondirsi di detta serie. L’effetto con lunghezza d’onda compreso
fra 7 km. e 30 km. appare collegabile con la seconda discontinuità.
Sono stati inoltre utilizzati come controllo dei modelli quantitativi di
interpretazione, gli elementi forniti dalle stratigrafie dei pozzi esistenti ed
in particolare Buranol, Perugia2, Fossombronel. Il primo attraversa la serie
carbonatica e si arresta nelle evaporiti ad una profondità di 2478 m, il
secondo raggiunge a “1074 m degli argillocistici sericitici e cloritici con
lenticelle quarzoso anidritiche (AGIP mineraria 1960), che, qualora non
rappresentino il basamento cristallino, indicano tuttavia il superamento
dello stato evaporitico, e danno quindi informazioni sulla profondità del
basamento stesso. Fol raggiunge i -1946 m restando nelle evaporiti, indi¬
cando insieme al dato Bui l’approfondimento verso est del basamento. La
separazione dell’anomalia gravimetrica residua nelle componenti dovute
alle due discontinuità in esame è avvenuta mediante l’uso di «filtri lineari
digitali non recursivi ».
L’operazione di filtraggio come la interpretazione quantitativa è stata
effettuata mediante programi di calcolo automatico (Carrara et al., 1974).
Interpretazione quantitativa delle anomalie gravimetriche
L’interpretazione viene effettuata mediante modelli bidimensionali
che hanno il pregio di non definire a priori (Corrado et al., 1974) la forma
dei corpi perturbanti. Essendo il trend delle principali strutture lineare (fig.
1), l’interpretazione è effettuata su profili perpendicolari a tale trend (fig. 2
e 3). Si impone che il profilo della poligonale rappresenti un contrasto di
densità Ap = 0.3 g/cc nel calcolo del modello relativo alla prima disconti¬
nuità; un contrasto Ap = 0.2 g/cc per la seconda discontinuità.
Il calcolo dell’effetto dovuto a tali poligoni viene ripetuto, cambiando
ogni volta le coordinate dei vertici fino ad ottenere un ottimo accordo tra i
valori gravimetrici calcolati e quelli osservati. Utilizzando i dati dei modelli
76 E. Pinna e G. Gian nessi
Fig. 1 - Carta gravimetrica residue. È stata ottenuta mediante sottrazione delle
componenti con lunghezza d’onda À > 90 km.
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia, ecc. 77
Fig. 3 - Interpretazione gravimetrica della sezione B tracciata nella figura 1.
78 E. Pinna e G. Giannessi
Fig. 4 - Morfologia della «copertura carbonatica» ottenuta dalle componenti gravi-
metriche ad alta frequenza (À < 7 km).
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia, ecc. 79
Fig. 5 - Morfologia del «basamento cristallino» ottenuta dalle componenti gravi-
metriche con lunghezza d’onda intermedia (7 km > À < 30 km).
80 E. Pinna e G. Giannessi
si è potuto ricavare l’andamento delle due discontinuità (figg. 4 e 5). La
prima (fig. 4) presenta una grande struttura rilevata nella parte centrale,
che ha il suo massimo negli affioramenti della serie carbonatica nei din¬
torni di Perugia. La superficie si approfondisce poi fino a 1800 m sul lato
orientale del lago Trasimeno. Immediatamente ad est del fiume Tevere la
prima discontinuità presenta un minimo di -900 m; ancora più ad oriente
tale superficie risale mantenendo una profondità pressoché costante di
200-300 m. La seconda discontinuità (fig. 5) ha ad occidente un anda¬
mento simile a quello della superficie a tetto: è profonda 2200 m presso il
lago Trasimeno, e sale fino a -1100 m presso Perugia. Procedendo verso
est essa tende ad approfondirsi fino a 2200 m nella sua estremità più orien¬
tale dell’area studiata. A questa discesa si accompagna un inspessimento
della copertura rilevata anche dai dati dei pozzi esistenti.
Conclusioni
Questo lavoro rappresenta un primo tentativo di ricostruzione delle
isobate del basamento Umbro Marchigiano in un’area specifica. La scelta
dell’area è stata dettata dalla disponibilità di carte gravimetriche di suffi¬
ciente dettaglio.
I risultati si rivelano pienamente soddisfacenti; ad esempio lo scarto
tra le profondità note del top carbonatico e quelle calcolate è contenuto in
300 m, ed in generale non è superiore ai 150 m. Le linee di ricerca future
saranno indirizzate, da un lato, ad ottenere maggiori dettagli nell’area ana¬
lizzata, cercando di calcolare l’effetto dello squeezing delle evaporiti al
nucleo delle anticlinali; e dall’altro alla ricostruzione regionale dell’anda¬
mento del «basamento rigido» nell’intero appennino Umbro Marchigiano.
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Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 83-97, fig. 1, tabb. 5
Short-range forecasting of inputs required
by diffusive models(1)
Nota dei soci Giovanni Adiletta (*), Adriano Mazzarella (**),
Antonino Palumbo (***) and Pio Vittqzzi (***)
(Tornata del 27 novembre 1981)
Riassunto. - Per la previsione della concentrazione degli inquinanti dell’aria al
suolo si possono utilizzare i modelli diffusionali con la introduzione di valori pre¬
visti delle emissioni e dei parametri ambientali. Il presente lavoro mostra l’alto
livello di significatività della previsione di questi ultimi ottenibile mediante un
modello climatologico articolato per mese e tipi di tempo. Accertato in primo luogo
che 4 tipi di tempo per mese, scelti in ordine al carattere diffusivo dell’atmosfera,
coprono tutto l’arco dell’anno, vengono esposti i criteri adottati per la loro previ¬
sione. Per ciascuno di essi sono stati poi determinati i cicli giornalieri di tutti gli
INPUTS ambientali richiesti dagli ordinari modelli diffusionali. Si dimostra infine
che con la scelta del tipo di tempo e l’ingresso nelle predisposte tabelle mensili dei
residui orari si è in grado di prevedere, con un indice di confidenza dello 0,95, i dati
ambientali fino a 20 ore successive e quindi estendere la validità del modello diffu¬
sionale al campo delle previsioni.
Summary. - All available models describe concentration as a function mainly of
meteorological INPUTS. This paper shows a viable alternative to normal practice for
short-range forecasting of these INPUTS. Extensive data from Naples of such
INPUTS have been analysed and found to show highly significant predictable short-
range variations strongly related to weather types. The dominance of such variations
for each month and weather type enables predictions of these INPUTS to be made
over 20 hours ahead at 0.95 level of significance.
(1) Research supported by thè Consiglio Nazionale delle Ricerche - Programma
Finalizzato «Promozione della qualità dell’ Ambiente-Aria».
(*) Direzione SPT ENEL Compartimento di Napoli.
(**) Istituto per l’Applicazione della Matematica del CNR, Napoli.
(***) Istituto di Geologia e Geofisica, Università di Napoli
84 G. Adiletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vìttozzi
INTRODUCTION
In major metropolitan areas there is a growing interest in short-range
forecasting of pollutant ground level concentration. When concentrations
are high, a resulting decrease in respiratory efficiency and an impaired
ability to transport oxygen through thè blood may be health hazards for
individuals with pre-existing respiratory and coronary artery disease (pro-
ceedings of Congresso Internazionale di Biologia, Napoli, 1982). In polluted
areas there is thus a need for warnings to thè generai public so that sensi¬
tive individuals can take necessary precautions. Since thè ground level con¬
centration of an air pollutant mainly depends on weather parameters, it fol-
lows that forecasting thè latter helps prediction of thè former. Either a phy-
sical or a statistica! approach ca be employed. While thè first is thè most
logicai and naturai approach, it lacks a detailed understanding of micro-
meteorological processes occurring on locai basis. The second approach,
which will be considered bere, is to model thè locai microclimate by
means of statistical analysis of existing data. It is worth noting that often,
as in this case, thè statistical approach provides more accurate predictions
and is always applicable to other localities.
Palumbo and Mazzarella (1981) have shown that use of a climatologi-
cal model provides more accurate short-term forecasts of thè meteorologi-
cal INPUTS required by diffusive models which, in turn, increase thè signi-
ficance level of thè forecast ground level concentration of pollutants. It will
be shown here that thè climatological diurnal cycles of thè meteorological
INPUTS are strongly related to weather types and that a short-range forecast¬
ing of thè latter allows a more realistic forecast of weather INPUTS. The crite-
rion followed for weather type classification is reported in Section 1, while that
for their short-range forecasting is reported in Section 2. Moreover diurnal
behaviours of thè residuals of meteorological INPUTS around thè mean daily
curve, computed at 0.99 level of significance for each month and weather type,
are reported in Section 3 together with a practical guide for thè application of
thè model. The effectiveness of this model in short-range forecasting of pollut¬
ant ground level concentration will be analysed in another paper.
Section 1
Data collection
The hourly simultaneous series (interval: 1960-1981) of incoming
radiation «R» (Watt/m2), wind speed «W» (m/sec), cloud-amount «CA»
Short-range fo recasting of INPUTS requi red by diffusive model s 85
(0-10 tenth), screen temperature «T» (°C) recorded in Naples (40° 8’ N,
14° 3’ E) at thè meteorological observatory of thè Institute of Geology and
Geophysics were analysed. Hourly values of all meteorological variables
were checked for gross errors by plotting.
Weather type : Classification
Urbani (1968) showed that there is a limited number of weather types
in thè Tyrrhenian area while Palombo (1979) showed that thè city of
Naples acts as a climatic stabilizer Le. reveals a proper microclimate which
does not vary substantially when thè city is invaded by similar weather
types; therefore thè number of significanti different weather types in
Naples is very limited. Since w e are dealing with thè dispersion of air pol-
lutant, weather types will be classified here according to thè parameters
that influence dispersion.
The diffusive character of thè atmosphere depends on both buoyancy
arising from thè vertical heat-flux «H» and on mechanical mixing due to
thè wind.
For cairn and light winds, thè weather has been classified according to
values of H since thermal convection is prevalent on mechanical mixing
due to W.
For moderate winds both buoyancy flux and mechanical mixing influ¬
ence dispersion. Palombo (1966) showed that thè sea-breezes in Naples
represent 90% of moderate winds so that thè former will be studied in thè
present statistica! approach. Since mechanical mixing due to thè intensity
of sea-breezes depends on thè vertical heat flux, thè weather type for
moderate winds will be classified according to values of heat flux.
For wind speed greater than 5 m/sec, thè weather has been classified
according to values of W since thè mechanical effect is prevalent on that of
H. Moreover H is related to R for day-time and to CA for night-time, so
thè major parameters influencing thè dispersion of air pollution may be
confmed to W, R and CA. It is worth noting that since H is due to soil
heating which acts as a thermal stabilizer, it follows that thè possible quick
variations in R are smoothed in H.
The values of R and CA were subdivided into 3 monthly homogeneous
groups according to their values equal to strong, moderate and slight. Ther¬
mal convection is, in conclusion, responsible for thè following weather
types: A = bright, B = broken-cloud, C = cloudly; while mechanical mix¬
ing only is responsible for thè weather type D = neutral. It is well known
86 G. A diletta, A. Mazzarella , A. Palumho and P. Vittozzi
(but we bave also experimented) that R is related to CA for day-time.
Since thè same classification of weather types for day-time is obtained
when values of CA or R from sunrise to sunset are used. one could more
easily use mean daily values of CA for weather type classification regard-
less of thè time of day or night.
For practical purposes it is important to determine thè lowest time-
limit in years sufficient to provide a statistically stable and reasonable
estimate of thè occurrence of thè weather types. This was obtained in
Naples from thè analysis of several sets of consecutive years selected ran-
domly from thè complete record.
The conclusion of this investigation is that a 2 year record of daily
values of R, CA and W represent a minimum record lenght showing a sig-
nificance level equal to 0.95.
Section 2
Forecasting of thè weather type based on few initial hours of observation
Since we are dealing with thè forecasting of meteorological IMPUTS
that, as we shall see in Section 3, follow diurnal cycles related to weather
types, thè practical problem arises of classifying thè weather type from only
a few hours of observation.
In case of cairn, light and moderate winds, for thè forecasting of wea¬
ther type A, B, and C, we may confine our interest to hourly values of
cloud-amount which, being a continuous time series, may be statistically
analysed by ordinary methods of time series.
The harmonic analysis of cloud amount has evidenced significant
annual and diurnal cycles. Values of amplitudes, phase angles and vector
probable errors (Palumbo and Mazzarella, 1981) are reported on Table 1.
The residuals of cloud amount (obtained by filtering of thè significant
cycles) bave been found to be no miai and stationary at thè 0.05 level of
significance according to X2 test and run test (Palumbo and Mazzarella,
1982). The computed autocorrelation coefficient was found to differ signifl-
cantly from zero for lags up to 24 hours (Fig. 1) demonstrating that thè
hourly residuals are noi: completely random but exhibit a persistence so
that a major portion of thè variance can be explained in terms of thè
Markov model. The dashed line indicates thè standard deviation of thè
computed correlation coefficient from thè trae one of an infinite record
(Palumbo and Mazzarella, 1982). This means that thè values of residuals
Short-range forecasting of INPUTS required by diffusive models 87
cloud-amount residuals.
88 G. Adiletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vittozzi
TABLE 1
Amplitude (A), vector probable error (vpe) and phase angle (k) for thè annual
and diurna 1 wave of cloud amount in Naples
Wave
A (tenth)
vpe
k (degrees)
Annual
1.6
0.09
o
o
Diurnal
1.0
0.06
271°
Mean value (tenth)
= 4.5.
of CA measured about 24 hours apart are completely independent of one
another.
It is important here also to determine thè lowest limit in hours provid-
ing a stable and significant estimate of thè value of CA during thè examined 24
hours. Therefore several sets of consecutive hourly values of residuals of CA
were selected randomly from thè complete record and related to daily mean
value. The conclusion of these tests is that a 4 hour record of hourly values of
residuals of CA represents thè minimum value sufficient to provide an estim¬
ate of thè mean daily value of thè residuals of CA at thè 0.95 level
TABLE 2
Seasonal percentages of cairn, moderate and strong winds in Naples
Winter Spring Summer Autumn
Cairn
8
11
10
9
Moderate
78
84
88
83
Strong
14
5
2
8
of significance. This indicates that forecasts are statistically reasonable up
to 20 h. Obviously thè significance level increases with thè number of ini-
tial set of hourly data; a 12 h record of residuals of CA provides an estimate of
thè mean daily value of thè residuals of CA at 0.99 level of significance.
Short-range forecasting of INPUTS required hy diffusive models 89
It has been found that for strong winds, thè probability of forecasting of
thè weather type «D » (neutral) is equal to 95% and has validity up to 20 hours
ahead when, in thè 24 preceding hours, thè variation of atmosperic pressure
was more than 3 mb and thè sea-breeze pattern was destroyed by thè wmd. If
thè wind has been flowing for more than 10 hours, thè forecasting of its dura-
tion can be performed according to thè statistica! scheme reported on Table 3.
Section 3
Short range forecasting of INPUTS required by diffusive models
a. Winds
Calms
The mean seasonal percentages of calms, reported on Table 2, show a
marked diurnal cycle with a maximum at night-time and an equal to zero
during sunny hours, except in conditions of overall stability. It has been
shown that forecasting probability of cairn in thè t.th day is equal to 90%
either when thè mean vaine of atmospheric pressure of thè (t- l).th day is
greater than 1011 mb (overall stability) or when pressure variation in thè
(t-l).th day is less than 2.5 mb. The forecasting probability increases to
98% when a sea-breeze or a wind less than 2 m/sec. appears for thè whole
of thè (t-l).th day.
It is well known that cairn is thè cause of low level nocturnal inver-
sions and for thè forecasting of thè latter one can follow thè theoretical
model by Anfossi et al. (1976) given by thè formula:
T (z , t) - T (0 , 0) - [T (0 , t) - T (0 , 0)]
Lz I — V/2ercf [ Z
2 \ Kt / L (4Kt)1/2
where T is thè air temperature, z is thè height of thè profile and K is thè
heat diffusion coefficient of thè soil and shown to be equal to 3 X IO3
cm/sec. The model allows thè vertical temperature profile to be deduced
from screen temperature record T(0,t).
90 G. Adiletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vittozzi
TABLE 3
Distribution of strong winds for direction and duration
N NE
E SE
s sw
W NW
Percentages
3 22
1 41
10 8
2 13
Mean duration
(hours)
17 22
10 24
30 19
19 18
4 - 5
5 - 6
6 - 8
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(m/sec.)
(m/sec.)
(m/sec.)
(m/sec.)
N
10 - 20 h
88
20 - 30
-
30 - 40
12
NE
10 - 20 h
48
8
8
20 - 30
12
2
2
30 - 40
13
40 - 50
2
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SE
10 - 20 h
30
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20 - 30
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1
40 - 50
2
1
1
1
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2
1
S
10 - 20 h
35
13
13
2
20 - 30
21
2
5
30 - 40
4
1
4
sw
10 - 20 h
55
5
8
20 - 30
16
2
30 - 40
7
2
40 - 50
5
W
10 - 20 h
40
18
3
20 - 30 ■
16
10
3
30 - 40
10
40 - 50
NW
10 » 20 h
72
4
3
20 - 30
14
1
-
30 - 40
3
1
40 - 50
2
Short-range forecasting of INPUTS required hy diffusive models 91
Moderate winds
The mean seasonal percentages of moderate winds are reported on
Table 2. Since sea-breezes represent 90% of moderate winds (Palombo,
1966) only thè former are examined here. It has been found that thè fore¬
casting probability of sea-breezes in thè tth day is equal to 98% when
either thè mean vaine of atmospheric pressure of thè (t- l).th day is great-
er than 1004 mb or thè pressure variation in thè (t- l).th day is less than 3
mb. The diurnal cycle of sea-breezes for each month and weather type
show an elliptic pattern which has been computed from observed mean
values according to Palumbo (1966).
Strong winds
The mean seasonal percentages of strong winds show a low frequency
of occurrence (Table 2). Since such winds do not show a regular behaviour
and in order to help their statistical forecasting, thè percentages of these
winds together with their mean duration and distribution both for direction
and interval of intensity are reported onTable 3. The standard deviationof thè
mean duration has been found to be lower than 20% of thè tabulated values.
b. Air temperature
The energy consumption and thè amount of pollutants due to heating
and refrigeration of buildings and thè buoyancy flux of exiting stack gases
depend strongly on air ambient temperature. Fair estimation can be
obtained by thè knowledge of thè diurnal variation of air temperature.
Hourly residuals around thè daily mean curve for each month and weather
type are reported on Table 4 together with hourly residuals regardless of
weather classifìcation. Each hourly value of residuals has been found to be
significant at 0.99 level. A reduction in thè error/amplitude ratio has been
found to be equal to 50% , 30% , 20% and 5% for A, B, C, D weather types
when thè latter have been taken into account. Further refìnement may be
achieved if one examines thè influence of wind speed on thè air tempera¬
ture cycle, but this has not been examined here.
c. Stability parameter
The stability of thè atmosphere’s lower layers was designated in thè
Pasquill scheme (Pasquill, 1974) as a measure of thè rate of vertical diffu-
IABLE 4
Daily variation of residuals of air temperature (°C) around thè mean daily curve for each month and weather type. The last column
provides thè mean value for each month and weather type while thè last line provides daily variation of residuals without
any classification
92 G. A diletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vittozzi
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December -0.7 -1.0 -1.3 -1.4 -LO 0.4 1.7 2.5 1.5 0.3 -0.2 -0.7 14.5
Daily variation of residuals of air temperature (°C) around thè mean daily curve for each month and weather type. The last column
provides thè mean value for each month and weather type while thè last line provides daily variation of residuals without
any classifìcation
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March
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-3.4
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3.2
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3.3
1.7
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May
-2.4
-3.1
-3.7
-3.4
-0.4
2.2
3.4
3.8
3.2
1.7
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-1.2
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June
-2.7
-3.3
-3.9
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August
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-3.2
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September
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-2.8
-3.4
-3.5
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3.5
4.1
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October
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-2.8
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November
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February
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Overall
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TABLE 5
Daily variatiom of residuals of Smith number around thè mean daily curve for each month and weather type. The last column
provides thè mean vaine for each month and weather type while thè last line provides daily variation of residuals without
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94 G. Adiletta, A. Mazzarella , A. Palumbo and P. Vittozzi
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TABLE 5
Daily variation of residuals of Smith number around thè mean daily curve for each month and weather type The last column
provides thè mean value for each month and weather type while thè last line provides daily variation of residuals without
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2.2
September
1.8
1.8
1.8
-0.5
-1.2
-1.8
-2.1
-1.8
-1.2
-0.6
1.9
1.9
2.3
October
1.5
1.5
1.5
0.5
-0.5
-1.4
-1.8
-1.5
-1.0
0.3
1.5
1.6
2.5
November
1.0
1.1
1-1
0.7
0.2
-1.1
-1.3
“LI
-0.7
0.4
1.1
1.1
2.7
December
0.9
1.0
1.0
0.8
0.4
-1.0
-1.2
-1.0
-0.5
0.4
1.0
1.0
3.0
January
0.5
0.5
0.5
0.4
0.3
-0.6
-0.8
-0.6
-0.2
0.3
0.5
0.6
2.9
February
0.7
0.7
0.7
0.3
0.2
-0.7
-1.0
-0.7
-0.4
0.2
0.7
0.8
2.9
March
0.9
0.9
0.8
0.2
0.1
-0.9
-1.2
-1.0
-0.6
0.1
0.9
0.9
2.8
Aprii
1.1
1.1
1.1
0.0
0.0
-1.2
-1.5
-1.2
-0.7
0.0
1.1
1.2
2.7
May
1.3
1.3
1.4
-0.2
-0.4
-1.4
-1.7
-1.5
-0.9
-0.2
1.4
1.4
2.5
C
June
1.6
1.6
1.6
-0.4
-1.0
-1.6
-2.0
-1.7
-1.1
-0.4
1.7
1.7
2.3
July
1.6
1.6
1.6
-0.4
-1.0
-1.6
-2.0
-1.7
-1.1
-0.4
1.6
1.7
2.0
August
1.4
1.4
1.3
-0.4
-0.9
-1.4
-1.7
-1.5
-1.0
-0.4
1.5
1.6
2.0
September
1.3
1.2
1.1
-0.2
-0.8
-1.3
-1.5
-1.3
-0.8
-0.3
1.3
1.4
2.2
October
1.0
1.0
1.0
0.2
0.1
-1.1
-1.3
-1.1
-0.7
0.3
1.1
1.2
2.5
November
0.6
0.5
0.4
0.3
0.2
-0.6
-0.8
-0.6
-0.3
0.4
0.5
0.6
2.7
December
0.6
0.6
0.5
0.4
0.4
-0.6
-0.8
-0.6
-0.3
0.4
0.6
0.7
2.8
January
0.4
0.4
0.4
0.3
0.2
-0.5
-0.7
-0.5
-0.2
0.1
0.4
0.4
3.0
February
0.6
0.6
0.6
0.2
0.1
-0.6
-0.9
-0.7
-0.3
0.1
0.6
0.6
2.9
March
0.6
0.6
0.6
0.1
0.0
-0.7
-0.9
-0.1
-0.3
0.0
0.6
0.6
2.8
Aprii
0.7
0.7
0.7
0.0
-Q.l
-0.9
-1.2
-0.9
-0.5
0.0
0.8
0.8
2.6
D
May
June
July
August
September
0.8
0.8
0.8
0.0
-0.2
-1.0
-1.2
-1.0
-0.5
0.0
0.8
0.9
2.7
October
0.6
0.6
0.5
0.0
-0.3
-0.6
-0.9
-0.7
-0.4
0.0
0.6
0.6
2.6
November
0.6
0.6
0.6
0.1
0.2
-0.7
-0.9
-0.7
-0.4
0.1
0.6
0.6
2.8
December
0.5
0.5
0.5
0.2
0.1
-0.6
-0.8
-0.6
-0.2
0.1
0.5
0.5
2.9
Overall
1.5
1.5
1.5
0.5
-0.6
-1.4
-1.8
-1.5
-1.0
-0.4
1.5
1.5
2.7
Short-range forecasting of INPUTS required by diffusi
96 G. A diletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vittozzi
sion. This measure was translated by Smith (Pasquill, 1974) into a numerical
scheme. Note that we have followed thè convention of reducing thè Smith
number by 1.5 for thè day-time and by 0.5 (category) for thè night-time
toward thè more unstable class within thè urban area (Palumbo, 1979).
Hourly residuals around thè daily mean curve for each month and weather
type are reported on Tabi e 5 together with hourly residuals regardless of
weather classification. Each hourly value of residuals has been found to be
signi ficant at 0.99 level. A reduction in thè erro r/ ampi itude ratio has been
found to be equal to 50% , 40% , 20% and 5% for A, B, C, D weather types
when thè latter have been taken into account.
d. Urban plume
A large city may be considered as a source of pollution according to
thè simple model described by Palumbo and Mazzarella (1981) which
relates thè total source strenght of a pollutant within a city to thè net flux
across thè downwind edge. The greatest conc entra tions of pollutants are to
be expected near thè center of thè city with lesser conc entra tions over thè
suburbs. The height of thè Naples piume may be provided by
is dependent on distance downwind from source, stability parameter and
roughness length. It can be computed according to thè Smith scheme (Pas¬
quill, 1974). Because of thè dependence on thè stability parameter, such a
height follows a marked diurnal cycle. The mean annual diurnal cycle at 4
km downwind from edge is reported below:
0
2
4
6
8
10
12
14
16
18
20
22
hours
110
110
110
160
470
640
650
650
470
160
110
110
metres
e. Plume rise
The calculation of fiume rise is a vital consideration in predicting
dispersion of effluents into thè atmosphere, yet such a calculation is not
straightforward (Briggs, 1969). Since all thè formulas reported in literature
depend strongly on meteo rological parameters which follow a marked diur¬
nal cycle, such a piume rise has a daily behaviour.
Short-range forecastìng of INPUTS required by diffusive models 97
Con clu sion s
The procedure of application of thè present climatological model is as
follows: one must set up a computer program for analysing a minimum
record of 2 years of meteorological parameters and for computing their
hourly residuals around thè mean daily curve for each month and weather
type; as soon as thè weather type is forecast according to thè described
scheme, one starts from a known value of thè INPUT required by diffusive
models at a certain hour and checks whether this instantaneous value fol¬
lows thè 4 preceding ones according to thè diurnal cycle of thè computed
hourly residuals; if not, one makes a smoothing of previous 4 values of thè
INPUT up to fìt satisfactorily thè curve of thè hourly residuals. In this way
thè examined meteorological INPUT is computed at 0.95 level of signifìc-
ance for 20 hours ahead. In conclusion this paper has demonstrated that
thè diurnal cycles of thè meteorological parameters required by diffusive
models are strongly related to weather types. These have been classified
according to thè parameters that influence thè dispersion of air pollution.
It has been found that 4 weather types exhaust thè range of weather types
during one year in Naples and that a minimum record of 2 years provides a
statistically reasonable estimate for thè occurrence of such weather types.
REFERENCES
Anfossi D., P. Bacci and A. Lunghetto, 1976 - Forecastìng of vertical temperature
profiles in thè atmosphere during nocturnal radiation inversions from air tempera¬
ture trend at screen height. Quart. J. R. Meteor. Soc., 102, 173-180.
Briggs, G. A., 1969 - Piume rise. U.S. Atomic Energy Commission, 81 pp.
Palumbo A., 1966 - Caratteristiche del vento a Napoli con nota sulla variazione gior¬
naliera del vento medio. Boll. Soc. Nat. Napoli, 75, 349-408.
Palumbo A., 1979 - Modificazioni microclimatiche indotte dall’urbanizzazione a
Napoli. Re. Accad. Se. fis. mat., Napoli, 46, 310-349.
Palumbo A. and A. Mazzarella, 1981 - Short range forecastìng of pollutant ground
level concentration. Atmos. Env., 5, 775-779.
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applications. J. Geoph. Res., 87, 4249-4256.
Pasquill F., 1974 - Atmospheric diffusion. Ellis Horwood, Chichester, 429 pp.
Proceedings of Congresso Internazionale di Biologia. Le vie della sopravvivenza,
Napoli 5-7 maggio, 1982 (in press).
Urbani M., 1968 - Una classificazione dei tipi di tempo sull’Europa e sul Mediterra¬
neo. Serv., Met., Roma, Tech. Note no. 14, 97 pp.
■
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 99-130, tab. 1
Cisalveolina fraasi (Giimbel) Reichel, Foraminiferida:
diffusione geografica e problemi stratigrafici 1
Nota del sodo Piero De Castro (*)
(Tornata del 27 novembre 1981)
Riassunto. - Viene eseguito un esame critico dei dati della letteratura riguar¬
danti la diffusione geografica e la distribuzione stratigrafica di Cisalveolina fraasi
(Gumbel), una specie di notevole interesse stratigrafico a cui gli studiosi assegnano
un’età compresa complessivamente tra il Cenomaniano ed il Turoniano. In base alle
indicazioni d’età, comprovate anche da altri fossili di notevole valore stratigrafico
(principalmente Ammoniti e Rudiste), si è portati a concludere che Cisalveolina
fraasi sia vissuta soltanto nel Cenomaniano superiore.
Vengono indicati anche i microfossili che più frequentemente si associano a
Cisalveolina fraasi nell’area mediterranea e nel Medio Oriente; viene accennato, in
proposito, alle somiglianze tra Pseudorhipidionina casertana (De Castro), Praerhapy -
dionina murgiana Crescenti e Reis sella ramonensis Hamaoui e non si esclude una
loro parziale sinonimia. Inoltre, viene precisata l’età di Cisalveolina lehnerì Reichel
e di Sellialveolina viallii Colalongo.
Resumé. ~ On examine de fafon critique les données de la littérature concer-
nant la diffusion géographique et la répartition stratigraphique de Cisalveolina fraasi
(Gumbel), espèce de gran interet stratigraphique à laquelle les Auteurs confèrent un
age compris globalement entre le Cénomanien et le Turonien.
(*) Istituto di Paleontologia dell’Università di Napoli, Largo San Marcellino
n. 10, 80138 Napoli.
1 Lavoro eseguito con i contributi del C.N.R. e del M.P.I.
Ringrazio vivamente i miei colleghi dell’A.G.I.P. Mineraria e, in particolare, i
Dott. Achille Balduzzi, Emilio Bellini e Guido Verdiani per l’aiuto fornitomi
nelle ricerche bibliografiche e per le cortesie usatemi. I miei ringraziamenti più cor¬
diali rivolgo alla Sig.ra Dot. Rajka Radoicic dello Zavod za geoloska i geofizicka
Istrazivanja di Belgrado per i chiarimenti sulle situazioni di campagna riguardanti
Cisalveolina fraasi in Iugoslavia.
Desidero esprimere in particolare la mia gratitudine ai Prof fi Manfred Reichel
e Lukas Hoitinger del Geoologisch-palàontologisch es Institut , Bernoullianum , di
Basilea per le informazioni fornitemi sui campioni a Cisalveolina di Tang-i-Moghar.
100 P. De Castro
Sur la base des données plus sures, confìrmées par d’autres fossiles stratigraphi-
quement très valables (surtout Ammonites et Rudistes), on est amené à affìrmer
que Cisalveolina fransi a vecu pendant le Cénomanien supérieur sans en atteindre,
ni vers le haut ni vers le bas, les limites.
On indique également les microfossils qui sont plus frequemment associés à
Cisalveolina fransi dans les régions méditerranées et du Moyen-Orient; à ce sujet on
fait allusion au ressemblances entre Pseudorhipidionina casertana (De Castro),
Praerhapydionina murgiana Crescenti et Re is sella ramonensis Hamaoui ce qui n’ex-
clue pas une synonimie partielle entre elles. En outre, Page de Cisalveolina lehneri
Reichel et de Sellialveolina viallii Colalongo est précisé.
Termini chiave. Foraminiferida, Cisalveolina fraasi (biogeografìa, biostratigrafia),
Pseudorhipidionina casertana , Praerhapydionina murgiana, Rei ssella ramonensis,
Cisalveolina lehneri, Sellialveolina viallii.
§ 1. Premessa e conclusioni
Questo lavoro cerca di integrare le osservazioni su Cisalveolina fraasi
(Gumbel) Reichel già fornite dallo scrivente nel 1980 in una pubblicazione
scritta principalmente per servire come base per discussioni sulle Alveoline
più tipiche del Mediterraneo centrale ed orientale.
Cisalveolina fraasi (Gumbel) è un Alveolinide del Cretacico superiore
delle facies di piattaforma carbonatica (De Castro, 1966b; Brun in
Hamaoui e Brun, 1974) che ai vantaggi di un’ampia diffusione areale e di
una limitata distribuzione verticale aggiunge un facile riconoscimento sia
nelle microfacies sia sulla roccia durante le indagini di campagna. L’inte¬
resse per questa specie è accresciuto dal fatto che anche altri numerosi
microfossili riceverebbero un più esatto inquadramento cronostratigrafico,
e quindi una migliore utilizzazione pratica, in seguito ad una determina¬
zione più precisa della sua età. Ricordo, a titolo d’esempio, Pseudorhapydio-
nina laurinensis che sembra estinguersi in corrispondenza dell’inizio dell-
acrozona di Cisalveolina fraasi ; inoltre, i numerosi Foraminiferi che si
associano ad essa (Tab. 1) e soprattutto Pseudorhipidionina casertana che
presenta un’acrozona approssimativamente coincidente con quella della
specie in esame. Mi sembra opportuno, in proposito, richiamare l’atten¬
zione sulle perplessità cui da luogo Pseudorhipidionina casertana nei con¬
fronti di Praerhapydionina murgiana.
Praerhapydionina murgiana fu istituita da CRESCENTI nel 1964 nelle
facies di piattaforma carbonatica del Cenomaniano superiore-Turoniano
inferiore delle Murge (Puglie); è da notare che il Turoniano inferiore di
Crescenti corrisponde al Cenomaniano superiore degli Autori che attribuì-
Cisalveoiéna fransi (Gùmbel) Reichei, Foraminiferida , ecc . 101
scono il livello a Cisaiveolina fraasi a questa porzione del Cretacico. Dopo
ristiamone, Praerhapydionina murgiana è stata segnalata, in Italia, soltanto
da alcuni Autori, talora in lavori a carattere di sintesi, e non è stata illu¬
strata quasi mai; ricordo Crescenti (1966, Appennino meridionale, Cen.
sup.-Tur. ini), Crescenti et al (1969, Marche- Abruzzi, Tur.-Sen.), Cre¬
scenti e Vichi (1964, zona di Palese-Matera, Tur. inf.), Praturlom e Sirna
(1975, Italia, Àlbiano-Cen.), Soltanto Lupertq-Sihhi (1966b*, Lucania, Cen.
sup.) illustra un esemplare che attribuisce a questa specie e vi aggiunge
alcuni cenni descrittivi in una appendice sistematica. Fuori d’Italia, la spe¬
cie è stata segnalata, per lo più dubitativamente, alla base della zona di
passaggio dal Cenomaniano al turoniano, in Jugoslavia (Serbia occidentale)
da Radoicic (19 72 a, ? Pseudorhipidionina murgiana ; 1972b*, ? Pseudorhipi -
dìonina murgiana ; 1972 c, Pseudorhapydìonìna murgiana).
L’attribuzione generica prospettata da Radoicic (19 72 ab) è di notevole
interesse; se Praerhapydionina murgiana fosse veramente una Pseudorhìpì-
dionina , caratterizzata perciò da una apertura multipla anzicché da una
apertura unica, andrebbe accertato se essa è una specie distinta o un sinonimo
di Pseudorhipidionina casertana. Ricordo, in proposito, che Crescenti (1966,
p. 546) segnalò nell’ Appennino umbro-marchigiano sia Praerhapydionina
murgiana sia Rhipidionina casertana (all’epoca non era stata ancora chiarita
la struttura di Rhipidionina e non era stato istituito il genere Pseudorhipi-
dìonina). Anche Radoicxg, nei lavori citati (1977 a, 1972b), segnala sia ?
Pseudorhipidionina murgiana sia Pseudorhipidionina casertana attribuendo a
quest’ultima una distribuzione stratigrafica più estesa verso l’alto nell’am¬
bito del Turoniano inferiore.
Mi sembra probabile che Pseudorhipidionina casertana possa essere un
sinonimo non valido dì Praerhapydionina murgiana : le due specie ricorrono
in terreni della stessa facies e più o meno della stessa età; sembrano pre¬
sentare, inoltre, dimensioni, morfologia complessiva ed endoscheletro com¬
parabili (v. Crescenti, 1964 e De Castro, 1965), L’apertura unica osser¬
vata e figurata da Crescenti (1964; vedi anche didascalia di tav. I, flg. 2-3)
potrebbe essere solo apparente e originatasi in realtà in seguito al riassorbi¬
mento di un’apertura multipla; questo fenomeno, peraltro, non è infre¬
quente ed è stato messo in evidenza dallo scrivente in Pseudorhapydìonìna
dubia ed in Pseudorhapydionina iaurinensis (1965, p. 350,354).
La sìnoninia, anche al fine di escludere l’eventuale esistenza di specie
affini, andrebbe accertata sul materiale tipo. Io, qualche tempo fa, non 'ho
potuto utilizzare questo materiale; nel 1980, in occasione delle ricerche da
me svolte nell’ambito del progetto Evenements de la panie moyenne du Cré-
tacé , ho cercato di esaminare sia le sezioni sottili del tipo e dei « parati -
102 P. De Castro
poi di», sia Punico campione di roccia (9058) da cui esse furono tratte. Il
prof. Samuele Sartoni dell’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Uni¬
versità di Bologna (sede indicata come deposito del materiale tipico) e lo
stesso prof. Uberto Crescenti, i quali ringrazio per il cortese interessa¬
mento, mi comunicarono che, nonostante le ricerche eseguite, non avevano
potuto rintracciare il materiale richiesto.
Un’altra specie che presenta notevoli affinità con Pseudorhipidionina
casertana è Reissella ramonensis Hamaoui, 1963, del Cenomaniano del
Makhtesh Ramon (Israele). Le due specie presentano morfologia comples¬
siva, tipo d’apertura, distribuzione stratigrafica ed ecologica comparabili;
esse differiscono per l’endoscheletro che è costituito soltanto da lame per¬
pendicolari ai setti in P. casertana mentre è rappresentato da lame sia per¬
pendicolari sia parallele ai setti in R. ramonensis. Quest’ultima specie è
stata segnalata anche nell’isola di Creta (Leppig, 1976); le poche figure che
la mostrano in sezione (Hamaoui, 1966, tav. 3, Fig. 6) si riferiscono al
Cenomaniano della località tipo e sono apparentemente simili a quelle di
Pseudorhipidionina casertana.
Nelle pagine che seguono viene fornita la distribuzione geografica di
Cisalveolina fraasi', inoltre sono riportate, per ogni paese, le segnalazioni
dei vari Autori e vengono discusse quelle maggiormente indicative dell’età
della specie. In base al confronto di tutti questi dati viene ritenuto, alla
fine, che Cisalveolina fraasi sia vissuta soltanto nel Cenomaniano supe¬
riore.
Cisalveolina lehneri Reichel compare prima di Cisalveolina fraasi ; la
comparsa si verifica, al Monte Calvi in Campania, nella metà superiore
dell’acrozona di Peneroplis parvus De Castro: porzione di acrozona che
corrisponde approssimativamente all’inizio del Cenomaniano medio2. I dati
2 Peneroplis parvus De Castro presenta al Monte Cerreto in provincia di
Caserta, una ditribuzione stratigrafica approssimativamente coincidente con quella
di Sellialveolina viallii ; queste due specie vi compaiono per uno spessore considere¬
vole (circa 180 m) ed è probabile che la loro acrozona vi sia interamente rappresen¬
tata: ambedue le specie, pertanto, dovrebbero avere la stessa età.
Sellialveolina viallii Colalongo sembra essere vissuta dal Vraconiano fino alla
fine del Cenomaniano medio. Il limite inferiore d’età è deducibile principalmente
dai dati di Bismuto (1973, p. 195-196), confermati da Bismuto et al. (1981, p. 210-
211), che la osservò nella zona di Kasserine (pozzo Kebir 1) in una formazione sicu-
Cisalveolina fraasi (Gumbel) Reichel, Foraminiferida » ecc. 103
dell’Iran (vedi in seguito) mostrano che Cisalveolina lehneri raggiunge l’acro»
zona di Cisalveolina fraasi ma sembra estinguersi prima di questa specie;
pertanto la sua età dovrebbe estendersi approssimativamente dal Cenoma-
niano medio fino alla porzione inferiore del Cenomaniano superiore.
§ 2. Distribuzione geografica e dati sintetici per paesi* * 3
La specie è presente nel Medio Oriente, nel Mediterraneo e in Porto¬
gallo. Più esattamente essa è stata segnalata in Algeria, Giordania, Grecia,
Iran, Iraq, Israele, Italia, Iugoslavia, Kuwait, Libano, Portogallo e Tunisia.
ALGERIA — Van De Fliert (1957, sub Ov alveolina ovum fide Vila
1974, p. 389; Oued Athménia), Vila (1974*, Rocher de Constantine, Cén.
sup.), Vila (1980*, Algeria orientale, Cen. sup.), Vila et al. (1975, Koudiat
Touachra, Cen. sup), Vila et al. (1976, Djebels Guergour e Anini, Cen.
sup.).
Fra i lavori citati è di particolare interesse la recente monografia di
Vila (1980) dove il livello a Cisalveolina fraasi viene citato in numerose
località dell’Algeria orientale per uno spessore variabile che raggiunge al
massimo una cinquantina di metri (Djebels Guergour e Anini; op. cit.,
fìgg. 36, 46); questo livello può contenere Caprina schiosensis Boehm e
strati con Praeglobotruncana stephani (Gandolfi) (Djebels Oum Settas e
Mezela); nelle successioni con Ippuriti risulta sempre sottoposto a queste
Rudiste (15 m al Djebel Felten, 25 al Rocher de Constantine, 50 ai Djebels
Oum Settas e Mezela).
ramente attribuibile al Vraconiano per la presenza di Planomalina buxtorfi (Gan-
dolfi) (vedi De Castro, 1980, pp. 29-30). Il limite superiore d’età può farsi coinci¬
dere con la fine del Cenomaniano medio grazie alle osservazioni eseguite da Saint-
Marc (1977b) in Siria dove la specie è presente in strati riferibili a questa età per la
presenza di Ammoniti.
3 Nelle segnalazioni sono riportati, dopo il nome dell’Autore, l’anno della pub¬
blicazione, la regione del ritrovamento, l’età di Cisalveolina fraasi o - se questa non
è precisata - l’età assegnata alla successione stratigrafica di cui fano parte gli strati
che contengono la specie in esame. Quando Cisalveolina fraasi è stata indicata con
un sinonimo poco noto, questo è stato riportato dopo l’anno della pubblicazione. Un
asterisco dopo questo anno indica che l’Autore ha figurato esemplari che ha attri¬
buito alla specie in esame; un + nella stessa posizione indica che, a causa del parti¬
colare interesse stratigrafìco o biogeografico della segnalazione, sarebbe auspicabile
una documentazione più ampia.
104 P. De Castro
GRECIA - Bernier & Fleury (1980, dominio di Gavrovo, Cen. sup. -
? Tur. inf.), Fleury (1971, Massiccio di Gavrovo, Cen. sup.), Fleury
(1980*, Massicci di Gavrovo e di Varassova, Kotroni, Mavrovouni d’Argos,
Cen. sup.-Tur. inf.).
In base ai dati forniti da Fleury nella sua recente monografia (1980,
pp. 64, 86) lo spessore del livello a Cisalveolina fraasi non supera una ven¬
tina di metri.
IRAN — Kent et al. (1951, Tang-i-Moghar, Cen.-? Tur.), Reichel
(1941*, Tang-i-Moghar, Cen,-? Tur., età precisata come Cen. sup. da Ree
chel in Azzaroli e Reichel, 1964), Sampò (1969*, Zagros, Cen.). Vedi
pure Hamaoui (1979).
Le indicazioni fornite da Reichel e da Kent et al , riguardano la por¬
zione superiore, di circa 250 m. di spessore, della successione stratigrafie di
Tang-i-Moghar (Kuh-i-Bingistan).
Reichel (1941, p. 254; 1947, p. 1) esaminò i preparati provenienti da
nove livelli distribuiti lungo tutta la successione menzionata, contrasse¬
gnati in ordine stratigrafico discendente dai numeri 110, 114, 115, 132, 140,
160, 162, 172, 191; i campioni di questi livelli erano stati prelevati da geo¬
logi dell’Anglo Iranian Oil Company (A.I.O.C.).
Secondo Reichel (1941, p. 254) il genere Cisalveolina è presente sol¬
tanto negli ultimi 60 metri della sezione di Tang-i-Moghar corrispondenti,
in ordine stratigrafico ascendente, ai campioni 115, 114 e 110. In questo
intervallo Cisalveolina lehneri e Praealveolina cretacea tennis compaiono
prima di C. fallax nel campione 115 e, poi, si associano ad essa nel cam¬
pione 114; è da quest’ultimo che provengono i tipi di ambedue le specie di
Cisalveolina, Nel campione 110 sembra che le sole alveoline presenti siano
rappresentate da Multìspirina iranensis , specie che si accompagna alle
Cisalveoline e che compare sensibilmente prima di esse 4.
Kent et al. (1951, p. 5), all’epoca geologi dell’A.I.O.C., segnalarono
Cisalveolina fraasi, Multìspirina iranensis, Ovalveolina cf. ovum nella suc¬
cessione di 250 metri indicata e precisarono che Cisalveolina lehneri è pre¬
sente soltanto negli ultimi 25 metri. Questi dati sono molto interessanti;
andrebbero perciò confermati sia per quanto riguarda i rapporti stratigrafici
4 Nella mia pubblicazione sulle Alveoline del 1980 (p. 44 e 86), per un errore di
stampa sfuggito alla correzione delle bozze, è detto che le Cisalveoline sono pre¬
senti nella porzione inferiore della successione di Tang-i-Moghar.
Cisalveolina fransi (Gtimbel) Reichel, Foraminiferida, ecc. 105
tra C. fraasi e C. lehnerì che sono differenti da tutti gli altri noti, sia per
quanto riguarda lo spessore delfacrozona di C. fraasi che è diverso da
quello fornito da Reichel.
L’età turoniana che, nel Medio Oriente in generale ed in Iran in par¬
ticolare, viene attribuita da alcuni Autori agli strati con Cisalveolina
sembra basarsi, almeno in parte, sulla concomitanza della scomparsa di
Orbito lina cf. concava Lamarck e sulla presenza di Vola alpina (D’Or-
bigny) (vedi Smout, 1956, p. 336); questi argomenti, tuttavia, non sono
sufficientemente significativi anche perché il Pettinide menzionato è noto
p. es. anche nel Cenomaniano inferiore di Giordania (Lewy e Raab, 1978,
Tab. 5) e nel Cenomaniano superiore di Israele (Hamaoui e Raab in Arkin
et al. , 1965, Composite columnar sectiorì).
IRAQ - Al Naqib (1967, Iraq sud-occidentale, Cen.). Brun in
Hamaoui e Brun (1974) segnala Cisalveolina spp. nell’unità superiore, di
età cenomaniano-turoniana, della formazione Mishrif. Dunnington in Van
Bellen et al (1959, p. 188-189, zona di Bassora, Cen.), Hamaoui (1979, p.
34, 35, 117, parte inferiore della unità superiore della formazione Mishrif
di età Cen.-Tur.), Owen e Nasr (1958, Zubair: metà inferiore della forma¬
zione mishrif, Tur.), Richè e Prestai (1980, Iraq settentrionale, Cen.
medio e Cen. sup.), Smout (1956, Zubair, Tur.), Smout in Owen e Nasr
(1958, zona di Bassora, Tur.).
Cisalveolina fraasi e Cisalveolina lehneri sono segnalate da Owen e
Nasr nel pozzo Zubair n. 3, nella porzione inferiore, di 70 m di spessore,
della formazione Mishrif; non è da escludere, però, che questi Autori
abbiano indicato globalmente i fossili presenti nella porzione inferiore ad
Alveoline (. Praealveolina , Cisalveolina, Multispirina ) della formazione e che
alle Cisalveoline, in particolare, spetti uno spessore minore.
L’età attribuita dai vari Autori a Cisalveolina fraasi non è motivata da
fossili significativi; le attribuzioni al Turoniano, in particolare, sembrano
basarsi, almeno in parte, sulle considerazioni già menzionate a proposito
dell’Iran.
ISRAELE — Fraas (1867*, zona di Gerusalemme, limite Cen.-Tur.),
Hamaoui (1961*, Galilea, Cen.-Tur.), Hamaoui (1964, Giudea, Cen. sup.-
Tur. inf.), Hamaoui in Arkin et al. (1965*, zona di Gerusalemme-Bet
Shemesh, Cen. e Tur. inf.), Hamaoui in Arkin e Hamaoui (1967, zona
di Gerusalemme-Bet Shemesh, Cen.-Tur.), Hamaoui (1979, Galilea e zona
di Gerusalemme-Bet Shemesh, Cen. sup.-Tur. sup.), Reiss (1959*, Gali¬
lea, Cen. o Tur.), Reiss in Shadmon (1959, Galilea: formazione Bi’na, età
106 P. De Castro
della formazione: Cen.-Tur.), Riché e Prestai (1980, Israele, Cen. medio
e sup.).
In Israele sono state istituite numerose formazioni tra cui ricordo,
perché utili ai fini del presente lavoro, elencandole in ordine stratigrafico
ascendente, quelle di Moza, Amminadav, Kefar, Sha’ul, Weradim, Bi’na.
Siccome queste formazioni non presentano gli stessi spessori nelle varie
zone del paese, mi riferirò a quelli che loro competono nella zona di Geru-
salemme-Bet Shemesh; qui, peraltro, esse hanno le loro sezioni tipo ad
eccezione della formazione Bi’na la quale, però, vi è nota ugualmente
attraverso la sezione di riferimento del Nahat Dolev. Nella letteratura
israeliana queste formazioni vengono attribuite generalmente al Cenoma-
niano; la formazione Bi’na, in particolare, viene attribuita in parte al Ceno-
maniano e in parte al Turoniano.
Recentemente Hamaoui (1979, fig. 13 b) ha adattato la successione di
Ammoniti, proposta da Lewy e Raab (1978) per il Vicino e Medio Oriente,
alle formazioni della zona di Gerusalemme e ai microfossili più caratteri¬
stici della stessa zona; in base a ciò, le formazioni Moza e Amminadav
sono riferite al Cenomaniano medio, le formazioni Kefar Sha’ul e Weradim
al Cenomaniano superiore e la formazione Bi’na in parte al Cenomaniano
superiore, in parte al Turoniano e in parte al Coniaciano. Non è dimostrata,
però, la corrisponenza tra le dette formazioni e la successione ad Ammoniti
né tra questa ed i microfossili più caratteristici.
La formazione Moza (v. Arkin et al. , 1965) è costituita da 15 metri
di marne e calcari argillosi fossiliferi. Negli affioramenti della zona di
Gerusalemme vi sono stati riscontrati Prealveoline del gruppo Praealveo-
lina cretacea (D’Archiac), Orbitolina concava Lamarck, Ovalveolina , e dei
Nautiloidi [ Angulithes fleuriausianus (D’Orbigny)]; vedi in proposito Avni-
melech e Shoresh (1962) e Hamaoui e Braun in Arkin et al (1965).
Muìtispirina iranensis Reichel vi era stata segnalata ma studi recenti ne
escludono la presenza (Hamaoui, 1979, p. 34). Lewy e Raab (1978, p.
XXXII-2, tab. 2) vi riscontrano Metoicoceras besairìei Collignon che attri¬
buiscono al Cenomaniano inferiore (CE 2).
La formazione Amminadav (vedi Arkin et al. , 1965) presenta uno spes¬
sore di 96 metri ed è costituita prevalentemente da dolomie tranne che
nella porzione più alta che è prevalentemente calcarea. Cisalveolina fraasi
vi è segnalata, per una decina di metri, a circa 10 metri dal limite superiore
della formazione.
La formazione Kefar Sha’ul, costituita da circa 75 metri di calcari argil¬
losi e marne, rappresenta la successione a Cefalopodi tetrabranchiati (so-
Cisalveolina fraasì (Gumbel) Reichel, Foraminiferida, ecc. 107
prattutto Ammoniti) più importante della zona di Gerusalemme; essa
veniva indicata, perciò, col termine di calcari ad Acanthoceras (Avnime-
lech e Shoresh, 1962, p. 529; Lewy e Raab, 1978, p. XXXII-2); nella
sezione tipo, però, i macrofossili presenti sono poco significativi (Braun in
Arkin et al. , 1965). I Cefalopodi riscontrativi nella zona di Gerusalemme
sono i seguenti (Avnimelech e Shoresh, 1962; Hamaoui e Raab in Arkin
et al. , 1965, composite columnar s e et i ori):
Angulithes fleuriausianus (D’Orbigny)
Turrìlites (Turrilites) costatus Lamarck
Protacanthoceras judaicum (Taubenhaus)
Protacanthoceras angolaense Spath
Protacanthoceras aff. compressum (Jukes-Brown)
Calycoceras harpax (Stoliczka)
Calycoceras haugi (Pervinquiere)
Calycoceras africanum (Pervinquiere)
Calycoceras boulei (Collignon)
Calycoceras newboldi (Kossmat)
Calycoceras ? paucinodatum (Crick)
Utaturiceras bethlehemensis Avnimelech e Shoresh
Alcune di queste specie sono segnalate nel Cenomaniano medio (p. es.
Turrilites costatus, Calycoceras boulei, Calycoceras newboldi) ed alcune altre
nel Cenomaniano superiore dell’Europa occidentale (Kennedy e Han-
chock, 1978; Porthault, 1978; Wiedmann, 1979); pertanto non è da
escludere che la formazione Kefar Sha’ul possa estendersi in ambedue
queste porzioni del Cenomaniano e che, almeno in parte, possa essere ete-
ropica di altre formazioni della zona di Gerusalemme-Bet Shemesh.
La formazione Weradim , di circa 25 metri di spessore, è prevalente¬
mente dolomitica.
La formazione BTna è costituita da una successione calcareo-marno-
so-dolomitica di 160 metri di spessore, rappresentata, soprattutto negli
ultimi 60 metri, da calcari sublitografici (mi zzi hilou); il termine mi zzi hilou
indica, quindi, una facies e, pertanto, può essere presente ad altezze strati¬
grafiche non identiche: p. es., in Galilea, il livello a Cisalveolina fraasì si
sviluppa nel mi zzi hilou (Hamaoui, 1979, p. 20). Invece, in Giudea, al
Nahat Dolev, questo livello è presente in calcari detritici ( meleke ; cam¬
pioni 61.17/315-330) al di sotto del mi zzi hilou ; ha uno spessore di 15 m ed
è ubicato a circa 40 m al di sopra del limite inferiore della formazione.
I vecchi Autori (Blanckenhorn, Fraas, Picard et al. , fide Arkin et
al ., 1965, e fide Hamaoui e Raab in Arkin et al. , 1965, composite columnar
108 P. De Castro
section ) supponevano che i calcari detritici della zona di Gerusalemme
potessero appartenere al Turoniano; non risulta, però, che fossili caratteri¬
stici di questo piano siano stati riscontrati nei calcari a Cisalveolina fraasi o
al di sotto di essi; pertanto, le attribuzioni di questa specie al Turoniano
non risultano finora dimostrate.
Se si assume come riferimento la colonna stratigrafica comprensiva
della zona di Gerusalemme-Bet Shemesh fornita da Arkin et al. (1965), lo
spessore interposto tra i primi strati a Cisalveolina fraasi della formazione
Amminadav e gli ultimi strati che contengono questa specie nella forma¬
zione Bi’na, è di circa 170 metri. Pur tenendo conto del fatto che in uno
stesso periodo di tempo gli accumuli sedimentari possano essere differenti
in aree differenti, questo spessore da adito a perplessità. Esso è notevol¬
mente maggiore di quello presente nelle altre località del Mediterraneo
(vedi tabella I); inoltre, dove in Israele gli strati a Cisalveolina fraasi si
sono potuti osservare lungo una stessa sezione, il loro spessore non supera
mai una quindicina di metri (sezione tipo della formazione Bi’na, pozzo
Bi’na n. 1, sezione Bi’na di riferimento, sezione tipo della formazione
Amminadav).
ITALIA — Accordi, 1964, cita Cisalveolina nel Cretacico superiore del
Lazio e dell’Abruzzo. Accordi et al. (1967, fogli Frosinone e Cassino, Cen.
medio-sup.), Angelucci e Devoto (1966, Abruzzo: Monte Caccume,
Cen.), Angelucci e Praturlon (1968, Abruzzi, Cen. sup.-Tur. inf.), Ber-
gomi et al. (1969, Foglio Gaeta, Cen.), Bergomi et al. (1975, Foglio Bene-
vento, in successione Cen.-Sen.), Cherchi e Schroeder (1976*, Sardegna
settentrionale, Cen.), Chiocchini e Di Napoli (1966, Lazio: Monti
Aurunci, Cen. sup.), Chiocchini e Mancinelli (1977*, Lazio: Monti
Aurunci, limite Cen.-Tur.), Cocozza e Praturlon (1966, Lazio: Monti
Lepini, Cen.), Colacicchi (1967, Marsica, Cen.), Crescenti (1969, Appen¬
nino centro-meridionale, Tur. inf.). Crescenti e Sartoni (1964, Italia meri¬
dionale, Tur.), Crescenti et al. (1969, Marche e Abruzzi, Tur. inf.), Cre¬
scenti e Vighi (1964, Puglie, Tur. inf,), Cuvillier et al. (1968+, Cisalveo¬
lina cf. fallax , Friuli: Val Cellina, Albiano-Cen.), De Castro (1965*, sub
Cisalveolina e C. cf. fallax , Campania: Monti di Caserta, Cen. sup.), De
Castro (1966a, Campania: Monti di Caserta, Cen. sup.), De Castro
(1966b, Campania: provincia di Salerno, Cen. sup.), Devoto (1964*, Lazio
e Abruzzi, Cen. sup.), Farinacci e Radoicic (1964, Lazio: Monti Lepini,
Cen. sup. - ? Tur. inf.), Iannone et al. (1979, Puglie: Murge, passaggio
Cen.-Tur.), Ietto (1964, Campania: Monti di Caserta, Tur. inf.), Luperto
Sinni (1966a*, Puglie: Murge, Cen. sup.), Luperto Sinni (1966b*, Lucania:
Cisalveolina fransi (Gumbel) Reichel, Foraminiferida, ecc. 109
Monte Raparo, Cen. sup.), Paradisi e Sirna (1965*, Marsica, Cen. sup.),
Pescatore (1965*, Campania: Monte Marzano, Cen. sup.-Tur.), Pescatore
e Vallario (1963, Campania: Monte Maggiore, in successione turoniano-
senoniana), Praturlon (1968, Foglio Sora, Creta sup.), Praturlon e Sirna
(1975, Appennino centro-meridionale, Cen. sup.), Praturlon e Sirna
(1976, Abruzzo: Monte Sirente, Cen. sup.), Reichel in Azzaroli e Rei-
chel (1964*, sub Cisalveolina af. fallax , Puglie, Cen. sup.), Ricchetti
(1975, Puglie: Murge, limite Cen.-Tur.), Sartoni e Colalongo (1964,
Campania: zona di Caiazzo, Tur.), Sartoni e Crescenti (1963, Appennino
meridionale, Tur. inf.), Sgrosso (1964a, Campania: Matese, Tur. inf,),
Sgrosso (1964b, sub Cisalveoline, Campania: Monti di Caserta, Tur. inf.),
Sgrosso (1966, Campania: Vietri di Potenza, Cen. sup.), Sgrosso (1971,
sub Cisalveolina , Fogli Salerno e Amalfi, in successione albiano-senoniana),
Vallario (1967*, Campania: Monte Massico, Cen. sup.).
Cisalveolina fraasi è segnalata per spessori stratigrafici variabili da 3
fno a 40 metri. Devoto, in particolare, assegna alla sua acrozona uno spes¬
sore di 10-15 metri ma precisa che essa può ridursi fino a 2-3 metri sol¬
tanto; valori così bassi vengono riscontrati da Chiocchini e Mancinelli
nei Monti Aurunci mentre Praturlon e Sirna (1976) le assegnano
qualche decina di metri. Gli spessori maggiori, circa 40 m, sono stati
riscontrati dallo scrivente al Monte Cerreto (Caserta); qui, gli strati a
Cisalveolina fraasi si succedono pressocché ininterrottamente per una ven¬
tina di metri; successivamente, per altri venti metri, sono piuttosto rari ma
la specie si presenta ugualmente con una certa frequenza.
Nonostante le numerose segnalazioni non si hanno indicazioni docu¬
mentate che permettano di stabilire l’età della specie in esame in base a
macrofossili.
In alcune pubblicazioni a carattere geologico sull’Appennino campano
(Pescatore, 1965; Pescatore e Vallario, 1963), Cisalveolina fraasi viene
citata assieme ad Ippuriti; in realtà nei detti lavori (comunicazione perso¬
nale del Prof. Pescatore) si sono voluti indicare i fossili osservati global¬
mente in successioni rocciose di notevole spessore prescindendo, quindi,
dai loro precisi rapporti stratigrafici. Sembra, invece, che nel Lazio (Monti
Lepini, Monti Ausoni e Monti Aurunci) le Ippuriti facciano la loro com¬
parsa dopo gli strati a Cisalveolina fraasi (Accordi et al ., 1967).
GIORDANIA — Kock (1968, zona di Ras en Naqb, Cen.).
IUGOSLAVIA — Cherchi et al. (1976, Serbia: zona di Gredina, Cen.
sup.), Loncarevic et al. (1972, Serbia: Trstenik-Crnoljevo, Tur. inf),
110 P. De Castro
Mamuzic et al (1976, Croazia: Monte Biokovo, Tur. inf.), Pejovic e Radoi-
eie (1974, Serbia: Monte Pastrik, Tur.), Polsak (1979, Dinaridi esterne
nord-occ., Ceri.- Tur. inf.), Radoicic (1977 a, Serbia: Zatiblor, Tur. inf.),
Radoicic (1972b*, Serbia: Valle di Skrapez, Tur.), Radoicic (1974a,
Serbia: zona di Gredina, Tur. inf.), Radoicic (1974b*, Serbia: zona di Bio¬
nica, Tur. inf.), Sliskovic (1971, Erzegovina: Monte Velez, Tur. inf.).
Le segnalazioni iugoslave, in cui l’età di Cis alveolina fraasi è stata ipo¬
tizzata o è ipotizzabile in base a macrofossìli, riguardano la Valle di Skra¬
pez, la zona di Gredina, il Monte Biokovo, il Monte Pastrik e il Monte
Velez.
Valle di Skrapez. La sezione della valle di Skrapez cui si riferisce
Radoicic (1972b) è quella stessa di cui Pasic (1957, p. 200, sezione A-A’)
fornì la biostratigrafia in base ai macrofossili. In questa sezione , il livello a
Cisalveolìna fraasi ha uno spessore di qualche decina di metri (certamente
meno dì 50 tri); esso è ubicato nella porzione più alta di una successione
(zona 3 del Tur. inf. in Radoicic; livelli 17-28 del Tur. medio pp. e del Tur.
sup. pp. in Pasic) la quale è separata dai primi livelli ad Ippurìtì (. Hippurites
grossouvrei) da una decina dì metri dì rocce di facies differente 5.
Nei livelli 17-28 e nel successivo livello 29, ancora privo di Ippuriti,
Pasic segnalò, tra P altro:
Apricardia pironai Boehm, livello 29
Caprinula boissyì D’Orbigny, livelli 19, 23, 27, 29
Chondrodonta joannae Choffat, livelli 21-23, 26, 27, 29
Neithea zitteli Pìrona, livello 29
Radioììtes ìusitanicus (Bayle), livelli 17, 20, 21, 29
Sauvagesia sharpei (Bayle), livelli 17-19, 21, 25, 28
Nel livello 30, che però è una breccia, Caprinula boissyì e Chondro¬
donta joannae sono presenti assieme ad Hippurites grossouvrei .
Zona di Gredina. Pejovic e Pasic (1965) fornirono la successione bio-
stratigrafica della zona di Gredina in base ai macrofossìli. Successivamente
Radoicic (1974a) fornì la successione dei microfossili della stessa sezione
il cui spessore è di circa 160 metri. Il livello a Cisalveolina fraasi non vi
compare per la sua reale potenza per questioni dì facies 5; ha lo spessore di
5 Quanto è scritto in corsivo si riferisce a precisazioni verbali della sig.ra dot.
Rajka Radoicic del settembre 1981.
Cisalveolina fraasi (Giimbel) Reichel, Foraminiferida, ecc. Ili
soli pochi metri ed è ubicato nella porzione mediana del livello 7 di Pejo-
vic e Pasic. Il livello 7 contiene anche:
Caprinula boissyi D’ORBIGNY
Ichty osar colite s tricarinatus PARONA
Chondrodonta joannae (Choffat)
Esso viene attribuito al Turoniano inferiore da Radoicic ed al Turo-
niano medio da Pejqvic e Pasic. Gli strati a Cisalveolina fraasi sono sepa¬
rati dai primi livelli ad Ippuriti da una successione di circa 30 metri: i
primi 10 metri hanno litofacies analoghe a quelle degli strati a Cisalveolina
mentre gli altri sono costituiti da calcari marnosi con Foraminiferi plancto¬
nici; nella porzione più alta di questi ultimi Punico taxon riconosciuto sicu¬
ramente a rango specifico è Praeglobotruncana delrioensis (Plummer), spe¬
cie segnalata ripetutamente nell’Albiano-Cenomaniano e solo raramente
nel Turoniano (vedi Groupe de travail europeen des foraminiferes
PLANCTONIQUES).
Monte Pastrik. Il livello a Cisalveolina fraasi è presente 20-30 metri al
di sotto dei primi strati ad Ippuriti 5 e fa parte di una successione che con¬
tiene, tra l’altro, Caprinule e Sauvagesia sharpei.
Monte Biokovo. In quest’area Cisalveolina fraasi è segnalata nella por¬
zione inferiore di una successione di 800 metri di spessore che si sviluppa,
secondo Mamuzic et al., nell’intero Turoniano (porzione mediana della
sezione di Kozika 1). In questa successione sono segnalate anche numerose
Rudite tra cui Caprinula olisiponensis Choffat e Hippurites resectus Mat-
heron. Non vengono fornite indicazioni sui rapporti stratigrafici tra il
livello a Cisalveolina fraasi , che nell’area mediterranea non supera qualche
decina di metri, e le Rudiste menzionate; è probabile, pertanto, che le
Ippuriti (così come si verifica in altre località iugoslave) siano presenti al di
sopra degli strati a Cisalveolina e degli strati a Caprinule.
Monte Velez . Il livello a Cisalveolina fraasi è segnalato, prima della
comparsa delle Ippuriti, nella porzione superiore della cenozona a Durania
arnaudi (Sliskovic, 1971, p. 27, fig. 1 e tabella biostratigrafica); questa
cenozona ha uno spessore di circa 280 metri ed è attribuita al Turoniano
inferiore.
5 Quanto è scritto in corsivo si riferisce a precisazioni verbali della sig.ra dot.
Rajka Radoicic del settembre 1981.
112 P. De Castro
A giudicare dalla tabella fornita dall’Autore i macrofossili che possono
associarsi a Cìsaiveoiina fraasi senza estendersi negli strati ad Ippuriti,
sono:
Actaeonelia ( Actaeonella ) cf. laevis D’Orbigny
Actaeoneila (Trochactaeon) giganteus Sowerby
Caprinula boissyi D’Orbigny
Caprinula dì-stefanoi Boehm
Caprinula sharpei (Chqffat)
Caprinula sp„
Chondrodonta joannae (Choffat)
Chondrodonta joannae elongatula Schubert
Chondrodonta munsoni Hill
Chondrodonta munsoni ostreaeformis (Futterer)
Nerinea nobilis Muenster
Nerinea requiem D’Orbigny
Nerinea schiosensis Pirona
Sauvagesia sharpei (Bayle)
Schiosia schiosensis Boehm
In base ai dati riportati si possono fare le seguenti considerazioni.
In Iugoslavia Pacrozona a Cìsaiveoiina fraasi è sempre sottoposta alla
comparsa delle Ippuriti ed ha uno spessore inferiore a cinquanta metri.
La. specie in esame si accompagna frequentemente a Caprinule cui si
aggiungono, in alcune località, altri macrofossili tra cui Chondrodonta joan¬
nae , Sauvagesia sharpei , Nerinea requiem, Ichtyosarcolites tricarinatus ,
Caprina schiosensis e Caprina carinata. Sul valore cronostratigrafico delle
Caprinule vi è un consenso generale degli Autori francesi nel ritenerle più
antiche del Turoniano e massimamente diffuse nel Cenomaniano superiore
(Berthou e Lauverjat, 1979; Berthou e Philip, 1973; Philip, 1978; Col-
loque sur le Cenomanien, 1978); gli Autori iugoslavi, invece, le attribui¬
scono al Cenomaniano o al Turoniano pur riconoscendo loro una posizione
stratigrafìca sottoposta a quella delle Ippuriti (Mamuzic et ah , 1976; Pasic,
1957; Pejovic, 1957; Polsak, 1970; Sliskovic, 1971)6.
Le tendenze più recenti di alcuni studiosi iugoslavi attribuiscono al
Cenomaniano la specie in esame. Già da tempo Radoicic (vedi Radoicic
in Cherchi e Schroeder 1976, p. 802, nota 2; comunicazione verbale allo
6 In alcune pubblicazioni iugoslave non è precisata la posizione di Caprinula
olisiponensis Choffat rispetto agli strati ad Ippuriti (Polsak e Mamuzic, 1969;
Mamuzic et al. , 1979).
Cisalveolina fraasi (Giimbel) Reichel, Foraminiferida, ecc. 113
scrivente, settembre 1981) ritiene che in tutte le zone a lei note (Bosnia,
Erzegovina, Montenegro, Serbia) il livello a Cisalveolina fraasi è da attri¬
buire al Cenomaniano superiore. Questa stessa età è confermata da
Cherchi, Radoicic e Schroeder (1976) per le Cisalveoline della zona di
Gredina. Pure al Cenomaniano vengono attribuiti, almeno in parte, gli
strati che contengono questa specie nelle Dinaridi esterne (Polsak, 1979).
KUWAIT - Dunnington in Van Bellen et al. (1959, Cen.), El-Nag-
gar e Al- Rifai Y ((1973*+, Kuwait sud-orientale, Cen. sup.), Fox (1956,
Kuwait nord-orientale, Tur.).
Cisalveolina fraasi sviluppa la sua acrozona nella formazione Mishrif
del Kuwait nord-orientale; gli Autori (Dunnington, Fox) non indicano se
essa sia presente in tutta la formazione, che ha 135 metri di spessore, o in
una porzione di essa. La formazione, tuttavia, sembra presentare gli stessi
caratteri e lo stesso spessore di quelli presenti nel vicino Zubair delPIraq; è
probabile, perciò, che anche nel Kuwait nord-orientale i calcari ad Alveo¬
line siano presenti nella porzione inferiore della formazione e non superino
circa 70 metri di spessore.
El-Naggar e Al-Rifaiy hanno descritto una formazione tipo Mishrif
{Mishrif limestone member) anche nel Kuwait sud-orientale, nella porzione
superiore della formazione Magwa; questi Autori, inoltre, segnalano nella
porzione inferiore, di circa 57 metri di spessore, del Mishrif limestone mem¬
ber una successione ad Alveoline e Dicicline (lower Alveolinids/Dicyclinids
member ) in cui citano Cisalveolina fraasi e numerose altre specie; alcune
di queste, fra cui la specie in esame, andrebbero però documentate
da illustrazioni maggiormente indicative.
LIBANO — Saint- Marc (1969, regione d’Hermel, top Cen. sup.-Tur.
inf.), Saint-Marc (1970, regione di Younine, Tur. inf.), Saint-Marc
(1974*, 1978, Libano, top Cen. sup.-Tur. inf.).
Nella sua sintesi sul Cretacico del Libano, Saint-Marc (1974)
riscontra Cisalveolina fraasi per uno spessore variabile da 4 a circa 50 metri
in numerose località e le attribuisce un’età estesa dal top del Cenomaniano
fino al Turoniano inferiore. Sono attribuite al Cenomaniano le Cisalveoline
delle sezioni di Chmistàr, dell’Ouadi el Aaràyech, di Aanjar e di Sour-Tair
Harfa; sono attribuite al Turoniano quelle di Kousba (op. cit., p. 107, 109)
e al passaggio Cenomaniano-Turoniano quelle di Kheurbet Raiyàne (op.
cit., p. 136, 138), di Cheuabet Charaf (op. cit., p. 144) e di Qornet es Sin-
diàne (op. cit., p. 124).
114 P. De Castro
In particolare, a Kousba, Cisaiveolina fraasi è presente per 5 metri di
spessore alla sommità del livello 7; fetà della specie è dedotta per correla¬
zione del detto livello 7 con i livelli 4 e 5, ad Ippuriti e ad Ammoniti del
Turo ni ano inferiore delFOuadi Eddé. Tuttavia, nella sezione di Kousba il
livello a Cisaiveolina è intercalato in successioni che per i fossili presenti
non permettono di escludere la sua età cenomaniana: le prime microfaune
significative che si riscontrano al di sotto di esso (circa 50 metri al di sotto)
contengono Hedbergella delrioensìs (Carsey) ed Ilemieyciamm ina sigali
Maync, ambedue ben note nelPAlbiano-Cenomaniano, ed una specie attri¬
buibile dubitativamente a Whitenella inornata (Bolli) del Cenomaniano
superiore-Turoniano; nella stessa sezione, il livello a Cisaiveolina è sotto¬
posto ad una successione di 134 m che contiene, tra l’altro, Nerinea
requiem D’Orbigny una specie frequente nel Cenomaniano o, comunque,
in livelli più antichi di quelli ad Ippuriti (Berthou e Termier, 1973; Poi
sak, 1965, 1979; Sliskovic, 1971).
Gli strati a Cisaiveolina fraasi segnalati al Kheurbet Baiane per 40
metri di spessore, al Cheuaet Charaf e all’Ard el Kechek per 10 metri, sono
attribuiti al passaggio Cenomaniano- Turoniano perché vengono correlati
sia con la base del livello 13 dell’Ouàdi Jébaa che è attribuito al Turo¬
niano, sia con il livello 2 di Ta.laat Moùssa; quest’ultimo ha 10 metri di
spessore, è privo di microfacies indicative e si trova circa 40 metri al di
sotto di strati con Ammoniti del Turoniano inferiore.
Nella sezione di Sour-Tair Harfa il livello a Cisaiveolina fraasi ha 35
metri di spessore ed è sottoposto a strati con Rotalipora greenhorensis
(Morrow) specie caratteristica del Cenomaniano medio e superiore
(Groupe de tra vaie européen des foraminifères planctoniques, 1979).
Al Qornet es Sìndiàne il livello a Cisaiveolina fraasi ha 35-50 metri dì
spessore e contiene, tra l’altro, delle Caprinule.
Nella sezione di Aanjar il livello in esame, di soli 4 metri, è separato
dai primi strati ad Ippuriti ( Hìppurites sp.) da una successione di circa 130
metri; nella sezione di Chmistàr, l’intervallo tra il primo ed i secondi è di
soli 55 metri.
In base a quanto si è detto, la presenza di Cisaiveolina fraasi nel Turo¬
niano non risulta dimostrata: le attribuzioni a questo piano si basano su
correlazioni soggettive ma in nessuna delle sezioni menzionate sono stati
riscontrati fossili esclusivi del Turoniano all’interno del livello in esame o
al di sotto di esso. Peraltro alcune sezioni, in particolare quella di Sour-Tair
Harfa e quella di Kornet es Sindiane, suggeriscono, la prima in base ai
Cisalveolina fraasì (Giimbel) Reìchel, Foraminiferida, ecc. 115
Foraminiferi, la seconda per la presenza di Caprinule la loro appartenenza
al Cenomaniano superiore 1 .
PORTOGALLO — Berthou (1973*, zone di Lisbona e di Runa-Leiria,
Cen. sup.), Berthou e Lauverjat (1978 e 1979, zone di Lisbona e di
Runa-Leiria, Cen. sup.), Berthou e Poignant (1969, zona di Lisbona, Cen.
sup.), Berthou e Termier (1973, Estremadura, Cen. sup.), Berthou et al
(1978 e 1979, zone di Lisbona e di Runa-Leiria, Cen. sup).
Berthou (1973, pp. 52, 54, 73, 74), nel suo fondamentale contributo
alla geologia del Portogallo, segnala Cisalveolina fraasi per uno spessore
modesto (da uno a sette metri) nella zona a Neolobites vibrayeanus di varie
località (Barcarena, Cortegaqa, bacino di Runa, regione di Bombarral).
Questa zona si sviluppa in una successione calcarea che non supera una
diecina di metri; viene attribuita alla porzione inferiore del Cenomaniano
superiore e viene correlata (Berthou e Lauverjat, 1975) con la zona a
Calycoceras robustum della Francia sud-orientale: i primi strati della zona a
Neolobites vibrayeanus si svilupperebbero, però, dopo un certo tempo
dalPinizio del Cenomaniano superiore (Wiedmann, 1979, p. 140) anche se
(Berthou et al , 1979, p. 48) possono essere assunti come l’inizio di questa
porzione del Cenomaniano. Cisalveolina fraasi compare dopo l’inizio della
zona a Neolobites vibrayeanus e raggiunge l’acme nella porzione più alta
(Berthou e Lauverjat, 1979, p. 12, 15; Berthou et al ., 1979, p. 43-44).
Nella Estremadura centrale e meridionale il Cenomaniano superiore
continua al di sopra della zona a Neolobites vibrayeanus nella successione
dei « Calcari a Rudiste» di circa 40 metri di spessore; in questa formazione
sono presenti, tra l’altro, Caprinula boissyi, Caprinula doublieri, Caprinula
7 Nel 1970 Saint- Marc, in uno dei suoi primi studi sul Libano, fornì una
«sezione di Younine» in cui il livello a Cisalveolina fraasi compariva al di sopra di
strati con Ammoniti del Turoniano inferiore. Nella monografìa del 1974 dello stesso
Autore non è riportata la successione descritta nel 1970 ma vengono illustrate
alcune sezioni stratigrafiche della zona del villaggio di Younine (Ouàdi Jébaa, You¬
nine, Kheurbet Raiàne) che contengono, complessivamente, tutti gli elementi strati¬
grafici e paleontologici della sezione descritta nel 1970; quest’ultima rappresenta pro¬
babilmente una colonna stratigrafica comprensiva non esente da approssimazioni.
Nel lavoro del 1974, il livello a Cisalveolina fraasi è presente, tra le sezioni ora
citate, soltanto in quella del Kheurbet Raiyàne dove, però, non sono presenti
Ammoniti; un livello ad Ammoniti del Turoniano inferiore compare, invece, nella
sezione di Younine. Le Cisalveoline del Kheurbet Raiyàne sono attribuite da Saint-
Marc al passaggio Cenomaniano-Turoniano per correlazione.
116 P. De Castro
brevis, Caprinula orbignyi , Condronte del gruppo Chondrodonta joannae,
Sauvagesia sharpei, Pseudorhipidionina casertana, Chrysalidina gradata e
Pseudolituonella reicheli : soprattutto i Foraminiferi citati sono le specie più
tipiche con cui si accompagna Cisalveolina fraasi nel bacino del Mediterra¬
neo. L’assenza della specie in esame da questa formazione fa ritenere, per¬
tanto, che in Portogallo sia presente soltanto la porzione più bassa della
sua acrozona: ciò spiegherebbe anche lo spessore modesto complessivo
degli strati che la contengono.
TUNISIA — Cherchi e Schroeder (1976b*, altopiano di Dahar: Tou-
jane, Cen. sup.-Tur. inf.).
§ 3. Distribuzione stratigrafica
Discussione. Dai dati della letteratura finora esaminati si possono
trarre le seguenti informazioni.
— Lo spessore dell’acrozona di Cisalveolina fraasi nell’area mediterra¬
nea non supera di norma una cinquantina di metri. I dati a disposizione su
alcuni paesi del Medio-Oriente (Iran, Iraq, Kuwait) danno adito a perples¬
sità poiché non è chiaro se gli spessori che vengono menzionati, compresi
tra 60 e 250 metri, si riferiscono all’acrozona di Cisalveolina fraasi o a for¬
mazioni o a porzioni di formazione comprensive di essa.
— Cisalveolina fraasi non è stata mai riscontrata in strati, o al di sopra
di strati, contenenti fossili noti soltanto a partire dal Turoniano o partico¬
larmente diffusi in questo piano. Pertanto le attribuzioni al Turoniano della
specie in esame non risultano dimostrate.
— In base ai dati dell’Algeria, dell’Italia, del Libano e della Iugoslavia,
sembra che in tutta l’area mediterranea l’acrozona di Cisalveolina fraasi sia
sottoposta alla comparsa delle Ippuriti.
— L’età non solo della specie in esame ma anche di numerosi altri fos¬
sili delle facies a Rudiste (p. es. Cenozona a Durania arnaudi di Polsak
1965 e Sliskovic 1971) risente della disparità di vedute sul limite Cenoma-
niano- Turoniano. Philip (1978) ha espresso, in proposito, interessanti consi¬
derazioni che, nel rispetto degli scritti di D’Orbigny, permetterebbero di
identificare l’inizio del Turoniano con la comparsa delle prime Ippuriti.
Condividendo le idee di Philip, le Caprinule e, quindi, anche Cisalveolina
fraasi che risulta frequentemente associata con esse (Algeria, Libano, Iugos¬
lavia) e/o sottoposta alle Ippuriti (Algeria, Italia, Libano, Iugoslavia) non
supererebbero il Cenomaniano.
Cisalveolina fraasi (Giimbel) Reicheì, Foraminiferida, ecc. 117
- Limite inferiore d’età. Nell’ipotesi, già espressa, che in Portogallo
sia presente soltanto la porzione inferiore dell’acrozona di Cisalveolina
fraasi nell’ambito della zona a Neolobites vibrayeanus ; tenuto conto che
questa zona viene attribuita alla porzione inferiore del Cenomaniano
superiore ma non a partire proprio dalla base di questa porzione del Ceno¬
maniano, e tenuto conto che Cisalveolina fraasi compare un po’ al di sopra
dei primi strati a Neolobites ; il limite inferiore di età della specie in esame
potrebbe situarsi nella porzione inferiore ma non basale del Cenomaniano
superiore.
— Limite superiore d’età. La modesta potenza (10-40 metri; vedi Alge¬
ria, Libano e Iugoslavia) interposta fra gli ultimi strati a Cisalveolina fraasi
ed i primi strati ad Ippuriti permette di supporre che la porzione terminale
dell’acrozona della specie in esame occupi una posizione abbastanza ele¬
vata nell’ambito del Cenomaniano superiore ma ancora sottoposta al limite
Cenomaniano- Turoniano.
Conclusioni. In base ai dati a disposizione finora sembra che Cisalveo¬
lina fraasi sia vissuta nel Cenomaniano superiore senza raggiungere però,
né verso l’alto né verso il basso, i limiti di questa porzione del Cenoma¬
niano.
118 P. De Castro
TABELLA I - Acrozona di Cisalveolina fraasi (Gumbel): spessori massimi e Foraminiferi più
frequenti, in base alla letteratura i
:
I segni ? e ? indicano che una specie è stata segnalata dubitativamente, oppure che è stata
segnalata una specie affine a quella indicata (p. es. se in un certo paese a Cuneolina pavonia ,
corrisponde un punto interrogativo, esso può indicare le seguenti segnalazioni: Cuneolina pavo¬
nia ?, C. cf. pavonia, C. af. pavonia , C. gr. pavonia). I segni O e • indicano che il taxon è stato ,
segnalato. Relativamente all’Italia, un asterisco associato ai simboli precedenti indica
segnalazioni che vengono effettuate per la prima volta nelfacrozona a Cisalveolina fraasi della
Campania.
Le indicazioni in grassetto si riferiscono alfacrozona di Cisalveolina fraasi ; quelle a tratto
Algeria
Giordania
Grecia
Spessori massimi dell’acrozona di C. fraasi in metri
(50)
-
25
Biconcava bentori Hamaoui e Saint-marc
Biplanata peneropliformis Hamaoui e Saint-Marc
Broeckina balcanica Cherchi, Radoicic e Schroeder
Chrysalidina conica (Henson)
Chrysalidina gradata D’Orbigny
Cisalveolina fraasi (Reichel)
Cisalveolina lehneri Reichel
Coxites zubairensis Smout
Cuneolina pavonia D’Orbigny
Cuneolina pavonia parva Henson
Cyclorbiculina iranica (Henson)
Di cy dina schlumbergeri Munier- Chalmas
Dicyclina qatarensis Henson
Dicyclina sp.
Dohaia planata Henson
Edomia reicheli Henson
Hemicyclammina sigali Maync
Merlingina cretacea Hamaoui e Saint-Marc
Multispirina iranensis Reichel
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
?
•
•
Cisalveolina fraasi (Giìmbel) Reìcheì, Foraminìferìda , ecc. 119
più sottile si riferiscono a livelli che non contengono la specie in esame ma che, con molta probabi¬
lità, sono eorrelabili parzialmente o totalmente con la sua acrozona (strati del Cenomaniano
superiore d’Israele in Hamaoui 1979, fig. 13 b; strati a Pseudorhipidionina casertana delPIstria in
Bauer e Polsak 1979). Le indicazioni in parentesi si riferiscono a successioni stratigrafiche (p. es.
formazioni o porzioni di esse) che contengono Cisalveolina fraasi; non è da escludere, però, che la
sua acrozona costituisca soltanto una porzione della successione e, quindi, che i fossili menzionati
nella stessa successione non facciano parte dell’acrozona stessa.
Specie segnalate solo occasionalmente nell’acrozona di C. fraasi , o in livelli che sembrano
correiabili con essa, sono: in Iraq, Qataria dukhani HensoN; in Israele, Deuterospira pseudotaxia
Hamaoui e Pterammina israelensis Hamaoui; in Giordania, Meandropsina vidalì Schlumberger;
in Iugoslavia, Cribrostomoides sinaica Radoicic.
Iran
Iraq
Israele
Italia
Peninsulare
Sardegna
Iugoslavia
Kuwait
Libano
Portogallo
Tunisia
60
(250)
(70)
15
(175)
40
1,20
>50
(70)
50
7
-
O
?*
•
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9*
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(O)
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• *
•
•
(O)
•
120 P. De Castro
Segue: TABELLA I
Algeria
Giordania
Grecia
Nezzazzata concava (Smout)
Nezzazzata conica (Smout)
Nezzazzata gyra (Smout)
Nezzazzata simplex Omara
Nummfallotia apula Luperto Sinni
Nummoloculina heimi Bonet
Nummoloculina regularis Philippson
Ovalveolina ovum (D’Orbigny)
Ovalveolina sp.
« Peneroplis cf. turonicus Saio e Kenawy»
Prealveoline del gruppo P. cretacea (D’Archiac)
Praealveolina cretacea tenuis Reichel
Praealveolina simplex Reichel
Praerhapydiomina murgiana Crescenti
Pseudedomia drorimensis Reiss, Hamaoui e Hecker
Pseudocyclammina rugosa D’Orbigny
Pseudolìtuonella reicheli Marie
Pseudorhapydionina dubia (De Castro)
Pseudorhipidionina casertana (De Castro)
Reissella ramonensis Hamaoui
Taberina bingistani Henson
Trocholina arabica Henson
Trochospira avnimelechi Hamaoui e Saint-Marc
Valvulammina picardi Henson
•
•
•
?
•
•
•
•
•
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•
•
•
•
•
•
•
•
Cisalveolina fraasi (Giimbel) Reichel, Foraminiferida, ecc. 121
Iran
Iraq
Israele
Italia
Peninsulare
Sardegna
Iugoslavia
Kuwait
Libano
Portogallo
Tunisia
•
•
(O)
•
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•
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•
•
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•
•
•
•
o
122 P. De Castro
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Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografìa
del tortoniano-messiniano dell’Irpinia occidentale
Nota dei soci Silvio Di Nocera(*), Franco Ortolani (*),
Mario Torre (*), e di Bianca Russo (*)
(Tornata del 27 novembre 1981)
Riassunto . - Vengono descritte le caratteristiche lito e biostratigrafiche dei
depositi altomiocenici, affioranti nellTrpinia occidentale. Sono stati riconosciuti due
cicli di sedimentazione: Tortoniano-Messiniano e Messiniano-Pliocene inferiore.
Il primo ciclo è costituito da successioni prevalentemente argillose, di ambiente
marino neritico, che evolvono verso l’alto a depositi di ambiente evaporitico; questi
ultimi sono troncati dalla fase tettonica inframessiniana.
Il secondo ciclo è costituito alla base da sedimenti evaporitici, con lenti minera¬
lizzate a zolfo; seguono verso l’alto forti spessori di conglomerati, con rare intercala¬
zioni di argille, arenarie e gessi.
Vengono infine esposte alcune considerazioni circa l’evoluzione sedimentaria
dei bacini studiati e su alcuni grandi tratti paleogeografici, che hanno caratterizzato
questo settore campano dell’Appennino meridionale dal Messiniano in poi.
Summary. - The lithostratigraphic and biostratigraphic characteristics of thè
upper Miocene deposits, outcropping in thè west Irpinia, are described. Two sedi-
mentary cycles have been recognized, upper Tortonian-Messinian and Messinian-
lower Pliocene.
The first cycle is composed from neritic marine environment prevalently pelitic
series, which evolve upwards to evaporitic environment deposits; these ones are
interrupted by messinian tectonic phase.
The second cycle is composed at base from evaporitic sediments with lenticular
ore sulphur bodies; upwards very thick conglomerates follow, with rare pelitic, are-
naceous or sulphate layers.
At last, some considerations are effected about sedimentary evolution of thè
studied basins and some great paleogreographic outlines, which have characterized
this campanian part of south Apennine beginning from Messinian.
(*) Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Università di Napoli.
132 S. Di Nocera, F. Ortolani , M. Torre e B. Russo
Precedenti conoscenze
La zona compresa tra Altavilla Irpina e Tufo ha suscitato l’interesse di
vari Autori fin dal secolo scorso per la presenza di alcune miniere di zolfo
ancor oggi in attività; una bibliografìa alquanto dettagliata viene riportata
da Minucci (1933).
Tra gli Autori più recenti, Rittmann (1952) descrive depositi terrigeni
miocenici con gesso che «presentano andamento lenticolare più volte ripe¬
tuto » più o meno intensamente ripiegati, sui quali trasgrediscono i sedi¬
menti pliocenici debolmente inclinati. Lo stile tettonico dei termini mioce¬
nici, affioranti tra Grottolella e Ceppaioni, sarebbe caratterizzato da una
successione di anticlinali e sinclinali, orientate mediamente W-E, causate
dallo scivolamento gravitativo dei terreni verso N-NE in seguito al solleva¬
mento del gruppo montuoso di M.te Vergine-M.te Vallatrone; forti com¬
pressioni dei depositi miocenici vengono osservate, in particolare, a N di
Altavilla Irpina, dove lo slittamento dei terreni sarebbe stato ostacolato da
blocchi calcarei rigidi, in affioramento nella zona di Chianche.
Dessau (1955) descrive i depositi pliocenici dei dintorni di Ariano
Irpino e confronta i sedimenti infrapliocenici, fortemente dislocati, di
questa località con quelli analoghi della zona di Altavilla Irpina, attribuiti
al Pontico.
Brugner, Jacobacci e Martelli (1956) riconoscono in Irpinia il con¬
tatto trasgressivo tra i sedimenti del Pliocene ed i sottostanti termini mio¬
cenici; sono evidenziate, inoltre, le variazioni di facies nell’ambito del Plio¬
cene.
Jacobacci e Martelli (1958) discutono sulle caratteristiche dei depo¬
siti miocenici affioranti nell’Irpinia e nel Sannio ed accennano brevemente
a sedimenti molassici e conglomeratici altomiocenici nella zona di Stretto
di Barba.
D’Argenio (1963, 1967) riconosce un contatto trasgressivo tra il Plio¬
cene inferiore, rappresentato da conglomerati, arenarie e siltiti, ed il sotto¬
stante Miocene arenaceo; a luoghi, la trasgressione avviene sulle «Argille
Varicolori ».
De Castro-Coppa et al. (1969) illustrano i depositi terrigeni del Mio¬
cene e del Pliocene affioranti ad Est del Partenio e vi distinguono tre cicli
di sedimentazione: 1) ciclo Langhiano-Tortoniano; 2) ciclo Messiniano-
Pliocene inferiore; 3) ciclo del Pliocene medio. Gli Autori descrivono la
successione dei terreni del ciclo Messiniano-Pliocene inferiore che si
osserva tra Atripalda ed il T. Branete. I livelli evaporitici, presenti nella
parte bassa del ciclo, sarebbero da mettere in relazione con la messa in
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 133
posto di masse alloctone («Argille Varicolori»), che avrebbero causato alte¬
razioni della circolazione nei bacini e la loro evoluzione in senso evapori-
tico. La presenza di ciottoli della serie carbonatica nei conglomerati della
parte alta della serie dei terreni mio-pliocenici sarebbe, inoltre, la testimo¬
nianza dell’inizio del sollevamento dei «massicci calcarei».
Colalongo, Pasini e Carobene (1973) ribadiscono l’età altomiocenica
della successione affiorante al T. Branete riscontrandovi sicure microfaune
a foraminiferi planctonici del Messiniano.
Di Nocera et al. (1975, 1979) segnalano la presenza in Irpinia di suc¬
cessioni conglomeratico-arenaceo-argillose ed evaporitiche; viene indivi¬
duata l’esistenza di due distinti cicli di sedimentazione, comprendenti sedi¬
menti evaporitici e separati da una fase tettonica messiniana.
Di Nocera et al. (1976) riconoscono, successivamente alla fase tetto¬
genetica tortoniana, l’esistenza di tre fasce parallele (area tirrenica, catena,
avampaese) a differente evoluzione tettono-sedimentaria, che persisteranno
attraverso il Pliocene ed il Quaternario fino al recente. Le strutture di tipo
plicativo, che si individuano nell’Irpinia e nel Sannio con la fase tettonica
intraevaporitica messiniana, risultano parallele all’arco della catena appen¬
ninica.
Nei fogli della Carta Geologica d’Italia vengono attribuite al Miocene
superiore, Tortoniano-Messiniano, successioni comprendenti argille e
argille marnose o sabbiose, talora con gessi, sabbie e puddinghe polige¬
niche (P 185 - Salerno) e molasse, arenarie, marne e argille, alternate con
puddinghe poligeniche ben cementate e lenti di gesso macrocristallino (P
173 - Benevento).
Descrizione delle sezioni
Inquadramento geologico
La serie dei terreni altomiocenici dell’Irpinia si è deposta in un bacino
di sedimentazione, che si è impostato sulle unità stratigrafico-strutturali
individuatesi in seguito alla fase tettonica del Tortoniano inferiore-medio e
sulle coltri già formate dalle fasi tettogenetiche del Miocene inferiore.
Non è possibile ricostruire l’andamento dettagliato dei bordi di questo
bacino che doveva estendersi ampiamente verso N; tuttavia, il margine
meridionale doveva essere rappresentato dall’impilamento dei terreni car-
bonatici della piattaforma campano-lucana, delle Unità Irpine (Pescatore
134 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
et al., 1969) e dei depositi di provenienza alloctona («Argille Varicolori»),
intercalati e sovrastanti alle Unità Irpine.
In questo bacino marino ha luogo la sedimentazione di depositi peliti»
co-arenacei tra il Tortoniano medio-superiore (zona a G. acostaensis - sub¬
zona a G. suterae) ed il Messiniano, probabilmente inferiore (z. a G. cono-
miozea). In seguito alla fase tettonica messiniana, dopo l’arrivo di notevoli
masse alloctone (prevalentemente flysch rosso), che mutano profonda¬
mente le caratteristiche fisiografìche e deposizionali del bacino, la sedi¬
mentazione riprende con depositi pelitico-evaporitici e clastici, di età com¬
presa tra il Messiniano (zona a G. conomiozea - subzona a G. multiloha) e,
forse, il Pliocene inferiore (Fig. 1).
Fio. 1. - Ubicazione e schema dell’area studiata. 1 = Substrato (Mesozoico e Mio¬
cene); 2 = Tufi incoerenti; 3 = Terreni alloctoni dell’Unità Lagonegrese e
dell’Unità Sicilide; 4 = Depositi del ciclo Tortoniano sup. - Messiniano;
5 = Depositi del ciclo Messiniano - Pliocene inferiore; 6 = Depositi del
ciclo Pliocene inferiore - Pliocene medio.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 135
Le argille ed argille sabbiose del ciclo di sedimentazione Tortoniano-
Messiniano affiorano prevalentemente nelle zone orientali, presso Villa-
maina, Nusco ed a SE di Lapio, dove poggiano sulle arenarie del «flysch di
Castelvetere» (Pescatore et al ., 1970) e sulle «Argille Varicolori»; nelle
zone più settentrionali ed occidentali, affiorano solo i depositi del succes¬
sivo ciclo di sedimentazione Messiniano-Pliocene inferiore, il cui substrato,
quando visibile, è costituito ancora da terreni delle Unità Irpine, dalle
«Argille Varicolori» e dall’Unità Sannitica (Brancaccio et al. , 1979). L’ap¬
poggio diretto dei terreni del ciclo più recente su quelli del ciclo Tortonia-
no-Messiniano non è mai stato osservato.
Gli effetti delle fasi tettoniche post-mioceniche ed i depositi terrigeni
e piroclastici pi io-quaternari hanno, il più delle volte, mascherato i rapporti
tra le serie alto-mioceniche ed il loro substrato.
Ciclo Tortoniano-Messiniano
Sezione di Lapio
A S e a SE dell’abitato di Lapio, tra il F. Calore e la frazione di Aria-
niello, affiora una successione di argille ed argille siltose grigie, general¬
mente ben stratificate e con sporadiche intercalazioni arenacee (Fig. 2). Le
Fig. 2. - Lapio: colonna litostratigrafica schematica - a = superfìcie tettonica;
1 = argille; 2 = arenarie; 3 = flysch rosso.
peliti, sottoposte ad una intensa attività erosiva, tendono ad assumere una
morfologia calanchiva e sono interessate da frequenti piccoli franamenti
che mascherano, in parte, la stratificazione; una diffusa patina biancastra di
efflorescenze saline, presente anche sulle superfìci da poco esposte, ricopre
questi sedimenti argillosi.
136 S. Di Nocera, F. Ortolani , M. Torre e B. Russo
Nella parte alta della successione è presente una intercalazione, di
oltre un metro di spessore, di materiale alloctono costituito da un ammasso
caotico di argille nerastre e varicolori, siltiti ed arenarie a grana fine di
colore scuro, piccole lenti di calcilutiti plumbee; le argille e le siltiti scure
sono, a luoghi, rivestite di concrezioni giallastre. Questo livello, ben visi¬
bile sul terreno per la diversa colorazione, sembra limitato da superfìci pia¬
no-parallele e presenta una continuità laterale che si segue per un buon
tratto. Il contatto inferiore con le peliti della successione miocenica non
mostra evidenti strutture di carattere erosivo; al di sopra di questo livello,
le argille seguono in concordanza con un contatto netto.
A più altezze nella successione si notano livelli centimetrici siltoso-
argillosi, poco cementati, contenenti frammenti scagliosi di marne grigie
verdi e rosse, granuli di quarzo e piccoli foramiferi bentonici.
L’ultima parte della successione risulta costituita da argille siltose, a
stratificazione indistinta ed arenarie in straterelli. Verso l’alto, seguono con
contatto tettonico ancora materiali fliscioidi alloctoni e quindi prodotti
piroclastici.
Lo spessore complessivo apparente della successione altomiocenica è
di oltre 170-180 m; lo spessore reale dovrebbe, però, essere alquanto infe¬
riore, perché la sequenza è interessata da faglie dirette di modesta entità
che provocano alcune ripetizioni nella serie. Gli strati presentano direzione
SW-NE ed immergono a NW con inclinazione media di 25°-30°.
Il substrato della serie ora descritta non è visibile sul terreno, ma è
sicuramente costituito da una estesa coltre di «Argille Varicolori», che ha
interrotto la successione conglomeratico-arenaceo-argillosa del Miocene
inferiore-medio (F. di Castelvetere affiorante lungo i bordi nord-occiden¬
tali dei M.ti Picentini).
Nella successione pelitica sopra descritta, sono stati prelevati numerosi
campioni in serie dal basso verso l’alto; in particolare, i residui inorganici
di lavaggio dei campioni prelevati nella parte bassa della successione affio¬
rante, a partire dalla base, contengono quantità variabili di granuli di
quarzo, feldspati e di laminette di mica, nonché limitate percentuali di fru¬
stoli carboniosi e di pirite, a luoghi ossidata.
La componente organogena risulta più o meno abbondante e, di solito,
costituita unicamente da foraminiferi; soltanto in alcuni campioni, sono
stati riconosciuti frammenti di aculei di echino e rarissime valve di Ostra-
codi. I gusci dei foraminiferi sono per lo più di dimensioni variabili ed in
genere discretamente conservati; solo in qualche caso, sono stati osservati
fenomeni più o meno intensi di spatizzazione e deformazione, nonché
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 137
alcuni esemplari rotti; anche i fenomeni di nanismo sono estremamente
sporadici. Il rapporto P/B è sempre nettamente a favore del plancton; in
quest’ultimo, sono state riconosciute, complessivamente, le seguenti
specie:
Hastigerina sp.
Globorotalia acostaensis Blow
Globorotalia ex gr. menardii (D’Orb.)
Glohorotalia obesa (Bolli)
Globorotalia ex gr. scitula (Brady)
Globorotalia suterae Cat & Sprov.
Globigerina bullo ides D’Orb.
Globigerina concinna Reuss
Globigerina falconensis Blow
Globigerina globorotaloidea Colom
Globigerina off microstoma Cita, P. Silva & Rossi
Globigerina quinqueloba Natland
Globigerinoides obliquus Bolli
Globigerinoides sacculifer (Brady)
Globigerinoides trilobus (Reuss)
Globigerinita glutinata (Egger)
Praeorbulina sp. 1
Orbulina bilobata (D’Orb)
Orbulina suturalis Bronnimann
Orbulina universa D’Orb
Tra le specie sopra elencate, quelle di Glorotalia risultano piuttosto
rare.
La presenza dei markers zonali G. acostaensis e G. suterae consente di
correlare le associazioni rinvenute con la zona a G. acostaensis- subzona a
G. suterae di D’Onofrio et al. (1976), di età Tortoniano superiore.
La microfauna bentonica, che è sempre quantitativamente molto
scarsa, è rappresentata complessivamente dai seguenti generi:
Ammonia, B olivina, Bulimina, Cassidulina, Cibicides, Dorothia, Elphidium, Epo-
nides, Gyroidina, Hap lophragm o ides, Lagena, Marginulina, Martinottiella, Nodo-
saria, Nonion, Ophtalmidium, Robulus, Siphonina, Sphaeroidina, Textularia, Uvi-
gerina, Vaginulina, Valvulineria.
1 II genere Preorbulina è stato rinvenuto in un solo livello, nel quale esso rap¬
presenta la maggior parte della microfauna planctonica, in cui risultano frequenti
pure gli individui con bulla e quelli riferibili a 0. suturalis. In questo livello, carat¬
terizzato tra l’altro da alti tenori di pirite, anche il benthos mostra caratteri di oligo-
tipia, essendo rappresentato prevalentemente dai generi Bulimina e Valvulineria.
138 S. Di Nocera , F. Ortolani , M. Torre e B. Russo
Come si nota dall5 elenco sopra riportato, il benthos non è indicativo
dal punto di vista ambientale, essendo rappresentato indifferentemente da
forme diffuse in tutto il dominio neritico.
Per quanto riguarda i campioni prelevati nella parte alta della succes¬
sione, essi hanno mostrato, nei residui di lavaggio, una frazione inorganica
costantemente scarsa, costituita prevalentemente da pirite, talvolta ossi¬
data, tracce di carbone, poche laminette di mica; a luoghi si rinvengono
anche rari granuli di quarzo.
La componente organogena è sempre molto abbondante ed è rappre¬
sentata essenzialmente da foraminiferi, ancora in buono stato di conserva¬
zione e di dimensioni variabili, oltre che da alcuni frammenti di Lamelli-
branchi, Dentalium e radioli di echino, rarissimi resti di Briozoi, di valve
di Ostracodi e di Pesci (squame e denti), sporadici e piccoli Gasteropodi
piritizzati. Tra i globigerinidi, compaiono alcune specie di globorotalie
carenate.
Il plancton è costituito complessivamente dalle seguenti specie:
Hastigerina siphonìfera (D’Orb.)
Globorotalia acostaensis Blow
Globorotalia conomiozea Kemnet
Globorotalia menardìi forma 4 Tjalsma
Globorotalia aff. mìozea saphoe Bizon
Globorotalia obesa Bolli
Globorotalia ex gr. scitula (Bràdy)
Giobigerina bulloides D’Orb.
Globigerina concinna Reuss
Giobigerina falconensìs Blow
Globigerina globorotaloìdea Colqm
Globigerinoides obliquus Bolli
Globigerinoides o. extremus Bolli & Bekmudez
Globigerinoides sacculifer (Brady)
Globigerinoides trilobus (Reuss)
Giobigerinita glutinata (Egger)
Orbulina bilobata (D’Orb.)
Orbulina suturalìs Bgnnimann
Orbulina universa (D’Orb.)
G. acostaensis è rara; altrettanto rare, ed in più presenti soltanto in
alcuni livelli, sono G. ex gr. scitula , G. aff. su te me, G. menardii forma 4 e
G. aff. miozea saphoe .
Le associazioni rinvenute sono correlabìli con la zona a G. conomiozea
di D’Onofrio et al (1976) del Messiniano, per la presenza del marker
zonale.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 139
Per quanto riguarda il benthos, esso è più abbondante e più vario
rispetto ai livelli sottostanti; il rapporto P/B sembra infatti essere circa
uguale ad uno. Complessivamente sono stati riconosciuti i seguenti generi:
Ammonia, B olivina, Bolivinoides, Bulimina, Cancris, Cassidulina , Cibicides, Den¬
ta lina, Dorothia, Elphidium, Eponides, Frondicularia, Globocassidulina, Gyroi-
dina, Haplophragmoides, Lagena, Marginai ina, Martinottiella, Nodosaria,
Nonoin, Ophtalmidium, Planulina, Pullenia, Quinqueloculina, Robulus, Sigmoi-
lina, Sphaeroidina, Textularia, Uvigerina, Vaginulina, Valvulineria.
Anche in questo caso, il benthos non è indicativo dal punto di vista
ambientale.
La successione dei terreni affioranti presso Lapio (già attribuita al
Messiniano da Ippolito et al., 1974) indica una sedimentazione di
ambiente marino neritico, con scarsi apporti terrigeni dalle terre emerse e
buona circolazione delle acque; solo nella parte alta della successione, si
nota una maggiore incidenza della frazione terrigena e una tendenza a con¬
dizioni di scarsa ventilazione al fondo.
Sezioni di Case Paoloni - S. Lucia
Pochi km ad E di Tufo, nell’area compresa tra S. Lucia e località case
Paoloni, affiorano alcuni lembi di una successione prevalentemente peliti-
co-evaporitica messiniana, alquanto disturbata dalla tettonica plio-quater-
naria.
In località Viturano - case Paoloni si osservano argille ed argille siltose
di colore grigio scuro, a stratificazione poco evidente, contenenti resti fos¬
sili di molluschi (Lamellibranchi, Gasteropodi, Dentalium sp. etc.), talora
piritizzati ed ossidati, e ricche microfaune. Nella parte terminale della suc¬
cessione sono intercalati alcuni strati di arenaria a grana fine a matrice cal¬
carea, che presentano laminazione parallela e convoluta.
Gli strati presentano direzione NNE-SSW ed immergono ad ESE con
inclinazione variabile tra i 20° ed i 45°; lo spessore complessivo è dell’or¬
dine dei 60-70 m. La successione è troncata tettonicamente alla sommità
da argille policrome, marne arenacee ed arenarie quarzose del «flysch
rosso»; la base è coperta da alluvioni.
La frazione inorganica del residuo di lavaggio delle argille è costituita
da pochi frammenti di quarzo, feldspati e rare laminette di mica; sono
sempre presenti pirite (talora in apprezzabile quantità) e tracce di carbone.
140 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
La componente organogena è di solito molto abbondante ed è costi¬
tuita prevalentemente da foraminiferi, da rari frammenti di gusci di Lamel-
libranchi e di radioli di echino, talvolta si rinvengono anche rarissimi resti
di Pesci (squame, denti, Otoliti), rarissime valve di Ostracodi e piccoli
Gasteropodi piritizzati,
I gusci dei foraminiferi sono di taglia variabile ed in discreto stato di
conservazione. Il valore del rapporto Plancton/Benthos, fatta eccezione per
alcuni livelli dove i foraminiferi planctonici prevalgono nettamente su
quelli bentomci, si aggira quasi sempre intorno all’unità.
Nel plancton sono state riconosciute le seguenti specie:
Hastigerìna siphonifera (D’Orb.)
Globorotalia acostaensis Blow
Globorotalia acostaensis humerosa Tak. & Saito
Globorotalia acostaensis aff. humerosa Tak. & Saito
Globorotalia conomiozea Kennett
Globorotalia aff. incompta (Citelli)
Globorotalia obesa Bolli
Globorotalia mediterranea Cat. & Sprovieri
Globorotalia miozea saphoae Bizqn
Globorotalia ex gr. scitula (Brady)
Globigerina bulloides D’Orb.
Globigerina concinna Reuss
Globigerina falconensis Blow
Globigerina globorotaloidea Colom
Globigerina aff. nepenthes Todd
Globigerina quinqueloba Natland
Giobigerinoides bollii Blow
Globigerìnoides obliquus Bolli
Giobigerinoides o. exiremus Bolli & Bermudez
Giobigerinoides ruber (D’Orb.)
Giobigerinoides sacculifer (Brady)
Giobigerinoides ex gr. tri lo bus (Reuss)
Globigerinita glutinata (Egger)
Praeorbulina sp.
Orbulina bilobata (D’Orb.)
Orbulina suturalis Bromnimann
Orbulina universa D’Orb.
Tra le specie elencate, G. conomiozea e G. mediterranea sono molto
frequenti, soprattutto nella parte alta della successione; G. acostaensis è
presente in tutti i livelli campionati, sia pur rappresentata da un numero
generalmente basso di individui, sia con la varietà con sole 4 logge nell’ul¬
timo giro di spira, che con quella tipica a 5 logge; infine, G. ex gr. scitula ,
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 141
G. acostaensis aff. humerosa e G. a . humerosa compaiono solo sporadica¬
mente.
L’associazione bentonica, di solito abbondante, è abbastanza varia.
Complessivamente sono stati riconosciuti i seguenti generi:
Ammonia, Amphycorina, Anomalina, Bolivina, Bolivinoides, Bulimina, Cassida -
lina, Chilostomella, Cihicides, Dorothia, Eponides, Gyroidina, Lagena, Lenticu-
lina, Marginulina, Martinottiella, Nonion, Ophtalmidium, Orthomorphina, Plana¬
li na, Pullenia, Sigmoilina, Sphaeroidina, Textularia, Uvigerina, Valvulineria.
Tra le forme elencate nessuna prevale nettamente sulle altre, soltanto
nei rari livelli in cui il benthos è nettamente subordinato esso mostra
anche caratteri di oligotipia essendo rappresentato prevalentemente da Val¬
vulineria bradyana, Bulimina affinis e B. ovata.
La presenza dei markers zonali consente di correlare le associazioni
rinvenute con la zona a G. conomiozea - subzona a G. mediterranea di
D’Onofrio et al (1976), la cui età è Messiniano.
L’ambiente di deposizione è marino neritico con scarsa energia e con
rari apporti detritici dalla terra emersa; le condizioni di vita al fondo dove¬
vano risentire di una insufficiente ossigenazione.
Tra la fraz. S. Lucia e l’incisione del T. Zeza ad E di Castelmozzo (Fig. 3) si
osserva una successione che comprende dal basso in alto: a) arenarie a
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Fig. 3. - S. Lucia: colonna litostratigrafica schematica. 1 = arenarie; 2 = marne;
3 = calcari evaporitici; 4 = argille; 5 = gessi.
grana fine, più o meno cementate, a matrice calcarea, ben stratificate
(alcuni metri); b) calcari evaporitici e marne. I calcari sono bianchi o gial¬
lognoli, per lo più compatti, a luoghi pulverulenti e mostrano abbondanti
cavità prismatiche allungate (max. 1 cm) che rappresentano l’impronta di
cristalli di gesso successivamente disciolti. Almeno una diecina di metri; c)
argille grige, pochi metri; d ) gesso cristallino in banchi, con intercalazioni
argillose. Si tratta prevalentemente di gesso selenitico, in banchi potenti
142 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
fino a 6-7 m, separati da argille fossilifere; la potenza di questi gessi è di
alcune diecine di metri. Sopra l’ultimo banco di gesso poggiano ancora
argille grige con foraminiferi ed uno strato di gessarenite, potente circa 50
cm, con laminazione obliqua a piccola scala.
Lo spessore complessivo della serie non è ben valutabile; gli strati
sono orientati NNE - SSW ed immergono ad ESE, con inclinazione varia¬
bile tra i 35° ed i 45°. La base della successione sembra poggiare, con rap¬
porti tutt’altro che chiari, su di una spessa lente di materiale alloctono
delle coltri Sicilidi («Argille Varicolori»); la sommità è in contatto tetto¬
nico con il lembo di serie prima descritto di località Case Paoloni.
Il residuo inorganico delle argille intercalate e sovrastanti ai gessi è
sempre scarso e costituito da rari granuli di quarzo e feldspati, rare lami¬
nette di mica, carbone e pirite (a luoghi ossidata) spesse volte prevalenti
sugli altri componenti; in alcuni livelli infine si rinvengono gesso e clasti
calcarei probabilmente di origine organica.
La componente organogena è di solito presente con percentuali più o
meno elevate; solo in rari livelli essa è completamente assente. In essa
figurano prevalentemente foraminiferi, oltre che frammenti di radioli di
echino; a luoghi si rinvengono anche resti di Pesci (squame, denti, Otoliti)
ed alcune valve di Ostracodi.
I gusci dei foraminiferi, di dimensioni variabili, sono discretamente
conservati. Il rapporto plancton/benthos è estremamente variabile: si alter¬
nano infatti livelli in cui il plancton è nettamente prevalente sul benthos
ed altri, più frequenti, in cui il rapporto P/B è circa uguale all’unità.
Tra i foraminiferi planctonici sono state determinate le seguenti specie:
Hastigerina siphonifera (D’Orb.)
Glohorotalia acostaensis Blow
Globorotalia acostaensis humerosa Tak. & Saito
Glohorotalia acostaensis aff. humerosa Tak. & Saito
Globorotalia conomiozea Kennett
Globorotalia continuosa Blow
Globigerina bulloides D’Orb.
Globigerina concinna Reuss
Globigerina falconensis Blow
Globigerina globorotaloidea Colom
Globigerina microstoma Cita, P. Silva & Rossi
Globigerina multiloba Romeo
Globigerina nepenthes Todd
Globigerina quinqueloba Naie and
Globigerina juvenilis Bolli
Globigerina sp.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 143
Glohigerinoides ohliquus Bolli
Glohigerinoides o. extremus Bolli & Bermudez
Glohigerinita glutinata (Egger)
Orbulina suturalis Bronnimann
Le associazioni mostrano tendenza all’oligotipia: infatti, G. acostaensis
e G. a. aff. humerosa sono sempre presenti, talora anche con numerosi indi-
vidui. G. acostaensis , inoltre, è rappresentata sia da individui, più frequenti,
con sole 4 logge nell’ultimo giro di spira, che da esemplari tipici con 5
logge.
Le orbuline ed i Glohigerinoides sono di solito subordinati ed in
alcuni livelli sembrano essere addirittura assenti. Tra le globorotalie, G.
continuosa e G. conomiozea risultano estremamente sporadiche.
Nell’associazione bentonica sono stati riconosciuti i seguenti generi:
Ammonta, Bolivina, Bulimina, Cassidulina, Cibicides, Discorbis, Elphidium, Epo-
nides, Gyroidina, Lagena, Nonion, Ophtalmidium, Textularia, Uvigerina, Valvuli-
neria.
Tra le forme sopraelencate, risultano spesso prevalenti i generi Buli¬
mina e Valvulineria. Tra le Uvigerina , è presente U. siphogenerinoides.
Il rinvenimento, sia pur solo alla base della successione argillosa, del
marker G. multiloba che, come sempre risulta estremamente rara, consente
di correlare le associazioni rinvenute con la zona a G. conomiozea - sub¬
zona a G. multiloba (D’Onofrio et al ., 1976), ultima in ordine di com¬
parsa del Messiniano. D’altra parte mancano in tutti i campioni, markers di
zone di associazione più elevate stratigraficamente.
La presenza di associazioni foraminiferi planctonici (e subordinata-
mente bentonici), sia pur con caratteristiche oligotipiche, nelle argille
intercalate in questo intervallo di serie, indica che l’ambiente di sedimen¬
tazione, normalmente evaporitico, risentiva di periodici ed irregolari rap¬
porti con i bacini marini contigui, probabilmente più vasti e in condizioni
di salinità ed ossigenazione quasi normali o tutt’al più pre-evaporitiche.
Ciclo Messiniano-Pliocene inferiore
Sezione di Atripalda
Una successione prevalentemente pelitico-arenacea è ben esposta in
una cava per laterizi presso l’abitato di Atripalda, pochi km ad ENE di
Avellino (Fig. 4).
144 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
La parte più bassa (circa 40 m) della serie affiorante è composta,
essenzialmente, da argille ed argille debolmente siltose, di colore grigio
scuro, con rare intercalazioni millimetriche di silt. La stratificazione è
generalmente poco distinta e la potenza degli strati varia da alcuni dm ad
oltre 1 m. Sono presenti, inoltre, alcuni livelli, dello spesssore di 20-25 cm,
Fig. 4. - Atripalda: colonna litostratigrafica schematica. 1 = argille; 2 = arenarie;
3 = diatomiti; 4 calcari evaporitici.
di arenaria fine giallastra, poco cementata, ricca di piccoli frustoli carbo¬
niosi, con laminazione obliqua a piccola scala, ed un livello di gessarenite
di uguale potenza.
Proseguendo verso l’alto, si osserva la comparsa di frequenti livelli
centimetrici di siltiti ed arenarie a grana fine e a cemento calcareo; l’alter¬
nanza argille-arenarie presenta una potenza di 20-25 m circa. Gradual¬
mente si passa quindi ad argille straterellate, a luoghi fissili e diatomitiche
e quindi a piccoli livelli diatomitici, contenenti scaglie e resti scheletrici di
Pesci.
Nella parte terminale della successione, gli straterelli siltosi ed arena¬
cei si infittiscono e diventano nettamente prevalenti rispetto alle peliti; le
arenarie di colore giallo o giallo rossastro sono distintamente stratificate,
con spessori variabili da alcuni cm a più dm. Questi depositi arenitici della
potenza complessiva affiorante di circa 20 m presentano, talora, lamina¬
zione obliqua a piccola scala (lamine di lunghezza dell’ordine di pochi cm)
e rare impronte di fondo. Infine alla sommità della serie, poco sopra il
fronte di cava, si rinvengono numerosi blocchi di gesso e calcare evapori-
tico. La successione ora descritta, la cui base non è visibile, presenta uno
spessore complessivo di circa 85-90 m. La direzione degli strati è E-W e
l’immersione a N, con inclinazione molto debole.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 145
Nei livelli pelitici della successione affiorante in cava sono stati prele¬
vati numerosi campioni in serie; i residui di lavaggio sono caratterizzati da
una frazione inorganica generalmente molto scarsa, costituita da rare lami¬
nette di mica, rari granuli di quarzo e feldspati, tracce di carbone e di
pirite, a luoghi ossidata.
Anche la componente organogena, fatta eccezione per i primi livelli
della successione esaminata, dove tra l’altro anche il residuo inorganico è
relativamente più abbondante rispetto alla restante porzione della serie, è
di solito molto scarsa o, a luoghi, addirittura assente. Sono state rinvenu¬
te, infatti, scarsissime microfaune a foraminiferi, oligotipiche, di solito con
prevalenza di planctonici; i gusci dei foraminiferi, inoltre, appaiono spesso
in cattivo stato di conservazione, essendo, di solito, spatizzati, a luoghi leg¬
germente deformati o rotti, e mostrano quasi sempre caratteri di nanismo.
In alcuni campioni, inoltre, sono stati rinvenuti Ostracodi, rari frammenti
di spicele di spugne silicee e di aculei di echino, rarissimi resti di Pesci
(squame, denti, Otoliti), resti di piccoli Lamellibranchi, dal guscio sottile,
mal conservati e di difficile determinazione.
Tra i foraminiferi planctonici, sono state determinate complessiva¬
mente le seguenti specie:
Globorotalia acostaensis Blow
Globorotalia a. aff. humerosa Tak. & Saito
Globorotalia aff. mediterranea Cat. & Sprov.
Globorotalia ex gr. scitula (Brady)
Globorotalia suterae Cat. & Sprov.
Globigerina ex gr. bulloides D’Orb.
Globigerina concinna Reuss
Globigerina falconensis Blow
Globigerina globorotaloidea Colom
Globigerina multiloba Romeo
Globigerina quinqueloba Natland
Globigerinoides obliquus Bolli
Globigerinoides trilobus Reuss
Globigerinita glutinata (Egger)
Orbulina bilobata (D’Orb.)
Orbulina suturalis Bronnimann
In generale, tutte le specie di Globorotalia sopra elencate risultano
estremamente rare e non sono presenti neppure in tutti i livelli; altrettanto
sporadica, ma presente sicuramente alla base della successione è la G. multi -
ìoha, che consente di correlare le associazioni rinvenute con la zona a G. cono-
miozea- subzona a G. multiloba di D’Onofrio et al (1976), del Messiniano.
146 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
Nel benthos, quando è presente, sono riconoscibili complessivamente i
seguenti generi:
Bolivina, Bolivinoides, Bulimina, Cassidulina, Cibicides, Gyroidina, Haplo-
phragmoides, Quinqueloculina, Robulus, Spiroloculina, Uvigerina (U. siphogeneri-
noides), Valvulineria.
In alcuni livelli, nella parte bassa della successione, prevalgono i
generi Bolivina e Bolivinoides . Infine, nelle marne tripolacee della porzione
superiore della successione sono stati riconosciuti abbondanti frustoli di
Diatomee, di forma prevalentemente circolare (Centrales), oltre a nume¬
rose spicole di spugne, Radiolari, Silicoflagellati e rarissimi foraminiferi.
L’intervallo di serie visibile nella cava di Atripalda si è deposto in un
ambiente marino non lontano dalla costa, caratterizzato da scarsa vita al
fondo e da un apporto di materiale detritico (siltoso-arenaceo) sempre più
frequente verso l’alto, dove si raggiungono gradualmente, condizioni di
ridotta circolazione delle acque (ed isolamento del bacino) e con deposi¬
zione di calcari evaporitici.
Sezione di Montefredane - Pozzo del Sale
Pochi chilometri a NE della città di Avellino, in località «Pozzo del
Sale», e nei dintorni di Montefredane, al di sotto della estesa copertura
piroclastica affiorano siltiti argillose, arenarie, conglomerati ed evaporiti
(Fig. 5).
I livelli più bassi sono visibili a SE del rilievo di Montefredane e sono
costituiti da arenarie e siltiti argillose, in strati e stratereìli, in cattive con¬
dizioni di affioramento. Lo spessore dell’intervallo non è ben valutabile,
ma dovrebbe aggirarsi intorno ai 50-80 m.
In località Pozzo del Sale, le arenarie e siltiti argillose si seguono per
qualche decina di metri e contengono intercalazioni francamente pelitiche
ed un livello di marne tripolacee, di esiguo spessore, pressocché totalmente
mascherato dai continui franamenti, che interessano questo intervallo della
serie. Seguono quindi circa 10 m di calcare evaporitico giallastro, in strati
e banchi, con intercalazioni di argille e marne con manganese.
La successione continua con arenarie grossolane, gessareniti e potenti
livelli di conglomerati poligenici a cemento arenaceo nei quali sono, tra
l’altro, presenti grossi blocchi di gesso e di calcare evaporitico; la presenza,
a poca profondità, di cloruri tra le evaporiti è testimoniata dalla mineraliz-
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia , ecc. 147
zazione a NaCl che interessa una piccola falda, in cui è ubicato il «Pozzo
del Sale» (ora in disuso) e dal quale prende nome la località.
La successione si segue fino a N di Montati edane, dove è ricoperta dal
materiale piroclastico.
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Fio. 5. - Montefredane - Pozzo del Sale: colonna litostratigrafica schematica.
1 = argille; 2 = arenarie; 3 = di atomi ti; 4 - calcari evaporitici; 5 = con¬
glomerati.
Lo spessore complessivo affiorante non è inferiore ai 180-200 m; la
stratificazione è quasi sempre distinta, con direzione a if incirca E-W e
immersione a N; l’inclinazione è variabile, prevalentemente debole o
media nella parte inferiore della serie, forte nei livelli più alti, conglomera¬
tici, che tendono alla verticalità.
I vari termini della successione descritta sono generalmente sterili,
eccezion fatta per l’orizzonte marnoso-tripolaceo, contenente abbondanti
frustoli di diatomee.
Durante l’analisi micropaleontologica, solo in alcuni campioni delle
peliti, sono stati rinvenuti rarissimi globigerinidi, poco indicativi dal punto
di vista bio e cronostratigrafìco. I residui inorganici di lavaggio risultano
più o meno abbondanti e costituiti da tenori variabili di mica, quarzo e
feldspati, apprezzabili quantità di gesso e tracce di carbone e di pirite.
148 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
La sequenza affiorante a Montefredane-Pozzo del Sale denota condi¬
zioni di deposizione inizialmente evaporitiche, seguite da una sedimenta¬
zione clastica, di tipo deltizio o di mare poco profondo.
Sezione di Capriglia
Nella zona di Capriglia, pochi chilometri a N di Avellino, si osserva
una successione arenaceo-conglomeratica e argillosa della potenza di oltre
100 m (Fig. 6).
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E
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Fig. 6. - Capriglia: colonna litostratigrafica schematica. 1 = conglomerati; 2 = are¬
narie; 3 = argille.
La base è costituita da arenarie grossolane, in strati e banchi, sterili,
cui seguono conglomerati ben stratificati, con ciottoli, per lo più arroton¬
dati, del diametro massimo di 20-25 cm; tra gli elementi, sono abbondanti
i litotipi della serie carbonatica di piattaforma e alquanto subordinati,
invece, quelli arenacei-siltosi e calcilutitici, provenienti dalle formazioni fli-
scioidi.
Lo spessore di questo intervallo arenaceo-conglomeratico, su cui pog¬
gia il paese di Capriglia, è dell’ordine dei 50-60 m.
Seguono quindi argille grigie o plumbee, con sottili livelli di arenaria
fine e di silt, in cui si osservano spesso la laminazione parallela e quella
obliqua a piccola scala. Verso l’alto, le argille diventano, gradatamente,
sempre meno siltose e contengono, a luoghi, abbondanti resti mal conser¬
vati di macrofossili (Lamellibranchi), che mostrano segni di limitato tra-
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 149
sporto intrabacinale. Sono presenti, inoltre, rare e sottili intercalazioni cal-
carenitiche.
A questo intervallo argilloso, potente circa 40-50 m, seguono arenarie,
conglomerati e lenti di gesso, in cattive condizioni di affioramento e rico¬
perte da materiale piroclastico.
La successione brevemente descritta è ben stratificata, la direzione
degli strati è circa NNW-SSE e l’immersione a ENE, con debole inclina¬
zione.
Al di sotto dei sedimenti altomiocenici sopra illustrati, è presente
un’altra successione arenaceo-conglomeratica, in cui si rinvengono fre¬
quenti gusci di Lamellibranchi, echinidi, coralli, ecc., che presenta nella
parte inferiore una spessa lente di materiali alloctoni delle «Argille Varico¬
lori»; queste ultime poggiano su terreni arenacei che sono a diretto con¬
tatto con i calcari mesozoici del bordo del M.te Partenio (Pescatore et al ,
1970).
Le argille grigie e plumbee del Miocene superiore affioranti in una
cava per laterizi presso l’abitato di Capriglia, sono risultate all’analisi
micropaleontologica completamente sterili o tutt’al più contengono raris¬
simi e piccoli globigerinidi, di scarso interesse bio e cronostratigrafico, e
rari frammenti di gusci di Lamellibranchi. La componente inorganica è di
solito costituita da percentuali generalmente limitate di mica, rari granuli
di quarzo e feldspati, frustoli carboniosi, presenti in quantità variabili.
La sedimentazione è avvenuta, con ogni probabilità, al margine di un
bacino marino non molto profondo nel quale, durante i periodi di relativa
stabilità dei bordi, i depositi pelitici si intercalavano al materiale clastico
grossolano.
Sezione di Grottolella-Altavilla
Procedendo a N di Capriglia è possibile, sia pur con difficoltà, seguire
la serie dei terreni del Miocene superiore fino alla valle del F. Sabato.
In più punti tra Capriglia e Grottolella al di sotto della copertura vege¬
tale e dei prodotti piroclastici affiorano arenarie più o meno grossolane e
conglomerati poligenici, a matrice arenacea in grossi banchi, con rare inter¬
calazioni argillo-siltose (Fig. 7).
Spostandosi da S a N in località Barbella, e più ancora a Grottolella, la
direzione degli strati, inizialmente NW-SE, tende a disporsi NE-SW o
anche N-S e l’immersione da N-NE ad W. Localmente anche l’inclinazione
può aumentare notevolmente.
150 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
Poco più a N, nei pressi del km. 46 della S.S. n. 88 seguono argille ed
argille siltose, in cui si riscontrano strati e banchi di gesso e di gessareniti.
La successione continua quindi con arenarie grossolane, con frequenti
livelli ciottolosi e conglomerati a matrice arenacea; qualche affioramento è
V V V V
v V V V V 4
Op
Sto o 2
Fig. 7. - Grottolella-Altavilla Irpi-
na: colonnna litostratigra-
fica schematica: 1 = are¬
narie; 2 = conglomerati;
3 = argille; 4 = gessi.
visibile a M.te Toro. Gli elementi dei conglomerati, di dimensioni com¬
prese tra pochi cm e 40-50 cm, sono costituiti, in prevalenza, da ciottoli
arrotondati di calcari e dolomie delle successioni carbonatiche di piatta¬
forma ed, in misura minore, da arenarie, marne e calcari micritici prove¬
nienti dai terreni fliscioidi. Nei livelli più fini, arenaceo-siltosi, è frequente
la laminazione parallela.
Nella zona di Altavilla la successione è costituita da un’alternanza di
arenarie e conglomerati della potenza di 70-80 m, nella quale mancano
pressocché completamente ì termini pelitici ed evaporitici, che sono invece
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 151
ben rappresentati poche centinaia di metri più a N, tra il F. Sabato e la
località Arcone. A questi livelli argillosi con gessi sono associate le minera¬
lizzazioni a zolfo, coltivate fino alla profondità di circa 170-180 m, nelle
miniere ubicate tra Tufo e la stazione ferroviaria di Altavilla.
La potenza complessiva del tratto di serie, compreso tra Grottolella ed
il F. Sabato, è difficilmente misurabile a causa della discontinuità degli
affioramenti e dei disturbi tettonici che hanno interessato la successione e
che hanno causato la formazione di una serie di pieghe asimmetriche, ad
asse disposto all’incirca NE-SW. Le strutture plicative sono, inoltre, compli¬
cate da numerose faglie dirette e inverse, per lo più con modesti rigetti.
Alcuni campioni prelevati nelle argille ed argille siltose affioranti nei
pressi del km 46 della S.S. n. 88 hanno mostrato, all’analisi micropaleonto¬
logica, una componente inorganica molto scarsa, costituita da tracce di car¬
bone e di pirite, rari granuli di quarzo e feldspati; spesso si rinvengono
anche rarissime laminette di mica.
Anche la componente organogena risulta sempre molto scarsa ed è
rappresentata unicamente da esemplari ben conservati, anche se spesso
piritizzati, di Ammonia beccarii ; a luoghi, sono presenti anche rarissimi
Ostracodi e altrettanto rari piccoli Gasteropodi, anche essi piritizzati.
L’ambiente di sedimentazione è generalmente di transizione (deltizio)
o tutt’al più marino poco profondo, con depositi grossolani pressocché
completamente sterili.
Le argille con Ammonia e con gesso indicano una stasi della sedimen¬
tazione clastica, con rapida evoluzione in senso evaporitico.
Sezione di Tufo - T. Branete - Stretto di Barba
La porzione più alta dei termini messiniani affiora con buona esposi¬
zione in destra del F. Sabato (Fig. 8).
Presso il letto del fiume è possibile, talora, osservare i termini argillosi
ed evaporitici nei quali, come detto poc’anzi, vengono coltivate in miniera
lenti mineralizzate a zolfo dello spessore di 25-30 m. A tetto delle argille e
delle evaporiti seguono per circa 250 m alternanze ripetute di puddinghe
ed arenarie con rari interstrati argillo-siltosi. Gli strati immergono a N, con
inclinazione compresa tra 35° e 40°.
Nella successione, già descritta da De Castro-Coppa et al. (1969), si
osservano (a N e ad E di Tufo) fino a cinque grossi livelli lenticolari di con¬
glomerati del tutto simili a quelli già descritti per altre località poste più a
S, in sinistra del F. Sabato; questi livelli sono potenti dai 20 ai 30-35 m e
sono separati da strati e banchi di arenarie, siltiti e rari livelli argillosi.
152 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
La serie continua quindi con una intercalazione di materiale fliscioide
costituito da argille di vario colore, leggermente scagliose - contenenti
solo rari globigerinidi indeterminabili e radiolari -, siltiti, arenarie quarzose
scure, calcari marnosi, ecc.; lo spessore di questi materiali alloctoni si
aggira intorno ai 70-80 m.
Nella zona a N di Tufo seguono ancora, apparentemente in concor¬
danza con la successione sottostante, alcune decine di metri (che si ridU-
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Fio. 8. - Tufo-T. Branete: colonna
litostratigrafica schema¬
tica. 1 = argille; 2 =
= gessi, con mineralizza¬
zioni a solfuri; 3 = con¬
glomerati; 4 = arenarie;
5 = Argille Varicolori.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 153
cono a pochi m verso W, nell’incisione del T. Branete) di argille grigie, in
strati di 1-2 m di spessore, a luoghi con frustoli carboniosi e pirite, con
intercalazioni di straterelli arenacei e rari livelli di conglomerati a piccoli
clasti della potenza di 5-10 cm.
A questi livelli argillosi seguono, con netta discordanza angolare, con¬
glomerati massicci, attribuiti al Pliocene medio.
Pochi chilometri a N di Altavilla Irpina, nella zona dello «Stretto di
Barba», la successione dei terreni altomiocenici mostra alcune differenze
rispetto alla zona di Tufo-T. Branete. La porzione inferiore, al di sopra di
qualche metro di arenarie con piccole lenti di ciottoli, è costituita, preva¬
lentemente, da argille plumbee con rare intercalazioni di siltiti ed arenarie
fini a laminazione obliqua a piccola scala per uno spessore di circa 80 m.
Seguono alcuni metri di arenarie grigie e quindi puddinghe a matrice are¬
nacea, molto simili a quelle già descritte per le altre zone, per 180-200 m.
Questi conglomerati si presentano mal stratificati e con andamento lenti¬
forme; talora, la forma dei depositi e le strutture sedimentarie presenti
(gradazione verticale diretta, embriciatura dei ciottoli, ecc.) indicano una
sedimentazione in ampi canali d’erosione.
I livelli pelitici della successione sopra descritta sono stati campionati
sia nel vallone a N di Tufo, sia nell’incisione del T. Branete.
In particolare, le argille affioranti a N di Tufo, alcune decine di metri
al di sotto delle «Argille varicolori», contengono una frazione inorganica
molto scarsa, costituita da basse percentuali di granuli di quarzo e lami¬
nette di mica, tracce di carbone e di pirite. Anche il contenuto organico è
generalmente molto scarso o, addirittura, quasi del tutto assente; si rinven¬
gono, infatti, soltanto rari foraminiferi, essenzialmente planctonici, con
gusci di taglia piccola (fauna nana) ed in discreto stato di conservazione. Il
benthos è quasi del tutto assente: sono stati ritrovati soltanto rarissimi
esemplari di Cassìdulina ed Anomalina.
Tra i globigerinidi, sono state riconosciute le seguenti specie:
Hastigerina sp.
Globorotalia acostaensis Blow
Globorotalia aff. incompta (Cifelli)
Globigerina aff. bulloides D’Orbigny
Globigerina concinna Reuss
Globigerina falconensis Blow
Globigerina quinqueloba Natland
Globigerina multiloba Romeo
Globigerina glutinata (Egger)
154 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
Come si può notare dall’elenco, la microfauna planctonica è oligoti¬
pica: i generi Orbulina e Globigerinoides sono, infatti, del tutto assenti; le
globorotalie estremamente subordinate rispetto alle specie di piccole glo-
bigerine. Tra queste ultime, la presenza, sia pur sporadica, di G. multiloba
consente di correlare le associazioni rinvenute con la zona a G. co no mio-
zeu-subzona a G. multiloba (D’Onofrio et al ., 1976), ultima in ordine di
comparsa del Messiniano.
Nell’incisione del T. Branete, i campioni prelevati nelle intercalazioni
pelitiche al di sotto delle A.V., sono caratterizzati da un residuo inorganico
più o meno abbondante, costituito da mica, quarzo e feldspati, a luoghi
prevalenti sulla prima, pirite, a luoghi ossidata, tracce di carbone.
La componente organogena è sempre scarsa e costituita prevalente¬
mente da foraminiferi, oltre che da rarissimi frammenti di valve di Ostra-
codi. Come a Tufo, anche in questa località i gusci dei foraminiferi
appaiono in buono stato di conservazione, ma spesso mostrano caratteri di
nanismo.
Il benthos è di solito nettamente subordinato rispetto al plancton o,
addirittura, quasi del tutto assente ed è rappresentato da poche forme
banali, diffuse in tutto il dominio neritico.
Il plancton è costituito dalle seguenti specie:
Globorotalia acostaensis Blow
Globorotalia a. aff. humerosa Tak. & Saito
Globorotalia aff. mediterranea Cat. & Sprov.
Globorotalia ex gr. scitula (Brady)
Globorotalia suterae Cat. & Sprov.
Globigerina ex gr. bulloides D’Orb.
Globigerina concinna Reuss
Globigerina falconensis Blow
Globigerina globorotaloidea Colom
Globigerina microstoma Cita, P. Silva & Rossi
Globigerina multiloba Romeo
Globigerina quinqueloba Natland
Globigerinoides obliquus Bolli
Globigerinoides sp.
Globigerinita glutinata (Egger)
Orbulina suturalis Bronnimann
Orbulina universa D’Orb.
Tra le specie sopra elencate, risultano estremamente rare G. acostaen¬
sis, G.a. aff. humerosa, G. suterae, G. aff mediterranea e G. multiloba. Per la
presenza del marker G. multiloba , le associazioni sopra descritte sono data¬
bili Messiniano in accordo con Colalongo et al. (1973).
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografìa, ecc. 155
I campioni prelevati nelle argille grigie, al di sopra del livello di
«Argille Varicolori», a N di tufo, contengono percentuali variabili di ele¬
menti terrigeni, frustoli carboniosi, spesso presenti in apprezzabili quantità,
tracce di pirite, a luoghi ossidata.
La microfauna a foraminiferi presente risulta ancora più o meno
scarsa; solo in alcuni campioni, essa è quantitativamente più abbondante
rispetto ai livelli sottostanti. I gusci appaiono ancora in discreto stato di
conservazione e, solo raramente, si osservano fenomeni di nanismo. Il
benthos è senz’altro più vario e più copioso, rispetto ai campioni prelevati
nell’intervallo inferiore; tuttavia, non mancano casi in cui esso è quasi del
tutto assente. Il rapporto P/B rimane comunque, nettamente a favore del
plancton. A luoghi infine, si rinvengono rari frammenti di spicole di
spugne silicee, rarissimi otoliti e rarissimi frammenti di radioli di echino.
Nei benthos sono stati riconosciuti, complessivamente, i seguenti
generi:
Ammonio , A nomai ina, Bolivina, Bolivinoides, Bulimina, Cassidulina, Cibicides,
Gyroidina, Elphidium, Eponides, Lagena, Marginulina, Martinottiella, Nodosaria,
Nonion, Planulina, Pullenia, Robulus, Rotalia, Siphonina, Textularia, Uvigerina,
Vaginulina, Valvulineria.
Nel plancton, sono state riconosciute complessivamente le seguenti
specie:
Globorotalia acostaensis Blow
Globorotalia aff. humerosa Tak. & Saito
Globorotalia aff. dalii Perconig
Globorotalia aff. incompta (Cifelli)
Globorotalia aff. obesa Bolli
Globorotalia ex gr. scitula (Brady)
Globorotalia suterae Cat. & Sprov.
Globigerina ex gr. bulloides D’Orb.
Globigerina concinna Reuss
Globigerina falconensis Blow
Globigerina globorotaloidea Colom
Globigerina microstoma Cita, P. Silva & Rossi
Globigerina aff. nepenthes Todd
Globigerina pachyderma (Ehrenberg)
Globigerina quinqueloba Nailand
Globigerina aff. uvula (Ehrenberg)
Globigerinoides obliquus Bolli
Globigerinoides o. extremus Bolli & Bermudez
Globigerinoides trilobus (Reuss)
Globigerinita glutinata (Egger)
156 S. Di Nocera, F. Ortolani , M. Torre e B. Russo
Orbulina bilobata (D’Orb.)
Orbulina suturalis Bronnimann
Orbulina universa D’Orb.
In particolare, risultano estremamente rare le specie G. acostaensìs ,
che, contrariamente a quanto si verificava nei livelli sottostanti, è presente
non solo con la varietà con sole quattro logge nell’ultimo giro di spira, ma
anche con quella tipica a cinque logge, G. a . affi humerosa, G. suterae e G.
affi, dalii. Il marker G, multiloba è assente, come pure i markers più
recenti; pertanto, i livelli pelitici soprastanti alle «Argille Varicolori» sono,
per posizione stratigrafica, da attribuire ad un periodo non più antico del
Messiniano.
I residui inorganici di lavaggio dei campioni delle argille grigie, affio¬
ranti nel vallone del T. Branete e sovrastanti alle «Argille varicolori», sono
costituiti da apprezzabili quantità di mica, quarzo e feldspati, prevalenti
sulla prima, tracce di carbone e di pirite, a luoghi ossidata. La componente
organogena è di solito quantitativamente scarsa e rappresentata unica¬
mente da foraminiferi, di solito discretamente conservati, di dimensioni
spesso piccole nel plancton. Il rapporto P/B è sempre nettamente a favore
del plancton: il benthos risulta sempre scarso e rappresentato da forme
banali, quali:
B olivina, Bulimina, Cassidulina, Cibìcides, Dorothia, Eponides, Gyroidina, Margi¬
nali na, Martino Iteli a, Nodosaria, Nonion, Planulìna, Pullenia, Robulus, Sipho-
nina, Uvigerina, Vaginulina, Valvulineria.
Quanto alla composizione del plancton e alla frequenza delle specie,
non si osservano sostanziali variazioni rispetto ai livelli sottostanti; insieme
con le specie precedentemente elencate sono state rinvenute le seguenti:
Globorotalia menar dii forma 5 Tjalsma
Globorotalia obesa Bolli
Globigerina aff. nepethes Tono
Globigerina aff. pachyderma (Ehrenberg)
Globigerinoides aff. bollii Blow
Globìgerinoides o. extremus Bolli & Bermudez
Sphaeroidinellopsis subdehiscens Blow
Orbulina bilobata D’Orb.
Le specie G. menardii forma 5 e Sphaeroidinellopsis subdehiscens sono
estremamente rare. In questi livelli più alti della successione sono, inoltre,
assenti G. aff. mediterranea e G. multiloba ; tuttavia mancano pure markers
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 157
più recenti di questa. Pertanto, si può ritenere, con molta probabilità che
l’età delle argille sovrastanti alle Argille Varicolori sia ancora Messiniano.
La maggiore ricchezza, sia pur limitatamente ad alcuni livelli, delle
associazioni rinvenute nelle peliti, soprastanti il materiale alloctono, l’as¬
senza in esse di alcune forme tipiche del Messiniano, quale G. conomiozea ,
G. mediterranea e G. multiloba , e la presenza di U. rutila e di rarissimi
Sphaeroidinellopsis potrebbero rappresentare l’instaurarsi di un ambiente
francamente marino, con parziale rinnovamento faunistico, indicativo di
livelli più recenti del Messiniano. De Castro-Coppa et al. (1969) attribui¬
scono al Pliocene inferiore la porzione medio-superiore della serie del T.
Branete.
L’ambiente di sedimentazione dopo l’episodio evaporitico basale
oscilla tra il neritico poco profondo ed il deltizio. Talora le scarse oscilla¬
zioni faunistiche delle peliti mostrano segni di circolazione ristretta. Le
argille (probabilmente plioceniche) soprastanti il materiale alloctono si
sono deposte in ambiente marino tranquillo, non molto profondo.
Considerazioni sull’evoluzione sedimentaria
I più antichi terreni del I ciclo di sedimentazione, Tortoniano-Messi-
niano, sono rappresentati nella serie affiorante a SE di Lapio. I livelli più
bassi della successione, attribuiti al Tortoniano medio-superiore (zona a G.
a. acostaensis - sub-zona a G. suterae) (Fig. 9), sono rappresentati da argille
ed argille siltose con rare intercalazioni arenacee, sedimentatesi in
ambiente neritico circalitorale, con buona circolazione delle acque e sali¬
nità pressoché normale. Saltuarie alterazioni dei principali fattori chimico-
fisici delle acque del bacino, peraltro di limitata entità, sono testimoniati
da rari livelli con fauna nana o con associazioni oligotipiche, nelle quali
abbondano gusci di foraminiferi planctonici con bulla e forme ancestrali di
Orbulina e Praeorbulina. Le intercalazioni di materiale detritico-arenaceo,
sono molto rare e denotano quindi una relativa stabilità delle zone margi¬
nali del bacino.
La sedimentazione pelitica è continua fino al Messiniano inferiore
(zona a G. conomiozea) dove si verifica l’intercalazione nella successione di
discrete quantità di materiale di provenienza alloctona e una concomitante
scarsa ossigenazione al fondo del bacino, testimoniata dalla presenza di
abbondante pirite nel residuo inorganico delle argille. Questo fenomeno
non provoca tuttavia sostanziali modificazioni nell’ambiente di sedimenta-
158 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
zione, che ritorna rapidamente a condizioni di normalità, con deposizione
di argille debolmente siltose, ricche di microfaune e sottili interstrati sab¬
biosi, contenenti gusci di Lamellibranchi, Gasteropodi, ecc., di cui si osser¬
vano buone esposizioni nei calanchi di Case Paoloni.
Verso l’alto (zona a. G. conomiozea - subzona a G. multiloba) la serie
continua con marne, calcari, calcari evaporitici, argille e gessi in grossi ban¬
chi, ben esposti nella zona Castelmozzo-S. Lucia. L’insieme delle caratteri-
Fig. 9. - Tentativo di correlazione tra le sezioni stratigrafiche dei depositi altomio¬
cenici dellTrpinia occidentale. A = Lapio; B-C - Loc. Case Paoloni-S.
Lucia; D = Atripalda; E = Montefredane-Pozzo del Sale; F = Capriglia;
G = Grottella-Altavilla Irpina; H = Tufo-T. Branete. 1 = argille; 2 = are¬
narie; 3 = gessi; 4 = diatomiti; 5 = calcari evaporitici; 6 = conglomerati;
7 = gessi con mineralizzazioni a solfuri; 8 = Argille Varicolori.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografìa, ecc. 159
stiche della successione litostratigrafica pre-evaporitica e le associazioni di
microfossili, rinvenute nelle intercalazioni pelitiche, indicano che il pro¬
cesso di isolamento del bacino non è stato rapido né continuo e che l’am¬
biente di sedimentazione ha oscillato più volte tra l’evaporitico ed il
marino; probabilmente a causa di periodi alterni di chiusura e di ripristino
dei collegamenti con ampi bacini limitrofi, caratterizzati da salinità pres-
socché normale.
La fase tettonica messiniana causa l’interruzione della sedimentazione
nel bacino e i termini evaporitici rappresentano quindi i livelli più alti
della serie tortoniano-messiniana.
I depositi di questo primo ciclo di sedimentazione, analizzati nelle
serie di Lapio e Castelmozzo-S. Lucia possono essere correlati con terreni
coevi, affioranti in altre località dell’Appennino meridionale e della Cala¬
bria settentrionale.
In particolare strette analogie nell’evoluzione sedimentaria sono evi¬
denti tra la parte inferiore, pre-evaporitica, del ciclo Tortoniano-Messiniano
e una successione potente circa 300 m, affiorante in Irpinia nei pressi di
Castelfranci e Nusco, costituita da argille, con sottili intercalazioni di are¬
narie nella porzione inferiore-media e da alternanze sabbioso-argillose
nella parte alta e che risulta troncata superiormente da una superficie tetto¬
nica (« U. di Villamaina », IPPOLITO et al ., 1974).
Correlazioni altrettanto sicure possono essere stabilite con le succes¬
sioni del Salernitano, dove sono state illustrate argille con intercalazioni
arenacee potenti circa 100 m, seguite da diatomiti e da calcari evaporitici
(Di Nocera et al ., 1979).
Anche nella Calabria settentrionale la sedimentazione argilloso-arena-
cea di ambiente marino neritico caratterizza il Tortoniano superiore-Messi-
niano inferiore. Nelle successioni della Catena Costiera Calabra questi
depositi pelitici, di ambiente relativamente profondo, sono preceduti da
conglomerati ed arenarie di ambiente continentale di piana alluvionale
costiera e da calcareniti di mare basso, e seguiti da diatomiti (Di Nocera
et al , 1974, 1979; Ortolani et al , 1979).
Dopo la fase tettonica infraevaporitica inizia un nuovo ciclo di sedi¬
mentazione rappresentato da terreni di età compresa tra il Messiniano ed il
Pliocene inferiore.
Nei pressi di Atripalda, la parte basale di questo II ciclo di sedimenta¬
zione testimonia un parziale ritorno a condizioni di sedimentazione
marina: infatti, al di sopra di arenarie e gessareniti basali, la serie è costi¬
tuita da argille più o meno siltose, che racchiudono associazioni a foramini-
160 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
feri (per lo più affette da nanismo e/o oligotopia) databili al Messiniano
(zona a G. conomiozea - subzona a G. multiloba ) (Fig. 9). Successivamente
si verifica un aumento dell’apporto arenaceo e quindi la graduale riduzione
della circolazione e chiusura del bacino, testimoniate dalla deposizione di
calcari evaporitici e gessi al di sopra di un orizzonte diatomitico.
In altre zone del bacino (Capriglia), probabilmente più vicine alla terra
emersa, i depositi basali sono costituiti da conglomerati, cui seguono
argille ed argille siltose con resti mal conservati di Lamellibranchi e ancor
più rari foraminiferi planctonici; verso l’alto, seguono ancora arenarie, e
quindi conglomerati ed evaporiti (gesso).
La restante porzione della serie mio-pliocenica presenta caratteri lito-
stratigrafici, biostratigrafici e deposizionali alquanto differenti tra le zone
di affioramento più occidentali e quelle più orientali. Nell’area compresa
tra i M.ti di Avella, Barba, Tufo e Avellino, la serie è costituita da alter¬
nanze di argille ed evaporiti e da potenti livelli di depositi clastici, di
ambiente continentale o di transizione. Le argille, quasi sempre sterili, e le
evaporiti (talora con zolfo) costituiscono alcune grosse lenti intercalate ai
depositi clastici, specie nella porzione basale. Le strutture sedimentarie che
si osservano nelle puddinghe e nelle arenarie indicano una deposizione in
ambiente prevalentemente deltizio, come riempimento di ampi canali
d’erosione; i resti marini sono alquanto rari.
Nelle zone più orientali, da Manocalzati fino a Pratola Serra e Monta-
perto, la serie è costituita da alternanze ripetute di depositi evaporitici, are¬
narie, marne e argille con abbondanti microfaune marine. I termini evapo¬
ritici sono costituiti prevalentemente da calcari e, in subordine, da marne,
dolomie e rarissimo gesso, con spessori complessivi dell’ordine di pochi
metri; ad essi sono per lo più associati strati irregolari di argille scure o
verdi. Le arenarie sono stratificate, a grana fine, e potenti, a luoghi, alcune
decine di metri; contengono inoltre rari microfossili marini. Le argille sono
debolmente siltose e contengono associazioni a foraminiferi planctonici e
bentonici in buono stato di conservazione. L’ambiente di sedimentazione
deve aver subito oscillazioni frequenti tra il pre-evaporitico, l’evaporitico
(talora anche subaereo) ed il marino, che sembra affermarsi nella porzione
superiore della serie.
In definitiva durante la deposizione dei terreni del ciclo Messiniano-
Pliocene inferiore, l’ambiente di sedimentazione nelle aree attualmente
poste ad W si è evoluto da evaporitico alla base a deltizio alla sommità;
l’assenza quasi completa di termini francamente marini e l’abbondanza di
depositi clastici anche grossolani indicano che queste zone erano ubicate in
prossimità della terra emersa, al bordo del bacino.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc . 161
Per contro le aree poste più ad E, in destra orografica del F. Sabato,
sono sede dapprima di deposizione evaporitica alternata a sedimentazione
marina neritica e successivamente di sedimentazione marina non molto
profonda e con scarsi apporti clastici grossolani. Tali aree con ogni probabi¬
lità occupavano una posizione più esterna rispetto alle aree precedente-
mente considerate ed erano ubicate ad una maggiore distanza dalla costa.
Depositi arenaceo-conglomeratici, evaporitici e subordinatamente car-
bonatici appartenenti ad un ciclo di sedimentazione mio-pliocenico sono
presenti in altre località poste più a nord (Molise) ed a S (Calabria)
delParea studiata. In particolare nella valle del Grati è stata datata al Messi-
niano-Pliocene inferiore una successione potente qualche centinaio di
metri, costituita da alternanze arenaceo-siltose, gessarenitiche e argillose
nelle quali sono presenti grosse lenti di evaporiti e di cloruri (Lungro) (Di
Nocera et al , 1974).
Successioni clastiche ed evaporitiche, di spessore generalmente limi¬
tato ed attribuite ad un ciclo di sedimentazione Messiniano-Pliocene infe¬
riore sono ancora presenti al bordo tirrenico della Catena costiera Calabra,
a sud di Amantea (Ortolani et al , 1979).
Conclusioni
Dopo la fase tettonica traslativa del Tortoniano inferiore-medio, che
determina in maniera pressoché definitiva i reciproci rapporti geometrici
tra le principali unità stratigrafico-strutturali dell’Appennino meridionale,
nelle aree della catena prendono origine alcuni bacini nei quali inizia una
sedimentazione di ambiente marino neritico più o meno tranquillo.
La sedimentazione prosegue senza sensibili variazioni fino al Messi-
niano inferiore, quando progressivamente si instaurano condizioni di circo¬
lazione ristretta che portano al completo isolamento dei bacini.
Durante la deposizione delle evaporiti una nuova fase tettonica a
carattere regionale interrompe la sedimentazione e provoca tra l’altro rota¬
zioni e probabili traslazioni dei depositi del ciclo Tortoniano-Messiniano;
nellTrpinia occidentale si verifica inoltre il sovrascorrimento su di essi di
terreni alloctoni, tra i quali i termini più alti dell’unità Lagonegrese II
(flysch rosso).
Questi grandi tratti dell’evoluzione tettono-sedimentaria tortoniano-
messiniana che sono stati individuati e descritti per le serie delflrpinia
occidentale sono molto simili a quelli riconosciuti nelle coeve successioni
affioranti nel Salernitano (Di Nocera et al , 1979), nella Calabria setten-
162 S. Di Nocera, F. Ortolani, M, Torre e B. Russo
trionale (Ortolani et al ., 1979) ed in altre numerose località (Toscana,
Sicilia, Nord-Africa, ecc.).
Una caratteristica costante di questi bacini è rappresentata dalla depo¬
sizione generalizzata di peliti marine più o meno arenacee, con scarso
apporto detritico dalle aree emerse tra il Tortoniano superiore e l’inizio del
Messiniano: infatti dappertutto il limite tra questi due piani è stato indivi¬
duato solo in base all’analisi biostratigrafica (Fig. 9).
L’analisi delle facies dei terreni del successivo ciclo Messiniano-Plio-
cene inferiore indica che in tutta l’area irpina si è verificato un ritorno ad
un ambiente marino, che mostra però fin dall’inizio la tendenza all’isola¬
mento e al disseccamento.
Ai depositi argilloso-arenacei ed evaporitici seguono, nelle zone poste
più a sud e ad ovest, potenti successioni di arenarie e puddinghe polige¬
niche a matrice arenacea con alcuni livelli di argille e gessi.
Tali zone dovevano rappresentare aree marginali del bacino, prospi¬
cienti la terra emersa dalla quale provenivano abbondanti clasti che anda¬
vano a formare grandi conoidi deltizie. I ciottoli calcareo-dolomitici, che si
riscontrano in quantità via via crescente nei conglomerati mio-pliocenici,
provengono dalle successioni della piattaforma carbonatica campano¬
lucana.
I livelli di argille e gessi rappresentano l’espressione di episodiche
ingressioni marine, seguite in breve tempo - probabilmente a causa delle
limitate dimensioni e delle caratteristiche fisiografiche del bacino stesso -
da interruzione della circolazione (in tutto il Mediterraneo era in atto una
«crisi di salinità») e ripresa della sedimentazione clastica grossolana.
I termini conglomeratici mancano quasi del tutto nelle aree ubicate
più a sud e ad est, ed il bacino mio-pliocenico doveva probabilmente
aprirsi verso i quadranti orientali e meridionali. In queste zone le arenarie
sono il litotipo prevalente e ad esse sono intercalate argille fossilifere (fora-
miniferi) e limitati spessori di evaporiti e di depositi continentali.
II quadro complessivo che si ricava dai risultati delle ricerche sulle
serie del ciclo mio-pliocenico dell’Irpinia occidentale è quello di un bacino
caratterizzato da limitata profondità e sede di attiva sedimentazione delti-
zia al margine occidentale. La terra emersa era costituita dai massicci car-
bonatici, in buona parte denudati della loro copertura fliscioide, definitiva¬
mente in emersione dopo la fase tettonica messiniana ed in via di rapido
smantellamento. Le zone bordiere del bacino dovevano, inoltre, essere sog¬
gette a ripetute oscillazioni batimetriche causate da movimenti tettonici
tardivi di surrezione delle Unità della Catena.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografia, ecc. 163
I terreni del ciclo Messiniano-Pliocene inferiore sono ampiamente dif¬
fusi nel Molise, nel Sannio, in Capitanata e in Campania, dove quelli
dell’Irpinia occupano la posizione più occidentale 2. Essi si sono accumulati
in alcuni bacini individuatisi sulle coltri che costituivano la parte orientale
della paleocatena, ed in posizione ancora più esterna, tra questa e l’avam-
paese apulo-garganico. Tali bacini hanno assunto il ruolo di avanfossa ed in
essi la sedimentazione continua a luoghi fino alla successiva fase tettonica
del Pliocene inferiore (Fig. 10).
L’individuazione di un bacino di sedimentazione, impostato in misura
maggiore o minore sulle unità più esterne della paleocatena, immediata¬
mente dopo una fase tettogenetica, rappresenta un fenomeno ricorrente
nell’evoluzione geologica dell’Appennino campano-lucano e forse di tutto
l’Appennino meridionale. Già dopo la fase tettogenetica del Langhiano il
Bacino Irpino assume le funzioni di avanfossa e si interpone tra il fronte
in affioramento della catena e l’«avampaese» rappresentato dalla piatta¬
forma carbonatica abruzzese-campana (Pescatore, Tramutoli, 1980)
(Fig. 10).
Solo successivamente, con le fasi tettoniche del Pliocene medio e del
Pleistocene, il ruolo di avanfossa viene assunto dalla fossa bradanica (Fig.
10), nella quale si sono in parte scaricate le parti più avanzate delle coltri
alloctone.
I sovrascorrimenti delle coltri sulle unità paleogeografiche «esterne»
avvenuti durante le varie fasi tettoniche neogeniche hanno provocato note¬
voli restringimenti dell’area di catena, che sono stati valutati dell’ordine
delle diverse decine di chilometri, anche centinaia per le fasi più antiche.
Contemporaneamente le fasi tettoniche pre-messiniane hanno causato
importanti variazioni nella paleogeografia delle zone «interne» e dell’area
di catena in senso stretto: tra l’altro, la stessa apertura del Mar Tirreno
viene fatta risalire al Tortoniano o ad un momento di poco precedente
(Scandone, 1979). Fino al Tortoniano, l’intera area della catena viene rifor¬
nita di abbondante materiale terrigeno e cristallino in buona parte estraneo
2 Sul versante tirrenico di questo tratto di Appennino non sono noti sedimenti
coevi, né in affioramento né nelle successioni riconosciute tramite perforazioni pro¬
fonde nelle piane costiere; potenti livelli di evaporiti di età quasi sicuramente Mio¬
cene superiore sono invece presenti al fondo del mar Tirreno (Finetti & Morelli,
1974); questi ultimi si mostrano alle indagini geofìsiche pressoché indisturbati, a dif¬
ferenza dei depositi delflrpinia, che sono stati ruotati e forse traslati dalle fasi tetto¬
niche plio-pleistoceniche.
164 S. Di Nocera, F. Ortolani, M. Torre e B. Russo
ai litotipi presenti nelle falde, che hanno fatto ipotizzare l’esistenza di una
terra cristallino-metamorfica in area tirrenica, poi sprofondata in mare in
seguito a tettonica distensiva.
In conseguenza della fase tettonica messiniana si verifica una ulteriore
avanzata verso est delle coltri e un comparabile arretramento del margine
Salernitano Irpinia occ.
C
— a — | - b - h
c
— b —4 — C ■ — h— d -
Fig. 10. - Profili paleogeografìci schematici attraverso l’Appennino meridionale tra
il Miocene superiore e il Pleistocene. Le successive posizioni del fronte di
avanzamento delle coltri alloctone sono indicate con una linea tratteg¬
giata. A - Tortoniano superiore - Messiniano: b) area emersa della paleo¬
catena; c) bacino di sedimentazione marina, impostato in gran parte sulle
unità alloctone della paleo-catena; d) dominio paleogeografico della piat¬
taforma carbonatica apula. B - Messiniano-Pliocene inferiore, e C - Plio¬
cene inferiore - Pliocene medio: a) area tirrenica; b) area emersa della
Catena; c) bacino di sedimentazione (depositi marini e/o di transizione)
in funzione di avanfossa, impostato in gran parte sulle unità alloctone
della catena; d) avampaese apulo. D - Pliocene superiore - Pleistocene:
a) area tirrenica; b) Catena Appenninica; c) avanfossa (Fossa bradanica);
d) avampaese apulo.
Evoluzione sedimentaria e cenni di paleogeografìa, ecc. 165
tirrenico; con le fasi tettoniche del Pliocene e del Pleistocene però la zona
centrale della catena (occupata dai più importanti massicci carbonatici)
non sembra subire spostamenti sensibili verso l’esterno, parallelamente
all’avanzamento del fronte delle coltri. I depositi dei cicli di sedimenta¬
zione pliocenici e plio-pleistocenici si sono accumulati in bacini i cui
margini occidentali erano grosso modo corrispondenti a quelli dei prece¬
denti bacini messiniani: dalla fine del Miocene in poi si sarebbe così deter¬
minata una «persistenza» dei principali caratteri geografici di questa zona
e la parte centrale della catena appenninica, comprendente i massicci car¬
bonatici ed i più importanti rilievi, sarebbe rimasta ad ovest dei bacini neo¬
genici e quaternari.
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voi. 90, 1981, pp. 167-176, tabb. 2
Derivati ammidici, idrossamici e idrazidici
di acidi benzoici sostituiti,
a potenziale attività biologica
Nota dei soci Eugenio Piscopo (*), Maria Vittoria Diurno (*),
Brunella Cappello (*), Maria Teresa Cereti Mazza (*)
e di Francesco Aliberti (**) e Giuseppe Cirino (*)
(Tornata del 22 dicembre 1981)
Riassunto . - Gli AA. hanno preparato e studiato dal punto di vista dell’azione
antibatterica ed antimicotica un gruppo di ammidi N-alchilsostituite (I-XXI), di deri¬
vati idrossamici (XXII-XXIII) e di idrazidi (XXIV-XXX) di acidi benzoici variamente
sostituiti nel nucleo aromatico con uno, due e tre atomi di alogeno. Lo screening
antibatterico indica (Tab. I) che tali sostituzioni influenzano l’attività ed i composti
maggiormente alogenati posseggono un’attività antibatterica più elevata.
Summary. - A group of N-alkylamides (I-XXI), hydroxamic derivatives (XXII-
XXIII) and hydrazides (XXIV-XXX) of benzoic acids variously substituted in thè
nucleus with one, two and three halogen atoms was prepared and tested in vitro for
antibacteric and antimicotic activity. Antibacterial screening indicates (Tab. I) that
halogen subsitution affects thè activity and more halogenated compounds possess
higher antibacterial activity.
In una recente sperimentazione su derivati alogenati di acidi idrossi-
benzoici abbiamo preso in esame una serie di anilidi dell’acido 2-idrossi-
3,4,5-triiodobenzoico (A). I composti preparati, di formula generale (B),
sostituiti nel nucleo anilinico con uno, due e tre atomi di alogeno, sono
stati saggiati in vitro relativamente all’attività antimicrobica e antimicotica.
Lo screening ha evidenziato una generalizzata attività antimicrobica che si
manifesta in maniera più sensibile nei confronti di batteri Gram + (1).
Ricerca eseguita con il contributo del Ministero della Pubblica Istruzione.
(*) Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica dell’Università di Napoli.
(**) Cattedra di Igiene della Facoltà di Scienze dell’Università di Napoli.
168 Piscopo, Diurno , Cappello, Cereti Mazza , A liberti e Cirino
L’indagine è stata estesa a composti strutturalmente correlati a quelli
dianzi citati. In particolare sono state esaminate ammidi N-alchilsostituite,
derivati idrossamici e idrazidi, in considerazione dell’interesse presentato
da tali strutture, come appare evidente anche da un esame sommario della
letteratura più recente.
Le ammidi N-alchilsostituite sono, infatti, oggetto di ampia sperimen¬
tazione, indirizzata alla evidenziazione di azioni biologiche diverse, quali
l’attività antifungina (2-3), antiemetica (4), antiinfiammatoria (5-6), anal¬
gesica (5), antiulcera, antiasma, antiaggregante piastrinica (6), fitotossica
(7-8). Lo studio di tale attività è stato particolarmente approfondito in
ricerche sistematiche condotte da ricercatori italiani (9-15 e lavori loc. cit.).
Anche per i derivati idrossamici la letteratura più recente registra
ricerche variamente orientate, quali quelle relative allo studio dell’attività
antifungina (16-17), anticolesterolemica (18), antiflogistica (19), anticoagu¬
lante (20).
Le idrazidi, poi, presentano un duplice interesse in quanto allo studio
delle attività biologiche si aggiunge anche quello della loro possibile utiliz¬
zazione quali «intermedi» per la preparazione di derivati d’interesse chimi-
co-farmaceutico.
Tra le nuove idrazidi oggetto di sperimentazione farmacologica (21) la
letteratura registra quelle furossaniche e furazaniche preparate da Gasco e
Coll. (22-23).
Nello studio da noi condotto sono stati presi in esame composti
rispondenti alle formule (C), (D) ed (E), operando comparativamente con
composti analoghi meno alogenati, al fine di avere una migliore
conoscenza dell’influenza esercitata dall’introduzione dell’alogeno in tali
strutture.
(A)
X =
OH
(B)
X =
NH-arile
(Q
X =
NH-alchile
(D)
X =
NHOH
(E)
X =
nh-nh2
Lo studio dell’attività biologica dei composti in oggetto, descritti in
questa nota, è stato orientato verso l’evidenziazione di un’eventuale attività
antimicrobica ed antimicotica in considerazione dei risultati ottenuti nello
Derivati ammidici, idrossamici e idrazidici, ecc. 169
screening microbiologico delle anilidi alogenosostituite (B) e tenendo
anche conto del fatto che l’acido (A) di per sé presenta attività antibatte¬
rica e atimicotica, anche se di lieve entità (24).
I composti preparati sono stati saggiati relativamente all’attività anti¬
batterica e antifungina; le modalità delle indagini effettuate sono riportate
nella parte sperimentale ed i risultati sono complessivamente esposti nella
Tabella I.
Parte sperimentale chimica
(con la collaborazione di A. Cavalieri)
I composti preparati sono stati controllati analiticamente mediante
TLC su lastre Merck F 254. I punti di fusione sono stati determinati con un
apparecchio Electrothermal e non sono corretti. Gli spettri I.R. sono stati
registrati con apparecchi Perkin-Elmer mod. 177 e mod. 399 in sostanze
disperse in nujol. Gli spettri R.M.N. sono stati registrati con apparecchio
Perkin-Elmer R 24 usando T.M.S. come riferimento interno (5 = 0,00
p.p.m.). Viene impiegata la seguente simbologia: s = singoletto, d = dop¬
pietto, t = tripletto, m = multipletto, bs = segnale slargato, j = costante
di accoppiamento. I valori trovati nell’analisi elementare (C,H,N) rientrano
nell’intervallo di ±0,4% dei valori teorici.
L’acido 2-idrossi-3,4,5-triiodobenzoico (A) utilizzato nelle preparazioni
dei derivati descritti in questa nota è stato preparato mediante iodurazione
dell’acido 2-idrossi-4-iodobenzoico con cloruro di iodio (24).
L’estere metilico di (A), utilizzato per la preparazione del derivato
idrossamico (D) e dell’idrazide (E), è stato preparato con la metodica
descritta in una precedente nota (25).
L’acido salicilidrossamico e le idrazidi degli acidi: salicilico, 4-iodosali-
cilico, 3,5-diiodosalicilico, 4-idrossibenzoico, 3,5-diiodo-4-idrossibenzoico,
4-idrossi isoftalico sono stati preparati secondo letteratura.
L’acido 3,4,6-triiodosalicilidrossamico è stato preparato adattando
opportunamente le tecniche riportate in letteratura (26-27) per la prepara¬
zione dell’acido salicilidrossamico.
L’idrazide dell’acido 2-idrossi-3,4,5-triiodobenzoico è stata preparata
con una tecnica analoga a quelle descritte in letteratura per la prepara¬
zione dell’idrazide dell’acido salicilico (28-30) e dell’acido p-idrossiben-
zoico (29) (31).
170 Piscopo, Diurno, Cappello, Cereti Mazza, A liberti e Cirino
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Derivati ammidici, idrossamici e idrazidici, ecc. 171
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172 Pi scopo, Diurno, Cappello, Cereti Mazza, A liberti e Cirino
Ammidi N-alchilsostituite
Le ammidi N-alchilsostituite dell’acido 2-idrossi-3 ,4,5-triiodobenzoico
(composti (III), (VI), (IX), (XII), (XV), (XVIII) e (XXI), dell’acido 2-idrossi-
3 ,5-diiodobenzoico (composti (II), (V), (Vili), (XI), (XIV), (XVII) e (XX)) e
dell’acido 2-idrossi-4-iodobenzoico (composti (I), (IV), (VII), (X), (XIII),
(XVI) e (XIX)) di Tab. I sono state preparate per azione delle relative
ammine alifatiche sul cloruro dell’acido idrossibenzoico alogenato con la
metodica adottata per la preparazione delle anilidi (1); il rendimento
effettivo è compreso tra il 64 ed il 70%. I caratteri analitici fondamentali
delle ammidi dell’acido 2-idrossi-3 ,4,5-triiodobenzoico sono riportati nella
Tab. IL
Acido 3,4,5-triiodosalicilidrossamico (XXIII)
Si sospendono 0,001 moli di estere metilico dell’acido 2-idrossi-3 ,4,5-
triiodobenzoico in H20 (30-40 mi), si aggiungono 0,02 moli di NaOH e
0,001 moli di cloridrato di idrossilammina e si scalda il sistema a 60° C per
2 h sotto costante agitazione e.m. Si ha un sistema monofasico costituito
da una soluzione di colore giallo paglierino. Si lascia raffreddare e si acidi¬
fica con acido acetico: si ha un precipitato bianco, fioccoso, del derivato
idrossamico (XXIII). Si purifica per cristallizzazione da acetone-acqua; si
ha così il composto puro, con p.f. 182-184°C.
Il composto (XXIII) è insolubile in acqua, tetraidrofurano, cicloesano,
benzene, poco solubile in etanolo, metanolo (solubile a caldo), solubile in
acetone. I.R.: 3080 cm_1.
IDRAZIDE DELL’ACIDO 2-IDROSSI-3 ,4,5-TRIIODOBENZOICO (XXVII)
A grammi 2,1 (0,004 moli) di estere metilico dell’acido 2-idrossi-3 ,4,5-
triiodobenzoico si aggiungono mi 2 di soluzione acquosa di idrato di idra-
zina al 64% (p/v) di NH2-NH2 e si scalda a 80°-85°C per 2 h sotto costante
agitazione e.m., operando in palloncino collegato ad un refrigerante a rica¬
dere. Al termine si travasa il sistema, formato da una soluzione gialla, in
becher; si lava con poca H20 ( 20 mi) il pallone, si neutralizza con HC1
2N e si lascia in riposo in frigo per alcune ore. L’idrazide forma un precipi¬
tato fioccoso, bianco crema che, cristallizzato da metanolo, fonde a 164-
165° C con dee. Resa 70%. I.R.: 1645 cm-1.
Composti di formula generale: P-CO-NH
Derivati ammidici, idrossamici e idrazidici, ecc.
173
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7,62 (IH, bs, OH); 8,58 (IH, s, H arom.)
8,98 (IH, bs, NH)
174 Pi scopo, Diurno, Cappello, Cereti Mazza, A liberti e Cirino
Sperimentazione microbiologica
I prodotti preparati sono stati sottoposti ad una indagine atta ad evi¬
denziare la loro attività antimicrobica ed antimicotica mediante prove in
vitro sia su ceppi batterici Gram-positivi (Staphylococcus aureus, Bacillus
subtilis, Bacillus anthracis) e Gram-negativi (Escherichia coli, Salmonella
paratyphi B, Brucella abortus) che su ceppi fungini (Aspergillus niger, Sac-
charomyces cerevisiae, Candida albicans). Tale indagine è stata attuata con
la metodica di Kirby-Bauer (32-33) adattata alle specifiche esigenze dello
studio.
Per l’attività antibatterica è stato adottato, quale terreno di cultura, il
Mueller-Hinton agar, pressoché privo di elementi interferenti e prescritto
dal F.D.A. (34) per tale metodica, mentre per quella antimicotica si è adot¬
tato il Sabouraud dextrose agar.
Per la loro scarsissima solubilità in acqua, i composti da saggiare sono
stati veicolati in Eumulgin 286 allo 0,2%, che da saggi preliminari si è
dimostrato inattivo nei confronti dei germi tests, e portati ad una concen¬
trazione di 1.000 p.p.m.; tali sospensioni sono state adsorbite su dischetti
filtranti a costante capacità di assorbimento (0,05 mi).
I germi tests, infine, sono stati fatti sviluppare prima del saggio in
brodo nutritivo idoneo per 24-48 ore onde ottenere delle culture in fase di
crescita logaritmica.
La metodica è stata attuata preparando delle sospensioni batteriche e
fungine nei terreni sciolti e portati alla temperatura di 50° C., in modo tale
da ottenere un substrato contenente circa 2 miliardi di cellule per mi. Tali
sospensioni sono state poi distribuite in capsule di Petri in quantità
costante (12 mi) e sul terreno, a solidificazione avvenuta, sono stati deposti
i dischetti contenenti le sostanze in esame. Infine le capsule sono state
incubate a 37° C. per 48-72 ore.
La eventuale attività antibatterica e/o antimicotica dei composti è
stata dedotta dalla presenza di un alone di inibizione della crescita nelle
adiacenze di ciascun dischetto.
Per una valutazione del grado di attività che desse un’adeguata visione
dei risultati (ved. Tab. I), anche se inevitabilmente essi risultano influen¬
zati dalla scarsa diffusibilità dei composti nel terreno di cultura, si è stabi¬
lito di rappresentare la grandezza degli aloni d’inibizione con i simboli:
(-) = assenza di attività, (±) = attività molto modesta, (+) - attività
moderata, (++) = attività discreta, (+++) = attività buona.
Derivati ammidici, idrossamici e idrazidici, ecc. 175
Risultati e conclusioni
Dall’esame dei dati riportati nella Tab. I si rileva un’assenza di attività
antimicotica nella quasi totalità dei composti esaminati; i soli composti
(VI), (VII), (Vili), (IX), (X) e (XII) hanno mostrato un’azione molto
modesta nei confronti dello Aspergillus niger.
Per quanto riguarda l’attività antimicrobica, i saggi eseguiti hanno evi¬
denziato una diffusa attività che si manifesta, in generale, nei confronti di
batteri Gram-positivi.
Confrontando tra loro i risultati ottenuti, in relazione al numero di
atomi di alogeno- presenti nella molecola delle ammidi N-alchilsostituite, si
può notare che quelle maggiormente alogenate presentano una migliore
azione antibatterica; ciò si rileva anche per i derivati idrossamici e idrazidi
saggiate.
Le serie di prodotti esaminati hanno, in conclusione, mostrato uno
spettro d’azione biologica che presenta analogie con quello delle anilidi
precedentemente esaminate (1), pur se nel complesso l’attività riscontrata
appare meno evidente.
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Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 177-201, tabb. 1, tavv. 8
Struttura del guscio dei generi
Gryphus e Terebratula
(Terebratulidae, Brachiopoda) (*)
Nota del socio Emma Taddei Ruggiero (**)
(Tornata del 22 dicembre 1981)
Riassunto. ~ Viene studiata l’ultrastruttura del guscio di alcuni rappresentanti
del genere Gryphus: G. vitreus (Born) e G. minor (Philippi) e del genere Terebratula:
T. ampulla (Brocchi) e T. sinuosa (Brocchi). Nelle due specie del genere Gryphus il
guscio è costituito da tre strati calcitici: il primario, di aspetto microgranulare, il
secondario, costituito da fibre disposte quasi parallelamente alla superfìcie del
guscio e il terziario, molto più spesso dei due precedenti, costituito da prismi di cal¬
cite disposti perpendicolarmente alla superfìcie del guscio. Nelle due specie del
genere Terebratula , invece, sono presenti solo i primi due strati. Tutti e due i generi
sono endopunctati: il guscio è attraversato da canali subparalleli i cui diametri
aumentano sensibilmente al passaggio allo strato primario. In corrispondenza dei
puncta le fibre dello strato secondario si flettono verso l’esterno della valva.
In Terebratula si ha una notevole uniformità nella struttura e nello spessore
degli strati e delle fibre, mentre in Gryphus si ha una notevole variabilità di questi
caratteri; e in particolare lo spessore del guscio e di ciascuno dei tre strati è notevol¬
mente diverso negli esemplari vivente e fossile di G. vitreus .
Abbastanza uniformi in tutti i Terebratulidae studiati sono la forma, lo spessore
e la disposizione delle fibre dello strato secondario.
Summary - Shell ultrastructure of some species belonging to thè genus Gryphus:
G. vitreus (Born), G. minor (Philippi) and thè genus Terebratula: T. ampulla
(Brocchi), T. sinuosa (Brocchi) has been studied.
In both Gryphus species thè shell consists of three calcitic layers: thè primary
layer microgranular, thè secondary layer built up of fibers arranged almost parallel
to thè shell surface, and thè tertiary layer much thicker than thè previous ones, con-
sisting of calcitic prisms perpendicular to thè shell surface.
In both Terebratula species only thè fìrst two layers are present.
(*) Lavoro eseguito con il contributo del M.P.I.
(**) Istituto di Paleontologia dellTJniversità di Napoli.
178 Emma Taddeì Ruggiero
Boi r* genera are endopunctate: thè shell is crossed by subparallel canals whose
diameter increase in thè primary layer. Fibers of thè secondary layer bend outward.
Layer thickness as well as fiber stmcture and size are uniform in Terebratula
whereas they vary greatly in Gryphus; thè thickness of thè three layers differs in thè
fossil and living specimens of G. vitreus.
Shape, thickness and fiber texture in Terebratulidae are almost uniform.
Introduzione
Lo studio della ultrastruttura del guscio dei brachiopodi sta assu¬
mendo negli ultimi anni una sempre maggiore importanza filogenetica e
tassonomica (Mackinnon & Williams, 1974; Williams, 1968, 1971; et
aiti); mi è sembrato quindi interessante indagare sulla struttura di alcune
Terebratulidae molto diffuse nei terreni del Terziario e del Quaternario o
ancora viventi nel Mediterraneo: i generi Gryphus e Terebratula.
Del genere Gryphus è conosciuta in letteratura la ultrastruttura della
specie G. vitreus vivente; si è voluto confrontarla con esemplari fossili della
stessa specie e con un’altra specie sempre fossile G. minor. Di Terebratula è
noto in letteratura solo il fatto che è priva dello strato terziario, ma non è
mai stata studiata e illustrata in dettaglio. Avendo esemplari ben conser¬
vati, ho ritenuto utile dare un contributo alla conoscenza di queste forme.
Tutti e due questi generi appartengono alla sottofamiglia Terebratuli-
nae Cray 1840, per i caratteri morfologici esterni e per il tipo di brachidio
terebratuliforme (Muìr-Wood et al li , 1965).
Terebratula è un genere neogenico e quaternario; Gryphus, nella re¬
gione mediterranea, si rinviene dal Neogene all’Attuale.
Materiali e metodi
Per lo studio sono stati usati:
Gryphus vitreus (Born) vivente Golfo di Napoli (Tav. I, fig 1);
Gryphus vitreus (Born) Emiliano Corigliano Calabro (Tav. I, fig. 2a-b);
Gryphus minor (Philippi) Quaternario Gallina (RC) (Tav. I, fig. 3 a-c);
Terebratula ampulla (Brocchi) Plioc. Montafia (Al) (Tav. I, fig. 4a-d);
Terebratula sinuosa (Brocchi) Pliocene Terreti (RC) (Tav. I, fig. 5 a-c).
Gli esemplari sono stati puliti con acqua ossigenata a 36 volumi e poi
con acqua distillata e trattati con ultrasuoni.
Struttura del guscio dei generi Gryphus e Terebratula 179
Alcuni esemplari sono stati usati per lo studio delle superfici esterna
ed interna; alcuni, che sono serviti per lo studio delle sezioni, sono stati
inglobati in resina Araldite M trasparente (Ciba-Geigy). Sono state effet¬
tuate sezioni «trasversali», cioè perpendicolari al piano di commessura
nella zona centrale della valva, e sezioni «longitudinali» secondo il piano
di simmetria; di queste ultime è stata studiata la parte mediana. Sono state
infine effettuate, con gli stessi criteri, sezioni trasversali e longitudinali
mediante fratturazione. I campioni delle sezioni tagliate sono stati ridotti
alle dimensioni idonee, levigati con smeriglio grana 1800, lavati, attaccati
con HC1 al 10% per 10 secondi e infine lavati con acqua distillata.
Tutti gli esemplari sono stati quindi ricoperti di una pellicola d’oro a
18 carati nell’evaporatore a vuoto per 7-8 minuti e quindi osservati al SEM
(JEOL JSM-2) degli Istituti Geomineralogici dell’Università di Napoli.
Struttura del guscio di Gryphus (Tavv. II-V)
In tutti gli esemplari da me studiati appartenenti al genere Gryphus il
guscio è costituito da tre strati di calcite: il primario, il secondario e il ter¬
ziario. Nel vivente esternamente è presente uno strato costituito da so¬
stanza organica, il periostraco. La conchiglia è endopunctata.
La struttura del guscio del Gryphus vivente è stata già studiata da
alcuni Autori: su G. vitreus da Mackinnon (1971) e Mackinnon e Wil¬
liams (1974), su G . steansi da Sass et al. (1965) e da Sass e Monroe
(1967), su G. sphenoideus da Gaspard (1977). Mai erano stati studiati
esemplari fossili.
Strato primario. ~ E costituito da cristalliti aciculari perpendicolari alla
superficie del guscio. Nel vivente tra i cristalliti si inseriscono i microvilli,
proiezioni della membrana piasmatica attaccate al periostraco (Williams,
1978); la distruzione dei microvilli nei fossili dà a questo strato un aspetto
microgranulare e poroso (Tav. II, figg. 3-4; Tav. IV, figg. 1,3; Tav. V, fig. 4).
Lo spessore dello strato primario è esiguo: 15 pm nel G. vitreus fossile,
30 pm in quello vivente.
Il passaggio allo strato secondario avviene in modo netto (Tav. II, fig.
3; Tav. Ili, fig. 4; Tav. IV, figg. 1, 3; Tav. V, fig. 4).
Strato secondano. - È costituito da fibre allungate di calcite, inclinate
di un angolo di circa 10° rispetto alla superficie della valva. La sezione
delle fibre è spatolata e la loro disposizione è in file alterne regolari
(Tav. II, fig. 4).
180 Emma Taddei Ruggiero
La forma e la disposizione delle fibre è dovuta al loro modo di crescita
(Williams, 1968) che avviene in involucri proteici secreti, come la fibra,
dalla membrana piasmatica esterna di ogni cellula; la proteina è prodotta
dalla parte anteriore, la calcite dalla parte posteriore.
In una sezione trasversale del guscio si notano fasci di fibre disposte in
direzioni diverse su diversi piani (Tav. II, fig. 2).
Lo spessore delle fibre è molto esiguo, varia tra 3,5 pm in G. vitreus
fossile e 4,5 pm in G. minor.
In Anisactinelìa , Spiriferidae triassica, le fibre hanno uno spessore di
circa 20 pm (Taddei Ruggiero, 1981) ma ne sono state osservate anche di
spessori maggiori.
Lo spessore dello strato secondario è di circa 40 pm nel G. vitreus fos¬
sile, di circa 80 pm nel vivente, di circa 100 pm in G. minor.
Strato terziario. “ È costituito da grossi «prismi» di calcite perpendi¬
colari alla superficie del guscio. Questi prismi non costituiscono unità cri¬
stallografiche, ma sono formati da elementi carbonatici perpendicolari al
piano dell’epitelio esterno. Essi, pur non essendo avvolti da foglietti pro¬
teici, rimangono come corpi distinti gli uni dagli altri, e ciò per cause
ancora non completamente chiare. Secondo Mackinnon e Williams (1974)
ciò può essere dovuto o ad un materiale organico solubile in acqua che
occupa gli spazi interprismatici e che si perde nella preparazione delle
sezioni o all’assenza di un allineamento cristallografico dei prismi che ne
impedisce la fusione.
Il passaggio dallo strato secondario a quello terziario avviene con gra¬
dualità: si nota come le ultime fibre dello strato secondario diventano più
irregolari, e a volte fibre dello strato secondario si intercalano ai prismi
dello strato terziario nella zona di transizione (Tav. IV, figg. 1,3). Ciò è
dovuto, probabilmente (Dunlop, 1961) a retrazioni del mantello durante
pause di crescita.
La secrezione dello strato terziario avviene quando cessa, da parte
dell’epitelio esterno, la produzione degli involucri proteici entro cui si for¬
mano le fibre dello strato secondario. Al passaggio (Tav. II, fig. 5), le fibre
si ingrossano e si trasformano in prismi con un riorientamento dei costi¬
tuenti di carbonato di calcio da una posizione obliqua rispetto al piano
dell’epitelio esterno, ad una normale (Mackinnon e Williams, 1974).
Lo spessore dello strato terziario è molto maggiore sia dello strato pri¬
mario che di quello secondario. In G. vitreus vivente è di circa 225 pm, in
G. vitreus fossile è di circa 1 100 pm. in G. minor è di circa 435 pm. Lo spes¬
sore dei prismi è piuttosto uniforme, variando dai 20 pm del G, vitreus fos¬
sile ai 33 pm del G. minor.
Struttura del guscio dei generi Gryphus e Terebratula 181
Puncta. - Il guscio è endopunctato; la disposizione dei puncta sulla
superficie del guscio è in quinconce (Tav. II, fig. 6; Tav. Ili, fig. 1).
Lo spessore dei canali è abbastanza costante nello strato terziario,
aumenta gradualmente nello strato secondario (Tav. II, figg. 2, 3; Tav. IV,
fig. 3; Tav. V, fig. 4), fino ad assumere le massime dimensioni nello strato
primario.
Struttura del guscio di Terebratula (Tavv. VI VI II)
In tutti gli esemplari qui esaminati appartenenti al genere Terebratula
il guscio è endopunctato ed è costituito soltanto da due strati: il primario e
il secondario.
Strato primario . - Ha un aspetto microgranulare (Tav. VI, fig. 1;
Tav. Vili, fig. 3): nella Terebratula ampulla i cristallai che lo costituiscono
sono pressocché perpendicolari alla valva; nella T. sinuosa si notano invece
in sezione longitudinale (Tav. Vili, fig. 3) i cristalliti in bande di crescita
che formano un angolo di circa 35° con il limite esterno dello strato
secondario.
Lo spessore dello strato primario è piccolo e raggiunge in tutte e due
le specie studiate i 50 pm.
Strato secondario. - Il suo spessore è circa dieci volte quello dello
strato primario, raggiungendo nelle due specie 500-600 pm.
I fasci di fibre che lo costituiscono sono pressocché paralleli alla super¬
ficie della conchiglia e nella sezione del guscio si notano pacchi di fibre
che hanno direzioni diverse su diversi piani (Tav. VI, fig. 1; Tav. VII,
figg. 2, 3; Tav. Vili, figg. 2, 3).
Lo spessore delle fibre è di 4-5 pm e la loro larghezza di circa 10 pm;
sono di forma tipicamente spatolata e la loro disposizione è in regolari file
alterne (Tav. VI, figg. 4, 5; Tav. Vili, fig. 4).
È stato possibile mettere in evidenza anche il mosaico dell’interno
della conchiglia costituito dalle facce libere delle fibre: in tutte e due le
specie appaiono petaloidi (Tav. VI, fig. 2; Tav. Vili, fig. 5) e di dimensioni
simili. Quelle di T. sinuosa sembrano meno regolari, ma ciò credo dipenda
dal modo con cui sono stati eseguiti i preparati: per T. ampulla è bastato
pulire la valva, per T. sinuosa , invece, si è dovuto asportare una piccola
parte di concrezione calcarea.
182 Emma Taddei Ruggiero
Puncta. - Il guscio delle Terebratule è endopunctato, i canali sono
subparalleli e pressocché perpendicolari al guscio. Essi hanno un diametro
quasi costante nello strato secondario che poi cresce rapidamente nelPul-
timo tratto dello strato secondario e nello strato primario (Tav, VI, fig. 1;
Tav. Vili, fig. 2).
In corrispondenza del punctum le fibre dello strato secondario deviano
lateralmente e si inflettono verso Pesterno (Tav. VII, figg. 3, 5).
In sezione tangente la disposizione dei puncta è in quinconce.
Considerazioni (Tabella I)
Dallo studio dei campioni esaminati si può osservare che la struttura
del guscio delle due specie appartenenti al genere Terebratula è piuttosto
uniforme: il guscio ha uno spessore da 550 pm a 650 pm, con uno strato
TABELLA I
Spessore del guscio, degli strati primario, secondario e terziario, delle fibre dello
strato secondario e dei cristalli dello strato terziario nelle specie studiate. Tutte le
dimensioni sono espresse in pm..
spessore
strato I
spessore
strato II
spessore
strato III
spessore
fibre
strato II
spessore
cristalli
strato III
spessore
guscio
Gryphus vitreus viv.
30
80
225
4
23
320
Gryphus vitreus foss.
15
40
1100
3,5
20
1235
Gryphus minor
25
100
435
4,5
33
530
Terebratula ampulla
50
500
-
4,5
-
550
Terebratula sinuosa
50
600
-
4,5
-
650
primario piuttosto esiguo di circa 50 pm e strato secondario di 500-600 pm;
sono abbastanza costanti la forma spatolata, le dimensioni (spessore
4,5 pm, larghezza 10 pm) e la disposizione in file alternate delle fibre dello
strato secondario. Uniforme, nelPambito degli esemplari studiati, è anche
la frequenza, la disposizione e Pandamento dei puncta .
La sola differenza abbastanza evidente è che nello strato primario di
Terebratula sinuosa si notano bande di crescita ad alto angolo rispetto al
limite strato primario-strato secondario, mentre in T. ampulla esse non
sono evidenti.
Struttura del guscio dei generi Gryphus e Terebratula 183
Diversa è la situazione per quanto riguarda i rappresentanti del genere
Gryphus: in questi si nota una grande variabilità soprattutto tra i due rap¬
presentanti vivente e fossile di G. vitreus. Il guscio nel vivente è, nel com¬
plesso, piuttosto sottile (320 pm); molto più spesso, considerando sempre la
stessa porzione del guscio, è quello del rappresentante fossile (1235 pm). È
da notare che l’enorme differenza di spessore del guscio è da ascriversi
esclusivamente allo spessore dello strato terziario (HOOpm contro i 225 pm
del vivente) mentre sia lo strato primario (15 pm) che lo strato secondario
(40 pm) sono, nel fossile, la metà rispetto a quelli del vivente. Per quanto
riguarda lo spessore delle fibre dello strato secondario (3,5-4 pm), la loro
disposizione in regolari file alternate e lo spessore dei cristalli dello strato
terziario (20-23 pm) non si hanno differenze degne di nota.
Per quanto riguarda G. minor gli spessori del guscio (530 pm), dello
strato primario (25 pm) e dello strato terziario (435 pm) hanno valori inter¬
medi rispetto a quelli dei rappresentanti viventi e fossili di G. vitreus ; mag¬
giori sono invece lo spessore dello strato secondario (100 pm), lo spessore
delle fibre dello strato secondario (4,5 pm) e lo spessore dei cristalli dello
strato terziario (33 pm).
Conclusioni
Negli esemplari appartenenti al genere Terebratula esiste una notevole
uniformità relativamente alla struttura ed allo spessore degli strati e delle
fibre. Viceversa in Gryphus esiste una notevole variabilità rispetto ai mede¬
simi caratteri. In particolare lo spessore del guscio e di ciascuno dei tre
strati è notevolmente diverso nel G. vitreus vivente e in quello fossile:
questa circostanza può far pensare che si tratti di due sottospecie diverse
oppure che questa differenza sia da mettere in relazione alle diverse condi¬
zioni ecologiche dell’ambiente. La forma vivente proviene dalle secche in
prossimità dell’isola di Capri, quella fossile è stata rinvenuta in sedimenti
appartenenti all’Emiliano (Ruggieri e Sprovieri, 1975) piano durante il
quale il mare doveva essere più freddo dell’attuale.
Elementi abbastanza uniformi in tutti i Terebratulidi considerati sono
la forma, lo spessore e la disposizione delle fibre che costituiscono lo strato
secondario.
Il genere Gryphus e il genere Terebratula differiscono in maniera
sostanziale per la presenza dello strato terziario nel solo genere Gryphus.
Nella grande maggioranza i generi appartenenti alla sottofamiglia Tere-
bratulinae dei quali è stata studiata l’ultrastruttura posseggono lo strato ter-
184 Emma Taddei Ruggiero
ziario del guscio. Alcuni generi ne sono privi: Lobothyris del Giurassico
inferiore e medio, Tubìthyris del Giurassico medio e Terebratula del Neo¬
gene e Quaternario.
La distribuzione quasi episodica di questi generi nel tempo impedisce
di capire a cosa sia dovuto e quale sia P importanza filogenetica di questo
carattere che comunque potrebbe essere abbastanza significativo da giusti¬
ficare P inserimento di Gryphus e Terebratula in due sottofamiglie diverse.
Ringraziamenti
Ringrazio la Prof. Maria Moncharmont Zei per la lettura critica del
lavoro, il Prof. Giulio Pavia che mi ha accompagnata nella località fossili¬
fera a T. ampulla , il Dr. Franco Nobili che ha collaborato alla preparazione
di alcuni esemplari per Posservazione al SEM, il Dr. Antonio Canzanella
che ha eseguito le microfotografie al SEM.
LAVORI CONSULTATI
Dunlop, G. M. (1961). Shell development in Spirifer trigona! is from thè Carbonife-
rous of Scoi land. Palaeontology , 4: 477-506, 2 tavv.
Gasparo, D. (1978). Biomineralisation chez les Brachiopodes Artieulés - mieto-
structure.et formation de la eoquille. Ann. Paléontol. Inv., 64: 1-25, 8 tavv.
Mackinnon, D. I. (1971 a). Perforate canopies to canals in thè shell of fossil Bia
chiopoda. Lethaia , 4: 321-325.
Mackinnon, D L (19715). Studies in shell growth in living articulate and Spirife-
ride Brachiopoda. Ph. D. Thesis. Queen’s Univ., Belfast.
Mackinnon, D. I. & Williams A. (1974). Shell structure of Terebratulid Brachio-
pods. Palaeontology , 17 (1): 179-203, 7 tavv.
Muik-Wood, H. M , Stehli, F. G., Ellioit, G. F. & Kotora Hatai (1965). Terebra-
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Ruggieri, G. & Spro vibri, R. (1975). La definizione dello stratotipo del Piano Sici¬
liano e le sue conseguenze. Riv. Min. Sic., 151-153: 6 pp.
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329-342.
Williams, A. (1971). Comments on thè growth of thè shell of articulate Brachio¬
pods. Smithson. Contributions to Paleobiology , 3: 47-67, 3 tavv.
TAVOLA I
Fig. 1. - Giyphus vìtreus vivente; prov.: Golfo di Napoli - x 2.
Fig. 2a-b. - Gryphus vitreus fossile, grande valva; a , vista dall’interno, b , vista
dall’esterno; prov. Corigliano Calabro - x 2.
Fig. 3a-c. - Giyphus minor , a , visto dalla valva brachiale, b , visto dalla valva pedim-
colare, c, vista laterale; prov. Gallina - x 2.
Fig. 4 a-d. - Terebratula amputici , a , vista dalla valva brachiale, b, vista dalla valva
peduncolare, veduta frontale, d , veduta laterale; prov. Montafia - x 1,2.
Fig. 5 a-c. - Terebratula sinuosa , a , vista dalla valva brachiale, &, vista dalla valva
peduncolare, c, veduta laterale; prov. Terreti - x 1,5.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio
Gryphus e Terebratula Tav. I
Iptlfl
TAVOLA II
Figo. 1-5. - Gryphus vitreus (Born) vivente; prov. Golfo di Napoli; sezione trasver¬
sale tagliata di una grande valva. In tutte le figure l’esterno della valva è in alto.
Camp. E 356.
Fig. 1. - Sezione del guscio completo - x 175.
Fig. 2. - Particolare della precedente: si notano lo strato primario e lo strato secon¬
dario completi e il passaggio allo strato terziario - x 340.
Figg. 3-4. - Contatto strato primario-strato secondario; da notare l’aspetto microgra¬
nulare dello strato primario e il caratteristico contorno spatolato delle fibre
dello strato secondario tagliate trasversalmente il cui lato concavo è rivolto
verso l’interno della valva; fig. 3 x 680, fig. 4 x 2040.
Fig. 5. - Particolare di fig. 1; contatto strato secondario-strato terziario: da notare
l’irregolarità delle fibre dello strato secondario in corrispondenza del contatto -
x 680.
Fig. 6. - Strato secondario, grande valva, sezione tangente. Camp. E 47 - x 240.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Taddei Ruggiero E.
Gtyphus e Terehratula
Struttura del guscio
Tav. II
TAVOLA III
Gryphus vitreus (Born); prov. Corigliano Calabro; età: Emiliano.
Fig. 1. - Superficie esterna (in basso) e decorticata (in alto) della grande valva;
notare la disposizione dei puncta in quinconce; Camp. E 213 - x 70.
Fig. 2. - Particolare della precedente; superficie tangente allo strato secondario - x
680.
Fig. 3. - Particolare della precedente, caecum : all’interno si notano le fibre degli
strati precedentemente attraversati - x 2040.
Fig. 4. - Sezione trasversale spezzata della grande valva; contatto strato primario-
strato secondario; la parte esterna della valva è in alto. Camp. E 216 - x 2040.
Fig. 5. - Sezione longitudinale spezzata della grande valva; contatto strato
secondario-strato terziario; l’esterno della valva è in alto. Camp. E 215 - x 680.
Fig. 6. - Stesso campione, particolare dello strato terziario - x 200.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981 Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio
Gryphus e Terebratula Tav. Ili
TAVOLA IV
Gryphus vitreus (Born); prov. Corigliano Calabro; età Emiliano. Sezione trasversale
della grande valva; la parte esterna del guscio è in alto.
Fig. 1. - Si notano dall’alto lo strato primario, lo strato secondario e quello terzia¬
rio. Camp. E 210 - x 800.
Fig. 2. - Sezione di tutto il guscio; da notare la differenza di spessore tra i tre strati.
Camp. E 211 - x 70.
Fig. 3. - Particolare della precedente; sono visibili interamente lo strato primario e
quello secondario nonché il passaggio a quello terziario; il canale aumenta di
diametro dall’ interno verso l’esterno del guscio e le fibre dello strato secondario
che lo circondano si inflettono verso l’esterno del guscio in corrispondenza di
esso - x 680.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio
Gryphus e Terebratula Tav. IV
TAVOLA V
Gryphus minor (Philippi); prov. Gallina (RC); età Quaternario.
Fig. 1. - Sezione trasversale spezzata della grande valva; si notano i sottili strati pri¬
mario e secondario e lo spesso strato terziario; Testerno del guscio è sito in alto.
Camp. E 7 - x 70.
Fig. 2. - Particolare della precedente; dall’alto in basso si notano: lo strato primario
completo, lo strato secondario, completo anch’esso (spezzato lungo un piano
obliquo), e l’inizio dello strato terziario - x 240.
Fig. 3. - Superficie interna della piccola valva; si notano le estremità dei cristalli
dello strato primario. Camp. E 27 - x 200.
Fig. 4. - Sezione longitudinale tagliata della piccola valva; si notano lo strato prima¬
rio e quello secondario completi e l’inizio di quello terziario; ben evidenti i
canali subparalleli che attraversano il guscio. Camp. E 63 - x 200.
Fig. 5. - Sezione longitudinale tagliata della grande valva; fibre dello strato secon¬
dario. Camp. E 26 - x 800.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio
Giyphus e Terebratula Tav. V
TAVOLA VI
Terebratula ampulla (Brocchi); prov. dintorni di Montafia (Asti); età Pliocene.
Fig. 1. - Sezione trasversale tagliata della grande valva; da notare il piccolo spessore
dello strato primario rispetto a quello secondario, i canali subparalleli che si
ingrossano molto al passaggio nello strato primario; Pesterno della valva è in
alto. Camp. E 132 - x 240.
Fig. 2. - Superficie interna che mostra la faccia libera delle fibre di forma petaloide;
in alto a sinistra una porzione scrostata mostra le fibre dello strato secondario.
Camp. E 118 - x 800.
Fig. 3. - Superficie interna e scrostata del guscio in cui si vedono più piani dello
strato secondario nei quali le fibre sono disposte in diverse direzioni. Camp. E
118 - x 80.
Fig. 4. - Sezione trasversale dello strato secondario mostrante la disposizione dei
caeca in quinconce. Camp. E 133 - x 240.
Fig. 5. - Particolare della precedente mostrante la regolare forma e disposizione
delle fibre dello strato secondario; si notano due canali messi in evidenza
dall’attacco con l’HCl - x 800.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio
Gryphus e Terebratula Tav. VI
TAVOLA VII
Terebratula ampulla (Brocchi); prov. dintorni di Montafia (Asti); età Pliocene. In
tutte le figure l’esterno della conchiglia è in alto.
Fig. 1. - Sezione longitudinale spezzata della piccola valva: limite strato primario-
strato secondario. Camp. E 119 - x 680.
Fig. 2. - Sezione spezzata del guscio: si notano lo strato primario completo, parte
dello strato secondario e alcuni canali subparalleli; nella parte bassa della foto
si vede uno spesso strato di fibre subparallele alla superficie della valva (in
questo tratto la sezione è normale a detta superficie). Si passa poi a fibre che
sembrano normali rispetto alle precedenti, ma si tratta della rottura avvenuta
secondo un piano inclinato (vedi la sezione dei canali); nello strato primario (in
alto) la sezione torna ad essere quasi perpendicolare alla superficie delle valve.
Camp. E 120 - x 200.
Fig. 3. - Particolare della precedente: da notare che le fibre dello strato secondario
si inflettono verso l’esterno della valva in corrispondenza del canale - x 800.
Fig. 4. - Canale isolato per azione dell’HCl. Camp. E 129 - x 2040.
Fig. 5. - Particolare di fig. 3: sezione di un canale; da notare la particolare disposi¬
zione e forma delle fibre che lo costituiscono - x 2040.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981 Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio
Gryphus e Terehratula Tav. VII
TAVOLA Vili
Terebratula sinuosa (Brocchi); prov. Terreti (RC); età Pliocene.
Fig. 1. - Sezione trasversale della grande valva mostrante il guscio completo; da
notare il piccolo spessore dello strato primario; i canali sono subparalleli e
aumentano di diametro al passaggio allo strato primario. Camp. E 109 - x 80.
Fig. 2. - Sezione longitudinale della grande valva: si notano parte dello strato pri¬
mario e parte dello strato secondario. I canali sono stati messi in evidenza
dall’azione deH’HCl. Camp. E 106 - x 270.
Fig. 3. - Sezione longitudinale della grande valva: si notano nello strato primario
bande di crescita ad alto angolo rispetto al limite con lo strato secondario - x 480.
Fig. 4. - Stesso campione, strato secondario: da notare la regolare forma e disposi¬
zione delle fibre - x 1000.
Fig. 5. - Superficie interna del guscio della grande valva mostrante la forma delle
facce terminali delle fibre. Camp. E 258 - x 800.
Fig. 6. - sezione tangente allo strato secondario di una grande valva. Camp. E 342 -
x 200.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio
Gryphus e Terebratula Tav. Vili
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 203-216, figg. 6, tab. 1
Influenza delle alterazioni ambientali naturali
sulla fauna fluviale del torrente «Bagni»
(Valle d’Ansanto - A V)
Nota dei soci Pietro Battaglimi (*) e Nadia Arcamone(*)
(Tornata del 27 novembre 1981)
Riassunto. - Nella nostra ricerca abbiamo cercato di individuare i possibili inse¬
diamenti di associazioni faunistiche nei torrenti che scorrono nella «Valle di
Ansante», area con «mefite».
Tali torrenti sono completamente essiccati durante il periodo estivo e autunnale
e presentano, a circa 110 m a monte della loro confluenza, potenti fuoriuscite di gas
la cui composizione è costituita prevalentemente da C02 e H2S.
La ricerca è stata effettuata nell’arco di tempo compreso tra l’aprile 1980 e
l’aprile 1981 in 6 stazioni poste lungo il torrente «Bagni». I 46 animali raccolti
appartengono a 5 taxa: Nematodi, Tardigradi, Odonati, Coleotteri e Ditteri. La fauna
fluviale è presente solo alle sorgenti, per cui l’assetto faunistico del torrente
«Bagni» viene limitato solo a monte delle esalazioni di C02 e H2S, le quali agi¬
scono, con effetto di barriera, nella diffusione ed insediamento della fauna: anche
500 m dopo le suddette esalazioni non ricompare la fauna. La struttura della comu¬
nità animale, inoltre, è caratterizzata da una preponderanza di larve di Ditteri che,
pertanto, risulterebbero le meglio adattate a tale ambiente.
Viene quindi discussa l’influenza di un ambiente limite sulla costituzione di
una comunità animale.
Summary. - In our research w e tried to single out thè possible installatios of
fluvial faunal associations in thè torrents flowing in thè Ansanto Valley. which is a
mephitical area. These torrents have enterely dried during thè summer and autum-
nal periods and moreover, at about 100 m. on upriver of their confluences, they pre-
sent mighty leacks of gas whose Chemical composition prevalently consists of C02
and H2S.
The research has been developed for twelve months from Aprii 1980 to Aprii
1981 in six different points sited along thè Torrente Bagni.
The forty six animals picked up belong to Live taxa: Nematodi, Tardigradi, Odo¬
nati, Coleotteri e Ditteri
(*) Istituto e Museo di Zoologia - Università di Napoli.
204 Pietro Battaglini e Nadia Arcamone
Fìg. 0. - Localizzazione della zona della ricerca. Notare i diversi torrenti che confluiscono verso la «Mefite».
Influenza delle alterazioni naturali sulla fauna 205
Fluvial fauna is present only at thè source therefore thè faunistic composition
of Torrente Bagni is confined until thè gases leack of CO2 and H2S which produce
barrier action to thè fauna’s spreading and settling down. The fauna does not reap-
pear either at a distance of 500 m. from thè gases leack.
The animai comunity’s structure, besides, is distinguished by a strong preponde-
rance of Dipteron larva, which seems thè fittesh in this environment.
It’s so disputed thè influences of a limit environmental factor on thè constitution
of a animai community.
L’assetto singolare dei torrenti della «Valle di Ansanto», sottolineato
dall’aspetto desertivo e dalla scarsa vegetazione, ci ha spinti ad indagare
sulle eventuali possibilità di insediamento di associazioni animali fluviali e
soprattutto sulle eventuali interdipendenze tra le probabili zoocenosi e le
caratteristiche della zona.
Solo alcune ricerche sulla microbiologia (Totaro Aloy, 1973) e sui
caratteri generali della pedofauna (P. Battaglimi, Totaro Aloy, 1973)
accennano agli ambienti biotici di questo ambiente. Inoltre sono in corso
di stampa i risultati di un’indagine ecologica sulla pedofauna di tale
ambiente (Battaglimi, Carbone, 1981).
Il «Lago di Ansanto» occupa un’area rettangolare con il lato Nord rial¬
zato, delineato ad Est e ad Ovest da due torrenti completamente essiccati
durante il periodo estivo ed autunnale (SiNNO, 1969). Questi due torrenti
confluiscono a lato Sud-Est e seguendo il loro percorso dal punto della
confluenza si nota che dopo 500 m. circa di ripristina la vegetazione sulle
sponde. Il torrente ad Ovest presenta una larghezza di circa 4 m. e scorre
ad una pendenza del 63% circa (v. fig. 0).
L’acqua appare abbastanta limpida alla sorgente e lungo il suo per¬
corso trasporta massi disordinati e frantumati. A circa metà del suo cam¬
mino diminuisce la sua velocità e diventa di un colore più torbido. Osser¬
vazioni effettuate da una buona angolazione fanno notare una potente fuo¬
riuscita di gas la cui composizione è costituita prevalentemente da H2S e
C02. Anche le pietre che contornano i lati del torrente ed i ciottoli che
vengono trasportati dalla corrente stessa acquistano qui un colore scuro,
quasi nero. Dopo questo tratto, al quale è quasi impossibile avvicinarsi per
le suddette emanazioni gassose, il torrente riacquista una certa limpidezza
e riunisce le sue acque con quelle del torrente che scende dal lato Est
creando dei piccoli vortici. Ai due torrenti si accede scendendo attraverso
un pendio abbastanza ripido che presenta chiaramente una certa franosità.
Infatti si notano degli evidenti cambiamenti nella configurazione del suolo
che sono da attribuire al carattere franoso della zona.
206 Pietro B attagliili e Nadia Arcamone
Abbiamo così effettuato dei prelievi di acqua dai due torrenti e alla
loro confluenza per conoscere i possibili animali viventi in tale ambiente.
Metodica dei prelevamenti
Per il presente studio sono stati effettuati prelievi di fauna in sei sta¬
zioni. Tali campionamenti sono stati eseguiti: il 20-4-’80, P 1 l-l-’8 1 e PII-
4-81.
La localizzazione delle stazioni (*) è la seguente:
Stazione la: Alla sorgente del torrente che scorre ad ovest del lago di
Ansanto.
Stazione 2a: spostandosi verso il lato Sud del torrente a metà percorso
a 100 metri a valle.
Stazione 3a: A metà del percorso del torrente che scorre ad ovest del
lago.
Stazione 4a: Dopo 60 metri dalla confluenza dei due torrenti.
Stazione 5a: Alla sorgente del torrente che scorre ad Est.
Stazione 6a: Dopo 500 metri a valle dalla confluenza quando si ripri¬
stina il verde sulle sponde con assenza di vegetazione sommersa.
I prelievi sono stati effettuati tenendo conto delle condizioni ambien¬
tali, pertanto è stata misurata sia la temperatura ambiente che quella delle
acque nei punti in cui sono stati effettuati i prelievi (Tab. I).
In ogni stazione è stato operato il campionamento faunistico con la
metodica dell’accumulo, tramite retino (diametro di 12 cm e volume di
circa 21 con maglie con apertura di 100 mm), retinando per sei volte
contro corrente, lungo un tratto di 1 m lineare.
Risultati e osservazioni
Le risultanze di questa indagine hanno evidenziato in questo ambiente
46 individui appartenenti ai seguenti phyla animali: Nematodi, Tardigradi e
Artropodi. Per il ruolo giocato nella zoocenosi fluviale sono stati indivi¬
duati cinque taxa: Nematodi, Tardigradi, Odonati, Coleotteri, Ditteri.
Nel biotopo I del prelivo del 21-4-80 è stata riscontrata la presenza di 1
Nematode, 2 Tardigradi, 1 larva di Odonati, 1 larva di Coleotteri, 12 larve
di Ditteri per un totale di 17 individui. Nei biotopi II, III e IV in pari data
(*) Nel testo, per comodità, sono indicate: biotopi.
Influenza delle alterazioni naturali sulla fauna 207
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Colore acqua = chiara + poco chiara + scura
Vegetazione - assente + presente
Vento - assente + presente
208 Pietro Battaglini e Nadia Arcamone
non è stata notata alcuna forma di vita. Il successivo prelievo è stato ef¬
fettuato solamente il 25-1-81 a causa della già accennata prolungata sic¬
cità durante il periodo estivo ed autunnale. Anche questa volta gli unici
individui sono stati riscontrati nel biotopo I con la presenza di 1 Nema-
tode e 6 larve di Ditteri per un totale di 7 individui. L’ultimo prelievo è
dell' 1 1-4-81, dall’esame del quale è risultata la presenza nel biotopo I di
3 Nematodi e 10 larve di Ditteri per un totale di 13 individui; nei biotopi
II, III e IV non è stata riscontrata alcuna forma di vita; nel biotopo V
erano presenti: 1 Tardigrado, 1 larva di Coleotteri, e 7 larve di Ditteri per
un totale di 9 individui. Nel biotopo VI ancora niente. Complessivamente
quindi è stata messa in evidenza nel biotopo I la presenza di 7 Nema¬
todi, 2 Tardigradi, 1 larva di Odonati, 1 larva di Coleotteri e 28 larve di
Ditteri per un totale di 37 individui. Nel biotopo V invece, sempre com¬
plessivamente, sono stati trovati: 1 Tardigrado, 1 larva di Coleotteri e 7
larve di Ditteri.
Dai dati così ottenuti si è calcolata la dominanza (fig. 1, 2, 3, 4) ed è
risultato nel biotopo I del prelievo del 20-4-80 che i Nematodi rappresen¬
tano il 5,88%, i Tardigradi 1’ 11,76%, le larve di Odonati il 5,88%, le larve di
Coleotteri il 5,88 e le larve di Ditteri il 70,59%. Nel prelievo del 25-1-81
sempre per il biotopo I, i Nematodi sono il 14,28% e le larve di Ditteri
l’85,71%. Infine per il prelievo dell’ 11-4-81 nel biotopo 1 i Nematodi sono il
23,07% e le larve di Ditteri il 76,92%, mentre per il biotopo V abbiamo che
i Tardigradi sono 1’ 11,11%, le larve di Coleotteri anche 1’ 11,11% e la larve di
Ditteri il 77,77%. Confrontando la zoocenosi del biotopo I e V si nota che
quella del biotopo I è di poco maggiore (59,09%) rispetto a quella del bio¬
topo V (40,91%).
Poiché, come si può notare la zoocenosi di tale ambiente è piuttosto
povera, è parso opportuno analizzare i valori complessivi dei vari biotopi
nella loro espressione totale di abbondanza e dominanza. Vale a dire si
sono voluti considerare i rapporti che i due biotopi biotici (I e IV) hanno
nella costitutione della zoocenosi complessiva.
Sotto quest’ottica si nota che per il biotopo I i Nematodi sono il
13,51%, i Tardigradi il 5,41%, le larve di Odonati il 2,70%, le larve di
Coleotteri 2,70%, le larve di Ditteri il 75,68%. Per il biotopo V i Tardigradi
rappresentano 1’ 11,11%, le larve dei Coleotteri 1’ 11,11% e le larve dei Dit¬
teri il 77,77%.
L’esame comparato della zoocenosi del B 1 e B V fa notare che la zoo¬
cenosi del B I con l’80,43% giuoca un ruolo preponderante in confronto alla
zoocenosi del B V con il 19,57%, nella costituzione del complesso fauni¬
stico trovato nel torrente «Bagni».
BIOTOPO I == PRELIEVO DEL 2©
Influenza delle alterazioni naturali sulla fauna 209
Zoocenosi Tot. - 17 ind.
Fig. 1. - Distribuzione percentuale di alcuni taxa nella composizione faunistica della stazione 1, prelievo 20-4-1980.
BIOTOPO I = PRELIEVO DEL 25
210 Pietro B attagliili e Nadia Arcamone
' 5 ■ ditteri
Zoocenosi Tot. - 7 ind.
Fig. 2. - Distibuzione percentuale di alcuni taxa nella composizione faunistica della stazione nel prelievo 25-1-81.
Notare la presenza dei soli Nematodi e Ditteri.
BIOTOPO I = PRELIEVO DEL 11.4.81
Influenza delle alterazioni naturali sulla fauna 211
Fig. 3. - Distribuzione percentuale dei due taxa presenti nella zoocenosi della stazione 1 FI 1-4-81.
BIOTOPO V = PRELIEVO DEL 11.4.81
212 Pietro B attagliili e Nadia Arcamone
Fio. 4. - Distribuzione percentuale dei taxa nella struttura della zoocenosi della stazione 5 nel prelievo dell’ 11-4-81. Notare
la diversità dei taxa presenti.
dominanza
Influenza delle alterazioni naturali sulla fauna 21
Fig. 5. - Rapporti percentuali generali dei vari taxa raccolti nelle varie stazioni e durante tutti i prelievi effettuati nel
torrente Bagni.
214 Pietro B attagliili e Nadia Arcamone
Per completare l’aspetto dell’assetto faunistico di questo torrente si
sono esaminati i ruoli che hanno i vari taxa nella costituzione della zooce¬
nosi totale. I risultati di tale analisi sono riportati nella Fig. 5. Da tale
tabella si può osservare che i Nematodi trovati sono 5 pari al 10,87%, i Tar¬
digradi sono 3 pari al 6,52%, le larve di Odonati 1 pari al 2,17;, le larve di
Coleotteri sono 2 pari al 4,35%, le larve di Ditteri sono 35 pari al 75,09%.
Inoltre possiamo mettere in evidenza due aspetti principali della fauna
del torrente «Bagni». La prima osservazione è che il Biotopo I è quello che
contribuisce nella quasi totalità alla zoocenosi complessiva.
Seconda osservazione è che l’importanza decrescente dei taxa sia
come abbondanza che dominanza, è la seguente:
DITTERI -> NEMATODI - TARDIGRADI - COLEOTTERI - ODONATI
Discussione e conclusioni
Dai dati così ottenuti la prima considerazione che risulta è che i Dit¬
teri sono il taxon più abbondantemente rappresentato e che le uniche
forme di vita sono state ritrovate alle sorgenti dei due torrenti che scorrono
ai due lati del lago di Ansanto.
Infatti lungo il loro percorso, alla loro confluenza ed anche a 500 m a
valle di questa, dove si ripristina la vegetazione emersa non è stata riscon¬
trata la presenza di nessuna specie animale. Questo è un dato molto impor¬
tante in quanto ci permette di dedurre che nella zona circostante il lago di
Ansanto si creano non solo dei fattori limitanti che impediscono l’insedia¬
mento della vita animale, ma addirittura questa zona si può considerare
come una barriera impossibile da superare. In un ambiente così particolare
con forti esalazioni di C02 e H2S i fattori limitanti devono essere quasi
sicuramente dovuti ad una mancanza quasi totale di ossigeno. Sappiamo
che l’ossigeno è importante per la respirazione per cui la sua assenza può
diventare causa di condizioni sfavorevoli o addirittura letali. La mancanza
di ossigeno è anche da mettere in relazione all’assenza di ogni forma di
vegetazione sommersa. Oltre a questo principale fattore limitante se ne
possono elencare degli altri tra cui il carattere torrentizio dei due corsi
d’acqua. Infatti come già detto essi sono completamente asciutti durante
tutto il periodo estivo ed autunnale.
Nella Valle di Ansanto a differenza che nelle zone ad esse simili quali
la Solfatara di Pozzuoli oppure e geysers di Jellowstone Park la temperatura
non è un fattore limitante. Infatti nella Valle di Ansanto si hanno esala-
Influenza delle alterazioni naturali sulla fauna 215
zioni fredde mentre nelle sorgenti di Jellowstone Park la temperatura
raggiunge gli 80-85 °C e sono relativamente pochi gli organismi pecilo-
termi che possono vivere permanentemente già a temperature prossime a
+ 45 °C. Un’altra considerazione da fare è che la assoluta dominanza delle
larve dei Ditteri, alla sorgente dei due torrenti, testimonia la maggiore resi¬
stenza della specie appartenenti a quest’ordine alle non certo ottimali con¬
dizioni che si hanno in questi due biotopi, anche se certamente si risen¬
tono in misura minore i fattori limitanti prima elencati. Da quanto già
detto nei risultati e osservazioni le due stazioni biotiche son la I e la V, che
per questo carattere abbiamo indicato come Biotopi. L’assenza completa di
fauna, durante tutti i prelievi, in tutte le altre stazioni e biotopi è così lam¬
pante e netta che evidenzia il carattere negativo di possibilità vitale di essi.
Tale assetto faunistico, limitato solo a monte delle esalazioni di Co2 e
H2S, conferma l’effetto di barriera di tali emanazioni per la diffusione e
l’insediamento della fauna lungo il torrente «Bagni». Inoltre tale effetto
barriera è così fortemente abiotico da impedire il rinstaurarsi di una comu¬
nità animale anche dopo 500-600 metri a a valle di tali emenazioni. Quindi
si può riassumere che i torrenti attraversanti la Valle di Ansante subiscono
gli effetti di essa in modo tale da alterare il proprio patrimonio faunistico.
È pur tuttavia interessante osservare la presenza di almeno 4 taxa nel
torrente a monte di tali emanazioni, anche se le stazioni ove sono stati
effettuati tali campionamenti fanno parte integrante della Valle di Ansanto.
Sebbene numericamente tali taxa non sono molto rappresentati è pur vero
che esistono; quindi le specie, e pertanto gli individui ad esse appartenenti,
hanno sviluppato un adattamento a tale ambiente. In questo sistema adat-
tativo-selettivo si osserva una possibilità per i Ditteri e via via decrescendo
fino agli Odonati, secondo lo schema precedentemente riportato.
Questa preponderanza dei Ditteri però è legata alla presenza in essi di
individui appartenenti al genere Chironomus ed in particolare sono stati
trovati molti esemplari di Chironomus p/umosum e Chironomus thummi , che
come specie si sono ben adattate ad ambienti poveri di 02 di ambienti for¬
temente alterati.
Concludendo si può dire che la fauna pluviale torrentizia del torrente
«Bagni» risente in misura notevole dell’area attraversata e che nella sua
distribuzione e diffusione incontra una barriera ecologica, emanazioni di
C02 e H2S, che non è riuscita superare, anche se come costituenti di
questa fauna vi sono specie adattate a basse esigenze ecologiche.
Sarà oggetto di una prossima nota l’analisi ecologica dell’influenza dei
fattori abiotici (chimico-fisici) sulla distribuzione, della fauna fluviale del
torrente «Bagni».
216 Pietro Battag/ini e Nadia Arcamone
BIBLIOGRAFIA
P. Battaglini - E. Totaro Aloj - Prime ricerche sulla pedofauna della mefite della
«Valle di A nsanto » Avellino. Società dei Naturalisti in Napoli, voi. LXXXII
(1973).
Totaro Aloj E. (1973) - Il microambiente della mefite della « Valle di A nsanto».
Boll. Soc. Natur. in Napoli, 82.
Sinno R. (1969) - / minerali della « Valle di Ansanto». Atti Acc. Se. Fis. e Mat.
Napoli, s. 3, voi. VII, n. 6.
P. Battaglini - A. Carbone - La fauna del suolo di un terreno a condizioni ecologiche
limiti (Valle di Ansanto, Avellino, Campania). Boll. Soc. Natur. in Napoli (in
corso di stampa).
Boi!. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 217-232, flgg. 5, tabb. 8
La fauna del suolo di un terreno
a condizioni ecologiche limiti
(Valle di Ansanto, Avellino, Campania)
Nota del socio Pietro Battaglimi (*) e di Angelina Carbone (**)
(Tornata del 27 novembre 1981)
Riassunto - Vengono riportati i valori delle analisi granulometriche, della poro¬
sità, dell’umidità ed il pH degli orizzonti di diversi terreni mefitici della Valle di
Ansanto (Avellino). La pedofauna è costituita, nella quasi totalità, dal phylum degli
Artropodi mediante i gruppi dominanti degli Acari e Collemboli che coesistono in
un netto rapporto di antagonismo. Le piccole e, a volte, trascurabili quantità degli
Insetti non superano, comunque, il 7%. Le varie caratteristiche pedologiche del ter¬
reno ed il tempo non esercitano una effettiva influenza sui vari aspetti della popola¬
zione animale. I valori delle densità e della struttura delle popolazioni, a livello delle
unità di superficie e di volume, sono bassi e risentono solo della vicinanza alle
pozze. La distribuzione della pedofauna sembra essere direttamente influenzata
dall’azione dei venti locali.
Summary - Grain size, porosity, humidity and pH values of various soil hori-
zons belonging to thè «Mefite» of thè «Ansanto Valley» (Avellino, Southern Italy)
have been reported. Soil fauna is represented by thè dominance of Acari and Col-
lembola which are antagonist; thè Insect population is negligible. Arthropoda distri-
butions do not depend on pedological characters and time factor. The small values
of thè density and thè structure of thè populations are influenced by thè distance to
thè «pozze». The generai soil fauna distribution seems to be related to thè locai
winds action.
Introduzione
La Valle di Ansanto, localizzata tra il torrente Fredane ed il fiume
Ufita nel rettangolo topografico Mirabella - Grottaminarda - Guardia dei
Lombardi - S. Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, è caratteriz¬
zata nella sua area centrale da una grossa pozza mefitica detta, comune-
(*) Istituto e Museo di Zoologia - Università di Napoli.
(**) Istituto di Mineralogia - Università di Napoli.
218 P. Battaglini, A. Carbone
mente, Lago di Ansanto, ripiena durante tutto il corso dell’anno di acque
fangose gorgoglianti nel lato SW, per emanazioni gassose di H2S, C02, NH3
(Sinno, 1969). Il fondale di tale celebre mefite viene a trovarsi su di un cri¬
nale di scisti squamosi che costituisce la fondazione naturale della strada
nazionale di Lacedonia. Prima di giungere alla mefite si rinvengono depo¬
siti di gesso e polle di acque nelle quali pullula gas. Tali zone vengono
denominate localmente «Bagni».
La mefite occupa un’area pressoché rettangolare avente il lato Nord rial¬
zato ed i restanti lati racchiusi da valloncelli. Una caratteristica principaledella
località è data dal suo aspetto rovinoso e desolato. Infatti, massi disordinati e
frantumati sono trasportati dal torrente che scorre lateralmente alla mefite. Ivi
è assente ogni forma di vegetazione ed il verde dei campi lascia posto ad
un grigiore dovuto all’abbondanza del gesso, quest’ultimo ricoprente in
gran parte l’intera zona. Diverso è l’aspetto della Valle durante le varie sta¬
gioni. Nei mesi invernali essa è ricca di bocche da cui fuoriescono getti di
gas; in estate, al contrario, solo il lago principale è parzialmente in attività
e le cosiddette bocche laterali appaiono colmate dal fango disseccato.
In genere, gli unici insediamenti biologici rinvenibili macroscopica¬
mente consistono di associazioni vegetali quali, ad esempio, gli agglomerati
di latifoglie, posti ai margini del vallone a circa trecento metri dalla pozza,
e di limitate proliferazioni di graminacee, queste ultime poste a non meno
di cento metri dalla bocca stessa. L’unico riferimento bibliografico di carat¬
tere biologico è dato dal lavoro di Battaglini e Totàro Aloj (1973). Pertanto,
tenendo presente le suddette caratteristiche ambientali e morfologiche, si è
ritenuto che la pedofauna della Valle di Ansanto venisse studiata a livello
delle strutture, delle composizioni e delle attività funzionali con cui essa si
presenta in un così peculiare ecosistema.
Descrizione ed ubicazione delle stazioni
Ai fini della presente ricerca, sono state esaminate quattro zone di
campionatura che, per le loro caratteristiche ecologiche, sono da conside¬
rarsi delle vere e proprie stazioni. Esse, pur presentandosi abbastanza diffe¬
renziate, hanno caratteristiche simili dovute, soprattutto, alla natura stessa
del suolo, ai suoi costituenti mineralogici ed alla vicinanza della mefite .
I prelievi sono stati effettuati con quasi continuità stagionale1 nei
giorni 21-1-79, 10-4-79, 29-9-79 e 8-2-80. Nella fig. 1 viene riportata l’area
1 Non è stata effettuata la campionatura durante il periodo estivo a causa dei
gas diffusi dai venti locali.
La fauna del suolo di un terreno a condizioni ecologiche limiti 219
Fig. 1 - Area della ricerca.
220 P. Battaglini, A. Carbone
di campionatura in cui le singole località appaiono poste ai quattro punti
cardinali rispetto alla mefite , ciascuna con una distanza da essa compresa
fra i dieci ed i venticinque metri. La variabilità di tali distanze è dovuta
alla geomorfologia locale, ai venti predominanti nonché, in particolare, alla
individuazione di zone più idonee, interessate o non dall’azione dei gas
sprigionati dalla mefite. Le quattro stazioni, indicate con N, W, E e S, corri¬
spondono, grosso modo, ai versanti Nord, Ovest, Est e Sud dei terreni pro¬
spicienti la mefite.
La stazione Nord, a quota 640 e distante venti metri dalla pozza cen¬
trale, presenta il terreno caratterizzato da un colore rossiccio e da un conte¬
nuto medio di humus. L’inclinazione è lieve ed è pari a 14° circa.
La stazione Ovest, a quota 650 e distante quindici metri dalla pozza
centrale, si presenta con una varia litologia, in cui si distinguono argille,
marne ed elementi calcarei, e con una inclinazione di circa 10°. Ivi non si
osservano fenomeni di disgregazione dello stato materiale.
La stazione Est, a quota 650 e distante tredici metri dalla pozza cen¬
trale, si evidenzia per una quantità molto elevata di componenti ferrosi del
terreno, che, infatti, ha un colore beige-ocra ed un contenuto di humus
molto basso; le particelle non risultano, in genere, aderenti fra loro. In
questo versante più vicino alla mefite , la campionatura, per la natura stessa
del terreno, è risultata molto difficile e, macroscopicamente, priva di orga¬
nismi.
La stazione Sud, a quota 660 e distante venticinque metri dalla pozza
centrale, è una tipica stazione con terreno boschivo. Ivi è presente un
manto erboso continuo e caratterizzato da arbusti ed alberi ad alto fusto.
Campionatura e metodologia
I campioni di terreno sono stati estratti mediante un particolare caro-
tatore a doppia camera. Nell’ambito di ogni stazione i singoli campioni
sono stati utilizzati sia per l’indagine faunistica sia per l’analisi pedolo¬
gica. In genere, i campioni hanno evidenziato i quattro strati riferibili
pedologicamente agli orizzonti L, F, H e B0. In particolare, nella stazione
Est sono assenti gli orizzonti L ed F. I criteri di campionatura e la meto¬
dologia relativa all’estrazione della fauna ed alle determinazioni di labo¬
ratorio sono quelli già riportati da uno di noi (Battaglini, 1967; 1970;
1973).
In particolare, sono stati determinati i parametri relativi alla granulo¬
metria, alla porosità, alla umidità ed il pH.
TABELLA I
Caratteri meteoro-ambientali rilevati nelle stazioni durante i vari prelievi.
La fauna del suolo di un terreno a condizioni ecologiche limiti 221
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Cielo : Coperto ò Precipitazioni : Assente - Suolo: Umido -
Sereno o Pioggia ++ Asciutto +
poco nuvoloso ò Nebbia +- Asciutto-umido
222 P. B attagliili, A. Carbone
Risultati e osservazioni sui fattori meteorologici ed ambientali
La tabella I riporta i dati meteorologici ed ambientali delle varie sta¬
zioni distinti stagionalmente. Essi si differenziano fra loro solo per quanto
concerne la copertura vegetale e le caratteristiche climatiche. Alla luce dei
risultati analitici ottenuti, i fattori che hanno maggiormente contribuito ad
evidenziare l’assetto faunistico sono risultati la precipitazione, il vento, l’in¬
solazione e la copertura vegetale.
Analisi pedologica
1. Granulometria
I valori relativi alla stazione Nord sono compresi fra 3940 e 5245
micron che corrispondono, rispettivamente, alle medie minima e massima;
risultano picchi anche a 1000 e 2000 micron. Nella stazione Ovest l’inter¬
vallo è fra 2892 e 512 micron, media minima e massima; risultano picchi a
350 micron. Nella stazione Est la dimensione dei granuli si mantiene
costantemente intorno ai 5660 micron, mentre nella stazione Sud essa pre¬
senta tre valori medi pari a 5660, 125 e 177 micron.
Pendenza e dimensione dei granuli sono risultati correlati positiva-
mente fra loro; infatti, quanto più il suolo si presentava ripido tanto più
andava aumentando la possibilità che i granuli avessero dimensioni più
grandi.
2. Porosità
Nelle stazioni Nord, ovest, Est e Sud la porosità è compresa, ripettiva-
mente, negli intervalli 21.145-27.901%, 24.418-29.572%, 16.661-26.773% e
25.694-28.649%.
In base a detti intervalli si può notare che la porosità è quasi uguale
per i terreni delle stazioni Nord e Sud; le altre due stazioni, Ovest ed Est,
si presentano differenziate, rispettivamente, per un alto e basso valore della
porosità.
Questo fenomeno può essere spiegato tenendo presente che le stazioni
Nord e Sud sono ubicate in maniera da risentire poco dell’azione dei venti.
Le stazioni Est ed Ovest, più vicine alla mefite , sono sottoposte, invece, sia
all’azione dei venti sia a quella delle precipitazioni; queste ultime, con la
loro azione dilavante, obliteranno i pori.
La fauna del suolo di un terreno a condizioni ecologiche limiti 223
3. Umidità
Nelle stazioni Nord, Ovest, Est i valori dell’umidità sono compresi,
rispettivamente, negli intervalli 10.849-32.962%, 14.787-31.679% e 17.779-
29.575%.
In particolare, nella stazione Sud il valore 22.995% si presenta quasi
costante in tutti i prelievi. L’umidità, comunque, presenta delle percentuali
che si mantengono piuttosto elevate, ciò è in accordo quantitativamente
con la porosità e la granulometria.
4. pH
I valori massimi e minimi sono: 6.875 e 6.5 (stazione Nord), 6.625 e
5.625 (stazione Ovest), 6.375 e 5 (stazione Est), 6.5 e 5.625 (stazione Sud)
si sono rivelati coerenti con quelli della granulometria, della porosità e
dell’umidità.
Analisi faunistica
Sono stati rinvenuti complessivamente 5838 animali. Nella Tabella II
si osserva che la totalità comprende anche i 768 animali relativi al prelievo
del 21-1-79 effettuato nella stazione Nord. In tale data non furono eseguiti
prelievi nelle altre stazioni a causa della impraticabilità delle singole zone.
Tutta l’analisi faunistica è stata effettuata non considerando il prelievo del
21-1-79, per meglio contrapporre i valori delle varie stazioni. Pertanto, gli
animali sono risultati complessivamente 5070 1.
Nelle Figg. 2, 3, 4 e 5 sono descritti i gruppi tassonomici dell singole
stazioni. Il complesso fondamentale della microfauna è rappresentato dagli
Acari attraverso Oribatidi, Parassitiformes e Ixodidi , dai Collemboli attra¬
verso Simphipleoni ed Artropleoni ed, infine, dagli Insetti s.s., fra cui si evi¬
denziano le larve di Lepidotteri, Ditteri e Imenotteri.
Fra gli altri taxa i Crostacei , presenti in quantità trascurabile, sono stati
rinvenuti solo nella stazione Sud. Pertanto, i vari risultati e le osservazioni
hanno riguardato essenzialmente Acari e Collemboli che da soli rappresen-
1 Nelle Tabelle II, IV e V il totale della stazione Nord riporta due valori di cui
quello in alto comprende anche gli animali raccolti in data 21-1-79.
224 P. Battagli ni, A. Carbone
TABELLA II
Quantità delle Zoocenosi rinvenute nelle varie stazioni.
\. prelievi
stazioni
21-1-79
10-4-79
29-9-79
8-2-80
totale rispetto
alla Zoocenosi
generale
N.
768
376
478
398
2020
1252
W.
390
448
470
13.08
E.
106
214
398
718
S.
704
736
352
1792
Totale
768
1576
1876
1618
5838
5070
LEGENDA
m
ACARI = 765
uuuUuOR I BAH Dl = 279
Fig. 2. - Diagramma illustrante l’abbondanza e la dominanza dei taxa presenti nella
stazione Nord.
La fauna del suolo di un terreno a condizioni ecologiche limiti 225
tano i 9/10 di tutta la comunità animale della Valle, valore questo fre¬
quente anche in altre località quali, ad esempio, quelle vulcaniche (B atta¬
pini, 1964; 1967; 1968).
Distribuzione dei costituenti pedofaunistici
È stata effettuata l’analisi della distribuzione e della fluttuazione dei
vari taxa nei singoli versanti. Nelle figg. 2, 3, 4 e 5 viene illustrata la distri¬
buzione della Zoocenosi di tutte le stazioni. Nella stazione Nord (Fig. 2)
risulta evidente che il taxon con il maggior numero di individui è quello
degli Acari , rappresentati da Orihatidi, Parassitiformes e Ixodidi. Questi sono
in netta prevalenza rispetto ai Collemboli che risultano presenti in quantità
superiore agli altri gruppi animali. Il rapporto numerico esistente fra Acari e
Collemboli può invero essere spiegato in base ad una o più ipotesi, comunque,
in parte o totalmente, legate a fenomeni di competizione e di predazione.
Nella stazione Ovest (Fig. 3) i taxa restano invariati, anche se con rap¬
porti percentuali fra loro diversi.
ACARI=483
ORIBATIDI=46
Fig. 3. - Diagramma illustrante l’abbondanza e la dominanza dei taxa presenti nella
stazione Ovest.
226 P. B attagliili, A. Carbone
La Fig. 4 illustra la distribuzione dei vari taxa relativi alla stazione Est.
Una prima osservazione riguarda il numero globale di individui che ivi
sono presenti in quantità inferiore rispetto a quelli delle altre stazioni. In
particolare, fra gli Insetti predomina maggiormente la Campodea staphyli-
nus\ tutte le altre specie sono invero trascurabili rispetto ad Acari e Col-
lemboli. Nella stazione Sud (Fig. 5), analogamente a quanto si verifica negli
altri versanti, il gruppo dominante è dato da Acari e Collemboli. Rispetto
alle altre stazioni ivi si osserva una abbondanza di Insetti , fra cui si eviden¬
ziano le larve di Lepidotteri della specie Silpha atrata (5, 52%).
Andamento temporale e spaziale della fauna
In base ai risultati ottenuti è possibile osservare l’esistenza di partico¬
lari variazioni temporali e spaziali nell’ambito della distribuzione pedofau¬
nistica (Tab. II). La pedofauna risulta distribuita in modo abbastanza simile
nelle stazioni Nord e Ovest; in particolare, le stazioni Est e Sud rappresen¬
tano, rispettivamente, le zone a più bassa ed a più alta quantità animale.
Quest’ultimo riscontro è in buon accordo con i singoli valori della Domi¬
nanza (Tab. III).
ACAR 1= 240
ORIBATIDI=101
PARASSITIFORMES — 29
IXODI DI = 110
COLLEMBOLI = 90
Si MPHYP LEONI = 8
PODURO MORFI = 70
ENTOMOBR IOMOR Fl = 12
INSETTI = 21
CAMPODEA STAPHYLINUS = 15
VA RI E = 22
Fig. 4. - Diagramma illustrante l’abbandono e la dominanza dei taxa presenti nella
stazione Est.
La fauna del suolo dì un terreno a condizioni ecologiche limiti 227
ACARI = 542
ORIBATIDI = 205
PARASSITI FORMES =238
IXODIDI = 99
COLLEMBOLI = 242
SIMPHIPLEONI = 82
PODUROMORFI = 95
ENTOMOBR IOMORFI =64
INSETTI = 104
LARVA- SILPHA- ATRATA =
VARIE = 22
Fig. 5. - Diagramma illustrante l’abbondanza e la dominanza dei taxa presenti nella
stazione Sud.
TABELLA III
Distribuzione delle percentuali nelle varie stazioni.
prelievi
stazioni
214-79
10-4-79
29-9-79
8-2-80
totale rispetto
alla Zoocenosi
generale
N.
61341
31.031
38.178
31.789
24.694
W.
29.816
34.250
35.932
25.798
E.
14.763
29.805
55.431
14.161
S.
39.285
41.071
19.642
35.345
Totale
15.147
31.084
37.001
31.913
228 P. Battagli ni, A. Carbone
L’esame temporale evidenzia che la pedofauna, nel suo complesso,
non risente molto della variazioni climatiche. Ciò non può essere affermato
a livello delle singole stazioni, dove la percentuale può invero anche
variare nel tempo, come, ad esempio, si verifica nei versanti Est e Sud. Dal
punto di vista quantitativo della Dominanza, ad Est il valore minimo della
densità popolazionistica è del 14.76%, osservato in primavera; a Sud tale
valore è del 19.64% e si riferisce al periodo invernale. Pertanto, i versanti
Nord e Ovest non sembrano aver risentito delle variazioni stagionali, lad¬
dove il contrario accade nelle altre due stazioni. In particolare, il citato
valore stagionale del 14.76%, con ogni probabilità, è tale in quanto dovuto
ad una situazione atipica limite verificatasi nel versante Est, in cui la rela¬
tiva pedofauna ha necessitato di un lungo periodo di tempo per poter ivi
colonizzare.
Densità di popolazione
L’esame degli insiemi dei tre gruppi animali fondamentali mostra che
nella stazione Nord le percentuali degli Acari e dei Collemboli sono, rispet¬
tivamente, pari al 37.87% ed al 9.16%. Gli Insetti possono essere ritenuti
trascurabili in quanto alla loro bassa percentuale (2.97%) (Fig. 2).
Nella stazione Ovest, in cui le percentuali degli Acari e dei Collemboli
sono, rispettivamente, del 36.93% e del 6.19%, gli Insetti mostrano un leg¬
gero aumento pari al 6.88% (Fig. 3).
Nella stazione Est si nota che gli Acari presentano una dominanza del
33.43%, i Collemboli tendono ad aumentare (12.53%) e gli Insetti a dimi¬
nuire (2.92%) (Fig. 4).
Nella stazione Sud (Fig. 5), caratterizzata dal più basso valore degli
Acari (30.24%), i Collemboli presentano la più alta percentuale (13.50%)
laddove gli Insetti mostrano ciclicamente di essersi nuovamente incremen¬
tati (5.80%).
Le Tabelle IV e V mostrano che gli Acari e i Collemboli sono di¬
stribuiti temporalmente quasi in ugual misura se si trascura il loro leg¬
gerissimo aumento osservato, rispettivamente, in inverno ed in prima¬
vera.
Nelle Tabelle VI, VII e Vili vengono riportati i valori unitari di superfi¬
cie e volume delle densità di popolazione, espressi in cm2 e cm3, relativi,
ripetti vamente, a tutta la Zoocenosi, agli Acari ed ai Collemboli.
La fauna dei suolo di un terreno a condizioni ecologiche limiti 229
TABELLA IV
Distribuzioni parziali e complessive degli Acari.
prelievi
stazioni \
21-1-79
10-4-79
29-9-79
8-2-80
totale degli
Acari rispetto
alla Zoocenosi
N.
319
161
156
129
765
446
W.
103
167
213
483
E.
40
79
121
240
S.
208
178
156
542
Totale
319
512
580
619
2030
1711
TABELLA V
Distribuzioni parziali e complessive dei Collemboli,
\ prelievi
stazioni n.
21-1-79
10-4-79
29-9-79
8-2-80
totale dei
Collemboli
rispetto alla
Zoocenosi
N.
39
15
68
63
185
146
w.
21
40
20
81
E.
6
13
71
90
S.
140
88
13
241
Totale
39
182
209
167
597
558
Discussione e conclusioni
Lo studio della pedofauna della Valle di Ansante ha messo in luce una
stretta dipendenza fra distribuzione quali-quantitativa della fauna e carat¬
teri abiotici. Gli Acari , per esempio, sono presenti costantemente in tutti i
230 P. Battaglini, A. Carbone
TABELLA VI
Densità complessiva delle Zoocenosi per unità di superficie e di volume.
^N^Prelievi
21-1-79
KM
1-79
29-S
>-79
8-2
-80
Stazioni
cm2 cm3
cm2
cm3
cm2
cm3
cm2
cm3
N.
6.039 0.635
2.956
0.369
3.758
0.469
3.129
0.569
W.
3.066
0.383
3.522
0.469
3.695
0.369
E.
0.833
0.083
1.682
0.280
3.129
0.521
S.
5.535
0.537
5.787
1.286
2.767
0.263
TABELLA VII
Densità
complessiva degli Acari
per unità
di superficie e
; di volume.
's\^Prelievi
21-
1-79
10-4-79
29-9-79
8-2-80
StazioniN\v
cm2
cm3
cm2
cm3
cm2
cm3
cm2
cm3
N.
5.016
0.528
2.532
0.316
2.453
0.306
2.028
0.368
W.
1.619
0.202
2.626
0.350
3.349
0.334
E.
0.629
0.062
1.242
0.207
1.902
0.317
S.
3.271
0.317
2.799
0.622
2.453
0.233
Densità
complessiva dei
TABELLA Vili
Collemboli per unità di
superficie
e di volume.
Preliev
21-1-79
10-4-79
29-9-79
8-2-80
Stazioni
2 3
cirr cnr
cm2
cm3
cm2
cm3
cm2
cm3
N.
0.613 0.064
0.235
0.029
1.069
0.133
0.990
0.180
W.
0.330
0.041
0.629
0.083
0.314
0.031
E.
0.094
0.009
0.204
0.034
1.116
0.186
S.
2.201
0.213
1.383
0.307
0.204
0.019
La fauna del suolo di un terreno a condizioni ecologiche limiti 231
prelievi, ma non in maniera omogenea. Essi decrescono nella stazione Est
che è caratterizzata da alti valori della granulometria, della umidità e da un
pH acido, fattori questi sfavorevoli alla sopravvivenza di tali Artropodi. I
Col/emboli che, come è noto, si insediano dove sono alte granulometria ed
umidità, presentano, nel nostro caso, punte massime nelle stazioni Nord e
Sud in cui i valori granulometrici sono rispettivamente medi e bassi. Gli
Artropleoni che, in realtà, rappresentano gli individui dominanti, si rinven¬
gono, coerentemente alla loro morfologia, nei terreni a più alta granulome¬
tria che in genere, caratterizzano proprio la Valle di Ansante. Come prece¬
dentemente detto, ivi si osserva un antagonismo esistente fra Acari e Col¬
le mboli : ad una diminuizione di Acari corrisponde, quasi sempre, una
abbondanza di Collemboli.
Diverse ricerche effettuate su terreni di origine vulcaniche (Battaglini,
1971) hanno evidenziato non solo i taxa animali più frequentemente pre¬
senti ma, soprattutto, i fattori abiotici che influenzano le condizioni di vita
di tali gruppi. In particolare, anche se un terreno, quale quello della Valle
di Ansanto, caratterizzato da emanazioni di C02, H2 S e NH3, determina
una notevole selezione nella Zoocenosi, i risultati sperimentali ottenuti nel
presente lavoro hanno evidenziato una notevole capacità di adattamento
dei vari taxa verso condizioni ambientali molto particolari che, solo per
alcuni di essi, diventano ottimali in funzione di un loro specifico adatta¬
mento ambientale. Il suolo studiato della Valle di Ansanto, con le sue
peculiarità geologiche, le condizioni chimico-fisiche limite e con caratteri
morfologici ben marcati, ha provocato una decisa selezione nella fauna pre¬
senta attraverso un basso numero di animali e, soprattutto, una piccola
varietà di taxa.
In conclusione, si può affermare che:
- la pedofauna è monotona ed è rappresentata dal solo phylum
degli Artropodi , fra cui i gruppi fondamentali sono gli Acari e i Collemboli
rappresentanti i 9/10 dell’intera comunità animale;
- non si osserva una variazione quantitativa temporale;
- le caratteristiche pedologiche sono molto varie nelle diverse sta¬
zioni e non sembrabo influenzare la densità, la composizione e la struttura
della comunità;
- si è riscontrato antagonismo fra Acari e Collemboli con valori
delle singole popolazioni rapportabili al nutrimento, alla territoriabilità
nonché a fenomeni di predazione;
- la densità per cm2 e cm3 è bassissima, vicina, comunque, ai valori
relativi ai suoli di tipo vulcanico;
232 P. B adagi ini, A. Carbone
- la densità e la struttura della pedofauna è fortemente influenzata
dalla vicinanza alle pozze;
- le stazioni simili per composizione, struttura e densità di Zooce¬
nosi sono quelle Nord-Sud e Est-Ovest
Da quanto detto sì può ipotizzare che la distribuzione della pedofauna
è legata in parte ai venti preponderanti, che spirano secondo la direzione
Est-Ovest, ne influenzano le proprietà vitali in maniera tale che i relativi
versanti sono proprio quelli meno abitati. La stazione Nord, invece, è stret¬
tamente legata alla più o meno vicina presenza delle pozze; quella Sud pre¬
senta una comunità edafica più diversificata e meno soggetta all’ambiente
ostile della Valle.
In questa ricerca, pertanto, si è evidenziato che, in presenza di un
ambiente molto ostile all’esistenza stessa di forme vitali - basti pensare
all’emanazione di S02 e C02 che già impediscono ravvicinamento di ani¬
mali epigei e dell’uomo - la pedofauna riesce a persistere. Comunque, un
siffatto habitat influenza la pedofauna limitandone la densità e la composi¬
zione. Infatti, solo gli Acari , e fra questi gli Oribatidi , sono presenti in buon
numero negli strati superficiali riuscendo, a volte, a sopravvivere in zone
molto spesso sottoposte ai gas venefici.
BIBLIOGRAFIA
Bàttaglini P., 1964 - Prime ricerche sulla fauna del suolo degli A stroni., in Campania.
Ann. Ist. Mus. Zool. Univ. Napoli, XVI, n. 8.
Battaglimi P , 1967 - Un nuovo procedimento per estrarre la meso e macrofauna dei
suolo. Ann. Ist. Mus. Zool. Univ. Napoli, XVIII, n. 3.
Battaglimi P , 1967 - Fluttuazione di una popolazione edafica e sue relazioni con le
proprietà pedologiche di un suolo di origine vulcanica. Boll Zool, XXXIV, 89-90.
Battaglimi P., e Gustato G , . 1968 - Studio ecologico e faunistico del lago di «La
Correa» (Vairano Scalo , Caserta). Boll. Soc. Natur., Napoli, 77, 327-347.
Battaglimi P., 1970 - Osservazioni sulla pedofauna degli Astroni. Boll Soc. Nat. in
Napoli, 79, 77-84, 1970.
Battaglimi P . et alia, 1973 - Studi ecologici sulla pedofauna di un suolo vulcanico
(Vesuvio). Boll. Soc. Nat. in Napoli, 82, 255-283.
Battaglimi P., Totàro Aloj E., 1973 - Prime ricerche sulla pedofauna della « Mefite »
della «Vaile di Ansanto» (Avellino). Boll. Soc. Nat in Napoli, 82, 211-215.
Sinno R., 1969 - 1 minerali della «Valle di Ansanto». Atti Acc. Se. Fis. Mat. Napoli,
S. 3, voi. 7, n. 6, 219-258.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 233-259, fìgg. 8, tahb. 5
Aspetti ecologici di un fiume urbano
ad alta alterazione ambientale
(Fiume Sebeto)
Nota del socio Pietro Battaglimi e di Maria Giovanna Valentino (*)
(Tornata del 22 dicembre 1981)
Riassunto - Oggetto di questo lavoro è, nei suoi aspetti ecologici, il Sebeto, un
piccolo fiume che sfocia nel porto di Napoli.
Lo studio del fiume è stato condotto analizzando i suoi fattori abiotici e biotici
ed effettuando prove di ittiotossicità su esemplari di Carassius auratus.
Sono state effettuate analisi della fauna, costituita da 219 esemplari apparte¬
nenti a 3 phila: Nematodi, Anellidi, Artropodi, nonché analisi chimico-fisiche dell’ac¬
qua prelevata.
Lo scopo finale è stato la determinazione numerica del grado di inquinamento
che ha permesso, altresì, di avanzare delle ipotesi di recupero.
Summary - The subject of this work, is, in its ecological aspects, thè «Sebeto»:
a small ri ver that flows into thè Harbour of Naples.
The study of this river has been done analyzing its A biotic and biotic factors and
making Icthyotoxicity test on Carassius auratus specimens.
It has been done analysis of thè fauna constitudes by 219 specimens making
part of 3 phila: Nematoda, Anellida Artropoda, and Chemical and physical analysis of
thè water taken away. The final aim has been thè numerical determination of pollu-
tion amount, which allowed to make some hypothese of recovery.
Introduzione
Il Sebeto è un piccolo fiume che scorre attualmente lungo la periferia
di Napoli e precisamente nella così detta «Zona Industrale Orientale».
Il Sebeto si presenta con un alveo per la maggior parte artificiale che
scorre allo scoperto, o in condotta coperta per circa 1,5 km, dal rilevato
(*) Istituto e Museo di Zoologia - Università di Napoli.
234 P. Battaglini , M. G. Valentino
delle Ferrovie dello Stato, all’altezza della stazione di Gianturco, lungo via
B Brio fino a sfociare nel porto all’altezza dei Silos della Dogana (Molo-
Vigliena) (Scherillo, 1967).
La semplice osservazione fa notare come questo corpo idrico ha pochi-
simo delle caratteristiche tipiche di un fiume e presenta invece l’aspetto di
una condotta di acque reflue. In esso, infatti, si versano i prodotti di rifiuto
delle numerose industrie della zona.
Tuttavia, poiché esiste ancora un apporto di acque di origine meteorica
e probabilmente sotterranea, tale corpo idrico lo si può considerare ancora
come fiume.
Il Sebeto presenta notevole insediamenti algali.
Le risorgenze costanti di bolle di gas (idrogeno solforato) e di olii
fanno pensare ad una intensa attività biochimica dei fanghi del fondo non
disgiunta da una notevole quota di attività batterica.
Lo scopo del presente lavoro è quello di studiare l’assetto ecologico
del fiume.
Lo studio è stato fatto sulla popolazione faunistica di una determinata
zona del Sebeto, osservandone le sue variazioni qualitative e quantitative
in due periodi antitetici dell’anno (28-7-1980 - 16-12-1980).
Da quanto premesso appare chiaro che la situazione ecologica del
Sebeto non è delle più floride, pertanto è parso opportuno .approfondire
l’analisi ecologica effettuando degli esperimenti di ittiotossiticità mediante
ulteriori prelievi in data 19-4-1981 al fine di verificare come l’alterazione
delle acque del Sebeto possa avere eventuali effetti dannosi sulla fauna
ittica e sull’ambiente.
Metodi e procedimenti
In conseguenza di quanto detto lo studio è stato effettuato sull’am¬
biente, ovvero sull’acqua e sulla fauna.
Le condizioni sperimentali sono annotate nella tabella 1. L’acqua del
fiume, prelevata nelle seguenti date: 28-7-80 - 16.12.80 e il 19-4-81 alle ore
8,00; 9,30; 15,00; (questi ultimi tre prelievi sono serviti ad evidenziare le
caratteristiche abiotiche, prima e dopo l’apertura delle fabbriche), è stata
sottoposta alle seguenti analisi chimiche e chimico-fìsiche:
OD
nitriti
BOD
fosfati
pH
cloro.
Aspetti ecologici di un fiume urbano 235
Tabella 1. - Caratteri meteora-ambientali
236 P. Battagliai, M. G. Valentino
Dopo aver analizzato i campioni di acqua del primo e del secondo pre¬
lievo si è passati al censimento degli animali presentì in tali campioni» Per
le metodiche chimico-fisiche e faunistiche sono stati utilizzati i parametri e
i procedimenti riportati per il fiume Samo (Battaglini, 1979).
Gli esperimenti di ittiotossicità, effettuati solo con l’acqua del 19-4-81,
sono basati sulle metodiche proposte dagli «Standard Methods» (1971), che
richiedono l’osservazione e la valutazione di una serie di parametri:
Selezione e preparazione dei pesci ( Carassius auratus) l.
Prelievo dell’acqua campione.
Allestimento in doppia serie di 6 vasche della capacità di 20 1 F una.
In ciascuna delle quali l’acqua prelevata è diluita rispettivamente al 10%
1 8%-32%-56%-100%-0%.
L’esperimento è consistito essenzialmente nella osservazione, continua
fino alle 6 ore (ore di tossicità acuta) e in seguito a intervalli di 12, 24, 32,
48, 72, 96 ore, dei pesci in esperimento. Annotando non solo il numero dei
pesci morto in ciascuna vasca ma anche di quelli vivi che presentavano sin¬
tomi pronunciati di intossicazione e difficoltà vitali.
Inoltre di ogni esemplare morto durante Fesperimento è sempre stato
effettuato l’esame necroscopico entro un tempo non superiore a mezz’ora
dalla morte, analizzando le alterazioni anato-patologiche a carico dei
seguenti organi: branchie, fegato, reni, intestino e visualizzando il tutto
con istogrammi (v. grafici 2, 4, 6 e 8). Ciò è stato possibile perché prima
sono stati fissati i seguenti parametri, esperimenti in percentuale le altera¬
zioni degli organi.
Alterazioni per branchie , fegato e reni :
0% normali
25% congeste
50% poco emorragiche
70% emorragiche
90% molto emorragiche = (obliterate solo per le branchie)
Alterazioni per V intestino:
0% normale
25% lume poco ingrossato
50% lume ingrossato
70% lume molto ingrossato
90% lume in disfacimento
i
Specie Standard nelle prove di ittiotossicità.
Aspetti ecologici di un fiume urbano 237
Inoltre ci si è serviti del metodo della media pesata, media in cui a
ciascun pesce morto si attribuisce come peso la percentuale di malattia e
cioè l’alterazione di un determinato organo.
Risultati e osservazioni
I) Fattori ecologici abiotici
Dall’osservazione dei dati chimico-fisici sui cinque prelievi riportati
nella tab. 2 si possono fare le seguenti osservazioni:
a) per l’OD notiamo valori quasi uguali in tutti i cinque prelievi,
notando però negli ultimi 3 una diminuzione del valore. Questi risultati si
spiegano con l’alta concentrazione degli scarichi delle industrie e con lo
sbocco delle fognature delle zone circostanti.
b) per BOD si notano valori anch’essi alti che sono la conseguenza
di fenomeni putrefattivi naturali causati da inquinamenti domestici e indu¬
striali.
c) per i Nitriti è da notare che, i valori al di sotto dei limiti di tolle¬
ranza verificati in queste acque, sono in rapporto al processo di nitrifica-
zione, processo che dall’ammoniaca porta ai nitrati, per cui diminuendo
l’effetto immediato inquinante ed aumentando l’ossidazione diminuice gra¬
datamente l’NHj mentre aumentano NO2 ed NO3.
d) I Fosfatoioni hanno anche essi concentrazioni quasi uniforme in
tutti i prelievi.
e) L’osservazione dell’andamento del Cloro-ione nei cinque prelievi
fa vedere una discreta uniformità di concentrazione che risulta comunque
tossica per la vita.
f) La concentrazione Idrogenionica è caratterizzata da valori che
vanno man mano dal neutro al lievemente alcalino e questo è sempre in
rapporto agli scarichi che sono immessi in queste acque.
II) Analisi qualitativa e quantitativa della fauna
L’esame della fauna raccolta lungo il fiume Sebeto, ha permesso di
identificare la composizione e struttura della comunità animale ivi alber¬
gante ed evidenziarne gli aspetti qualitativi, quantitativi e temporali, met¬
tendo in evidenza una certa difformità tra i due prelievi.
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Tabella 2. - Risultati degli esami chimico-fisici
Aspetti ecologici di un fiume urbano 239
Per analizzare la composizione faunistica si sono elaborate le tabelle 3
e 4 riguardanti: tabella 3 l’abbondanza e tabella 4 la dominanza degli ani¬
mali. Osservando la tabella 3 si può notare che il numero complessivo
degli organismi è 219, così distribuiti nei due prelievi: 91 nel primo e 128
nel secondo.
Risulta quindi evidente che non esiste uniformità nel numero delle
zoocenosi nei due periodi. Si osserva ancora che l’insieme della zooce¬
nosi è costituita da tre phyla: Nematodi, Anellidi, Artropodi. Gli Artro¬
podi a causa del loro alto numero (109) e per la percentuale 49,7%, pre¬
valgono sul numero totale degli animali. Seguono: Nematodi in numero
di 72 corrispondenti al 32,8% ed infine gli Anellidi in numero di 38 pari
al 17,3%.
Tra gli Artropodi le due specie sono ripartite una nei Crostacei
(Cyclops strenuus) e l’altra in quella degli Insetti ( Chironomus thummi).
Chiaramente gli insetti (84 individui) sono più abbondanti dei crostacei (26
individui).
Nella tabella 4 si è fatta la ripartizione degli animali in «Taxa».
Infatti secondo alcuni autori questo metodo caratterizza meglio le varia¬
zioni quantitative e qualitative della fauna. Facendo un esame compara¬
tivo dei Taxa e delle specie si può notare che il numero di specie è
minore nel primo prelievo, quello dei Taxa è invece quasi eguale in tutti
e due i prelievi. Se si esaminano i soli Taxa, la forma maggiormente rap¬
presentata (38,2%) dell’intera comunità e quella delle Larve di Ditteri, a
cui seguono i Nematodi con 34,0% e infine con la percentuale più bassa
il 7,6% i Ditteri.
Osservando il prelievo del 28-7-1980 (tab. 4) chiaramente si vede che
prevalgono i Nematodi (34, 0%) a cui seguono le Larve di Ditteri (29,6%),
Anellidi (16,6%), Copepodi (9,8%) ed infine con un numero molto basso
seguono i Ditteri (7,6%).
Nel prelievo del 16-12-1980 (tab. 3) si notano in netta maggioranza le
larve di Ditteri (38,2%) a cui seguono i Nematodi (32,0%), gli Anellidi
(16,4%) ed infine i Copepodi (13,2%).
L’analisi comparativa fra i due prelievi fa osservare che in quello del
16/12 mancano i Ditteri rispetto a quello del 28/7; però contemporanea¬
mente a ciò si ha che le larve di Ditteri nel 16/12 sono in netta maggio¬
ranza ripetto a quelle del 28/7 e che se si fa una somma fra larve di Ditteri
e Ditteri del 28/7 il risultato è circa uguale alle sole larve di Ditteri pre¬
senti nel prelievo del 16/12.
Tabella 3. - Abbondanza degli Invertebrati raccolti durante i due prelievi.
Aspetti ecologici di un fiume urbano 241
Tabella 4. - Dominanza dei vari Invertebrati raccolti nei due prelievi.
242 P. Battaglini, M. G. Valentino
III) Prove di ittiotossicità
I risultati delle indagini ecologiche mediante i tests di ittiotossicità
acuta sono stati dedotti dalla osservazione della mortalità e sopravvivenza
dei pesci dopo: 6, 24, 48, 72, 96 ore calcolando la tolleranza minima,
ovvero la sopravvivenza di almeno il 50% dei pesci, la tolleranza massima,
ovvero la sopravvivenza di tutti i pesci, il TLmso e il coefficiente di Van
Horn (1949), (questi valori vengono riportati nella tabella 5).
Questi due ultimi elementi (TLmso e coefficiente di Van Horn) hanno
lo scopo di evidenziare: il primo la sopravvivenza al 50% dei pesci; il
secondo la percentuale minima di alterazione per non danneggiare la vita
acquatica.
I risultati relativi alla mortalità e sopravvivenza dei pesci, nei tre espe¬
rimenti, sono riportati nei rispettivi grafici (1, 3, 5).
Questi sono stati redatti su carta millimetrata semilogaritmica, ripor¬
tando sulla scala lineare la percentuale di pesci sopravvissuti in ciascuna
vasca dopo un determinato periodo di tempo, e sulla scala logaritmica la
concentrazione percentuale dell’effluente.
Lo scopo di tali grafici è stata la determinazione del così detto limite
di tolleranza medio (T.L.m50).
Utilizzando i valori del T.L.m_0 ricavati a 24 e 48 ore si è determinato il
coefficiente di Van Horn.
Esaminiamo i risultati dei tre esperimenti di ittiotossicità:
1° PRELIEVO ORE 8,00 - Dall’osservazione del grafico 1 riferito al 1°
prelievo del 19-4-1981, risulta che dopo 6h, sono quelle più critiche, si ha il
90% di sopravvivenza per le concentrazioni al 32% e al 56%, mentre per
tutte le altre si ha il 100% di sopravvivenza.
II T.L.m50 risulta uguale al 100%, la tolleranza minima compresa tra il
10% e il 100% e la tolleranza massima con due intervalli: uno tra il 10% e
18% e l’altro al 100%.
Dopo 24 h di esperimento va diminuendo la sopravvivenza che, alla
concentrazione del 32% e 56%, risulta uguale al 70%, invece alla concentra¬
zione del 10% è uguale al 100%; quella del 18% è uguale al 90%; e, infine
alla concentrazione del 100% è uguale all’80%.
Il T.L.mso è 100%, mentre la tolleranza minima è compresa tra il 10% e
100% e quella massima è al 10%.
A 48 h si nota un minimo alla concentrazione del 32% risultante da
una sopravvivenza del 30%, mentre alle concentrazioni del 10% e 18% essa
è del 70%; al 56%' è del 50% e, al 100% è del 60%.
Tabella 5. - Tabella riassuntiva delle prove di ittiotossicità con i vari parametri utilizzati (spiegazioni, vedi testo).
244 P. Battaglini, M. G. Valentino
41 1
Aspetti ecologici di un fiume urbano 245
Grafico 1. - Dragrammi illustranti l’andamento della sopravvivenza dei Carassi dopo 6, 12, 24, 36, 48, 72 e 96 ore di
immersione a varie concentrazione nell’acqua del Sebeto prelevata alle ore 8.00 del 19-4-81. Sulle ascisse
sono riportati in per cento i pesci sopravvissuti, sulle ordinate le percentuali di concentrazione, in acqua
potabile, dell’acqua del Sebeto.
246 P. Battaglini, M. G. Valentino
Questo minimo del 32% si può spiegare ammettendo il probabile veri¬
ficarsi di fenomeni di sinergismo tra l’acqua e le sostanze organiche in essa
disciolte.
Il T.L.mso risulta avere due valori: uno al 24% e l’altro al 56%, così pure
la tolleranza minima che è compresa tra il 56% e il 100% e anche il 10% e il
24%, mentre la tolleranza massima è inferiore al 10%. Dall’osservazione del
T.L.mso a 24 e 48 h si è calcolato il coefficiente di Van Horn per questo
primo prelievo, che risulta avere due valori, essendo due i valori del T.L.mso
a 48 h, e cioè è uguale a 0,41 e 5,27.
A 72 h. persiste ancora un minimo al 32% dove si ha una sopravvi¬
venza del 30%, però accompagnato da un massimo al 18% con sopravvi¬
venza del 60%. Al 10% la sopravvivenza risulta del 40% mentre al 56% e al
100% essa è uguale al 50%.
Il T.L.mso ha tre valori 14% e 22% e uno compreso tra il 56% e il 100%.
La tolleranza minima ha due intervalli: tra il 14% e il 22%; tra il 56% e il
100%; la massima è inferiore al 10%.
Il grafico relativo a 96 ore presenta sempre un minimo al 32%, che quindi
risulta caratteristico di questo prelievo, con una sopravvivenza del 20% e due
massimi di differenti valori: uno al 18% con sopravvivenza del 60%, e uno al
56%, con sopravvivenza del 50%, mentre al 10% e al 100% la sopravvivenza è del
20%. Il T.L.mso anche in questo caso, ha tre valori: 16%, 21%, 56%; la tolleranza
minima è compresa tra il 16 ed il 56%; la massima è inferiore al 10%.
L’esame di tutti i 33 esemplari di Carassius auratus morti, sui 50 sag¬
giati, ha messo in evidenza come ben si vede dal grafico 2, branchie poco
emorragiche con pliche respiratorie obliterate da particelle solide sospese,
fegato poco alterato, reni poco congesti, intestino con dimensioni del lume
poco alterato e infine desquamazione.
2° PRELIEVO ORE 9,30 - Dall’osservazione dei grafici 3 del 2° prelievo
del 19-4-1981 notiamo che a 6 h, la sopravvivenza al 10%, al 18% e 32% è del
100% mentre al 56% e 100% è del 90%. Il T.L.mso è 100%, la tolleranza minima è
compresa tra il 10% e il 100% e la tolleranza massima tra il 10% e il 32%.
A 24 h notiamo che non varia la sopravvivenza al 10%, 18% e 32%, che
quindi sarà ancora del 100% mentre va diminuendo al 56% con 80% di
sopravvissuti e al 100% col 30%.
Il T.L.m50 sarà uguale al 79,5%; la tolleranza minima sarà compresa tra
il 10% e il 75% mentre la tolleranza massima tra il 10% e il 32%.
A 48 h incomincia a delinearsi un massimo corrispondente alla dilui¬
zione del 32%, massimo che sarà caratterizzato di questa concentrazione
anche alle ore successive.
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Aspetti ecologici di un fiume urbano 247
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Grafico 2. - Istogrammi rappresentati la valutazione quantizzata del danno subito dai vari organi nel prelievo delle ore 8.00 (per i
parametri utilizzati vedi testo).
248 P. Battaglini, M. G. Valentino
48 h
Aspetti ecologici di un fiume urbano 249
Grafico 3. - Diagrammi illustranti l’andamento della sopravvivenza dei Carassi dopo 6, 12, 24, 36, 48, 72 e 96 ore di
immersione a varie concentrazioni dell’acqua del Sebeto prelevata alle ore 9,30 (Per spiegazioni vedi graf. 1).
250 P. Battaglini, M. G. Valentino
Tale caratteristica risulta essere nettamente opposta a quella dei grafici
del prelievo precedentementeo descritto, che è stato effettuato mezz’ora
prima di questo, quando le fabbriche erano ancora chiuse; questo risultato,
quindi, fa pensare che devono avvenire differenti fenomeni di sinergismo
tra l’acqua e le sostanze organiche in essa disciolte, che presentano effetti
meno mortali rispetto alle altre concentrazioni.
Pertanto al 32% la sopravvivenza sarà del 90%; al 10% del 70%; al 18%
dell’80%; al 56% del 60%, e al 100% si ha una sopravvivenza del 10%. Il
T.L.mso è 62%, la tolleranza minima è compresa tra il 10% e il 65% di con¬
centrazione, la massima inferiore al 10% di concentrazione. Il coefficiente
di Van Horn, per questo secondo prelievo è: C = 11,31, che corrisponde
alla concentrazione che dovrebbe avere l’acqua del Sebeto per non essere
nociva agli animali e alle piante.
Tale valore risulta essere più alto rispetto a quello del prelievo prece¬
dente. Ciò è verosimilmente dovuto al fatto che gli scarichi delle industrie
versano nel Sebeto, all’inizio del ciclo lavorativo maggior quota di rifiuti,
derivanti da acque di raffreddamento degli impianti e non rifiuti veri e
propri.
Per tale ragione l’acqua del Sebeto viene paradossalmente, «diluita» e
quindi diminuisce il carico inquinante trasportato dal suddetto fiume.
Dal grafico relativo alle 72h vediamo ancora il massimo di sopravvivenza
del 70%, alla concentrazione del 32%, al 10% corrisponde la sopravvivenza del
40%, mentre al 18% e 56% essa è del 50%, al 100% è, infine, del 10%.
Il T.L.mso ha due valori: uno corrispondente al 56%, l’altro al 18%. La
tolleranza minima è compresa tra il 18% e il 56%, mentre la massima è
inferiore al 10%.
A 96 h la sopravvivenza più alta, il 70%, corrisponde sempre al 32% di
concentrazione mentre la sopravvivenza minima, il 10%, corrisponde alla
concentrazione del 100%. Alle altre diluizioni abbiamo una sopravvivenza
del 30% per il 10% di concentrazione e del 40% per le diluizioni al 18% e 56%.
Il T.L.m5Qha anche in questo caso due valori 22% e 46%.
La tolleranza minima è compresa tra il 25% e il 50% la massima è infe¬
riore al 10%.
L’esame dei 31 esemplari di pesci rossi morti sui 50 saggiati ha messo
in evidenza (grafico 4) branchie emorragiche, fegato edematoso e reni con¬
gesti, intestino quasi normale.
Il corpo presenta anche in questo prelievo notevole desquamazione.
3° PRELIEVO ORE 15,00 - Dal grafico 5 relativo al prelievo effettuato
alle ore 15,00 si ricava che a 6 h la sopravvivenza risulta massima, e cioè
LEGENDA
Aspetti ecologici di un fiume urbano 251
ODiDOiOddOW onnvq la 3ivn±N3oa3d
Grafico 4. - Istogrammi rappresentanti la valutazione quantitativa del danno subito dai vari organi nel prelievo delle ore 9,30
(v. testo).
252 P. Battaglini, M. G. Valentino
§
41 h
Aspetti ecologici di un fiume urbano 253
Grafico 5. - Diagrammi illustranti ranciamente della sopravvivenza dei Carassi dopo 6, 12, 24, 36, 48, 72 e 96 ore di
immersione a varie concentrazioni dell’acqua del Sebeto prelevata alle ore 15,00 (per le spiegazioni vedi
grafico 1).
254 P. Battaglini, M. G. Valentino
del 100% a tutte le concentrazioni, e questo implica che il T.L.mso è del
100% e la tolleranza minima e la massima saranno comprese entrambe tra
il 10% e il 100% di concentrazione.
A 24 h, alle concentrazioni del 56%, 32% e 18%, la sopravvivenza è del
100% mentre al 10% e 100% è del 90%.
Il T.L.mso è uguale al 100%.
La tolleranza minima è compresa tra il 10% e il 100%, e la massima tra
il 18% e il 56%.
A 48 h persiste una sopravvivenza del 100% al 56% e del 90% al 100%
di concentrazione, mentre varia per le altre diluizioni; infatti al 10% è del
50%, al 18% e al 32% è del 90%.
La tolleranza minima è compresa tra il 10% e il 100% mentre la mas¬
sima si ha solo al 56%.
Il T.L.mso è 10%, e il coefficiente di Van Horn è: C = 0,03.
Tale valore dimostra quanto affermato precedentemente a proposito
della non immediata tossicità dei rifiuti industriali.
A 72 h al 32% e 56% vi è massimo di sopravvivenza (90%) mentre al
10% ci è un minimo dello 0%, riscontrato per la prima volta nel corso dei
tre esperimenti effettuati; al 18% la sopravvivenza è del 30%; al 100% è
dell’ 80%.
Il T.L.m50 è uguale al 24%; la tolleranza minima è compresa nell’inter-
vallo 24%-100%, e la massima inferiore al 10%.
Dal grafico delle 96 h risulta ancora un minimo, 0%, di sopravvivenza
al 10% e un massimo di 90% al 56%.
Al 18% la sopravvivenza è del 10%, al 32% è del 20% e al 100% è del
70%.
Il T.L.mso è uguale a 41%, la tolleranza minima tra il 41% e il 100% e la
massima inferiore al 10%.
L’esame necroscopico del 31 Carrassii morti sui 50 saggiati ha ancora
una volta messo in evidenza branchie emorragiche con pliche respiratorie
obliterate da particelle solido-sospese, fegato poco congesto, mentre i reni
si presentano più congesti e l’intestino quasi normale (grafico 6).
Discussione
Le osservazioni, compiute lungo il fiume Sebeto, hanno consentito di
delineare un quadro delle comunità ivi alberganti.
È da notare però, che anche in un contesto ecologico limite come è
quello del fiume in questione, vi sono possibilità di insediamenti faunistici.
Aspetti ecologici di un fiume urbano 255
La zoocenosi pur costituita da soli tre Phyla (Nematodi, Anellidi e Artro¬
podi) ha una certa diversità che si identifica con i 219 individui raccolti
complessivamente.
Nell’ambito di queste zoocenosi complessive il phylum maggiormente
rappresentato è quello degli Artropodi cui segue quello dei Nematodi e
degli Anellidi.
Dalla tabella 3 si evidenziano in luglio 5 Taxa, mentre in Dicembre 4.
Questa differenza è basata essenziamente su una notevole quota parte
occupata nello spettro della dominanza, dai Ditteri adulti che invece man¬
cano nel prelievo di dicembre.
Tuttavia la somma delle larve dei Ditteri e Ditteri adulti del prelievo
del 28-7-80 è circa uguale alle larve dei Ditteri del prelievo del 16-12-1980,
il che fa pensare che la non presenza dei Ditteri adulti sia semplicemente
da collegare al ciclo biologico di essi. Per quanto riguarda gli altri Taxa si
può dire:
1) I Nematodi sono presenti nei due prelievi sempre nella stessa
quantità.
2) Gli Anellidi Oligocheti hanno un valore di dominanza più o
meno costante.
3) I Copepodi sono aumentati di 1/3 al passaggio dal periodo estivo
a quello invernale.
L’esame dettagliato dei Taxa ha messo in evidenza che i Nematodi
sono costituiti per quasi l’80% dai generi Rhabdomonus e Aelosoma. Gli
Oligocheti per l’85% dal genere Tubifex e Chaetogaster e i Copepodi per la
quasi totalità sono costituiti dalla specie Ciclops strenuus. I Ditteri appar¬
tengono tutti quanti alla specie Chironomus thummi.
Da tali studi si mette in evidenza che il ruolo preponderante delle zoo¬
cenosi del Sebeto è manifestato dai Nematodi e dalle larve dei Ditteri,
mentre un ruolo subordinato lo hanno gli Anellidi e i Copepodi ed infine
un semplice ruolo accessorio i Ditteri adulti.
Da quanto suddetto, appare molto chiaro che queste specie animali
identificano tale fiume come un fiume ad alto inquinamento domestico ed
industriale.
I risultanti della ittiotossicità contribuiscono alla affermazione sud¬
detta. Infatti utilizzando i dati forniti dai tre valori del coefficiente di Van
Horn potremo rappresentare (grafico 7), anche se in maniera molto qualita¬
tiva, l’andamento della tossicità del fiume in funzione del tempo. Sull’asse
delle ascisse sono riportati i tempi dei tre prelievi, mettendo nell’origine
degli assi l’ora di apertura delle fabriche (8,30), mentre sull’asse delle ordi¬
nate sono riportati i valori trovati dal coefficiente di Van Horn.
BRANCHIE
256 P. Battaglini, M. G. Valentino
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03 IDOIOdHOlAI ONNVO IG 3 1 vcun d 3 h 3 d
Grafico 6. - Istogrammi rappresentanti la valutazione quantizzata del danno subito dai vari organi nel prelievo delle ore 15,00
(v. testo).
Aspetti ecologici di un fiume urbano 257
Grafico 7. - Grafico illustrante l’andamento nel tempo della tossicità (coefficiente
di Van Horn) delle acque del S ebete sulla fauna. (Le spiegazioni sono
riportate nel testo).
Tenendo conto che il grado di tossicità è inversamente proporzionale
al valore del coefficiente di Van Horn (a valori alti del coefficiente di Van
Horn corrispondono bassi valori di tossicità e viceversa) il grafico prece¬
dente si può facilmente interpretare. Si osserva che prima dell’apertura
delle fabbriche (8,30), nell’acqua è presente un certo grado di tossicità, il
quale diminuisce abbastanza rapidamente con l’apertura delle stesse,
perché vi è rapporto nel fiume di acqua non contaminata, proveniente
eventualmente dagli impianti di raffreddamento delle macchine, per poi
acquistare valori sempre più alti non appena si incomincia a manifestare
l’effetto tossico dei rifiuti.
258 P. Battaglini, M. G. Valentino
Grafico 8. - Istogrammi illustranti le percentuali complessive dei danni subiti dai vari organi alle diverse concentrazioni.
Aspetti ecologici di un fiume urbano 259
Queste osservazioni ci portano a ipotizzare una periodicità del feno¬
meno.
Inoltre calcolando una media complessiva dei danni subiti dai vari
organi di Carassius in tutte le concentrazioni utilizzate, si può notare che
le branchie sono quelle presentanti maggiore alterazioni (grafico 8).
Conclusione
Le ricerche effettuate hanno portato alle seguenti conclusioni:
a) Le acque di questo fiume sono solamente per una piccola parte
di origine naturale, risorgive e meteorica, mentre la maggior parte di
queste acque sono prodotti reflui degli scarichi pubblici e privati.
b) Vi è nel fiume Sebeto una zoocenosi in un certo senso diversifi¬
cata, legata alla esistenza di un probabile equilibrio biologico anomalo rag¬
giunto dopo successivi stress ambientali.
c) L’analisi qualitativa e quantitativa, e le prove di itti tossicità acuta
sulla fauna raccolta con le peculiari specie trovate, pur senza entrare nella
problematica degli indicatori biologici, ci permette di concludere dicendo
che il fiume Sebeto è attualmente un fiume ad altissimo tasso di inquina¬
mento e che si trasforma a rapidi passi in una semplice condotta di acque
reflue.
BIBLIOGRAFIA
Battaglini P , 1979 - Assetto ecologico delle comunità animali del fiume S amo (Cam¬
pania). Accad. Se. Fis. Mai Soc. Naz. Se. Lett. Art. Napoli, Ser. IV, 46, 1-34.
Scherillo A., Franco E., 1967 - Introduzione alla carta stratigrafica del suolo di
Napoli. Accad. Pontaniana, 16.
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Ed. APRA, AWWA, WPCF, New York. Part. 200: 231.
Van Horn, 1949 - The biological indices of stream qualìty. Proc. 5th Ind. Waste Confi,
Purduc University. England, Buletin, 72, 215.
PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE
E DELLE ASSEMBLEE GENERALI
Processo verbale delPAssemblea generale del 30 gennaio 1981
Il giorno 30 gennaio 1981 alle 17h 1 5 ' si è tenuta in seconda convocazione l’as-
semblea generale della Società dei Naturalisti in Napoli.
Sono presenti i Soci: Vittozzi, Nicotina, Napoletano, de Cuneo. Schettino,
Lueini, Piscopo, Milone, Coppa - De Castro, Forgiane, Paino, Diurno.
il Presidente dichiara aperta la seduta: il Segretario legge il verbale della seduta
precedente che viene approvato all’unanimità.
Il Presidente comunica che, per quanto concerne le condizioni dei locali del
nostro sodalizio in sistema del 23 novembre 1980 e stante l’ubicazione dei locali
stessi, ha spedito due fonogrammi al Rettore Magnifico e al Provveditore O.O.P.P.
In seguito però a verifica tecnica da parte di docenti universitari delegati dal
Rettore, è stata dichiarata l’agibilità per la sala delle sedute. Nel quadro poi di lavori
a cura del Provveditorato O.O.P.P. per la Campania, che interessano anche la Biblio¬
teca Universitaria e la Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti, sono in corso di
esecuzione opere di consolidamento statico in una sala attigua. Il Presidente solleci¬
terà il Provveditore alle O.O.P.P. a pronunziarsi circa l’agibilità delle rimanenti sale.
Il Presidente comunica poi la scomparsa dei soci, prof. Della Ragione e prof.
Giacomi ni che saranno a suo tempo degnamente commemorati.
Il Presidente legge poi il calendario delle sedute che capiteranno come sempre
l’ultimo venerdì del mese, tranne, per ovvi motivi, quella del 22 dicembre.
Nella prossima seduta si leggeranno, la relazione del Presidente sull’attività
della Società nel corso del 1980, nonché quella dei revisori dei conti.
L’Assemblea propone quali revisori dei conti effettivi, i soci Eugenio Piscopo e
Mario Milone e, come revisore supplente, il socio Maria Grazia Coppa - De Castro.
Il Presidente presenta le undici domande di ammissione di nuovi soci, illustran¬
done la figura di ciascun richiedente ed indicando per ognuno i due soci che lo pre¬
sentano, a norma dello statuto.
Si procede alle votazioni: tutti gli aspiranti sottoelencati risultano ammessi
all’unanimità.
1) Istituto di Scienze della Terra - Università degli Studi, Udine.
2) Arcamone Nadia presentata da Battaglini e Botte.
262 Processi verbali
3) Ferro Raffaele presentato da Botte e Matteucig.
4) Russo Giovanni Fulvio presentato da Botte e Matteucig.
5) Cadendo Maria Filomena presentata da Chieffi e Milone.
6) Creti Mappa Maria Teresa presentata da Cappello e Diurno.
7) Mustacchi Silvia presentata da Senatore e Diurno.
8) Varriale Bruno presentato da Chieffi e Milone.
9) Ferrara Lydia presentata da Forgione e Piscopo.
10) Russo Luigi presentato da Gustato e Battaglini.
11) Lombiare Salvatore presentato da Pescatore e Vallonio.
Si passa alle comunicazioni scientifiche: l’autore
a) Coppa - De Castro chiede e ottiene dall’Assemblea di poter presentare il suo
lavoro per prima, modificando l’ordine del giorno, pertanto presenta il lavoro suo, in
collaborazione con Cozzi, dal titolo: «Rapporto preliminare sui foromiriferi della
carota 2 v (Placers 78/2 - Sardegna sud-orientale)»; interviene Napoletano;
b) Mustacchi presenta il lavoro suo e di Senatore, Taiozza e Tempone dal
titolo: «Prodotti di reazione dell’indandrone con a-ciano-(3-arilacrilati di etile»;
intervengono Forgione e Paino;
c) il socio Nicotina presenta il lavoro suo e di Paino e Seola dal titolo: «Su una
rara malformazione cranio-facciale nella specie suina»; intervengono Forgione,
Paino, Fucini, de Cunzo.
Esaurito l’ordine del giorno la seduta è tolta alle 18h 50m.
Il Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Pio Vittozzi
Processo verbale dell’Assemblea generale del 27 febbraio 1981
Il giorno 27 febbraio 1981 alle 17h 45m si è tenuta, in seconda convocazione,
l’Assemblea generale della Società dei Naturalisti in Napoli.
Sono presenti: Vittozzi, Caputo, de Cunzo, Napoletano, Ariani, Senatore,
Piscopo, Ascione, Forgione, Ferro, Russo.
Il Presidente dichiara aperta la1 seduta; il Segretario legge il verbale della seduta
precedente, che viene approvato all’unanimità.
Il Presidente informa:
che si terrà a Parma, nei giorni 26-27 marzo p.v., un Convegno Nazionale su
l’Educazione Ambientale, organizzato dalla Commissione Nazionale Italiana per
l’ UNESCO in collaborazione con il Centro Italiano di Ricerca ed Educazione
Ambientale dell’Università di Parma;
che si terrà a Torino, nei giorni 5-6 maggio p.v., il IV Seminario Interdiscipli¬
nare di Studi sulle società animali e umane, organizzato dagli Istituti di Sociologia e
di Antropologia del’Università di Torino;
che il Ministero dei B.B.C.C.A.A. ha inviato notizia di una lista ridotta delle
Accademie sovvenzionate senza rinnovare la richiesta anno per anno; la nostra
Processi verbali 263
società non è stata inclusa, per il momento; per l’anno prossimo si dovrà presentare
relazione dell’attività svolta nell’anno precedente e programmare che si intende
svolgere nel triennio successivo.
Il Presidente legge quindi la Relazione dell’attività svolta dal nostro sodalizio,
durante l’anno 1980, e che sarà inviata al Ministero B.B.C.C.A.A., e che per intero,
qui vi trascrive, con lettera così intestata:
«Relazione sull’attività svolta dalla Società dei Naturalisti in Napoli durante
l’anno 1980 - Bilanci consuntivo 1980 e preventivo 1981 - Voi. 88° del Bollettino -
Richiesta Fondi 1981».
«Relazione sull’attività svolta dalla Società dei Naturalisti in Napoli durante
l’anno 1980.
Nel corso del 1980 è continuata l’opera di sistemazione della preziosa biblioteca
e di compilazione di nuovi cataloghi. Il lavoro, a suo tempo egregiamente importato
da ex funzionari della Biblioteca Nazionale, è stato continuato dal dott. Gennaro
Tomasetta, ottimo collaboratore del Consiglio Direttivo della Società e si avvale,
oggi, anche dell’opera delle dottoresse assegnate alla Biblioteca in attuazione della
legge n. 285 sul preavviamento dei giovani al lavoro.
Nel 1980 sono stati ammessi alla Società 11 nuovi Soci, che ne avevano fatto
domanda, secondo le modalità prescritte dallo Statuto.
Purtroppo, però, nel corso del 1980, sono deceduti i Soci benemeriti Giuseppe
Imbò, già Direttore dell’Osservatorio vesuviano e dell’Istituto di Fisica Terrestre
dell’Università di Napoli e Antonio Carrelli, Presidente dell’Accademia Nazionale
dei Lincei, e già Direttore dell’Istituto di Fisica sperimentale dell’Università di
Napoli. Sono pure deceduti tra i soci ordinari i Professori Gennaro Della Ragione e
Lea Pannain in Papocchia.
Nella seduta del 31 ottobre 1980, il Consigliere Prof. Arturo Palombi ha già
degnamente commemorato il Socio scomparso Lea Pannain in Papocchia e la
Società non verrà meno al suo dovere di fare altrettanto per gli altri al più presto.
Attualmente i soci sono:
Benemeriti n. 3
Ordinari n. 248
Totale n. 251
Durante il 1980 la Società si è riunita 2 volte in Assemblea generale e 4 volte in
Seduta ordinaria. A causa del sisma del 23 novembre 1980, non si potette tenere la
seduta ordinaria di fine novembre, mentre, per lo stesso motivo, quella di dicembre
fu tenuta presso l’Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università di Napoli.
Nell’Assemblea generale del 25 gennaio fu letta ed approvata la relazione del
Presidente sull’attività svolta dalla Società nel 1979; inoltre, l’Assemblea, udita la
relazione dei revisori dei conti, approvò all’unanimità i bilanci consuntivo 1979 e
preventivo 1980.
Nell’Assemblea generale del 27 giugno furono ammessi 11 nuovi Soci, molti dei
quali apprezzati studiosi e docenti spagnoli, le cui domande, a norma dello statuto,
erano già passate al vaglio del Consiglio Direttivo.
Nel corso delle varie sedute sono stati presentati 30 lavori scientifici nelle
diverse discipline naturalistiche; di essi, quelli accettati dal Comitato di Redazione,
264 Processi verbali
saranno pubblicati nel prossimo volune del Bollettino della Società (voi. 89° - 1980)
che vedrà la luce tra qualche settimana.
Il volume 88° del 1979, di cui è già cenno nella relazione dello scorso anno, fu
licenziato il 28 giugno 1980 e mi pregio allegarlo alla presente relazione.
Diverse riunioni ha tenuto il Consiglio Direttivo per esaminare ed esprimere un
parere preliminare sulle domande di ammissione dei nuovi soci, per esaminare i
bilanci, per deliberare sulle sfere di non ordinaria amministrazione.
Il Consiglio Direttivo, inoltre, nel 1980 ha ritenuto di cooptare alcuni soci (Gio¬
vanni Chieffi, Mario Covello, Baldassare de Lerma, Paolo Gasparini, Maria Mon-
charmont Zei) per dar vita insieme ad essi ad un «Comitato promotore» per la cele¬
brazione del 1° centenario della Società che avrà luogo nel novembre 1981. Detto
comitato promotore ha espresso dal suo seno il «Comitato organizzatore» costituito
dal Presidente Vittozzi, dal Segretario de Cunzo, dal Redattore del Bollettino Mat-
teucig e dal socio Abatino, particolarmente apprezzato per le sue doti organizzative.
Diverse riunioni ha tenuto anche il Comitato di Redazione del Bollettino che
spesso ha inviato a cultori particolarmente competenti i lavori presentati per la pub¬
blicazione, allo scopo di tenere sempre alto il buon nome ed il livello scientifico e
culturale della Società. Anche il 1980 si chiude con Tamara constatazione che le
relazioni relative alla Tavola Rotonda sull’inquinamento, tenuta nel maggio 1975 e
che dovevano essere raccolte in un volume delle “Memorie della Società dei Natu¬
ralisti” (altra pubblicazione a carattere occasionale di questa Società), non hanno
potuto ancora essere pubblicate per mancanza di fondi».
Il Presidente quindi invita i revisori dei conti a leggere le relazioni dei bilanci:
consuntivo 1980 e preventivo 1981; il socio Piscopo, in qualità di revisore, anche a
nome del socio Milone, legge i conti di spesa effettuati nell’anno 1980 e preventivati
per Tanno 1981.
L’Assemblea approva all’unanimità ambedue i preventivi.
Si passa dunque alle comunicazioni scientifiche: risultati assenti gli autori della
nota a) si passa alla:
b) il socio Ferro, anche a nome del coautore Russo presenta il lavoro dal titolo:
«Biocenosi bentoniche del Lago Fusaro (Napoli) - II malacofauna », intervengono
Napoletano, Onesto, Vittozzi.
Esaurito l’ordine del giorno, la seduta è tolta alle 19h 15m.
Il Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Pio Vittozzi
Processo verbale della seduta del 26 giugno 1981
Il giorno 26 giugno 1981 alle 17h 30m si è tenuta, in seconda convocazione, la
seduta ordinaria della Società dei Naturalisti in Napoli. Sono presenti i soci: Vittozzi,
Lucini, Milone, Varriale, de Cunzo, Celico, Gustato, Ferro.
Dichiarata aperta la seduta, il Presidente ricorda che Tll novembre prossimo si
celebrerà il centenario della Società dei Naturalisti; nel Comitato Organizzatore :
Vittozzi, il presidente; de Cunzo, il segretario; Matteucig, il redattore ed il socio
Processi verbali 265
Abatino, continuano di buona lena l’allestimento della manifestazione avendo a
modello ciò che fu fatto per la celebrazione del 50° anniversario: quest’anno ci
saranno due soci benemeriti: prof. Montalenti e prof. Parenzan. Il prof. Montalenti
terrà, in occasione del Centenario, una conferenza su di un interessante argomento:
la ricerca naturalistica oggi.
Si passa quindi alle comunicazioni scientifiche:
a) G. Russo riferisce la nota sua in collaborazione con E. Fresi, E. Idato dal
titolo: «Distribuzione della Malacofauna di una proteina di Posidonia oceanica
lungo un gradiente di profondità».
b) Varriale B. riferisce la nota sua in collaborazione con M. Milone e G.
Chieffi, dal titolo: «Effetto del diidrotestosterone sulla malatodeidrogenasi ipotala-
mica in topi maschi castrati».
c) Celico P. riferisce la nota sua in collaborazione con D. Russo dal titolo: «Gli
studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino): attuali conoscenze e prospet¬
tive», interviene il socio Milone.
Il Presidente chiede all’Assemblea di ascoltare ancora qualche lavoro che non è
stato compreso nell’ordine del giorno odierno, pertanto il socio Gustato presenta la
sua nota in collaborazione con P, Pedata ed S. Del Gaudio dal titolo: «Primi dati
sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europeos L. 1758 ( Insectivora )»,
chiedono chiarimenti il socio Russo G., Milone e Varriale.
Si chiude la seduta alle 19h 15m.
Il Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Pio Vittqzzi
Processo verbale della seduta del 30 ottobre 1981
Il giorno 30 ottobre 1981 alle 17h 40m si è tenuta in seconda convocazione la
seduta straordinaria della Società dei Naturalisti in Napoli, convocata in quanto
all’ordine del giorno era, tra l’altro, prevista la commemorazione del socio beneme¬
rito Imbò.
Il Presidente dichiara aperta la seduta e prega il prof. Palombi, socio beneme¬
rito decano della Società di presiedere la seduta; il prof. Palombi accetta.
Sono presenti i soci: Palombi, Abatino, Napoletano, de Cunzo, Fondi, Matteu-
cig, Palumbo, Franciosa, Mazzarella, Ioni, Schedilo, Moncharmont, Quagliariello,
Vittozzi, Bonasia; oltre i soci sono presenti i familiari del prof. Imbò e personalità
del mondo accademico; ha inviato telegramma il prof. Arturo De Maio, Rettore
dell’Istituto Universitario Navale.
Il prof. Palombi quindi dà la parola al Presidente prof. Vittozzi per dare inizio
alla commemorazione.
Dopo le nobili parole del Presidente, prof. Vittozzi, il prof. Mario Cutolo, Ordi¬
nario di Fisica dell’Università di Bari, ed uno dei primi discepoli dello scomparso,
aggiunge poche e sentite parole anch’egli per ricordare l’illustre socio.
Al termine, si interrompe la seduta per pochi minuti, quindi il Segretario legge
il verbale della seduta precedente che viene approvato all’unanimità.
266 Processi verbali
Il Presidente ricorda ancora che PII novembre p.v. vi sarà la celebrazione del 1°
Centenario della Società dei Naturalisti in Napoli, ed invita i presenti a partecipare
alle manifestazioni indette per la circostanza.
La celebrazione, continua il Presidente, ha ottenuto Paltò Patronato del Presi¬
dente della Repubblica, il Patrocinio del Ministero Pubblica Istruzione, del Mini¬
stero dei Beni Culturali ed Ambientali.
Si passa quindi alle comunicazioni scientifiche secondo l’ordine del giorno:
a) Pinna, non socio, presenta la nota sua e di Giannessi dal titolo: «Primo ten¬
tativo di ricostruzione della morfologia del basamento rigido umbro-marchigiano tra
il Lago Trasimeno e la dorsale M. Nerone - M. Catria». Presentata, detta nota, dai
Soci P. Scandone e P. Vittozzi, intervengono: Bonasia, Quagliariello, Vittozzi, Ugo
Moncharmont, Ioni.
Esaurito l’ordine del giorno il Presidente dichiata tolta la seduta alle 19h 30m.
Il Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Aldo Napoletano
Processo verbale della seduta del 27 novembre 1981
Il giorno 27 novembre 1981 alle 17h 45m si è tenuta, in seconda convocazione,
la tornata ordinaria della Società dei Naturalisti in Napoli. Presiede l’Assemblea
odierna, in assenza del Presidente, prof. Pio Vittozzi, altrove impegnato per oneri
accademici, il vice Presidente, prof. Aldo Napoletano. Questi dunque dichiara aperta
la seduta; sono presenti: Aldo Napoletano, de Cunzo, Forgione, De Castro,
Palumbo, Celico, Quagliariello, Battaglini, Arcamone, Caputo, Nocera, Russo
Bianca, Lucini, Piscopo, Torre; il segretario legge il verbale della seduta precedente
che viene approvato all’unanimità; il Presidente della seduta, esprime, a nome suo
personale, a nome del socio Palombi assente, e di altri soci, tutto il suo compiaci¬
mento per la riuscita delle manifestazioni per la celebrazione del 1° Centenario,
merito, senza dubbio della ottima conduzione del Comitato organizzatore, proff. Pio
Vittozzi, Teresa de Cunzo, Giorgio Matteucig e del socio dott. Elio Abatino; in parti¬
colare volge il suo plauso, che ritiene doveroso, all’ottima relazione tenuta dal Presi¬
dente prof. Pio Vittozzi, appunto in occasione del Centenario della nostra Società.
Si passa quindi alle comunicazioni scientifiche:
a) il Socio Palumbo presenta una nota sua, in collaborazione con Mazzarella e
Vittozzi dal titolo: «Previsioni a breve termine di INPUTS, richiesti da modelli diffu¬
sionali», interviene Napoletano;
b) Battaglini annuncia di ritirare la sua nota;
c) il Socio De Castro chiede che venga variato l’ordine del giorno e quindi anti¬
cipa la presentazione della sua nota dal titolo: « Cisalveolina fraasi (Reichel) distri¬
buzione geografica e problemi stratigrafici»;
d) il Socio Battaglini presenta la nota sua e di A. Carbone dal titolo: «La fauna
del suolo di un terreno a condizioni ecologiche limiti (valle di Ansanto, Avellino,
Campania)», intervengono Napoletano, Celico, Palumbo;
Processi verbali 267
e) il Socio Celico presenta la nota sua e di Bartolomei e di Pecoraro dal titolo:
«Schema idrogeologico della Sicilia nord-occidentale», intervengono Napoletano,
Forgione;
f) il socio Arcamone presenta la nota di Battaglini e sua dal titolo: «Influenza
di alterazioni ambientali naturali sulla forma fluviale (torrente Bagni in valle di
Ansanto, Avellino, Campania)», interviene Napoletano;
g) il socio Torre presenta la nota sua e di Di Nocera, Ortolani e Bianca Russo,
dal titolo: «Evoluzione paleogeografica nel Tortoniano-Messiniano dellTrpinia occi¬
dentale», intervengono Battaglini e Lucini.
Esaurito bordine del giorno si chiude la seduta alle 19h 30m.
11 Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Pio Vittozzi
Processo verbale dell’Assemblea generale del 22 dicembre 1981
Il giorno 22 dicembre 1981 alle 17h 45m si è tenuta in seconda convocazione
l’assemblea generale della Società dei Naturalisti in Napoli.
Sono presenti i soci: Vittozzi, Napoletano, Caputo, de Cunzo, Milone, Varriale,
Battaglini, Taddei-Ruggiero, Richetti, Franciosa, Matteucig, Bonardi, Abatino,
Piscopo, D’Argenio.
Il Presidente dichiara aperta la seduta; il Segretario legge il verbale della seduta
precedente che viene approvato alfunanimità.
Il Presidente comunica che dal 6 al 9 dicembre 1982 si terrà in Egitto, al Cairo,
la conferenza nazionale di Entomologia, nel 75° anniversario della Società Entomo¬
logica di Egitto.
Si passa alla nomina dei revisori dei conti; vengono proposti e l’assemblea
approva all’unanimità, come revisori effettivi, i soci Piscopo Eugenio e Monchar-
mont Ugo, e come revisore supplente, il socio Carannante Gabriele.
Il Presidente comunica inoltre che dopo le manifestazioni per il Centenario
circa le quali tutti i partecipanti hanno espresso pareri, in genere, lusinghieri. Biso¬
gnerà adoperarsi affinché siano al più resto materialmente riscossi: il contributo
stanziato dal Ministero Beni Culturali ed Ambientali di L. 10.000.000, nonché il
contributo di L. 2.000.000 deliberato dal Consiglio d’ Amministrazione dell’Univer¬
sità, ad integrazione del precedente di pari importo già riscosso, onde poter saldare
le varie fatture ancora pendenti.
Prima di procedere alle votazioni per l’ammissione dei nuovi soci, il Presidente
accenna brevemente al curriculum di ciascuno dei seguenti 21 aspiranti:
1) Di Stefano Piero; soci presentatori: D’Argenio, Catalono
2) Leuci Giuseppe; soci presentatori: Barbera, de Cunzo
3) Cuneo Franco; soci presentatori: Scaramella, Matteucig
4) Mazzarella Adriano; soci presentatori: Vittozzi, Palumbo
5) Lopez Gorgé Julio; soci presentatori: Vittozzi, Pozzuoli
6) Luraschi Elena; soci presentatori: Abignente, Forgione
268 Processi verbali
7) Rossi Fortunato; soci presentatori: Napoletano, Vittozzi
8) Giglio Francesca; soci presentatori: de Cunzo, Vittozzi
9) Della Ragione Salvatore; soci presentatori: Caputo, de Cunzo
10) Berrino Giovanna; soci presentatori: Vittozzi, Corrado
11) Billwiller Arnoldo; soci presentatori: Valentini, de Cunzo
12) Tartaglione Elio; soci presentatori: Vittozzi, de Cunzo
13) Tartaglione Anna Maria; soci presentatori: Vittozzi, de Cunzo
14) Catalano Virgilio; soci presentatori: Schedilo, Vittozzi
15) Russo Antonio; soci presentatori: Moncharmont Zei, de Cunzo
16) Del Gaudio Silvana; soci presentatori: Battaglini, Gustato
17) Pedata Patrizia; soci presentatori: Battaglini, Gustato
18) Del Rio Antonio; soci presentatori: Varriale, Chieffi
19) Fraissinet Maurizio; soci presentatori: Milone, Varriale
20) Di Matteo Loredana; soci presentatori: Milone, Chieffi
21) Mezzacapo Vincenzo; soci presentatori: Palumbo, Vittozzi;
distribuisce, il Segretario, le schede a ciascuno dei soci presenti; espletate le opera¬
zioni di voto, i soci Milone e Varriale procedono allo spoglio; dopo lo spoglio tutti i
richiedenti risultano ammessi alPunanimità e solo per tre di essi a grandissima mag¬
gioranza.
Si passa quindi alle comunicazioni scientifiche:
a) Valentino M.G. presenta la nota sua, del socio Battaglini dal titolo: «Aspetti
ecologici di un fiume urbano ad alta alterazione ambientale (fiume Sebeto,
Napoli)», intervengono Franciosa, Napoletano;
b) Richetti F. la sua nota, in collaborazione con Ferrara e Intrieri, dal titolo:
«Studio comparativo sull’allevamento del Cinghiale Maremmano e del Cinghiale dei
Carpazi - Nota 3: rilievi alla macellazione ed alla sezionatura », intervengono Napo¬
letano, Milone, Vittozzi;
c) il Socio Taddei-Ruggiero E. presenta la sua nota dal titolo: «Struttura del
Guscio dei Generi Gripphus e Terebratula (Terebratuloidea, Brachiopoda) »;
d) il Socio Piscopo presenta la nota sua e di Diurno, Cereti-Mazza, Capello,
Aliberti, Cirino, dal titolo: «Derivati ammidici, idrossamici e idrapidici di acidi ben¬
zoici sostituiti a potenziale attività biologica»;
e) anche se fuori ordine del giorno, l’assemblea, a richiesta del Presidente,
acconsente che si aggiunga una nota; pertanto de Cunzo presenta un suo lavoro in
collaborazione con Della Ragione e Giglio dal titolo: «Schede per una Linea Palino-
logica Italiana».
Il Presidente invita quindi il socio Milone a presentare quanto richiesto; Milone
dunque presenta relazione verbale del 1° Convegno Nazionale dell’Associazione «A.
Ghigi» di recente istituita. Egli pertanto ringrazia ed espone quanto segue:
«Il volume dedicato al 1° Centenario della Società dei Naturalisti in Napoli,
ospita i riassunti delle relazioni e delle comunicazioni presentate al 1° Convegno
Nazionale dell’Associazione “A. Ghigi per la Biologia dei Vertebrati”. È questa una
giovane Associazione sorta in Parma nel 1979 con l’intento di “promuovere lo svi¬
luppo delle ricerche italiane sulla Biologia dei Vertebrati e in particolare degli
Uccelli e dei Mammiferi sostenendo i lavori di buona qualità sia di interesse inter¬
nazionale sia di interesse locale che possano contribuire alla migliore conoscenza
Processi verbali 269
dei Vertebrati superiori e degli ecosistemi di cui essi fanno parte” (dallo Statuto
dell’Associazione).
Il Comitato Organizzatore del Convegno porge il più vivo ringraziamento al Pre¬
sidente, Prof. P. Vittozzi e al Consiglio Direttivo della Società dei Naturalisti in
Napoli per l’ospitalità, considerandola il migliore auspicio per il futuro dell’Associa¬
zione “A. Ghigi ”.
Comitato Organizzatore:
Prof. Giovanni Chieffi, Presidente;
Prof. Mario Milone, Segretario;
Dott. Antonio Del Rio;
Dott. Maurizio Fraissinet;
Dott. Bruno Varriale ».
In seguito, ancora, il socio Abatino presenta una comunicazione verbale riguar¬
dante indagini sul cancro effettuate da studiosi presso l’Istituto di ricerca di Firenze.
Il Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Pio Vittozzi
Riassunti degli Atti del 1° Convegno Nazionale dell’ Associazione
«A. Ghigi per la Biologia dei Vertebrati»
Precida, 20-22 settembre 1981
Attuale situazione popolazionistica dei mammiferi selvatici nell’Italia centro-meri¬
dionale.
Luigi Boitani, Istituto di Zoologia, Università di Roma.
La profonda stratificazione culturale della società italiana è particolarmente evi¬
dente nella molteplicità dei comportamenti e degli atteggiamenti messi in atto nei
confronti delle varie specie di mammiferi selvatici; una tradizionale assenza del
mondo scientifico dallo studio di queste specie in Italia, ha poi favorito la mancanza
della formazione di un approccio unico nei confronti di un gruppo che, pur conte¬
nendo valori evidentemente diversi, ha comunque sempre una sua unitarietà nell’es¬
sere la componente di maggior «peso» del mondo selvatico.
In questa breve relazione verranno dapprima esaminati i diversi interessi che di
volta in volta entrano in giuoco nel determinare l’approccio per questa o quella spe¬
cie e nel condizionarne poi la gestione e la sopravvivenza: interessi economici, spor¬
tivi, estetici, etici-sentimentali, ecologici, sanitari e scientifici si ritrovano da soli o in
diverse combinazioni a determinare il destino e lo status delle diverse specie di
mammiferi.
La trattazione è ristretta alle sole specie di mammiferi di dimensioni medie e
grandi, con la esclusione quindi dei micromammiferi.
Dall’analisi degli interessi coinvolti ne risulta anche la considerazione per
quelle strutture pubbliche e private che possiedono per legge o si sono arrogate il
270 Processi verbali
diritto di gestione dei mammiferi: diritto ormai quasi stabilito dalla tradizione anche
se del tutto irrazionale.
Queste premesse sono necessarie a comprendere le cause dell’attuale situazione
popolazionistica dei mammiferi selvatici e per poter valutare le proposte di gestione
che potranno essere formulate.
La relazione si occuperà quindi di esporre brevemente per tutte le specie di
mammiferi selvatici dell’Italia centro-meridionale le informazioni oggi disponibili
sulla distribuzione; la consistenza; lo status legale e di conservazione; la tendenza di
popolazione; i problemi di gestione, sfruttamento, controllo e conservazione; lo
stato delle conoscenze scientifiche e le principali ricerche svolte; le ricerche in atto e
quelle necessarie o auspicabili; gli interventi di gestione necessarie. Queste informa¬
zioni e la trattazione saranno più superficiali e sommarie per le specie di minor
importanza o con una problematica più ristretta per lasciare spazio a quelle specie il
cui status e la cui ricerca sono più importanti alla loro stessa gestione e a quella di
tutto l’ambiente.
Senza trarre alcuna conclusione di sorta, la relazione vuole fornire un quadro
generale ed una base per una discussione fattiva degli interventi da proporre e delle
ricerche, di base e applicate, da stimolare e sostenere, alla ricerca possibile di una
priorità d’azione nell’interesse di tutto l’ambiente.
I determinanti ambientali nello sviluppo del comportamento
F. Dessi, Dipartimento di Ecologia dell’Università della Calabria; C. Lupo; G.
Ciampi, B. Musi and K. Larsson.
Hypothalamic conversion of testosterone (T) to estrogens (E) appears to be
essential for thè capacity of T to stimulate thè expression of male sexual behavior
(see Larsson, 1979). It is well established that acute sexual stimulation can change
T, LH and PRL plasma levels (Kamel et al., 1977), and Lupo et al. (1978) showed
that socio-sexual deprivation of male rats influences thè processes that convert T to
E suggesting thè importance of social stimulation even for thè regulation of brain T
metabolism. In this communication, I will survey recent findings pertaining to fac-
tors that may account for thè effects of socio-sexual deprivation on thè neuroendo¬
crine activity of male rats.
To explore thè role of pheromonal cues, males housed in groups of 6, were, bet-
ween weaning at 21 days and 60 days of age, exposed to soiled bedding material from
cages housing adult males or females. The high rate of transformation of T into E and
other metabolites of thè hypothalamic tissue, and thè low plasma T and E levels cha-
racterizing socially deprived males was effectively counteracted by exposure of thè
males to female and male bedding. The action of thè bedding factor seems to fit thè
concept of a priming pheromone as that concept is presently applied to mammals
(Whitten and Champlin, 1973), and thè results of this study suggest a role of such a
substance associated with adult rats in mediating thè modulating influence of social
stimuli on thè enzymatic processes involved in thè hypothalamic T metabolism.
Further support of thè idea that olfaction is important for thè regulation of thè
brain T metabolism is given by thè finding that anosmia induced by surgical des-
truction of thè olfactory epithelium may interfere with these processes (Dessì-Ful-
gheri et al., 1980).
Processi verbali 271
Thus sexually experienced rats showed decreased plasma T and increased
plasma DHT concentrations following anosmia. Furthermore, thè relatively low aro-
matase activity characteristic to thè intact experienced male was increased signifi-
cantly in anosmic rats.
To evaluate thè role of sexual activity itself, male rats were housed with gona-
dectomized females, part of which were made receptive by hormone treatment and
thus allowed heterosexual activity, and part of which were left unreceptive. After
thè end of this period, thè animals were killed. The males that had been living with
receptive females showed elevated plasma T and E but no changes were seen in thè
transformation of T to toher steroids. These obsevations showing that sexual activity
itself influences plasma T and E but not brain T metabolism suggest that thè altera-
tion in brain T metabolism caused by socio-sexual deprivation is not due to absence
of heterosexual activity but rather to absence of olfactory stimulation.
In two studies we adressed thè problem whether there exists a period of heigh-
tened sensitivity to environmental influences. In thè first study, male rats were
caged with females or other males from weaning until they were killed at either
35,45 or 60 days. Metabolic changes in thè hypothalamic T transformation related to
cohabitation with females were seen in all age groups. This effect was particularly
marked in thè 35-day group suggesting a heighetened sensitivity around this age. In
a second experiment, thè period of female exposure was limited to 15 days, and
either included thè age period of 30-45 or of 45-60 days. When killed at 70 days,
males exposed to females between 45 and 60 but not between 30 and 45 days
showed elevated plasma T. The results obtained in this study excludes thè possibil-
ity that in adult rats, plasma T levels are elevated as a consequence of sociosexual
stimulation at an early « sensitive » period, instead suggesting that such stimulation,
when occurring, produce transient effects.
/ cicli riproduttivi nei vertebrati
G. Chieffi, I Cattedra di Biologia e Zoologia Generale, I Facoltà di Medicina e Chi¬
rurgia, Università di Napoli.
Uno dei fenomeni biologici più interessanti e meglio conosciuti è la ciclicità dei
processi riproduttivi di numerose specie di piante e animali.
La maggior parte dei Vertebrati, dai Ciclostomi ai Mammiferi, tendono a ripro¬
dursi nei periodi deiranno climaticamente più favorevoli. Numerosi sono gli espe¬
dienti messi in atto per raggiungere questo scopo.
La domesticazione e talora la cattività hanno modificato il ritmo riproduttivo di
molte specie, con la conseguente estensione dell’attività riproduttiva a ogni stagione
dell’anno, come nella specie umana.
In che modo i cicli riproduttivi si sincronizzano con le stagioni climaticamente
più favorevoli? Dei fattori ambientali, il fotoperiodo è certamente quello più impor¬
tante nell’ influenzare i ritmi riproduttivi, sebbene negli eterotermi sembra operare
insieme alla temperatura. Attraverso recettori specifici, la cui localizzazione in molti
casi è ancora sconosciuta, gli stimoli giungono all’ipotalamo che regola, tramite
l’ipofisi, la maggior parte delle funzioni riproduttive.
I fattori ambientali operano in stretto rapporto con dei meccanismi fisiologici
endogeni, anch’essi di natura ciclica, fissati ereditariamente, che vanno sotto il
272 Processi verbali
nome di «ritmi endogeni», di cui si ignora la localizzazione. Uno di questi fattori
endogeni più interessanti è «la refrattarietà», quel fenomeno per cui viene improv¬
visamente, totalmente sospesa Fattività riproduttiva nonostante le condizioni
ambientali persistano favorevoli. Nonostante le numerose ricerche finora compiute
sono ancora sconosciuti i meccanismi che regolano tale fenomeno di notevole inte¬
resse adattativo.
«Comportamento aggressivo in Uegitglanis zammaranoi Gianferrari, pesce freatobio
emoftalmo: considerazioni sul repertorio comportamentale esibito in esperimenti di
laboratorio ».
Berti R. e A. Ercolini, Istituto di Zoologia dell’Università di Firenze.
Uegitglanis zammaranoi Gianferrari, claride anoftalmo endemico della falda
freatica somala, presenta imponenti regressioni di tipo morfologico (estrema depig¬
mentazione; assenza di occhio, nervo e chiasma ottico; riduzione dell’encefalo «in
toto» ed in particolare dei lobi ottici; riduzione della vescica natatoria e della
tiroide), che testimoniano dell’elevato grado di adattamento alla vita ipogea acqui¬
sito. Il comportamento aggressivo presentato da tale specie, osservato dagli A.A. nei
pozzi di cattura, è stato studiato ed analizzato in laboratorio. Il repertorio comporta¬
mentale esibito nel corso degli esperimenti condotti appare estremamente ricco ed
articolato: sono stati individuati ben 27 «patterns» comportamentali, fra i quali
sono rappresentati tutti quelli riscontrati, nel corso di esperimenti analoghi effettuati
da altri A.A., nel repertorio comportamentale esibito da Ictalurus natalis Lesueur e
da /. nebulosus Lesueur, pesci gatto epigei americani sistematicamente non troppo
lontani da Uegitglanis. A differenza di quanto rilevato da altri A.A. su varie specie di
pesci ipogei, in Uegitglanis le profonde regressioni riscontrate a livello morfologico
non appaiono pertanto accompagnate da corrispondenti regressioni sul piano com¬
portamentale, per lo meno per quanto concerne il comportamento aggressivo. La
causa dell’assenza di regressioni a questo livello è da ricercare, a parere degli A.A.,
nel probabile alto significato adattativo rivestito da tale comportamento nella biolo¬
gia di Uegitglanis.
Effetto del 5 [5 DHT e del corticosterone su alcuni parametri riproduttivi della quaglia
giapponese.
L. Bottoni, Istituto di Farmacologia, Università degli Studi di Milano; P. Deviche,
Laboratoire de Biochimie Générale et Comparée, Université de Liège.
La quaglia giapponese (Coturnix coturnix japonica) è dotata di un sistema
riproduttivo tipicamente dipendente dal fotoperiodo. È stato dimostrato che, non
solo la secrezione degli ormoni ipofisari, ma anche il metabolismo degli androgeni
nell’ipofisi, nell’ ipotalamo e negli organi androgeno-dipendenti (ghiandola cloacale)
subiscono significative variazioni in seguito alla fotostimolazione degli uccelli.
Negli esperimenti qui descritti si è voluto studiare il possibile effetto del corti¬
costerone (già noto per certi effetti sul sistema riproduttivo degli uccelli) e del 5 3
diidrotestosterone (un metabolita del testosterone generalmente considerato inat¬
tivo) sul alcuni parametri riproduttivi della quaglia. Due gruppi di quaglie, mante-
Processi verbali 273
nute rispettivamente in giorni brevi (8 ore di luce, 16 ore di buio) e in giorni lunghi
(8 ore di buio, 16 ore di luce), sono state trattate con corticosterone e sono stati
quindi misurati farea della ghiandola cloacale, il peso dei testicoli, i livelli plasma¬
tici di LH e P5H, il metabolismo in vitro del testosterone. Nell’ ipofisi, l’esposizione
a giorni lunghi ha aumentato la conversione del testosterone in metaboliti 5 a-
ridotti, ma non quella in 5 (5-ridotti né androstenedione. Il trattamento con cortico¬
sterone ha causato un aumento della produzione dei metaboliti 5 P-ridotti e contem¬
poraneamente una diminuzione di androstenedione sia negli uccelli fotostimolati
che in quelli non fotostimolati. Inoltre, negli uccelli non fotostimolati, il corticoste¬
rone ha causato un aumento dei livelli plasmatici di LH. Nella ghiandola cloacale il
corticosterone ha causato un aumento della conversione del testosterone in adroste-
nedione negli animali esposti a giorni lunghi e una diminuzione in quelli esposti a
giorni brevi.
Nell’esperimento riguardante il 5 p-diidrotestosterone è stata misurata farea
della ghiandola cloacale ed è stato osservato il comportamento sessuale. I risultati
indicano un leggero effetto del 5 p DHT sulla crescita della ghiandola cloacale e
inoltre un effetto di potenziamento dell’azione del testosterone sul comportamento
sessuale. Questi risultati suggeriscono che anche alcuni steroidi non androgeni pos¬
sono giocare un molo abbastanza importante nel ciclo riproduttivo degli uccelli.
Astromenotassia cronometrica ed altri meccanismi di orientamento alla bussola negli
anfibi: una revisione.
Guido Chelazzi, Istituto di Zoologia dell’Università di Firenze.
Meccanismi di orientamento «alla bussola» sono impiegati da varie specie di
Anfibi, nei differenti stadi ontogenetici: i) per mantenere una posizione ottimale
nelfecotono ripario (orientamento zonale), ii) per effettuare movimenti migratori
legati all’ontogenesi o alla vicenda stagionale, iii) con ogni probabilità anche come
parte di meccanismi navigazionali più complessi nelle forme capaci di homing.
La capacità di orientamento mediante il sole con meccanismo ad astromenotas¬
sia cronometrica, scoperta originariamente in Acris gryllus (Ferguson, 1963), è stata
successivamente dimostrata in molte specie di Urodeli ed Anuri, tramite esperi¬
menti in arene circolari o sfruttando tecniche di condizionamento. Alcuni Autori (ad
esempio Ferguson & Landreth, 1966 su Bufo fowleri ) ritengono di aver messo in evi¬
denza un orientamento astronomico basato anche sulla visione della luna o delle
stelle, senza però fornire prove convincenti.
Più documentata è la capacità di alcune specie di utilizzare informazioni astro¬
nomiche mediate da recettori extraottici. Le ricerche più compiete sono state con¬
dotte su Acris gryllus (Taylor & Ferguson, 1970), Rana catesbeiana (lustri & Taylor,
1976) ed Amby stoma tìgrinum (Taylor, 1972; Taylor & Adler, 1978). In tutti questi
casi sembra che l’organo parietale posteriore comprenda i principali recettori impli¬
cati nella astromenotassia extraottica, ma è difficile stabilire con sicurezza quale
parte del complesso svolga l’effettiva funzione trasduttiva o se più parti siano tra
loro vicarianti.
Altri meccanismi di orientamento direzionale sono presenti almeno in forme ad
ecologia particolare. È il caso della salamandra troglobia Eurycea lucifuga , capace di
impiegare il campo magnetico terrestre per mantenere direzioni preferenziali (Phi-
274 Processi verbali
lipps, 1977). Altre specie, come Rana catesbeiana e Notophtalmus viridescens (Taylor
& Auburn, 1978) si orientano utilizzando il quadro di polarizzazione luminosa della
volta celeste. Anche la geotassia è utilizzata per compiere movimenti migratori da
parte di specie che vivono su pendìi accentuati (Fitzgerald & Bider, 1974, in Bufo
americanus).
Di particolare interesse sono le ricerche sulla acquisizione e variazione ontoge¬
netica di una direzione preferenziale di movimento: in varie specie si assiste ad
inversioni delforientamento direzionale in coincidenza con la metamorfosi o legate
alla periodicità stagionale.
Le indagini sulforientamento negli Anfibi hanno fino ad oggi fornito una serie
di spunti interessanti sotto il profilo eco-etologico, fisiologico, ontogenetico e filoge¬
netico. La soluzione dei numerosi quesiti delineati necessita di una indagine più
rigorosa dal punto di vista metodologico e maggiormente attenta ai risultati acquisiti
nello studio di altri gruppi di Vertebrati ed anche di Invertebrati.
Molecular and bioregulatory evolution of steroid hormones in vertebrates.
Lorenzo Colombo & Paola Colombo Belvedere, Istituto di Biologia animale, Univer¬
sità di Padova, Via Loredan 10, Padova.
A salient feature of vertebrate endocrine systems is their use of steroid vectors
for a large share o extracellular information transfers. Actually, thè progressive
expansion of thè steroid signalling mode can be considered as an intrinsic trend in
vertebrate evolution.
The advanteges of steroid mediation are both semantic and operational. Con-
trary to a common belief, species specificity in steroid secretions is produced more
easily than in thè case of protein and peptide hormones.
Qualitatively, it can rely not only upon mutational and duplicational changes in
thè structural genes coding for steroid-biosynthetic enzymes (divergent and dicho-
tomic evolution) but also, and especially, upon changes in thè regulatory portion of
thè genome controlling thè expression of thè structural genes among steroidogenic
endocrines (combinatory evolution). While differences in structural genes between
species are related to their phylogenetic distance, differences in gene expression for
steroidogenic enzymes are not or scarcely so.
Quantitatively, further variability is assured by: 1) modifications of thè balance
between interlocking pathways in thè steroidbiosynthetic network (even as a direct
response to environmental temperature); 2) equilibrium shifts in redox reactions
catalyzed by hydroxysteroid dehydrogenases and coupling active with less active
molecular forms (progesterone/20 a or (3-dihydroprogesterone; corticosterone/ 11-
dehydrocorticosterone; cortisol/ cortisone; testosterone/androstenedione; estradiol-
17 3/estrone); 3) release of steroids as phohormones or conjugates to be activated
peripherally; 4) utilization of endogenous v. exogenous precursors such as choleste-
rol. Thus, thè steroid-biosynthetic apparatus appears to be flexible enough to rapidly
meet changing needs for adaptive evolution.
As to thè steroid bioregulatory function, thè following organizational strategies
can be recognized during vertebrate phylogenesis: 1) concentration of steroid hor-
monogenesis in defined glands (gonads, adrenal and, to a lesser extent, placenta)
whereas a more dispersed arrangement is postulated in deuterostome invertebrates
Processi verbali 275
and, possibly, cyclostomes; 2) sexual dìfferentiation of gonadal steroid biosynthesis
after thè ermergence of thè gnathostomes; 3) progressive elongation of thè commu-
nication channel travelled by gonadal steroids from thè steroid-secreting to thè ste-
roid-responsive sites with a sequential recruitment for control of germinai, somatic
and pheromonal targets, in this order; 4) steroid diffusibility opposed in thè internai
milieu by circulating proteins with high binding affinity and favored in thè external
environment by thè high volatility or water-solubility of steroid pheromones; 5)
temperai modulation of target response through thè adoption of. either nonnuclear
or nuclear mechanisms of steroid action to induce effects with either short or long
latency and duration.
In conclusion, considering thè versatility, dependability and low energy demand
of a communication System based on steroid messengers, it is not surprising that
thè vertebrates are relying on sucfa a System for both individuai survival and species
perpetuation.
La conoscenza delia storia naturale dei roditori nella pianificazione sul territorio di
interventi finalizzati al controllo igienico-sanìtario delle infrastrutture civili.
Mauro Cristaldi, Istituto di Anatomia Comparata «G.B. Grassi», Roma; Anna Di
Rienzo, Ospedale Generale Regionale «S. Eugenio», Roma; Daniele Giombi, Isti¬
tuto di Costruzioni Idrauliche della Facoltà di Ingegneria, Roma.
Vengono illustrati i criteri orientativi per la conoscenza della biologia dei Rodi¬
tori infestanti finalizzata agli interventi nell’ impiantistica delle infrastrutture civili,
con particolare riferimento alle condizioni degli impianti di smaltimento dei rifiuti.
Vengono, pertanto, tracciati alcuni riferimenti alla storia evolutiva di alcune
specie murine in rapporto alle loro abitudini commensali con la specie umana.
Sono infine illustrati i criteri per l’impiego dei Roditori quali indicatori biologici
ai fini del controllo mutagenetico dei sistemi territoriali tramite monitoraggi
ambientali di semplice gestione decentrata.
Segregazione ambientale e relative variazioni stagionali nella famiglia dei Silvidi
(CI. AvesJ nell’ìsola dì Vivara (Golfo di Napoli).
de Filippo G., Coppola D., Fraissinet M., Mastronardi D , Istituto e Museo di Zoolo¬
gia, Via Mezzocannone 8, 80137 Napoli.
Sono state studiate le preferenze ambientali in 10 specie della famiglia dei Sil¬
vidi (, Sylvia atri capì Ila, S. borin, S. canti Hans, S. communi s, S. melanocephala , Phyllo -
scopus co Uy luta, P. sibiìatrix , P. trochilus , Hyppolais icterina ) sull’isola di Vivara.
Sono stati identificati 5 habitats (macchia bassa, macchia alta, olivete, bosco di
roverella, ambiente antropico) nei quali le specie considerate contraggono rapporti
interspecifici di tipo competitivo nell’alimentazione.
Per ogni specie è stato calcolato l’indice di diversità ecologica (Power, 1971) in
due differenti periodi: migrazione (marzo-aprile-maggio) e post-migrazione (giugno-
luglio).
I Phylloscopus sono specie altamente selettive, mentre vengono considerate
poco selettive la Sylvia melanocephala e la S. atrìcapilla. Queste due specie (le
276 Processi verbali
uniche nidificanti e presenti nel periodo post-migratorio con una sufficiente consi¬
stenza numerica) mostrano una maggiore segregazione ambientale nel secondo
periodo. Dall’analisi delle preferenze di habitat nelle varie specie si ricava che l’au¬
mento della segregazione ambientale in queste due Sylvia è da porre in relazione
con gli habitats abbandonati dai Silvidi migratori.
Infine uno studio effettuato nell’ambito di ogni habitat, sulle preferenze per
zone a diversa densità vegetazionale (Cody e Walter, 1976) ha evidenziato come tra
le due Sylvia nidificanti non vi sia competizione alimentare, pur frequentando gli
stessi habitats, poiché esse si dispongono in zone (sotto-habitat) a diversa densità
vegetazionale.
Identificazione di alcune componenti lipidiche del corpo giallo e dell’ ovario in femmine
di Rana esculenta nel corso dell’anno.
L. Di Matteo, Istituto di Zoologia, Università di Napoli.
Ricerche sull’importanza esercitata dal corpo giallo degli Anfibi nella fisiologia
della gonade hanno messo in evidenza il ruolo svolto dal contenuto lipidico. In fem¬
mine di Rana esculenta è stato studiato il contenuto lipidico del corpo giallo,
dell’ovario e del plasma mediante tecniche di cromatografia su strato sottile, nel
corso dell’anno. I periodi in cui si è operato rappresentano momenti critici della
fisiologia della riproduzione in questi animali: marzo-maggio (periodo ovulatorio),
luglio-settembre (periodo di ripresa), novembre-gennaio (periodo di stasi). Le classi
lipidiche identificate nel corpo giallo e nell’ovario si diversificano nei tre periodi. In
particolare possiamo notare la presenza di aldeidi ed esteri di acidi grassi, nel corpo
giallo e nell’ovario, solo nei mesi primaverili. Questi composti si trovano nel plasma
a partire dal tardo inverno. Infine, aldeidi ed esteri degli acidi grassi sono stati iden¬
tificati anche in escreti urinari di femmine del periodo ovulatorio o di femmine
mantenute, durante i mesi invernali, a temperature primaverili, come pure
nell’ urina di maschi trattati con estradiolo.
Prime note sull’ecologia e sul flusso migratorio dell’assiolo fOtus scops) a Vivara
(Napoli).
M. Fraissinet, A. Del Rio, M. Kalby e R. D’Anselmo, Istituto e Museo di Zoologia,
Via Mezzocannone 8, 80134 Napoli.
Gli A.A. nel corso delle loro ricerche all’isola di Vivara hanno riscontrato
alcune variazioni sull’ecologia, la distribuzione e il flusso migratorio dell’assiolo
(Otus scops), rispetto a quanto riportato in letteratura (Moltoni, 1967-68).
Hanno infatti constatato, sulla base delle catture e delle osservazioni effettuate
negli ultimi tre anni, una presenza della specie sull’isola non solo di passo, ma
anche di tipo stanziale.
L’analisi particolareggiata delle ricatture ha permesso di affermare che gli indi¬
vidui svernanti non coincidono con quelli estivanti. Fra questi ultimi esiste almeno
una coppia che da un paio di anni sembrerebbe nidificare su Vivara. Tali individui
manifestano infatti nel periodo della riproduzione un tipico atteggiamento territo-
Processi verbali 277
riale e, nello stesso tempo, riportano valori ornitometrici che possono essere corre¬
lati alla deposizione di uova.
Si è notato altresì un aumento negli ultimi anni degli individui migratori. Il
passo primaverile si attua nei mesi di marzo e aprile, quello autunnale nei mesi di
ottobre e novembre.
È stata elaborata, infine, una tabella delle medie ornitometriche principali: essa
ha dimostrato una sostanziale convergenza con le medie riportate nella letteratura
nazionale.
Analisi dei fattori determinanti la struttura sociale dei primati: studio di un gruppo di
Macache nemestrine (Macaco nemestrina).
Giacoma Cristina, Istituto di Anatomia Comparata di Torino, V. Giolitti 34, Torino.
Il gruppo, costituito da sei femmine di 5 anni, è stato osservato in 3 diverse
situazioni:
a) alloggiato in un recinto di circa 250 m2.
b) alloggiato in una gabbia di 14 m2 x h = 3 m, dopo l’introduzione di un
maschio adulto.
c) alloggiato nella stessa gabbia di b), senza il maschio adulto e dopo la nascita
di 2 maschi.
I parametri comportamentali utilizzati sono: spostamento, minaccia, ostilità,
sottomissione ricevuta, monta, grooming, competizione per il cibo. L’analisi tramite
matrici a due entrate di tutti i parametri eccetto il grooming, se considerati direzio¬
nalmente, evidenziano resistenza di un solo ordine gerarchico di tipo lineare. In
prima analisi il grooming appariva caratterizzato essenzialmente da un principio di
reciprocità.
L’analisi attuata mediante la suddivisione in sottogruppi formati da femmine di
a-alto rango / co-basso rango evidenzia come il grooming, e l’attenzione sociale in
genere, sia più frequente all’interno di ogni sottogruppo e come il maschio adulto,
che assume la leadership, interagisca preferenzialmente con a. L’introduzione del
maschio comporta inoltre una diminuzione della frequenza delle interazioni aggres¬
sive all’interno di co ed un aumento in a. Lo stesso tipo di analisi, fatto per sotto¬
gruppi distinti in femmine non gravide, femmine gravide, femmine con neonato ha
dato risultati meno significativi.
L’analisi dell’etogramma rivela una netta diminuzione della frequenza degli
spostamenti nelle situazioni b/c rispetto ad a e la riduzione quasi totale delle monte
con la nascita dei piccoli.
Variazioni del titolo di vitellogenina durante il ciclo riproduttivo di Rana esculenta.
Giorgi F., Istituto di Istologia ed Embriologia, Università di Pisa; Gobbetti A., Pol-
zonetti-Magni A., Istituto di Zoologia ed Anatomia Comparata, Università di Came¬
rino.
Durante il ciclo riproduttivo di Rana esculenta sono state messe in evidenza
modificazioni del peso dell’ovario, dell’ovidutto e degli steroidi sessuali plasmatici.
278 Processi verbali
Tali modificazioni sono probabilmente controllate anche da fattori ambientali quali
temperatura, fotoperiodo e disponibilità di cibo. Dal momento che uno dei para¬
metri più caratteristici dell’accrescimento ovarico è rappresentato dall’accumulo di
vitello, abbiamo ritenuto opportuno analizzare questo processo attraverso la deter¬
minazione del titolo della vitellogenina (VTG) in femmina catturate in diverse loca¬
lità.
La VTG purificata secondo il metodo di Wiley e Wallace, 1978 è stata impiegata
per la preparazione di un antisiero monospecifico; il titolo ematico di VTG è stato
quindi determinato mediante la tecnica di immunoelettroforesi quantitativa.
I risultati indicano che la VTG di Rana esculenta è strutturalmente simile a
quella di altri Anfibi esaminati. Nelle tre popolazioni onsiderate il titolo della
VTG segue variazioni stagionali ed il suo aumento precede quello del peso ova¬
rico. La stretta correlazione tra l’aumento del peso ovarico e il livello ematico di
VTG ben si evidenzia nelle diversità del ciclo dipendenti dalle condizioni ambien¬
tali.
Alcuni aspetti della biologia e del comportamento di Erinaceus europaeus L. 1758
(Insectivora). A) Periodo attivo.
G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio, Istituto di Zoologia, Napoli.
Dalle osservazioni condotte su 4 esemplari di E. europaeus tenuti in stabulario è
risultato che il ciclo di attività di questo mammifero ibernante nell’arco dei 12 mesi
si articola in tre periodi: Periodo attivo, Periodo di preparazione, Periodo sensibile.
Questi sono caratterizzati dai valori dei parametri: temperatura corporea (Tc), ritmo
respiratorio (Rr), ritmo cardiaco (Re), oltre che da differenti achemi comportamen¬
tali.
L’esame del comportamento ha evidenziato che Erinaceus europaeus alla nostra
latitudine (41° N) è attivo nel periodo compreso tra marzo-aprile e settembre-
ottobre. Durante tale intervallo di tempo la Tc varia tra i 30°C ed i 35°C, il Re tra i
160 battiti/ 1' e gli 80 battiti/ T ed il Rr tra i 10 atti/ 1' ed i 40 atti/l'.
Gli animali, che generalmente dormono durante le ore diurne possono, tuttavia,
esibire nelle stesse ore, se sollecitati dallo sperimentatore, un certo comportamento
esplorativo. Si «appallottolano» solo nel momento in cui li si prende per poi rilas¬
sarsi gradualmente e con una certa rapidità, consentendo di effettuare le misura¬
zioni ed osservarne il comportamento.
Non esitano a prendere dalle mani dello sperimentatore l’alimento costituito da
pietanze caratterizzanti la nostra dieta.
Solo durante il Periodo attivo E. europaeus , a contatto con particolari sostanze,
dopo averle annusate, le lecca o le mastica producendo, così, una saliva schiumosa
di cui, poi, si cosparge il dorso con la lingua, esibendo «l’autosputo».
Stimolando gli animali con sostanze organiche ed inorganiche sia solide che
liquide, abbiamo provocato sperimentalmente questo comportamento che può es¬
sere anche conseguente a nuove situazioni come il cambiamento di ambiente e rin¬
contro o la lotta con un nuovo conspecifico.
Processi verbali 279
Alcuni aspetti della biologia e del comportamento di Erinaceus europaeus L. 1758
(Insectivora). B) Periodo di preparazione e Periodo sensibile.
G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio.
Le osservazioni condotte hanno evidenziato che alla nostra latitudine (41° N),
E. europaeus manifesta il fenomeno di vita latente durante il periodo compreso tra
ottobre-novembre e marzo-aprile - Periodo sensibile -.
Inoltre, all’ approssimarsi dell’autunno, si riscontrano negli animali alcuni cam¬
biamenti morfofisiologici che consentono, così, di localizzare anche il Periodo ài
preparazione. Durante quest’ultimo, gli animali mostrano un netto infoltimento del
pelo ed una spiccata «irritabilità»; inoltre, per tutti gli esemplari in osservazione, si
è registrato un decremento del peso tra il 7,9% ed il 4,3% negli ultimi 15 giorni pre¬
cedenti la prima ipotermia.
Durante il Periodo sensibile l’animale manifesta più volte l’ipotermia attraver¬
sando ripetutamente una serie di stadi, vincolati come successione ma privi di anda¬
mento ciclico:
entrata in ipotermia - Questa fase dura all’incirca 3(f ed è caratterizzata dalla
riduzione graduale della temperatura corporea (Tc), ritmo respiratorio (Rr), ritmo
cardiaco (Re).
nel 64% dei casi il fenomeno si è verificato contemporaneamente per 2, 3 o 4
esemplari ed in gennaio per ben tre volte l’entrata in ipotermia è stata simultanea
per 4 animali;
ipotermia - Durante questo stadio, che può durare da alcune ore ad un paio di
settimane, l’animale non reagisce ad alcun rumore. La Tc si mantiene tra i 0°C ed i
2 1°C, oscillando in rapporto alle variazioni della temperatura ambientale ed il riccio
compie un certo numero di atti respiratori intervallati da pariodi di apparente apnea
lunghi da T a 30'.
In ottobre, il numero dei giorni trascorsi in ipotermia è stato il più basso; il più
alto, invece, si è registrato in gennaio;
uscita dall’ipotermia - Questa fase, che dura all’incirca 9 (f, è caratterizzata
dall’innalzamento graduale della Tc accompagnata da tremori che testimonierebbero
la presenza di termogenesi con brividi.
Nel 47% dei casi il fenomeno si è verificato contemporaneamente per 2, 3 o 4
esemplari ed a marzo si è riscontrato il massimo delle coincidenze per il maggior
numero di esemplari;
normotermia - Durante questo stadio il valore dei parametri Tc, Rr, Re ed il
comportamento degli animali concordano con quanto rilevato ed osservato durante
il Periodo attivo, ad eccezione dell’« autosputo» mai osservato in questa fase.
Effetto del fotoperiodo su alcuni enzimi della prostata del criceto siriano (Mesocricetus
auratus).
Valeria Lucini e Renato Massa, Istituto di Farmacologia, Università degli Studi di
Milano, Via Vanvitelli 32, Milano.
Il criceto siriano è noto come mammifero tipicamente fotoperiodico. La sua
maturazione sessuale si verifica più rapidamente in «giorni lunghi» e, in queste
280 Processi verbali
condizioni, i livelli plasmatici degli ormoni gonadotropi si innalzano e inizia la pro¬
duzione di testosterone da parte delle cellule di Leydig. È noto che nella prostata
del ratto, cane e uomo, il testosterone viene convertito in vari metaboliti attivi. Nel
caso della prostata di ratto è stato anche dimostrato che la conversione è influenzata
dalla castrazione e dal trattamento con steroidi ormonali.
Il metabolismo «in vitro» del testosterone è stato ora studiato nella prostata di
criceti siriani intatti e castrati mantenuti rispettivamente in «giorni brevi» (8 ore di
luce e 16 di buio, 8L 16D) e in «giorni lunghi» (16L 8D).
Sono stati identificati cinque diversi metaboliti: androstenedione, 5 a-diidrote-
stosterone, 5 a-androstane-3 a, 17 p diolo (5 a-3 a-diolo), 5 a-androstane-3,17-dione e
5 p-androstane-3 a, 17 (3 diolo (5 3-3 a-diolo).
Negli animali intatti mantenuti in «giorni brevi», i principali metaboliti formati
sono il 5 a-diidrotestosterone (5 a-DHT) (7,7%), 5 a-3 a-diolo (6,5%) e androstene¬
dione (6,2%). Molto più bassa è la conversione a 5 a-androstane-3, 17-dione (l,2%)e a
5 3-3 a-diolo (0,3%).
In «giorni lunghi» si ha un fortissimo aumento della conversione in 5 a-DHT
(37,8%) e una netta diminuzione di quella in androstenedione (2,4%); non si hanno,
invece, variazioni per gli altri metaboliti.
Negli animali castrati e mantenuti in «giorni brevi» si nota, rispetto ai controlli
intatti, una netta diminuzione sia dell’androstenedione (4,2%), sia di tutti i Sa¬
ridotti (5 a DHT: 4,5%; 5 a-3 a-diolo: 3,8%; 5 a-androstane-3, 17-dione: 0.6%).
Si ha invece un modesto aumento della conversione in 5 3-3 a-diolo. Castrando
gli animali mantenuti in «giorni lunghi» si nota, rispetto ai controlli intatti, una
diminuzione di 5 a-DHT (13,2%) e un netto aumento di 5 a-3 a-diolo (18,9%). Varia¬
zioni minori si hanno anche per gli altri metaboliti.
Questi risultati indicano che il metabolismo degli androgeni nella prostata del
criceto siriano dipende dal fotoperiodo e dalla presenza di steroidi ormonali nel
sangue.
Immobilità indotta in Triturus cristatus carnifex; aspetti comportamentali e ormonali.
Concetta Lupo, Istituto di Zoologia e Anatomia Comparata, Università di Messina;
Graziano Paluffi, Istituto di Fisiologia Umana, Università di Siena.
L’immobilità negli animali è stata osservata in natura come reazione alla pre¬
senza di un predatore, sperimentalmente è stata indotta con numerosi metodi
(inversione, pressione, stimoli visivi o sonori). Nel nostro laboratorio abbiamo usato
la pressione cutanea (applicazione di fermagli) per indurre f immobilità nel coniglio.
Modificando leggermente il metodo per il tritone abbiamo usato dei piccoli morsetti
al posto dei fermagli e li abbiamo applicati alla parte basale della coda.
Esemplari di Triturus cristatus carnifex (9 maschi e 6 femmine) del peso medio
di 7,4 gr., catturati nel periodo riproduttivo, sono stati sottoposti a 3 sessioni di
immobilità a iniziare da 2 giorni dopo la cattura con intervallo di 3-4 giorni tra una
sessione e l’altra. In seguito alla applicazione del morsetto l’animale rimaneva
immobile o immediatamente o dopo una serie di movimenti: come durata dell’im¬
mobilità si considerava l’intervallo di tempo tra l’inizio deH’immobilità e il primo
movimento attivo significativo. Tale durata variava da individuo a individuo e anche
Processi verbali 281
nello stesso individuo tra le varie sessioni (media di tutti gli episodi = 678 ± 370
sec.). Nel gruppo dei maschi abbiamo osservato che 3 su 9 erano poco suscettibili,
presentavano cioè un’immobilità molto breve (130 + 45) significativamente più
bassa degli altri 6 (866 + 90; t Test p < 0.001). Le femmine erano tutte suscettibili
(759 ± 332) e avevano un tempo di latenza significativamente più basso dei maschi
(Mann-Whitney U Test p < 0.01); nella seconda sessione di immobilità le femmine
erano inoltre significativamente più suscettibili dei maschi (M.W. U Test p < 0.02).
A 12 giorni dalla cattura gli animali sono stati sacrificati dopo 3 minuti di ane¬
stesia con etere. È stato prelevato il cervello e il sague. Sul plasma sono stati deter¬
minati testosterone ed estradiolo per radioimmunodosaggio, sul cervello è stato stu¬
diato il metabolismo in vitro del testosterone. Il testosterone piasmatico e il rapporto
testosterone/estradiolo sono risultati significativamente più alti negli animali insu¬
scettibili rispetto ai suscettibili (M.W. U Test p < 0.05). L’aromatizzazione nel cer¬
vello (trasformazione del testosterone in estrogeni) è risultata maggiore nelle fem¬
mine, mentre il metabolismo totale è maggiore nei maschi (M.W. U Test p < 0.05).
Il rapporto testosterone/estradiolo nel plasma è risultato correlato direttamente col
tempo di latenza medio (r = 0.58 n = 15 p < 0.02) e inversamente con la durata
delfimmobilità (r = -0.53 n = 15 p < 0.05), inoltre nelle femmine Faromatizza-
zione è risultata direttamente correlata con la durata dell’immobilità (r = 0.88 n = 6
p < 0.05).
Questi dati suggeriscono che il comportamento del tritone nell’immobilità può
essere prevedibile in base a certi parametri endocrinologici.
Primi dati sul controllo della riproduzione stagionale e del comportamento del frin¬
guello (Fr ingill a coelebs).
Renato Massa e Stefano Cervini, Istituto di Farmacologia, Università degli Studi di
Milano.
Il ciclo riproduttivo del fringuello è legato a variazioni stagionali e, in partico¬
lare, dipende dal fotoperiodo: in «giorni lunghi», gli uccelli sviluppano le proprie
gonadi e i maschi iniziano a cantare.
Gli esperimenti qui descritti sono stati effettuati per
a) misurare le variazioni della concentrazione di ormone luteinizzante nel san¬
gue in rapporto al fotoperiodo;
b) accertare se il fotoperiodo, oltre che sull’attività riproduttiva, abbia anche
una influenza sulle attività di mantenimento.
Cinquantasei fringuelli maschi catturati in ottobre sono stati ingabbiati singolar¬
mente e, a partire dal mese di gennaio, divisi in due gruppi: 16 uccelli sono rimasti
in «fotoperiodo naturale» e altri 40 sono stati trasferiti in un ambiente a «giorni
brevi» (8L 16D). Gli uccelli sono stati poi ulteriormente suddivisi in 7 gruppi da 8
(2 in fotoperiodo naturale e 5 in 8L 16D). Due gruppi (uno in fotoperiodo naturale e
uno in 8L 16D) hanno subito, ogni due settimane, un prelievo di sangue; gli altri 5
gruppi (uno in fotoperiodo naturale e 4 in 8L 16D) sono stati utilizzati per un test
comportamentale sulla motilità.
Dai dosaggi dell’ormone luteinizzante, effettuati con un metodo radioimmuno-
logico, è risultato che le concentrazioni dell’ormone negli uccelli ingabbiati si innal¬
zano da 3 a 4 volte dal 21 aprile al 4 maggio e cadono rapidamente nella seconda
282 Processi verbali
metà di maggio. Nessun aumento si riscontra invece, nello stesso periodo, negli
uccelli mantenuti in 8L 16D.
Il test della motilità è stato effettuato per quattro volte, dalla fine di aprile alla
fine di maggio su (a) un gruppo di uccelli in fotoperiodo naturale, (b) un gruppo di
8L 16D, (c) 8L 16D + testosterone, (d) 8L 16D + 5 a-diidrotestosterone, (e) 8L 16D
+ androstenedione. La motilità dei fringuelli in 8L 16D non è variata nel periodo
preso in esame; si è avuto invece un netto aumento e una successiva diminuzione
della motilità degli uccelli in fotoperiodo naturale. L’ androstenedione e il 5 a-diidro¬
testosterone (ma non il testosterone) hanno provocato pure un transitorio aumento
della motilità. Questi risultati suggeriscono che il fotoperiodo non influenza soltanto
l’apparato riproduttore del fringuello, ma anche certi comportamenti di manteni¬
mento. Mediatori di tale effetto potrebbero essere alcuni steroidi ormonali.
Lo studio dell’ organizzazione sociale dei primati.
Patrizia Messeri, Centro di Studio per la Faunistica ed Ecologia Tropicali, CNR, Via
Romana 17, Firenze.
Il crescente interesse per lo studio del comportamento sociale dei Primati ha
recentemente consentito di raccogliere una grande quantità di notizie, che rivelano
la complessità delle relazioni e delle organizzazioni sociali di questi animali, sia allo
stato libero sia in cattività. Di conseguenza si sono andati affinando gli schemi con¬
cettuali e pratici con cui sistematizzare la ricchezza delle informazioni.
In questa sede prenderemo in esame le metodologie connesse con lo studio dei
più evidenti aspetti del comportamento sociale dei Primati non-umani: gerarchie
sociali, matrici sociometriche, sociogrammi, relazioni spaziali, schemi di attrazione-
repulsione, analisi multivariate dei repertori sociali. Si noterà come questi metodi e
questi concetti, in gran parte derivati dalle scienze sociali umane, anche se raffinati
e complessi, spesso si rivelino strumenti puramente descrittivi, la cui utilità dipende
dalla possibilità di confrontare i fatti così ordinati con una teoria adeguata a fornirne
una spiegazione causale o funzionale. Prenderemo dunque in esame alcuni esempi
di come tali concetti siano stati utilmente messi a confronto con teorie specifiche
sviluppatesi negli ultimissimi anni.
Gli Osservatori ornitologici delle Prealpi lombarde.
Giuseppe Micali e Vittorio Vigorita, Associazione «Alessandro Ghigi» per la Biolo¬
gia dei Vertebrati.
Gli « Osservatori ornitologici regionali » della Lombardia sono stati istituiti con
legge 31 luglio 1978, n. 47.
Gli impianti attualmente utilizzati come Osservatori sono 14 «roccoli» e «bre¬
sciane» adibiti, nel passato, a scopo venatorio. Su cinque di questi impianti, il
nostro gruppo di lavoro sta attualmente ponendo in atto nuovi criteri di gestione che
dovrebbero stimolare la piena attuazione della legge n. 47 (sviluppo dello studio
della biologia degli uccelli). Tali criteri di gestione si possono così riassumere:
1) Standardizzazione dei sistemi di cattura.
2) Misure biometriche per tutti gli uccelli catturati.
Processi verbali 283
3) Registrazione giornaliera di «Osservazioni sul campo».
4) Introduzione di un sistema integrato di registrazione dei dati: Registro gior¬
naliero, censimento giornaliero, registro delle migrazioni, registro di inanellamento,
schede, note speciali.
5) Pubblicazione annuale di un rapporto del lavoro di ciascun Osservatorio.
6) Messa a punto di nuove proposte legislative per la futura gestione.
Entro la fine del 1982, gli Osservatori ornitologici delle Prealpi lombarde
dovrebbero risultare in grado di assolvere i seguenti compiti:
a) Garantire un moderno servizio di registrazione di dati ad uso del sistema
FURINO.
b) Collaborare a progetti di ricerca nazionali e internazionali.
c) Promuovere la formazione di nuovo personale specializzato attraverso corsi,
«stages», settimane di studio etc.
d) Collaborare con l’Amministrazione regionale per la pianificazione della atti¬
vità venatoria nella Regione.
Possibili analogie tra il corpo giallo degli Anfìbi e il tessuto adiposo periepididimale
dei Mammiferi nel controllo della fisiologia testicolare.
M. Milone e G. Chieffi, Istituto e Museo di Zoologia e I Cattedra di Biologia Gene¬
rale, Università di Napoli.
Il corpo giallo (c.g.) degli Anfibi è una struttura adiposa, disposta cefalicamente
alle gonadi. Esso deriva dalla trasformazione dei primi gonomeri. La sua asporta¬
zione provoca l’atrofia delle gonadi (Chieffi et al., 1978). Organi simili sono stati
osservati negli altri Vertebrati. Nei Mammiferi esiste un tessuto adiposo periepididi¬
male (t.p.e.). Ricerche sperimentali sembrano indicare che il c.g. degli Anfibi e il
t.p.e. dei Mammiferi svolgano una funzione analoga nel controllo della fertilità.
I trigliceridi, gli steroli, i fosfolipidi (o loro metaboliti) sembrano essere le classi
lipidiche maggiormente interessate. A livello proteico risultano finora coinvolti in
tale controllo enzimi quali la malto-deidrogenasi e la glucosio-6-fosfato-deidroge-
nasi.
Ricerche preliminari sulla popolazione di Podarcis sicula sicula Raf dell’isola di
Vivara (Procida).
Picariello O., De Simone G., Istituto e Museo di Zoologia, Università di Napoli.
Sull’isola di Vivara vive una sottospecie di Podarcis sicula che è peraltro diffusa
in Italia Meridionale. Poiché trattasi di popolazione insulare è probabile che l’isola¬
mento abbia portato all’affermazione di caratteristiche morfologiche particolari. Per
accertare la validità di questa ipotesi, esemplari di lucertola di Vivara sono stati con¬
frontati, da un punto di vista tassonomico, con la stessa sottospecie di altre tre zone
della Campania: Acerra, Scafati, Avellino.
Le lepidosi non mostrano sostanziali differenze statisticamente valide. Il feno¬
tipo «concolor», caratterizzato dall’assenza di striature e bandeggiature, invece, è
presente solo su Vivara con media del 20%.
284 Processi verbali
Mediante tecniche di cattura-ricattura si è stabilito che la densità di popolazione
a Vivara è di circa 3000 esemplari per ettaro, mentre nelle altre tre zone della Cam¬
pania è molto minore.
La sex-ratio a Vivara, inoltre è 1.8, cioè fortemente spostata verso il sesso
maschile, mentre nelle altre tre zone ci si avvicina molto alla ratio teorica.
L’incremento in peso e lunghezza nei due sessi presenta un’ascesa dalla prima¬
vera all’autunno con successiva stasi nel periodo invernale. L’incremento in lun¬
ghezza e in peso è molto più marcato negli individui subadulti (2-5 g) rispetto agli
adulti in entrambi i sessi, ma con particolare riferimento ai maschi. Allorché il
maschio raggiunge il peso di 12-14 g il suo ritmo si rallenta intorno ai 7-8 g. I
maschi subadulti hanno una crescita in lunghezza nettamente superiore al loro
aumento in peso, che si mantiene sostanzialmente simile nelle due classi di età.
L’attività giornaliera è direttamente proporzionale all’interazione fotoperiodo-
temperatura, con un massimo durante il mese di giugno.
Podarcis s. sicula effettua a Vivara due deposizioni all’anno (aprile, giugno) con
una media di due uova per volta.
Circa il 42% della popolazione di Vivara è infestato da Acari mentre nelle altre
zone campane da noi esaminate tale percentuale si riduce nettamente.
Dai dati di incremento in lunghezza delle code si osserva che durante il periodo
invernale la crescita di tale organo è ridotta. Il ritmo di crescita della coda intatta è
di circa 30 mm all’anno negli individui subadulti di entrambi i sessi.
Ambiente e processi riproduttivi negli Anfibi anuri. Livelli plasmatici degli ormoni ses¬
suali e ciclo delle gonadi in Rana esculenta, vivente nel laghetto di Colfiorito (Marche,
900 metri sul livello del mare).
Alberta Polzonetti-Magni, Anna Gobetti, Istituto di Zoologia e Anatomia Compa¬
rata, Università di Camerino; Virgilio Botte, Istituto di Zoologia dell’Università di
Napoli.
Nell’anfibio anuro Rana esculenta le differenze climatiche legate alla latitudine
o all’altitudine si riflettono sulla lunghezza delle varie fasi del ciclo riproduttivo. In
pianura (ad es. Lago di Lesina) la precocità della primavera comporta le prime depo¬
sizioni di uova in marzo mentre l’autunno mite permette un più lento periodo di
recupero. Non così in montagna dove la brevità della primavera e dell’estate confi¬
nano le deposizioni a pochi giorni in aprile-maggio ed impongono un rapido periodo
di recupero (terminato entro l’autunno). Queste ultime condizioni si evidenziano
bene in una piccola popolazione di rane viventi ai margini del laghetto di Colfiorito
(Foligno, Marche) posto a 900 metri sul livello del mare.
In questi anfibi le modificazioni dei livelli ematici dell’estradiolo e del progeste¬
rone nel corso dell’anno sono simili a quelli osservati in esemplari della stessa specie
viventi in zone climaticamente differenti, ma non mancano di offrire aspetti peculiari.
Entrambi gli ormoni aumentano in correlazione con la ripresa della gonade e
dell’ovidutto in autunno, convalidando l’ipotesi che essi (specialmente l’estradiolo)
siano implicati nella regolazione del periodo di recupero. I livelli ormonali sono
ancora alti in marzo, alcune settimane prima della deposizione, ma stranamente
diminuiscono nel corso di quest’ultima fase. Nostre osservazioni preliminari, però,
lasciano supporre che significative variazioni, soprattutto del livello degli estrogeni,
Processi verbali 285
avvengano in concomitanza con le fasi terminali dell’accrescimento degli ovociti,
forse poco apprezzabili con il semplice peso della gonade. In questo periodo, perciò,
il peso della gonade ha scarsa importanza come valore di riferimento dello stato di
sviluppo dell’organo.
Mai osservato in precedenza è un rapido e temporaneo incremento di entrambi
gli ormoni (soprattutto dell’estradiolo) nel periodo postriproduttivo quando gli
organi bersaglio (ovidutto e fegato come produttore di vitellogenina) sono del tutto
silenti. Se convalidato, questo fenomeno potrebbe prospettare l’intervento della
gonade nel blocco dei processi riproduttivi in estate quando le condizioni climatiche
appaiono ancora favorevoli. Questa funzione che potrebbe essere esercitata
mediante feed-back negativo sull’asse ipotalamo-ipofisario e/o con un’inibizione
diretta sugli organi bersaglio, ha una certa rilevanza ecologica in quanto impedisce
la presenza di larve o di animali neometamorfosati in epoche prospetticamente poco
favorevoli (autunno).
Indagine preliminare sulla migrazione del Fringuello (Fringilla coelebs, L.) in Italia.
Gloria Savigni, Borsista presso Istituto Biologia Selvaggina; Ozzano Emilia.
Renato Massa, Istituto di Farmacologia dell’Università di Milano.
Il Fringuello {Fringilla coelebs , F.), oltre a nidificare in tutta Italia, è un tipico
migratore a doppio passo. Numerosi esemplari ne vengono catturati soprattutto tra
settembre e novembre, nei vari punti di inanellamento distribuiti nel nostro Paese.
Allo scopo di verificare quali siano le principali zone dei Fringuelli che giungono in
Italia, sono state prese in considerazione le schede relative a 182 esemplari di Frin¬
gilla coelebs inanellati all’estero e ripresi in Italia tra il 1970 e il 1979. È stato con¬
statato che le principali località di provenienza di questi uccelli sono: Mosca (40
riprese), Praga (39 riprese), Sempach (33 riprese). Altre località di provenienza sono
risultate: Helsinki (Finlandia), Lituania (U.S.S.R.), Varsavia (Polonia), Budapest
(Ungheria), Praga (Cecoslovacchia), Zagabria e Lubiana (Iugoslavia), Radolfzell
(BDR), Helgoland (BDR), Hiddensee (DDR), Arnhem (Olanda), Bruxelles (Belgio) e
Parigi (Francia).
La rappresentazione grafica della distribuzione delle catture nei vari mesi
dell’anno relative ai Fringuelli inanellati in ciascun Osservatorio straniero ha per¬
messo di mettere in evidenza due picchi nettamente distinti, il primo con un
massimo nel mese di settembre, relativo agli Osservatori di Mosca e Praga, il
secondo con un massimo relativo al mese di ottobre riguardante l’Osservatorio di
Sempach.
Analizzando le riprese avvenute entro un periodo non superiore ai 180
giorni, è risultato che le aree Euring italiane interessate sono la n. 30 (Area al¬
pina), n. 31 (Po), n. 32 (Nord Tirreno), n. 33 (Nord Adriatico) e n. 34 (Sud Tir¬
reno). Dalla distribuzione delle catture nelle diverse aree Euring risultano confer¬
mati due punti di passaggio, uno rappresentato dai valichi alpini, un altro dalla costa
nord-adriatica.
La distribuzione bimodale del passo del Fringuello risulta anche confermata dai
dati quantitativi sulle catture nei punti di inanellamento della Lombardia.
286 Processi verbali
Alcune considerazioni sull’ ecologia del Merlo in tre ambienti tipo urbano , suburbano,
a macchia mediterranea insulare , della costa napoletana,
L. Scala, S. Gfainis, G. Rinaldi, Istituto e Museo di Zoologia, Università di Napoli.
Gli A. A, hanno studiato il flusso annuale di maschi, femmine e immaturi di
Turdus merula unitamente ad alcuni aspetti di comportamento alimentare e territo¬
riale in tre aree con differenti caratteristiche ecologiche e antropiche. Quale
ambiente urbano si è scelto un giardino alberato piuttosto antropizzato; l’ambiente
suburbano è rappresentato da un’area in periferia coltivata a ortaggi e agrumeti;
farea a macchia mediterranea è stata individuata nell’isola di Vivara.
In tutti gli ambienti l’analisi dei diagrammi di flusso fa supporre la presenza di
una popolazione nidificante cui si sovrappone un fenomeno migratorio. I tre flussi
comunque seguono nel corso dell’anno andamenti differenti. Nelle tre aree sono
probabili almeno due covate. Il comportamento alimentare è funzione di una diffe¬
rente stratificazione verticale e di una diversa superficie territoriale.
Osservazioni preliminari sul comportamento alimentare , morfologico e biochimico , nel
pettirosso.
B. Varriale e R. Mineo, Istituto e Museo di Zoologia, Università di Napoli, Napoli.
Nel quadro delle nostre ricerche in campo aperto, finalizzate, allo studio della
biologia della riproduzione nei vertebrati, descriviamo alcune osservazioni prelimi¬
nari sul comportamento alimentare e su alcuni parametri relativi in una specie orni-
tica tipo quale il pettirosso ( Erithacus rubecola rubecola).
Lo studio è stato svolto sull’isola di Vivara nei mesi autunnali, periodo in cui si
osserva un elevato afflusso di individui solitamente svernanti. Le popolazioni
dell’isola mostrano un comportamento alimentare differente a seconda della regione
considerata. Ove esiste una maggiore ricchezza di cibo, non si nota alcun comporta¬
mento territoriale degli individui; viene però rispettata, a livello di posatoi, una
distanza minima. Una territorialità viene riscontrata, anche sul suolo, in regioni adi¬
bite a temporanea residenza. Il pettirosso si nutre durante tutto il giorno prevalente¬
mente a terra, raramente su rami bassi, mai su quelli alti della macchia mediterra¬
nea esistente.
L’esame del contenuto stomacale ha messo in evidenza una alimentazione di
tipo vegetale percentualmente elevata (circa il 70%), rispetto a quella animale. Tra il
materiale vegetale si riscontrano particolarmente semi e bacche; tra quello animale
sono stati ritrovati principalmente Insetti (Form iddi e Ditteri). A livello intestinale
aumenta del 20% il ritrovamento di materiale vegetale. Sono stati effettuati, inoltre,
i dosaggi dei possibili targets ematici del metabolismo di base di questi individui.
Non si notano differenze nelle varie regioni considerate per quanto riguarda il con¬
tenuto proteico e di azoto. I lipidi, invece, e in particolare il colesterolo e i triglice-
ridi, mostrano dei valori abbastanza singolari ma che comunque sembrano coinci¬
dere col tipo di zonazione da noi adottato. Infatti, nelle regioni alimentarmente più
ricche si osserva un tenore più basso sia in colesterolo che in trigliceridi, mentre in
quelle residenziali il titolo di questi metaboliti tende ad essere significativemente
più elevato.
ELENCO DEI SOCI AL 31 DICEMBRE 1981
con la data di ammissione
SOCI BENEMERITI
1) 31-12-922
2) 29- 4-923
3) 16- 3-924
4) 2- 5-931
5) 2- 5-931
Palombi Arturo - Via Carducci, 19 - 80121 Napoli.
Torelli Beatrice - Via Bracciano, 2 - Roma.
Viggiani Gioacchino - Via Posillipo, 281 - 80123 Napoli.
Montalenti Giuseppe - Istituto di Genetica - Città Universitaria -
00185 Roma.
Parenzan Pietro - Stazione di Biologia Marina - Porto Cesareo
(Lecce).
1) 26- 2-971
2) 28- 3-963
3) 29-12-976
4) 29-12-974
5) 23-12-975
6) 26- 7-975
7) 7- 2-938
8) 25- 6-976
9) 30- 1-981
10) 29-10-971
11) 27- 6-980
12) 30- 1-959
13) 23-12-975
14) 27- 6-980
SOCI ORDINARI
Abatino Elio - C.N.R. - Centro di Microscopia elettronica I. M. -
Piazza Barsanti e Matteucci - 80125 Napoli.
Abignente Enrico - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Accordi Giovanni - Via Grossi Gondi, 46 - Roma.
Amodeo Giovanni - Via Fava, 33 - 80014 Nocera Inferiore.
Anastasio Antonio - Via M. Piscitelli, 29 - Napoli.
And ilo ro Filippo - Campo Sperimentale Contrada «Bettina» -
89013 Gioia Tauro.
Antonucci Achille - Via Girolamo Santacroce, 19/c - 80129
Napoli.
Aprile Francesco - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università
di Napoli - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Arcamone Nadia - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Ariani Antonio - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
Ascione Aniello - Via s. Michele, 76 - Ponticelli (Napoli).
Badolato Franco - Via Pantelleria, 3 - Roma.
Balsamo Giuseppe - Istituto di Biologia Generale e Genetica
dell’Università - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Barahona Fernàndez Enrique - Estación Experimental del Zaidin
C.S.I.C. - Professor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
288 Elenco dei soci
15) 25- 6-976
16) 27- 3-964
17) 27- 6-980
18) 31- 5-968
19) 22-12-981
20) 22-12-981
21) 27- 6-975
22) 26- 5-972
23) 30- 1-959
24) 30-11-973
25) 31- 5-968
26) 30-12-960
27) 3-12-971
28) 28- 2-969
29) 26- 5-972
30) 20-12-974
31) 27- 6-980
32) 27- 3-964
33) 21-12-979
34) 23-12-975
35) 23-12-975
36) 30- 1-981
37) 31- 3-972
38) 28-12-951
39) 29-10-971
40) 27- 4-973
41) 30-12-962
42) 21-12-979
43) 27- 3-964
44) 29-10-971
Barattolo Filippo - Corso Italia, 11 - 04024 Gaeta.
Barbera Carmela - Istituto di Palentologia delPUniversità - Largo
S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Barone Guido - Via Gemito, 70 - Napoli.
Battaglimi Pietro - Istituto di Zoologia delPUniversità - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Serrino Giovanna - Via Plinio il Vecchio, 75 - Castellammare di
Stabia.
Billwiller Arnoldo - Piazza Cavour, 146 - Napoli.
Biondi Augusto - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica
- Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Boenzi Federico - Via Lucano, 122, 75120 Matera.
Boisio Maria Luisa - Distacco Piazza Marsala, 3/6 - 16122 Genova.
Bolognese Bianca - Via Posillipo, 47/ A - 80123 Napoli.
Bonardi Glauco - Istituto di Geologia e Geofisica delPUniversità -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Bonasia Vito - Istituto di Geologia e Geofisica delPUniversità -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Boni Maria - Istituto di Geologia e Geofisica delPUniversità -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Borgia Giulio Cesare - Geologo - Via Luigi Guercio, 145 - 84100
Salerno.
Botte Virgilio - II Cattedra di Anatomia Comparata delPUniver¬
sità - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Bova-Conti Marcello - Piazza s. Giovanni Bosco, 1/8 - 90143
Palermo.
Boza Lopez Julio - Estación Experimental del Zaidin G.S.I.C. -
Profesor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Brancaccio Ludovico - Istituto di Geologia e Geofisica delPUni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Buccino Gerardo - Via C. Rossi, 13 - 84043 Agropoli.
Buretta Paolo - Corso Garibaldi, 142d - 84100 Salerno.
Cagliozzi Anna - Istituto di Zoologia delPUniversità - Via Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
C alien do Maria Filomena - Istituto di Zoologia delPUniversità -
Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Cannavale Giuseppe - Via Madonna di Fatima, 98 - 84100
Salerno.
Capaldo Pasquale - Traversa Giacinto Gigante, 36 - 80128 Napoli.
Capasso Giuseppe - Via S. Eustacchio, 51 - 84100 Salerno.
Capolongq Domenico - Via Roma, 8 - 30030 Roccarainola
(Napoli).
Capone Antonio - Via Cilea, 136 - 80127 Napoli.
Cappello Brunella - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicolo¬
gica - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Caputo Giuseppe - Istituto di Botanica - Via Foria, 223 - 80139
Napoli.
Cà pannante Gabriele - Istituto di Geologia e Geofisica delPUni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Elenco dei soci 289
45) 31- 5-968
46) 28-12-940
47) 23-12-975
48) 24- 6-977
49) 23-12-975
50) 3-12-971
51) 22-12-981
52) 28-12-969
53) 23-12-975
54) 23-12-975
55) 28- 2-969
56) 29-10-971
57) 31- 5-968
58) 26- 5-972
59) 27- 1-978
60) 31- 5-968
61) 21- 5-968
62) 24- 6-977
63) 28- 2-969
64) 28-12-949
65) 28-12-932
66) 27- 6-975
67) 28- 3-963
68) 26- 1-949
69) 22-12-981
70) 29-11-974
71) 29-10-971
72) 30- 1-959
73) 27- 6-973
74) 29-12-961
75) 31- 5-968
Carrara Eugenio - Istituto di Geologia e Geofisica delPUniversità -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Casertano Lorenzo - Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Castaldo Chiara - Via Ugo Niutta, 22 - 80128 Napoli.
Castellano Giovanna - Corso Vittorio Emanuele, 175 - 80121
Napoli.
Castellano Maria Cristina - Via Manzoni, 63 - 80123 Napoli.
Catalano Raimondo - Istituto di Geologia dell’Università - Via
Tukory, 131 - 90134 Palermo.
Catalano Virgilio - C.so Vitt. Emanuele, 539 - Napoli.
Catenacci Vincenzo - Geologo - Via A. Regolo, 12/d - 00192
Roma.
Ceccoli Annamaria - Via Piscicelli, 29 - Napoli.
Celico Pietro - Piazza Pilastri, 17 - 80125 Napoli.
Chiaromonte Ferdinando - Parco Grifeo, 38 - 80121 Napoli.
Chieffi Giovanni - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Ciaranfi Neri - Parco Domingo, scala j - Via C. Rosalba, 46 F -
70124 Bari.
Ciardiello Valle Anna Maria - Via Caldieri, 147 - 80128 Napoli.
Cimino Antonio - Via Carmelo Trasselli, 9 - 90129 Palermo.
Cippitelli Giuseppe - Via Morandi, 13 - 20097 S. Donato Mila¬
nese.
Cocco Ennio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Corniello Alfonso - Corso Umberto, 98 - 81012 Alvignano
(Caserta).
Corrado Gennaro - Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Cotecchia Vincenzo - Corso Alcide De Gasperi, 384 - Bari.
Co vello Mario - Parco Grifeo, 38 - Napoli.
Cozzolino Angela - Via Garibaldi, 9 - Tufino (Napoli).
Crescenti Uberto - Via Gioberti, 44 - 65100 Pescara.
Cucuzza Silvestri Salvatore - Casella Postale 345 - 95100 Catania.
Cuneo Franco - Viale Kennedy, 70 - Giardino zoologico - 80125
Napoli.
D’Alessandro Assunta - Via G. Grande, 12 - Lecce.
Damiani Alfonso Vittorio - Lungotevere Meliini, 30 - 00193 Roma.
D’Argenio Bruno - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Dazzaro Luigi - Istituto di Geologia e Paleontologia - Palazzo
Ateneo - 80121 Bari.
De Castro Piero - Istituto di Paleontologia dell’Università - Largo
S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Castro Coppa Maria Grazia - Istituto di Paleontologia del¬
l’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
290 Elenco dei soci
76) 30- 1-959
77) 30- 1-959
78) 20- 1-932
79) 3-12-971
80) 22-12-981
81) 22-12-981
82) 22-12-981
83) 31- 5-968
84) 29-11-974
85) 28- 6-975
86) 27- 1-978
87) 31- 5-968
88) 25- 6-976
89) 26- 2-971
90) 25- 6-976
91) 29-10-971
92) 27- 6-975
93) 25- 6-976
94) 27- 3-964
95) 20-12-960
96) 21-12-979
97) 27- 6-975
98) 22-12-981
99) 20-12-974
100) 29-10-971
101) 22-12-981
102) 21-12-979
103) 27- 6-973
104) 28- 2-969
105) 27- 6-980
106) 30- 1-981
107) 21-12-979
108) 30- 1-981
De Cunzo Teresa - Istituto di Geologia e Geofìsica delPUniver-
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Leo Teodoro - Istituto di Fisiologia Generale dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Lerma Baldassarre - Istituto di Zoologia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Delfino Vincenza - Via Pietro Castellino, 88 - 80131 Napoli.
Del Gaudio Silvana - Via Giuseppe Orsi, 50 - Napoli.
Della Ragione Salvatore - Via Cerillo, 57 - 80070 Bacoli.
Del Rio Antonio - Via Floriano del Secolo, 4 - Napoli.
De Medici Giovanni Battista - Via Beisito, 13 - 80123 Napoli.
De Miranda Renato - Via Chiatamone, 60/B - 80123 Napoli.
D’Erricq Francesco Paolo - Istituto di Entomologia Agraria -
Facoltà di Agraria dell’Università - Portici (Napoli).
De Riggi Angelo - Via Cavour, 2 - 80133 Cicciano (Napoli).
De Riso Roberto - Istituto di Geologia Applicata dell’Università.
De Rosa Ciro - Via Costantinopoli, 25 - Aversa.
De Simone Bruno - Parco Comola Ricci, 120/c - 80122 Napoli.
De Simone Francesco - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossi¬
cologica - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
De Stasio Laura Maria - Istituto di Geologia e Geofìsica del¬
l’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Vivo Benedetto - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Di Benga Felice - Calata S. Francesco, 12/B - 80127 Napoli.
De Girolamo Pio - Istituto di Mineralogia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Di Leo Lucia - Via Lepanto, 21 - 80125 Napoli.
Di Luise Giancarlo - Via Carlo Ravizza, 7/ A - 20100 Milano.
Di Maio Ferdinando - Via G. Poli, 70 - Portici (Napoli).
Di Matteo Loredana - Via Consalvo, 138 - Napoli.
Dini Antonio - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica -
Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Di Nocera Silvio - Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Di Stefano Piero - Via Tricomi, 16 - Palermo.
Diurno Maria Vittoria - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossi¬
cologica - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Esposito Vincenzo - Via Bonito, 27/c - 80129 Napoli.
Fantetti Vincenzo - Via Napoli, 107 - 71016 S. Severo (Foggia).
Fenoll Hach-Ali Purificación - Departamento de Cristalografìa y
Mineralogia - Facultad de Ciencias - Universidad de Granada
(Spagna).
Ferrara Lydia - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica
dell’Università - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Ferreri Vittoria - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Ferro Raffaele - Via Diano, 27 - 80078 Pozzuoli.
Elenco dei soci 291
109) 29-10-971
110) 26- 6-976
111) 27- 6-980
112) 29-12-961
113) 21-12-979
114) 24- 6-977
115) 21- 5-968
116) 28- 2-969
117) 23-12-975
118) 18-12-959
119) 22-12-981
120) 23-12-975
121) 28-12-951
122) 3-10-971
123) 30-12-960
124) 22-12-981
125) 15-12-978
126) 31- 3-972
127) 15-12-978
128) 31- 3-972
129) 26- 2-971
130) 21- 5-968
131) 27- 6-980
132) 31- 3-972
133) 30-12-936
134) 28- 1-972
135) 27- 4-973
136) 26- 5-972
137) 26- 1-973
Fimiani Pellegrino - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà di
Agraria - 80055 Portici.
Fin amore Ester - Via Posillipo, 239 - 80123 Napoli.
Fiorito Graziano - Via G. Gigante, 39 - Napoli.
Fondi Mario - Istituto Geografia dell’Università - Largo S. Mar¬
cellino, 10 - 80138 Napoli.
Forgione Pasquale - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossico-
logica - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Forlani Marcello - Via Libertà, 218/bis - 80055 Portici.
Fon Lidia - Istituto di Fisiologia Generale dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Franciosa Nicola - Istituto di Edilizia - Facoltà di Architettura -
Via Monteoliveto, 3 - 80134 Napoli.
Franco Anna Rita - Istituto di Zoologia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Franco Enrico - Istituto di Mineralogia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Frassinet Maurizio - Via Recanati, 51 - S. Giorgio a Cremano.
G alassi Leone - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
Galgano Mario - Istituto di Antropologia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Galiano Giovanni - Viale Mellusi, 40/ c - 82100 Benevento.
Gianfrani Alfonso - S. Giacomo dei Capri, 41 - Parco Pica -
Napoli.
Giglio Francesca - Via S. Maria Apparente, 4 - 80132 Napoli.
Gioffrè Domenico - Istituto di Coltivazioni Alboree - Facoltà di
Agraria - Portici (Napoli).
Giunta Giuseppe - Via Passaggio dei Poeti, 22 - Palermo.
Guadagno Francesco Maria - Via Tasso, 305 - Napoli.
Guglielmotti Eugenio - Via G. Seripando, 14 - Salerno.
Gustato Gerardo - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Honsel Edmondo - Istituto di Botanica - Via Valerino - 34100
Trieste.
Huertas Garcia Francisco - Estación Experimental del Zaidin -
C.S.I.C. - Profesor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Ioni Lamberto - Via Luca Giordano, 6 - 80127 Napoli.
Ippolito Felice - Istituto di Geologia - Città Universitaria -
Roma.
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università - Palazzo Ate¬
neo- 70121 Bari.
Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica dell’Univer¬
sità - Via Trentino, 51 - 09100 Cagliari.
Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Università - Largo S. Marcel¬
lino, 10 - 80138 Napoli.
Istituto di Paleontologia dell’Università - Largo S. Marcellino, 10 -
80138 Napoli.
292 Elenco dei soci
138) 30- 1-981
139) 6- 2-939
140) 14- 6-945
141) 27- 1-956
142) 30- 1-981
143) 29-10-971
144) 20-12-974
145) 29-10-971
146) 28- 2-969
147) 29-10-971
148) 27- 6-973
149) 29-10-971
150) 15-12-978
151) 22-12-981
152) 31- 3-972
153) 27- 6-980
154) 27- 6-980
155) 22-12-981
156) 26- 5-971
157) 22-12-981
158) 22- 2-963
159) 26- 4-974
160) 27- 1-956
161) 20-10-971
162) 25- 6-976
163) 23-12-975
164) 27- 4-973
165) 30-11-973
166) 30- 1-981
167) 22-12-981
168) 29-10-971
Istituto di Scienze della Terra - Viale Ungheria, 43 - Udine.
Jovene Francesco - Via Acquedotto, 107 - 80070 Ischia (Napoli).
La Greca Marcello - Istituto di Biologia animale dell’Università -
Via Androne, 81 - 95124 Catania.
Lambertini Diana - Istituto di Chimica Industriale delPUniversità -
Piazzale Tecchio - 80125 Napoli.
Lambiase Salvatore - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Landi Aldo - Via Tito Angelini, 25 - 80129 Napoli.
Landi Ernesto - Piazza Carità, 6 - 80134 Napoli.
Lapegna Ulisse - Via G. Bonito, 27/E - 80134 Napoli.
Lapegna Tavernier Amalia - Istituto di Geologia e Geofisica
dell’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
La Rotonda Maria Immacolata - Corso Garibaldi, 129 - 80055
Portici.
Laureti Lamberto - Via Nievo, 84 - 80122 Napoli.
Lavorato Giovanni - Via S. Matteo, 5 - 84090 Montecorvino
Pugliano (Salerno).
Lazzari Silvestro - Via mantova 32/6 - 85100 Potenza.
Leuci Giuseppe Istituto di Paleontologia - Napoli.
Liguori Vincenzo - Istituto di Geologia - Via Tukory, 131 - 90134
Palermo.
Linares Gonzalez José - Estación Experimental del Zaidin
C.S.I.C. - Profesor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Lopez Aguayo Francisco - Departamento de Geologia y Geoqui-
mica - Facultad de Ciencias - Universidad de Valladolid (Spagna).
Lopez Gorge - Via Puente verde, 2 - Granada (Espana).
Lucini Paolo - Via Cammarano, 19 - 80129 Napoli.
Luraschi Elena - Via Tasso, 480 - Parco Materazzo, 80123 -
Napoli.
Maccagno Angiola Maria - Piazza Zama, 19 - Roma.
Maglione Costantino - Via Cilea, 280 - 80127 Napoli.
Mancini Fiorenzo - Via Gino Capponi, 18 - 50121 Firenze.
Manna Fedele - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Manzo Sergio - Via Terracina, 368 - 80125 Napoli.
Marmo Francesco - Istituto di Biologia Generale e Genetica
dell’Università di Napoli - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Maxia Carmelo - Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia
fisica - Via Trentino, 51 - 09100 Cagliari.
Matteucig Giorgio - Istituto di Zoologia dell’Università - Facoltà
di Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Mazza Cereti Maria Teresa - Istituto di Chimica Farmaceutica e
Tossicologica dell’Università - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134
Napoli.
Mazzarella Adriano - Via Petrarca, 119 - Napoli.
Merenda Luigi - C.N.R. - IRPI - 87030 Castiglione Scalo
(Cosenza).
Elenco dei soci 293
169) 31- 3-972
170) 22-12-981
171) 29-10-971
172) 28-12-949
173) 27- 1-978
174) 27- 1-978
175) 7- 2-938
176) 27-11-947
177) 30-12-960
178) 22-12-976
179) 26- 6-976
180) 30- 1-981
181) 27- 1-978
182) 31- 5-968
183) 27-11-947
184) 24- 6-977
185) 26- 1-949
186) 25- 6-976
187) 27- 4-973
188) 30-12-960
189) 25- 6-976
190) 27-11-947
191) 27- 6-980
192) 29-10-971
193) 30-12-960
194) 30-12-960
195) 29- 3-963
Meucci Nardella Anna Maria - Via Domenico fontana, 95 -
80128 Napoli.
Mezzacapo Vincenzo - Via G.B. Novelli, 34 - Marcianise.
Micieli De Biase Leandro - Istituto di Entomologia agraria -
Facoltà di Agraria - 80055 Portici.
Migliorini Elio - Via Vitelleschi, 26 - 00193 Roma.
Milito Pagliara Severina - Istituto di Zoologia dell’Università -
Facoltà di Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Milone Mario - Istituto di Zoologia dell’Università - Facoltà di
Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Moncharmont Ugo - Via A. Falcone, 88 - 80127 Napoli.
Moncharmont Zei Maria - Istituto di Paleontologia dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Montagna Raffaele - Via Domenico Cimarosa, 2/A - Napoli.
Moretti Aldo - Istituto di Botanica - Via Foria, 223 - 80139
Napoli.
Morrica Schirru Patrizia - Istituto di Chimica Farmaceutica e
Tossicologia dell’Università - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134
Napoli.
Mustacchi Silvia - Via Mariano d’Ayala, 6 - Napoli.
Muzzo Carlo - Via Amendola, 2 - 81055 S. Maria Capua Vetere
(Caserta).
Napoleone Giovanni - Istituto di Geologia - Università di
Firenze.
Napoletano Aldo - Via Rodolfo Falvo, 20 - 20127 Napoli.
Nicoletto Pier Giorgio - Via Fuori Porta Napoli - 81043 Capua.
Nicotera Pasquale - Istituto di Geologia Applicata - Facoltà di
Ingegneria - Piazzale Tecchio - 80125 Napoli.
Nicotina Mariano - Istituto di Entomologia Agraria - Facoltà di
Agraria - Portici.
Nota D’Elogio Ernesto - Parco Mergellina, 3 - 80122 Napoli.
Oliveri del Castello Alessandro - Istituto di Geologia e Geofì¬
sica dell’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Orio Franco - Via G. De Jacobis, 3 - Salerno.
Orrù Antonietta - Via Monte Pollino, 2 - Quartiere Montesacro -
Roma.
Ortega Huertas Miguel - Departamento de Cristalografìa y
Mineralogia - Facultad de Ciencias - Universidad de Granada
(Spagna).
Ortolani Francesco - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Uni¬
versità di Napoli.
Pagella Maria Luisa - Via Girolamo Santacroce, 5 - 80129
Napoli.
Palmentola Giovanni - Istituto di Geologia e Paleontologia
dell’Università - Palazzo Ateneo - 70121 Bari.
Palumbo Antonino - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
294 Elenco dei soci
196) 28- 2-969
197) 30-12-960
198) 29-10-971
199) 24- 6-977
200) 22-12-981
201) 22-12-976
202) 27-12-957
203) 29-12-961
204) 31- 1-951
205) 27- 6-980
206) 29-10-971
207) 28-12-951
208) 27- 4-973
209) 31- 5-968
210) 29-10-971
211) 18-12-959
212) 21-12-979
213) 27- 6-980
214) 29-10-971
215) 21-12-979
216) 28-12-956
217) 30-12-960
218) 28-12-969
219) 20-12-974
220) 27- 3-964
221) 21-12-970
222) 31- 5-968
223) 28-12-949
224) 3-12-971
225) 27- 6-980
Paoletti Alfredo - Istituto d’igiene - Facoltà di Scienze - Via
Mezzocannone, 16 - 80134 Napoli.
Parenzan Paolo - Via Roma, 12 - 74100 Taranto.
Parisi Giovanni - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Pasquarella Carmelo - Via 4 Orologi, 29/A - Ercolano.
Pedata Patrizia - Via Nuova S. Rocco, 73 - Napoli.
Pellecchia Maria - Via Francesco Saverio Correrà, 222 - Napoli.
Pericoli Sergio - Via del Porto, 151 - 47033 Cattolica (Forlì).
Pescatore Tullio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Pescione Messina Adelia - Via Fleming, 89 - 00196 Roma.
Picariello Orfeo - Istituto di Zoologia dell’Università - Facoltà
di Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Piciocchi Alfonso - Parco Comola Ricci, 9 - 80122 Napoli.
Pierantoni Angiolo - Galleria Umberto I, 27 - 80132 Napoli.
Pierattini Donatella - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Uni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Pieri Piero - Istituto di Geologia e Paleontologia - Palazzo Ateneo -
70121 Bari.
Pinna Eros - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Piscopo Eugenio - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Placella Bianca - Corso Umberto, 35 - 80138 Napoli.
Pozzuoli Antonio - Istituto di Mineralogia dell’Università -
Facoltà di Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Priore Rosa - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà di Agraria -
80055 Portici.
Pugliese Pasquale - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Uni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Quagliariello Teresa - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Uni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Radina Bruno - Istituto di Geologia dell’Università - 70121 Bari.
Radoicic Raika - Juli, 7, 38 - Belgrado.
Ramundo Eliseo - Via Cesare Rossaroll, 174 - 80139 Napoli.
Rapolla Antonio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Righetti Francesco - Istituto di Zootecnica - Via F. Delpino, 1 -
80137 Napoli.
Richetti Giustino - Istituto di Geologia dell’Università - 70121
Bari.
Rippa Anna - Piazzetta Marconiglio, 4 - 80141 Napoli.
Roda Cesare - Istituto di Scienze della Terra - Viale Ungheria -
Udine.
Rodriguez Gallego Manuel - Departamento de Cristalografìa y
Mineralogia - Facultad de Ciencias - Universidad de Granada
(Spagna).
Elenco dei soci 295
226) 27- 3-964
227) 22-12-981
228) 27- 6-975
229) 15-12-978
230) 27-11-947
231) 22-12-981
232) 30- 1-981
233) 30- 1-981
234) 29-10-971
235) 27- 1-978
236) 31- 5-968
237) 3-12-971
238) 28- 3-963
239) 20-12-974
240) 30-12-941
241) 29-10-971
242) 30-11-973
243) 27- 3-964
244) 27- 3-964
245) 25- 6-967
246) 15-12-978
247) 31- 1-951
248) 21-12-979
249) 28- 3-963
250) 29-10-971
251) 31- 1-951
252) 30-12-960
253) 23-12-975
254) 26- 5-972
255) 31- 5-968
Rodriguez Antonio - Via Pietro Castellino, 179 - 80131 Napoli.
Rossi Fortunato - Via Montedonzelli, 48/d - Napoli.
Rosso Andrea - Via Ferrara, 14 - Caserta.
Rotondo Antonio - Istituto di Coltivazioni Arboree - Facoltà di
Agraria - Portici (Napoli).
Ruffo Sandro - Lungadige Porta Vittoria, 9 - 37100 Verona.
Russo Antonio - Viale Muratori, 225 - Modena.
Russo Giovanni - Via Galatina - III trav. - S. Maria Capua Vetere.
Russo Luigi - Via Cilea, 171 - Napoli.
Russo Luigi Filippo - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà di
Agraria - 80055 Portici.
Salvati Gerardo - Via Pisa, 1 - 85100 Pisa.
Sarpi Ernesto - Via S. Aspreno, 13 - 80133 Napoli.
Sartori Samuele - Istituto di Geologia - Via Zamboni, 63-67 -
40127 Bologna.
Scandone Paolo - Istituto di Geologia e Paleontologia - Univer¬
sità di Pisa.
Scaramella Domenico - Istituto di Entomologia Agraria -
Facoltà di Agraria - Portici.
Scherillo Antonio - Istituto di Mineralogia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Schettino Oreste - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Scipparella Sergio - Centro di Calcolo Elettronico Interfacoltà -
Pad. 17 - Mostra d’Oltremare - Napoli.
Scorziello Raffaele - Istituto di Paleontologia dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Scotto Di Carlo Bruno - Stazione Zoologica - Villa Comunale -
80121 Napoli.
Senatore Felice - Via Balziro - Traversa Bottiglieri, 17 - Salerno.
Serra Virginia - Dipartimento di Biologia Cellulare - Università -
Arcavacata Rende (Cosenza).
Sersale Riccardo - Istituto di Chimica Applicata - Facoltà di
Ingegneria - 80125 Napoli.
Sgarrella Franca - Via Cilea, 250 - 80127 Napoli.
Sgrosso Italo - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Simone Lucia - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Sinno Renato - Via Scudillo, 20 bis - Napoli.
Sorrentino Pappalardo Albino - Via S. Giovanni Bosco - 33028
Tolmezzo.
Spagnuolo Gabriella - Istituto di Zoologia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Speranza Antonio - Via Tommaso Caravita, 29 - 80134 Napoli.
Stanzione Damiano - Via Nicolardi (Parco Arcadia, is. 5) - 80131
Napoli.
296 Elenco dei soci
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27- 6-975 Steri Stefano - Istituto di Matematica dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
31- 5-968 Taddei Roberto - Orto Botanico - Via Foria, 223 - 80139 Napoli.
31- 5-968 Taddei Ruggiero Emma - Istituto di Paleontologia dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
26- 3-942 Tarsia in Curia Isabella - Corso Umberto I, 106 - 80138 Napoli.
22-12-981 Tartaglione Anna Maria - Via S. Donato, 20 - Caserta - Sala.
22-12-981 Tartaglione Elio - Via G. Santacroce, 3 - Napoli.
31- 5-968 Torre Mario - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
29-12-961 Torre Zamparelli Valeria - Istituto di Geologia e Geofisica
dell’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
27- 1-978 Tramutoli Mariano - Largo Aurelio Saffi, 11 - 8500 Potenza.
19- 10-971 Tremblay Ermenegildo - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà
di Agraria - 80055 Portici.
20- 12-974 Vacatello Michele - Istituto Chimico - Via Mezzocannone, 4 -
80134 Napoli.
15-12-978 Valentini Giovanni - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
29- 12-961 Vallario Antonio - Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
30- 1-981 Varriale Bruno - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
25- 6-976 Verniani Franco - Istituto di Fisica «A. Righi» - Università - Via
Irnerio - 40126 Bologna.
29- 10-971 Viggiani Gennaro - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà di
Agraria - 80055 Portici.
21- 12-979 Villanis Gabriella - Via Gugliemo Sanfelice, 24 - 80134 Napoli.
27- 1-978 Villari Anna - Via Nausan, 36 - 80121 Napoli.
31- 3-972 Vitagliano Paolo Augusto - Via S. Giacomo dei Capri, 125 -
Palazzo Seca - 80128 Napoli.
30- 12-960 Vitagliano Vincenzo - Via A. Manzoni, 30 - 80123 Napoli.
26- 1-949 Vittozzi Pio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
25- 6-976 Zampino Carlo - Via S. Baratta - Salerno.
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino
della Società dei Naturalisti
1) Acta Borealia. Serie scientia. Tromso-Oslo.
2) Acta Botania Fennica. Helsinki.
3) Acta Entomoligica Fennica. Helsinki.
4) Actba Faunistica Entomoligica Musei Nationalis Pragae (Sbornik Faunistikych
Praci...). Praha.
5) Acta Facultatis rerum naturalium Universitatis Comeniane. Ser. Anthropologia.
Botanica. Chimica. Mathematica. Physica. Physiologia plantarum. Zoologia.
Bratislava.
6) Acta Geologica et geographica Universitatis Comenianae. Bratislava.
7) Acta Palaentologica Sinica. Nanking (China).
8) Acta Societatis Botanicorum Poloniae. Warszawa.
9) Acta Societatis prò fauna et flora fennica. Helsinki.
10) Acta Universitatis Lundensis. Lund.
11) Acta Zoologica Fennica. Helsinki.
12) Allan Hancock Monographs. Los Angeles.
13) Anales del Instituto de biologia. Universidad Nac. de México. Mexico.
14) Anales del Instituto Botanico a. J. Cavanilles. Madrid.
15) Anales de Sociedad Cientifica Argentina, Buenos Aires.
16) Animalia Fennica. Helsinki.
17) Annalen der K. K. Naturhistorischen (Hof-) Museum. Wien.
18) Annales Botanici Fennici. Helsinki.
19) Annales Entomologici Fennici (Soumen Hyonteistieteellinen Alika Kauskirija).
Helsinki.
20) Annales Musei Goulandris. Contributiones ad historiam naturalem Greciae et
Regionis Mediterraneae a Museo Goulandris historiae naturalis editae. Kifisia
(Atene).
21) Annales de la Sociètè Royale Zoologique de Belgique. Bruxelles.
22) Annales historico-naturales Musei Nationalis Hungarici. Budapest.
23) Annales Universitatis Mariae Curie Slodowska. Sectio B: geographia, geologia,
mineralogia et petrographia. Sectio C: Biologia. Lublin.
24) Annales Zoologici Fennici. Helsinki.
25) Annali della Facoltà Agraria. Università Cattolica del Sacro Cuore. Piacenza.
26) Annali della Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università degli Studi di Napoli.
Portici.
27) Annali del Museo Civico di storia naturale «G. Doria» di Genova. Genova.
28) Annali dell’Università degli Studi de L’Aquila. L’Aquila.
29) Annals of thè Missouri Botanical Garden. St. Louis.
298 Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino
30) Annuario della Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna. Classe di
scienze fisiche. Bologna.
31) annuario della Accademia delle Scienze di Torino. Torino.
32) Annuario delle Biblioteche italiane. Minestero Pubbl. Istr. Roma.
33) Annuario dell’Istituto e Museo di Zoologia dell’Università di Napoli. Napoli.
34) Annuario del Ministero della P. I. Roma.
35) Annuario de Sociedad Broteriana... Coimbra.
36) Archiv de Fruende der naturgeschichte in Mecklenburg. Rostock.
37) Archivio di oceanografia e limnologia. Roma.
38) Archivio per l’antropologia e la etnologia. Firenze.
39) Arkiv for Botanik. Uppsala-Stockholm.
40) Archiv for Zoology. Stockholm.
41) Arxius de la Sección de Ciencias. Barcelona.
42) Astarte. Tromso Museum Zoological Department. Tromso.
43) Atti dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere. Genova.
44) Atti dell’Accademia Gioenia di scienze naturali di Catania. Catania.
45) Atti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna. Rendiconti. Classe di
scienze fisiche. Bologna.
46) Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino. Atti. Atti Generali e Verbali
delle Classi riunite. Torino.
47) Atti dell’Accademia di Scienze Mediche di Ferrara. Ferrara.
48) Atti dell’Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche della Società Nazio¬
nale Scienze Lettere ed Arti. Napoli.
49) Atti dell’Accademia Pontaniana. Napoli.
50) Atti dell’Accademia Properziana del Subasio. Assisi.
51) Atti dell’Istituto Botanico della R. Università, r. Laboratorio Crittogamico.
Pavia.
52) Atti dell’Istituto di Geologia dell’Università di Genova. Genova.
53) Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. Trieste -Udine.
54) Atti della Società dei Naturalisti e Matematici. Modena.
55) Atti della Società italiana di scienze naturali e del Museo Civico di Storia natu¬
rale di Milano. Milano.
56) Atti della Società Peloritana di Scienze fìsiche e matematiche. Messina.
57) Atti della Società Speleologica Italiana. Alessandria.
58) Atti della Società Toscana di scienze naturali, residente in Pisa.
59) Atti e memorie dell’Accademia di agricoltura, scienze, lettere ed arti. Verona.
60) Atti e rendiconti dell’Accademia di Scienze lettere ed arti degli Zelanti (e dei
PP. dello Studio). Vedi Memorie e Rendiconti.
61) Berich der Oberhessischen Gesellschaft fur Natur-und Keilkund... Giessen.
62) Biblioteca Statale di Cremona - «Bollettino della Società Medico Chirurgica e
degli Ospedali - Provincia di Cremona».
63) Biological Bulletin published by Marine Biological Laboratory. Lancaster.
64) Biological Review of thè Cambridge Philosophical Society. Cambridge.
65) Boletin de Sociedade Broteriana. Coimbra.
66) Boletin de la Sociedad Espanola de historia naturai. Madrid.
67) Bollettino del Laboratorio di Entomologia agraria «Filippo Silvestri». Portici.
68) Bollettino dell’Istituto Botanico dell’Università di Catania.
69) Bollettino dell’Istituto di Entomologia della R. Università di Bologna.
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino 299
70)
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111)
Bollettino dell’Istituto e Museo di Zoologia dell’Università di Torino.
Bollettino dei Musei e degli Istituti Biologici dell’Università di Genova.
Bollettino del Museo Civico di Storia naturale di Venezia.
Bollettino del Museo Civico di Storia naturale di Verona.
Bollettino del Servizio Geologico d’Italia. Roma.
Bollettino della Società Adriatica di Scienze. Trieste.
Bollettino della Società Entomologica Italiana. Firenze.
Bollettino della Società Geografica Italiana. Roma.
Bollettino della Società Italiana di Biologia sperimentale. Napoli.
Bollettino di zoologia agraria e di bachicoltura. Milano.
Bollettino Società Sarda di Scienze Naturali. Sassari.
Bulletin de l’Institut de Geologie du Bassin d’Aquitaine. Talence.
Bulletin of thè British Museum. Naturai History. London.
Bulletin of thè Entomological Society of Egypt (U.A.R.). Cairo.
Bulletin of Geological Institute. Ser. Petroleum and coal geology. Ser. Paleon-
tology. Sofia.
Bulletin of thè Geological Institution of thè University of Uppsala.
Bulletin of thè Illinois State Natura History Survey. Urbana.
Bulletin de l’Institut Royal des Sciences naturelles de Belgique. Biologie Ento¬
mologie. Bruxelles.
Bulletin de la Societé Entomologique d’Egypte. Le Caire.
Bulletin de la Societé des Sciences naturelles de l’Ouest de la France. Nantes.
Bollettino dell’Orto Botanico di Napoli. Vedi Delpinoa.
Casopis Ceské Cek... (Acta Societatis Entomologicae Bohemiae). Praha.
Cheapeake Science. A regional Journal of Research and Progress on naturai
resources. Solomons.
Ciencia biologica (1 Biologia, 2 Ecologia). Dep. de Zoologia Universidade de
Coimbra.
Colloquis. Sociedad Catalana de Biologia...
Commentari dell’Ateneo di Brescia.
Decheniana. Bonn.
Decheniana. Beihefte. Bonn.
Delpinoa. Nuova serie del Bollettino dell’Orto Botanico di Napoli.
Doriana. Supplemento agli Annali del Museo Civico di Storia naturale «G.
Doria». Genova.
Ekologia Polska. Warszawa.
Endeavour. Rassegna del progresso scientifico...
Entomologische Arbeiten aus dem Museum G. Frey. Munchen.
Entomologisk Tidckrift ut given av Entomologiska Foreningen i Stockholm.
Journal entomol publé par la Société Entomol. Stockholm.
Fauna Fennica. Helsingfors.
Flora Fennica. Helsinki.
Fragmenta Entomologica. Roma.
Geoloski Viesnik. Zagreb.
Giornale botanico italiano. Firenze.
Gorteria Riyksherbarium. Leiden.
Illinois biological monographs. Urbana.
Il Naturalista Siciliano. Palermo.
300 Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino
112) Journal of thè Marina Biological Association. Cambridge.
113) Leopoldina. Mitteilungen der Deutschen Akademie der Naturgoscher Leopol¬
dina. Halle/Salle.
114) Madoqua. Scientific papers of thè Namib Desert Research Station Wetenska-
plike...
115) Man. The Journal of thè Royal Anthropological Institute. London.
116) Marine studies of San Pedro Bay.
117) Mediterranea. Departamento de Biologia. Alicante.
118) Memoranda Societatis prò Fauna et Flora Fennica. Helsinki.
119) Memorias de Sociedad Broteriana. Coimbra.
120) Memorie e rendiconti dell’Accademia di Scienze, lettere e belle arti degli
Zelandi e dei Dafnici di Acireale.
121) Memorie fuori serie del Museo Civico di Storia naturale di Verona.
122) Memorie del Museo Civico di Storia naturale di Verona.
123) Memorie del Museo Tridentino di Scienze naturali. Trento.
124) Memorie e note dell’Istituto di Geologia applicata dell’Università di Napoli.
125) Memorie della Società Entomologica Italiana Supplemento al Bollettino della
Società Entomologica It. Genova.
126) Mitteilungen aus dem Hamburgischen Zoologischen Institut und Museum.
Hamburg.
127) Mitteilungen der Bayerischen Staatssammlung fiir Paleontologie und histor.
Geologie. Monaco.
128) Monographiae Botanicae. Warszawa.
129) Natura. Rivista di scienze naturali. Milano.
130) Natura bresciana. Brescia.
131) Note fitopatologiche per la Sardegna. Sassari.
132) Notiziario del Circolo Speleologico Romano. Roma.
133) Nova Acta Leopoldina. Leipzig.
134) Novos Taxa Entomologicos... Lourenqo Marques.
135) Ohio (The) Journal of Science. Columbus.
136) Periodico di mineralogia. Roma.
137) Pescaport. Genova.
138) Proceedings of K. Nederlands Akademie van Wetenschappen. Ser. Physical
Sciences. Ser. Biological und medicai Sciences. Amsterdam.
139) Proceeding of thè Nova Scotian Institute of Sciences. Halifax.
140) (Publications) United States Geological Survey. Department of thè Interior.
Washington.
a) Abstracts of North American geology;
b ) Bulletin;
c) Earthquake information bulletin;
d) Geophysical;
e) Journal of Research;
f) Professional paper;
g ) Tecniques;
h) Topographic;
/) Water supply paper.
141) Pubblicazioni dell’Istituto di Botanica dell’Università di Catania.
142) Pubblicazioni della Stazione Zoologica di Napoli.
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino 301
143) Publicaciones del Centro Pirenaico de Biologia Experimental. Barcelona, poi
Jaca.
144) Publicaciones de Departamento de Zoologia. Universidad de Barcelona.
145) Publicafoes de Instituto de Zoologia «Dr. Augusto Nobre». Porto, poi
COIMBRA.
146) Quaderni dell’Istituto Botanico delPUniversità. Laboratorio Crittogamico.
Pavia.
147) Redia. Giornale di zoologia (già Redia. Giornale di Entomologia). Firenze.
148) Rendiconti dell’Istituto Lombardo... Milano.
149) Rendiconto dell’Accademia delle Scienze fisiche e matematiche della Società
di Scienze Lettere e Arti. Napoli.
150) Report on scientifìc activities... Warszawa.
151) Revista de Entomologia de Mofambique. Lauren^o Marquez.
152) Revista de la Sociedad Cientifica del Paraguay. Asuncion.
153) Ricerche, Contributi e Memorie del Centro di Studi su l’Isola d’Ischia - Biblio¬
teca Antoniana. Ischia Ponte.
154) Risveglio del Molise e del Mezzogiorno.
155) Riviera scientifìque. Bulletin de l’Association des Naturalistes de Nice et des
Alpes Maritime. Nice.
156) Rivista di Biologia normale e patologica. Messina.
157) Rozpravi Ceske Akademie véd a Umeni. Praze.
158) Sbornik Slovenskeho Nardneo Muzea... Bratislava.
159) Scripta Facultatis Scientiarum naturalium. Universitatis Purkynianae Brunen-
sis. Brne.
160) Selezione veterinaria... Brescia.
161) Senckenbergischen Naturforschenden Gesellschaft. Helsinki.
162) Smithsonian Year. Washington.
163) Sottoterra. Bollettino informativo del Gruppo Speleologico Bolognese C.A.I. e
dello Speleo Club di Bologna E.N.A.L. Bologna.
164) Spisy Prirodovedecke Fakulty University J. E. Purkiné, Brno.
165) Struktur und Mitgliederbestand. Deutsche Akademie der Naturforscher Leo¬
poldina su Halle/Saale.
166) Studi geologici Camerati. Camerino.
167) Studi Sassaresi. Sassari.
168) Studi trentini di scienze naturali. Sez. A. Abiologica. Sez. B. Biologia. Trento.
169) Thalassia Jonica. Istituto Sperimentale Talassografico. Taranto.
170) Thalassia salentina. Stazione Biologica Marina di Salento. Porto Cesareo.
171) Trabajos del Departamento de Botanica y Fisiologia vegetale. Madrid.
172) Transactions of thè Wisconsin Academy of Sciences arts and letters. Madison.
173) Travaux biologique de l’Institut J. B. Carnoy. Louvain.
174) Travaux sur le géologie de Bulgarie. Trudove Varhu... Sofia.
175) University of California publications in geological Sciences...
176) Verhandlungen der K. K. Zoologisch - botanischen Gesellschaft. Wien.
177) Vesnik Zavod za Geoloska j Geofizicka Intrazivanija. Serie A Geologija. Serie
B Hidrogeologia. Serie C Geofìzicka. Beograd.
302 Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino
Recensioni
1) Centre de Documentation du C.N.R.S. - 26, Rue Boyer, 75971 - Paris Cedex 20.
2) Library Chemical Abstracts Service - P.O. Box 3012 - Columbus, Ohio 43210.
3) Libri e Riviste d’Italia - Ministero per i Beni Culturali e Ambientali - Divisione
Editoria - Roma.
4) Literature Resources Department Biosciences Information Service. 2100 Arch
Street - Philadelphia, Pennsylvania - 19103 U.S.A.
INDICE
In memoria di Giuseppe Imbo . . . . . pag. 3
Cozzi B., De Castro-Coppa M. G. - Rapporto preliminare sui forami-
niferi della carota 2V (Placers 78/2) (Sardegna sud-orientale) » 15
Nicotina M., Paino G., Scala G. - Su una rara malformazione cranio¬
facciale nella specie suina . » 29
Celico P., Russo D. - Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone
(Avellino) . » 37
Gustato G., Pedata P., del Gaudio S. - Primi dati sulla biologia e sul
comportamento di Erinaceus europaeus L. 1758 (Insectivora) . » 51
Varriale B., Milone M., Chieffi G. - Effetto della castrazione e del
di idrotestosterone (DHT) sulla malato-deidrogenasi ipotalamica
nel topo maschio . » 65
Pinna E., Giannessi G. - Primo tentativo di ricostruzione della morfo¬
logia del basamento rigido umbro-marchigiano tra il L. Trasimeno
e la dorsale M. Nerone - M. Catria . » 73
Adi letta G., Mazzarella A., Palumbo A., Vittozzi P. - Short-range
forecasting of INPUTS required by diffusive models . . » 83
De Castro P. - Cisalveolina fraasi (Gumbel) Reichel, Foraminiferida:
diffusione geografica e problemi stratigrafici . . . » 99
Di Nocera S., Ortolani F., Torre M., Russo B. - Evoluzione sedi¬
mentaria e cenni di paleogeografia del tortoniano-messiniano del-
ITrpinia occidentale . . » 131
Piscopo E., Diurno M.V., Cappello B., Cereti Mazza M.T., Aliberti
F., Cirino G. - Derivati ammidici, idrossamici e idrazidici di acidi
benzoici sostituiti, a potenziale attività biologica . . » 167
Taddei Ruggiero E. - Struttura del guscio dei Generi Gryphus e Tere-
bratula (Terebratulidae, Brachiopoda) . » 177
Battaglini P., Arcamone N. - Influenza delle alterazioni ambientali
naturali sulla fauna fluviale del torrente «Bagni» (Valle d’ Ansante -
AV) . » 203
Battaglini P., Carbone A. - La fauna del suolo di un terreno a condi¬
zioni ecologiche limiti (Valle di Ansante, Avellino, Campania) » 217
Battaglini P., Valentino M. G. - Aspetti ecologici di un fiume
urbano ad alta alterazione ambientale (Fiume Sebeto) . » 233
Processi verbali delle tornate e delle assemblee generali ........ » 261
Elenco dei soci al 31 dicembre 1981 » 287
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino della Società dei
Naturalisti . . » 297
TERMINATO DI STAMPARE OGGI
XXXI DICEMBRE MCMLXXXII NELLE
OFFICINE GRAFICHE NAPOLETANE
«FRANCESCO GIANNINI & FIGLI»
Direttore responsabile: Prof. MICHELE FUIANO
Autorizzazione della Cancelleria del Tribunale di Napoli - n. B 649 del 29-11-1960
Art. 14. — Nel dattiloscritto, si raccomanda di indicare con doppia sottolineatura
(maiuscoletto) i nomi degli Autori e con la sottolineatura semplice (corsivo) i titoli dei
periodici nella bibliografia, i nomi scientifici latini ed i termini stranieri.
Art. 15. — Le illustrazioni che corredano il testo saranno accompagnate da brevi
esaurienti didascalie nelle stessa lingua del testo.
Art. 16. — Dato il tipo di carta adottato per la stampa del Bollettino la maggior
parte delle figure andranno inserite come tali nel testo, con numerazione progressiva.
Al termine del testo, in continuità con rimpaginazione precedente, potranno essere in¬
serite delle tavole contrassegnate da numeri romani progressivi, fermo restando che le
dimensioni — inclusa la didascalia — non oltrepassino quelle del formato standard di
cm 11 x 18. È consigliabile che gli originali per le illustrazioni siano di dimensioni su¬
periori a quelle definitive (1 !4 o 2 volte quelle definitive). Salvo indicazioni contraria,
le illustrazioni saranno riprodotte in modo da utilizzare al massimo il formato standard
e, in ogni caso, in conformità con il parere espresso in merito dal Redattore.
Art. 17. — Le tabelle andranno contrassegnate con una numerazione indipendente e
progressiva. Per eventuali tabelle con dati numerici o elenchi di nomi con segni o grafici
è consigliabile preparare un originale ad inchiostro di china o dattiloscritto da cui possa
essere ricavato uno zinco. Salvo casi di impossibilità, dette tabelle non dovranno
superare le dimensioni di cm 11 x 18.
Art. 18. — Le note a piè pagine devono portare una numerazione indipendente e
progressiva dall'inizio del lavoro. Nel dattiloscritto esse vanno presentate a parte, tutte
riunite in successione e numerate.
Art. 19. — La bibliografia sarà raccolta alla fine del testo e dovrà comprendere solo
i lavori effettivamente citati nel testo stesso, in una delle forme seguenti Gray (1824);
(Gray, 1824); (Gray, 1824: 73); va pertanto esclusa una numerazione progressiva dei ri¬
ferimenti bibliografici.
Nell'elenco alfabetico degli Autori il cognome dovrà essere riportato prescindendo
dai prefissi di casato (p. es. de, von ecc.) che, se presenti saranno indicati subito dopo
il nome. Se di uno stesso Autore vengono citati più lavori, questi saranno elencati cro¬
nologicamente facendo seguire alla data di pubblicazione, nell'ordine, le lettere a, b, c.
ecc. Le stesse lettere dovranno essere riportate nelle citazioni nel testo. Per lavori pub¬
blicati da più Autori, tutti gli Autori dovranno essere riportati in Bibliografia, mentre
nel testo — qualora gli Autori siano tre o più — si riporterà solo il primo con l'aggiunta
di et al.
Al cognome dell’Autore o degli Autori seguiranno, dopo una virgola, l'iniziale o le
iniziali del nome, quindi la data di pubblicazione del lavoro, tra parentesi, e punto.
Il titolo del lavoro dovrà essere riportato per esteso, sottolineando le eventuali pa¬
role in corsivo.
I titoli dei periodici dovranno essere riportati in corsivo (sottolineatura semplice)
ed abbreviati attenendosi alla Word List of Scientific Periodicals, IV Ed. (1963-65). Il
numero del volume sarà sottolineato con una linea semplice ed una ondulata onde sia
riprodotto in grassetto; esso sarà eventualmente preceduto, tra parentesi, dal numero
della serie e seguito, pure tra parentesi, da qullo del fascicolo; quindi due punti e indi¬
cazione della prima e dell'ultima pagina dell'articolo. Qualora il periodico sia articolato
in numeri, questi saranno indicati col simbolo N°; analogamente la parte si indicherà
con P., la sezione con Sez., il supplemento con Suppl. una nuova serie con N. Ser., una
edizione con Ed. In ogni altro caso il riferimento dovrà essere riportato per esteso (per
es. nella citazione di una tesi, di un simposio ecc.).
Per i lavori non pubblicati su periodici si indicheranno dopo il titolo, nell’ordine,
l'Editore e la relativa Città; quindi dopo il punto, il numero complessivo delle pagine
(pp-), le eventuali figure (figg.), tavole (tavv.) , e tabelle (tabb.).
Gli esempi seguenti potranno servire da guida per la compilazione della bibliografia:
Aist, S. & Riggs, R. D. (1960). Amino acids from Heterodera glycines. J. Nematol. 1:
254-259.
Goodey, J. B. (1963), Soil and freshwater Nematodes. Methuen and Co., London, XV +
544 pp., 298 figg.
Art. 20. — Di eventuali errori e/o omissioni nella compilazione della Bibliografia
sono responsabili gli Autori delle note.
ISSN 0366-2047
QH
7
S62A2Z
NH
1
N]\
BOLLETTINO DELLA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI
IN NAPOLI
VOLUME XCI - 1982
GIANNINI EDITORE
NAPOLI 1984
NORME PER LA STAMPA DI NOTE NEL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ
DEI NATURALISTI DI NAPOLI
Art. 1. — La stampa delle note è subordinata all’approvazione da parte del Comitato
di Redazione che è costituito dal Presidente del Consiglio direttivo, dai quattro Consiglieri
e dal Redattore delle Pubblicazioni. Il Comitato di Redazione qualora lo giudichi necessa¬
rio ha facoltà di chiedere il parere consultivo di altri, anche non soci.
Art. 2. — I testi delle note devono essere consegnati al Redattore, dattiloscritti in tri¬
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risce e del simbolo (numero o lettera) che ne indica la posizione nella figura stessa. Per le
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ISSN 0366 - 2047
BOLLETTINO DELLA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI
IN NAPOLI
GIANNINI EDITORE
NAPOLI 1984
SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
VIA MEZZOCANNONE, 8
CONSIGLIO DIRETTIVO
BIENNIO 1981-82
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Prof. Aldo Napoletano
Prof. Teresa de Cunzq
Doti. Filippo Barattolo
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Il Ministero per i beni culturali ed ambientali
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L’Università di Napoli
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Consiglieri, ma si awale, quando lo ritiene più opportuno, della consulenza scien¬
tifica di particolari competenti italiani o stranieri.
In particolare a questo numero hanno collaborato: Antonio Ariani, Augusto
Azzaroli, Romualdo Caputo, Massimo Civita, Brano D’Argenìo, Iginio Dìeni, Vittorio
D’Uva, Claudio Èva, Giuseppe Liaci, Angiola Maria Maccagno, Alfredo Paoletti, Gio¬
vanni Parisi, Antonio Praturlon, Giuliano Ruggieri, Antonio Vallano, Letterio Villari.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi 91, 1982 , pp. 3-19, lav. 1
Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro
li - Malacofauna
Nota dei soci Raffaele Ferro1 e Giovanni Fulvio Russo2
(Tornata del 27 febbraio 1981)
Riassunto. — Si fornisce un elenco sistematico dei Molluschi presenti nel lago
Fusaro (laguna salmastra presso Napoli); considerazioni sull’ecologia e la distribu¬
zione di ciascuna specie permettono di individuare due componenti del popola¬
mento, cioè uno lagunare permanente ed un altro occasionale.
Abstract, — A sistematic lisi: of Mollusks from Fusaro lake (a brackish-water
lagoon near Naples) is given; considerations on thè ecology and distribution of each
species lead to individualize two components of thè population, namely a pei ma¬
ne tu: brackish-water fauna and an occasionai one.
Introduzione
Oggetto della ricerca è stato lo studio del popolamento a Molluschi
presente nel lago Fusaro. Sulla base dei dati ottenuti dai prelievi e delle
indagini riguardanti l’ecologia del lago (Russo e Ferro, 1980), si è cercato
di individuare le specie meglio adattate e più diffuse in esso, quelle pre¬
senti con una popolazione stabile e, infine, quando è stato possibile, si è
cercato di individuare l’andamento stagionale delle popolazioni.
Lo studio dell’ecologia e della faunistica del lago Fusaro rientra in
quello più generale delle lagune salmastre, ambienti di transizione tra
mare ed acque dolci, con caratteristiche ecologiche peculiari. Tali ecotoni
sono ambienti molto produttivi, a cui l’uomo ha sempre rivolto una parti¬
colare attenzione al fine di sfruttarne le risorse; ma lo sfruttamento può
essere razionale solo a partire da un’adeguata conoscenza dei parametri
1 Gruppo Malacologico Campano, sezione locale della Società Italiana di Mala-
cologia - Via Aniello Falcone, Napoli.
2 Stazione Zoologica di Napoli, Laboratorio di Ecologia del Benthos, P.ta San
Pietro, Ischia Porto (Napoli).
4 R. Ferro e G.F. Russo
ambientali, delle loro oscillazioni e dell’effetto che hanno sulle popolazioni
presenti.
Da questo punto di vista, lo studio dei Molluschi del lago Fusaro riveste
particolare interesse per il loro ruolo rilevante nelle reti alimentari, per la
notevole frazione di biomassa da essi costituita e per la loro importanza
economica, in quanto fanno parte di catene alimentari che giungono al
pesce bianco e sono essi stessi oggetto di allevamento e commercio.
Il lago Fusaro, come le altre lagune salmastre, risente di notevoli stress
ambientali, dovuti alle grandi e brusche oscillazioni dei parametri idrolo¬
gici (temperatura, salinità, ossigenazione, contenuto di nutrienti, ecc.). Tale
situazione permette la vita a poche specie ad ampia valenza ecologica,
organizzate in reti trofiche estremamente semplici. Fauna e flora sono pre¬
senti quindi con poche specie stabili, ognuna rappresentata da molti indivi¬
dui, essendo il substrato trofico abbondante e la competizione interspeci¬
fica ridotta.
Il popolamento a Molluschi rispecchia questo stato di cose: esso è
costituito da poche specie stabili, diversamente distribuite nei vari livelli
della rete trofica, con popolazioni numerose. Durante tutto l’anno si osser¬
vano comunque variazioni rilevanti nel numero di individui e nel rapporto
adulti/giovani di ciascuna popolazione.
Per alcune specie si assiste inoltre al fenomeno della notevole amplifi¬
cazione della variabilità fenotipica; anche questo è un fenomeno che si
riscontra in ambienti nei quali le poche specie presenti occupano nicchie
più ampie («realized niche» sensu Hutchinson, 1958), essendoci scarsa
competizione interspecifica (Ferro e Russo, 1981).
Il Fusaro è un ambiente dal trofismo molto elevato, con imponenti fio¬
riture del placton e abbondanza di detrito organico; la verifica di ciò si ha
nel constatare che gran parte delle specie di Molluschi sono fìltratrici o
detrivore; ad esse è collegata la presenza delle poche specie predatrici.
Nell’ambito delle tre associazioni faunistiche osservate nel lago Fusaro
(Russo e Ferro, 1980), in quella insediata sul fondo i Molluschi costitui¬
scono la maggior parte della biomassa, in quella a Balani e Mitilidi ne sono
una parte cospicua; in quella a Serpulidi la biomassa dei Molluschi è note¬
volmente ridotta, ma pur sempre rilevante.
Per quanto riguarda l’andamento stagionale del numero di individui
delle singole popolazioni, sono state riscontrate due tendenze: le specie di
Molluschi meglio adattate, e perciò più abbondanti, hanno massimi nelle
stagioni estreme; le altre specie hanno invece i loro massimi nelle stagioni
intermedie. Questo probabilmente si verifica perché il sopraggiungere di
condizioni più limitanti favorisce le specie meglio adattate.
Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro 5
Nel giudicare l’importanza di una specie per l’economia lacustre,
abbiamo ritenuto indice principale non tanto la sua presenza costante o la
sua riproduzione nel lago, quanto la frazione di biomassa costituita sul
totale dell’intero popolamento, secondo un criterio dimensionale oltre che
numerico.
Elenco sistematico dei molluschi del lago Fusaro
La nomenclatura è secondo Piani (1980).
La legenda dei simboli adottati è la seguente:
** = Specie di cui sono stati trovati individui viventi numerosi o comun¬
que descrivibili come popolazioni.
* = Specie di cui sono stati trovati individui viventi, ma in numero scarso
e occasionalmente.
= Specie di cui sono state trovate solo conchiglie.
CLASSE GASTEROPODI
Sottoclasse Prosobranchi
Ordine Archeogasteropodi
Famiglia
Fissurellidi
Fissurella nubecula (Linneo, 1758)
Patellidi
Trochidi
Diodora graeca (Linneo, 1758)
** Patella caerulea Linneo, 1758
** Gibbuta adansoni (Payeaudèau, 1826)
Gibbuta varia (Linneo, 1758)
Monodonta turbinata (Born, 1780)
Ordine Mesogasteropodi
Famiglia
Littorinidi
** Littorina neritoides (Linneo, 1758)
Hydrobia cornea (Risso, 1826)
Peringia elongata (Philippi, 1836)
Rissoidi
** Turboella lineolata (Michaud, 1832).
Turritellidi
Rissoa oblonga De smare st, 1814
Turrite! la communis Risso, 1826
6 R. Ferro e G.F. Russo
Ceritidi
Epitonidi
Aporraidi
Naticidi
Cassidi
Cerithìum vulgatum (Bruguiere, 1792)
Bittium reticulatum (Da Costa, 1778)
Epitonium lamellosum (Lamarck, 1822)
Aporrhais pespelecani (Linneo, 1758)
Neverita josephinia (Risso, 1826)
Cassidaria echinophora (Linneo, 1758)
Ordine Neggasteropodi
Famiglia
Muricidi
Buccinidi
Nassaridi
Fasciolaridi
Marginellidi
Conidi
Bolinus hrandaris (Linneo, 1758)
Phyllonotus trunculus (Linneo, 1758)
Ocinebrina edwardsi (Payradeau, 1826)
Thais haemastoma (Linneo, 1758)
** Pisania striata (Gmelin in L., 1797)
Cantharus dorbignyi (Payradeau, 1826)
Nassarius corniculus (Olivi, 1792)
Nassarius cuvierii (Payraudeau, 1826)
Nassarius mutabilis (Linneo, 1758)
Cyclope neritea (Linneo, 1758)
Hinia reticulata (Linneo, 1758)
Hinia incrassata (Strom, 1768)
Fusinus syracusanus (Linneo, 1758)
Gibberula miliaria (Linneo, 1758)
Conus ventricosus (Gmelin in L., 1791)
Sottoclasse Opistobranchi
Famiglia
Piramidellidi
Bullidi
Atiidi
Odostomia rissoides (Hanley, 1844)
Bulla striata (Bruguiere, 1789)
Haminoea hydatis (Linneo, 1758)
Sottoclasse Polmonatt
Famiglia
Elicòidi ** Ovatella myosotis (Draparnaud, 1801)
Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro 7
CLASSE BIVALVI
Sottoclasse Tassodonti
Famiglia
Arcidi
*
Glicimeridi
Sottoclasse Disodonti
Famiglia
Arca noe Linneo, 1758
Bar balia barbata (Linneo, 1758)
Siriarca lactea (Linneo, 1758)
Glycymeris insubricus (Brocchi, 1814)
Mitilidi
Pectinidi
Spondilidi
Timidi
Anomidi
Ostreidi
** Mytilus galloprovincialis Lamarck, 1819
** Mytilaster minimus (Poli, 1795)
** Mytilaster lineatus (Gmelin, 1790)
Modiolus barbatus (Linneo, 158)
Musculus subp ictus (Cantraine, 1835)
Lithophaga lithophaga (Linneo, 1758)
Chlamys varia (Linneo, 1758)
Aequipecten opercularis (Linneo, 1758)
Spondylus gaederopus Linneo, 1758
Lima infiala (Chemnitz, 1784)
* Anomia ephippium Linneo, 1758
** Ostrea edulis Linneo, 1758
Sottoclasse Desmodonti
Famiglia
Solenidi
Tellinidi
Donacidi
Scrobicularidi
Solen marginatus Pennant, 1777
Ensis minor (Chenu, 1843)
Tellina nitida Poli, 1795
Tellina planata Linneo, 1758
Macoma cumana (Costa, 1829)
Tellina tennis Da Costa, 1778
G astrana fragilis (Linneo, 1758)
Donax trunculus Linneo, 1758
Donax venustus Poli, 1795
Donax semistriatus Poli, 1795
Scrobicularia rubiginosa (Poli in Scacchi, 1836)
8 R . Ferro e G.F. Russo
Sottoclasse Eterodonti
Famiglia
Lucinidi
Camidi
Cardidi
Veneridi
Petricolidi
Loripes lacteus (Linneo, 1758)
* Chama gryphoides (Linneo, 1758)
** Cerastoderma glaucum (Bruguiere, 1789)
Parvicardium exiguum (Gmelin, 1790)
** Tapes decussatus (Linneo, 1758)
** Venerupis aurea (Gmelin, 1791)
Venerupis geographica (Chemnite, 1784)
Dosinia lupinus (Linneo, 1758)
Chamelea gallina (Linneo, 1758)
Notirus irus (Linneo, 1758)
** Petricola lithophaga (Retzius, 1786)
Specie indicative del metabolismo lacustre
Per tali specie, appartenenti a diversi livelli della catena alimentare, è
stato possibile seguire l’andamento stagionale delle popolazioni; i grafici
relativi sono già stati pubblicati, (Russo e Ferro, 1980), così come le illu¬
strazioni fotografiche (Ferro e Russo, 1981),
Nassarius corniculus - questa specie detritivora è particolarmente
abbondante dove lo strato di fango è maggiore, probabilmente perché è qui
che vi è più disponibilità di nutrimento a causa del maggior accumulo di
sostanza organica.
La sua popolazione, pur mostrando oscillazioni stagionali notevoli, è
sempre costituita da un numero rilevante di individui (fino a 1200/mq).
Le conchiglie di questa specie nel Fusaro appaiono particolarmente
globose e pesanti e nettamente distinte per morfologia da quelle di altre
popolazioni presenti in zone vicine, tanto marine che salmastre (Ferro e
Russo, 1981).
Questa specie manifesta un minimo di individui nei prelievi invernali,
una ripresa in quelli primaverili, un massimo in quelli estivi ed una rica¬
duta in quelli autunnali; questo andamento si manifesta in tutte le stazioni
tranne che in quella di Foce di Mezza Ghiaia in cui è stato osservato un
andamento opposto dovuto forse alle caratteristiche più marine che lacustri
di questa foce.
Ocinebrina edwardsi - questo carnivoro è particolarmente comune
dove abbondano i Mitilidi di cui si nutre.
Il Casino Reale è la stazione dove esiste la popolazione più rilevante,
congiuntamente ad una popolazione notevole di Mytìlaster , ed è qui che
Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro 9
più volte sono stati osservati individui durante la predazione; la gran parte
delle conchiglie vuote di Mytilaster nei prelievi presenta infatti fori prodotti
da questa specie.
Nel Fusaro gli esemplari raggiungono dimensioni notevoli rispetto a
quelli presenti in mare (fino a 20 mm. di lunghezza).
Come già detto, la popolazione che è stato possibile studiare meglio è
quella del Casino Reale, che presenta massimi nei prelievi delle stagioni
estreme, particolarmente in quelli estivi, e minimi in quelli delle stagioni
intermedie; nelle altre stazioni l’andamento è simile, sempre con l’ecce¬
zione della Foce di Mezza Ghiaia.
Turboella lineolata - questa specie erbivora è abbondante nel lago, ma
si trova molto raramente nelle zone costiere limitrofe. Confrontando i dati
morfometrici delle conchiglie di Turboella raccolte con quelli di Verduin
(1976), si è giunti alla conclusione che nel lago Fusaro esiste la sola specie
T. lineolata cui non si accompagna, come invece si era creduto (Ferro e
Russo, 1981), T. sarsi. In definitiva sembra trattarsi di due morfotipi di
un’unica specie.
Questa specie nel Fusaro vive di preferenza su alghe Rodoficee del
genere Gracilaria che forma intricate matasse trasportate un po’ dovunque
dalle correnti. Quando, durante l’estate, si è avuta una notevole prolifera¬
zione di Enteromorpha compressa , anche sui suoi talli abbondavano le Tur¬
boella. In questa occasione è stato riempito un acquario con questa associa¬
zione e si è assistito, oltre che alla riproduzione del Rissoide, al graduale
disfacimento delle alghe con formazione di fango simile a quello che
abbonda nel lago.
Interessante è stato osservare in acquario la deposizione delle uova,
racchiuse in capsule ©vigere biancastre, di forma discoidale del diametro di
circa mm. 1,5.
Il numero di individui ritrovati nei prelievi non rispecchia l’entità
effettiva del popolamento. Le alghe su cui sono abbondanti questi Rissoidi,
infatti, non crescono sulle pareti su cui sono stati fatti i prelievi, ma soprat¬
tutto in ammassi sparsi sul fondo.
Questa specie sembra comunque essere particolarmente abbondante
durante la stagione primaverile, quando la biomassa aigaie è maggiore.
Haminoea hydatis - è una specie erbivora (Thompson e Brown, 1976)
ampiamente diffusa e abbondante nel lago. Il numero di individui raccolti
nei prelievi non indica con precisione l’effettiva abbondanza perché la
distribuzione degli esemplari è irregolare in quanto essi vivono soprattutto
sul fondo fangoso e sugli ammassi di alghe.
10 R. Ferro e G.F. Russo
Sia in acquario che in natura gli individui di questa specie hanno
deposto le uova in tutti i periodi dell’anno, ma particolarmente in prima¬
vera, periodo in cui si è registrato il massimo sviluppo della popolazione.
Le uova sono deposte in nastri di colore giallastro avvolti circolarmente;
quelle deposte in acquario non si sono mai sviluppate.
Da un’osservazione fatta durante una immersione e da numerose
osservazioni lungo le sponde, è apparso evidente che nel lago vengono
deposte preferenzialmente entro i primi decimetri al di sotto della superfi¬
cie dell’acqua.
È questa la specie che mostra nel lago la maggiore variazione fenotipica
(Ferro e Russo, 1981).
Petrìcola lithophaga (Tav. I, fig. 8) - questa specie filtratrice vive di
solito in cavità scavate nelle rocce calcaree; è stata trovata nel Fusaro
all’interno delle concrezioni formate dai tubi dei Serpulidi, che del resto
sono l’unico substrato calcareo disponibile.
La specie sembra sensibile alle alte temperature, infatti in estate sono
state trovate soltanto conchiglie vuote, in autunno solo esemplari giovani,
nelle stagioni successive anche adulti.
Sembra improbabile che la riproduzione avvenga nel lago in quanto la
popolazione non è stabile; la presenza di tale specie è ciclica e stagionale,
probabilmente in seguito all’insediamento di larve provenienti dalle zone
costiere limitrofe e trasportate in laguna dalle correnti di foce.
Specie di interesse particolare
Saranno considerate alcune specie molto interessanti per la loro ecolo¬
gia o per la loro importanza economica di cui tuttavia non è stato possibile
seguire l’andamento stagionale delle popolazioni; la loro presenza nel lago
è comunque certa.
Cyclope neritea (Tav. I, fig. 4) - vive sul fondo fangoso del lago
assieme a Nassarius corniculus , ma è molto meno abbondante. Nel Fusaro
è da segnalare la presenza esclusiva di esemplari di colorazione nera, una
forma presente anche in altre località.
Epitonium lamellosum (Tav. I, fig. 3) - nel corso degli ultimi anni è
stato accertato che la sua presenza è legata a quella di Anemonia sulcata
(Spada, 1979); sono state trovate alcune conchiglie di questa specie nel
detrito proveniente dalla secca situata di fronte alla Foce di Mezza Ghiaia
in cui è peraltro presente una notevole popolazione di Anemonia sulcata .
Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro 11
Odostomia rissoides (Tav. I, fig. 5) - di questa specie sono state trovate
solo alcune conchiglie in qualche prelievo; non si sa molto della biologia di
queste forme, parassite probabilmente di Policheti e Molluschi (Fretier e
Graham, 1949).
Ovatella myosotis (Tav. I, fig. 6) - è noto che questo Polmonato vive
nel piano mesolitorale di lagune salmastre (Cesari, 1973); nel Fusaro esiste
una popolazione presso la Grotta dell’Acqua ove un accumulo di laterizi e
sfratti di demolizione ha creato un ambiente ideale per questa specie; su di
esso cresce una fitta vegetazione aigaie popolata da Turboella lineolata
mentre al di sotto si trovano gli individui di Ovatella myosotis in tutti gli
stadi di accrescimento.
Lo studio delle popolazioni di Mitilidi è stato di particolare interesse,
anche per le implicazioni storiche ed economiche: è nota infatti la rino¬
manza assunta dalle « cozze » del Fusaro come prodotto pregiato e
richiesto, sostegno dell’economia locale e termine di paragone, per qualità,
di questo prodotto.
È stato accertato che il gran numero dei Mitilidi presenti nel lago è
costituito da individui di Mytilaster minimus (90%); molto meno numerosi
sono Mytilaster lineatus (9%) e Mytilus galloprovincialis (1%).
Mytilaster minimus (Tav. I, fig. 12 a) - è diffuso lungo tutti i banchina-
menti, sia nel mesolitorale che nell’orizzonte superiore dell’infralitorale;
spesso la popolazione è tale da formare tappeti di individui strettamente
addensati che ricorprono il substrato solido; ad esempio, nel prelievo pri¬
maverile del Casino Reale (su di un’area di 0,5 mq), sono stati ottenuti
circa 7 litri di materiale costituito in massima parte da individui di questa
specie in tutti gli stadi di accrescimento.
Mytilus galloprovincialis (Tav. I, fig. 12 b) - al di fuori degli impianti su
cui è allevato, non è molto comune forse a causa di una notevole competi¬
zione con i Mytilaster nei primi stadi di sviluppo; probabilmente la
«cozza» coltivata riesce a prosperare perché l’allevamento è praticato
anche in modo da annullare la competizione per il substrato con qualsiasi
altra specie.
La produzione delle cozze del Fusaro non ha attualmente l’importanza
che potrebbe avere in proporzione all’estensione e alle caratteristiche del
lago: infatti il suo ciclo vitale, pur essendo breve, è ugualmente disturbato
dalla crisi distrofica la cui durata aumenta ogni anno, anticipando l’inizio
in primavera e ritardando la fine in autunno (Carrada, 1973).
12 R. Ferro e G.F. Russo
Ostrea edulis (Tav. I, fìg. 7) - le ostriche erano una volta la produzione
più rilevante del Fusaro (Figuier, 1894); col regolare ricorrere del feno¬
meno distrofico però tale coltura divenne precaria e dovette essere abban¬
donata richiedendo tempi troppo lunghi (2 anni).
Attualmente si trovano ostriche nei canali di foce, ma in numero
ridotto e dimensioni altrettanto modeste; Tunica foce in cui esiste una vera
popolazione è quella di Mezza Ghiaia che è maggiormente vivificata dalle
acque marine.
Altre specie
Le restanti specie sono state suddivise in gruppi ad ecologia simile.
1) Pascolatori di substrato solido sopralitorale:
Littorìna neritoides - sono stati trovati solo pochi esemplari vivi, nei
prelievi fatti al Casino Reale; probabilmente questa stazione è Tunica a
presentare condizioni di substrato e di turbolenza delle acque che permet¬
tano Tinsediamento di questa specie, tali condizioni non sono però ottimali
a giudicare dalle dimensioni ridotte degli individui (non più di 3 mm).
2) Pascolatori di substrato solido mesolitorale:
Fissurella nubecula, Patella caerulea, Monodonta turbinata - dai dati
ricavati sulla presenza di queste specie nel lago è stata constatata la quasi
totale assenza di una fauna vagile mesolitorale a Molluschi. I pochi esem¬
plari rinvenuti sono di dimensioni cospicue o addirittura enormi (una con¬
chiglia di Monodonta alta mm. 35, Tav. I, fig. 2); ciò fa escludere una
influenza limitante dei fattori chimico-fìsici; la scarsità di queste specie
potrebbe essere dovuta in parte alTinsolita asperità del substrato che rende
il pascolo difficoltoso ma soprattutto all’esigua estensione della frangia
mesolitorale; i pochi esemplari viventi di Patella caerulea si trovano su
scogli dalla superfìcie regolare e dove meno accentuata è la colonizzazione
da parte di organismi sessili (Balanidi, Mitilidi, Serpulidi, ecc.).
3) Pascolatori principalmente di substrato solido infralitorale:
Diodora graeca - di questa specie è stata trovata solo qualche conchiglia
nei prelievi.
Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro 13
Gibbula adansonì (Tav. I, fig. 1) - questa specie nel lago è presente
solo in inverno allorquando lo sviluppo della popolazione è esplosivo; si
assiste anche ad una massiccia deposizione di uova in masse bianchiccie;
ciononostante questa specie non sembra essere presente stabilmente nel
lago. Durante la stagione calda sono assenti in tutte le stazioni individui
vivi mentre in inverno si registra il massimo dello sviluppo numerico della
popolazione (si raggiungono densità di 1000 esemplari/mq); ciò è partico¬
larmente evidente al Casino Reale.
Pur non esistendo una popolazione stabile, fimportanza di questa spe¬
cie è grande se si considera che in inverno costituisce una frazione rile¬
vante della biomassa dei Molluschi.
Gibbula varia - di questa specie è stata trovata solo qualche conchiglia
nel detrito raccolto presso il Casone e presumibilmente non è presente sta¬
bilmente nel lago.
Rìssoa oblonga - questa è una tra le poche specie di Rissoidi che
riesce a prosperare nelle lagune salmastre, perché legata spesso ad
ambienti eutrofici, e che stranamente non è stata trovata vivente anche se
nel detrito raccolto presso il Casone e in quello proveniente dalla secca vi
erano molte conchiglie.
Hydrobìa cornea, Peringia elongata - fhabitat preferenziale di questi
Idrobidi è costituito proprio dalle zone lagunari; ciononostante sono state
trovate solo alcune conchiglie nei prelievi e non è stato possibile indivi¬
duare delle popolazioni di tali specie.
Bittium reticulatum - anche di questa specie sono state trovate nume¬
rose conchiglie detrite ma nessun individuo vivente nei prelievi.
Cerithium vulgatum - è stato rinvenuto un gran numero di conchiglie
di questa specie nel detrito del dragaggio della secca. Essa abbonda in
mare su fondi infralitorali ricchi di detriti vegetali e tale sembra essere la
situazione del Fusaro in primavera e inizio estate (Leccese e Speziale,
1967).
Bulla striata - per questa specie vale quanto detto per la precedente
con la quale spesso si trova associata in mare. Sono stati raccolti alcuni
esemplari vivi nei prelievi e molte conchiglie nel detrito della secca.
14 R. Ferro e G.F. Russo
4) Predatori principalmente di substrato solido infralitorale:
Phillonotus trunculus - pur essendo una specie dalla notevole valenza
ecologica non sembra esservi nel lago una popolazione stabile; in alcuni
periodi manca completamente, in inverno invece è alquanto comune.
Thais haemastoma - non sono stati trovati individui vivi o conchiglie
di questa specie, ma il rinvenimento di numerose capsule ovigere nella
Foce di Mezza Ghiaia fa presumere l’esistenza in essa di una popolazione.
Pisania striata - la sua presenza sembra limitata alla Foce Vecchia,
lato canale, ma, per l’esiguo numero di esemplari raccolti, è diffìcile dire se
si tratta di una popolazione stabile.
Cantharus dorbignyi, Minia incrassata, Nassarius cuvierii, Fusinus syra-
cusanus - di queste specie sono state trovate solo poche conchiglie nei
detriti del Casone e del dragaggio della secca; probabilmente fanno parte
della fauna del lago ma costituiscono una frazione trascurabile della bio¬
massa.
Conus ventricosus - vive sicuramente nel lago, ove raggiunge dimen¬
sioni e fisionomia caratteristica per la colorazione viva e la forma regolare.
Sono stati raccolti durante l’estate diversi individui vivi nella Foce Vecchia;
anche le conchiglie di questa specie sono risultate comuni nel detrito della
secca.
5) Filtratori di substrato solido infralitorale:
Striarca lactea, Arca noe , Barhatia barbata, Musculus subpictus, Spondy-
lus gaederopus, Modiolus barbatus, Lithophaga lithophaga, Lima inflata,
Notirus irus, Parvicardium exiguum, Anomia ephippium, Chama gryphoides -
nei prelievi su substrato solido e nel dragaggio della secca di fronte la Foce
di Mezza Ghiaia sono stati rinvenuti solo alcuni esemplari viventi o conchi¬
glie di queste specie. È possibile che qualcuna di esse sia limitata alle foci
e qualche altra sia presente nel lago solo in alcuni periodi o anche per tutto
l’anno, ma comunque sempre con un numero irrilevante di individui. Da
ciò risulta evidente che in ogni caso si tratta di specie che hanno impor¬
tanza pressoché nulla per le reti trofiche del lago, rappresentando una fra¬
zione del tutto trascurabile della biomassa.
Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro 15
6) Filtratori tipici di substrato mobile lagunare:
Gastrana fragilis (Tav. I, fig. 9), Loripes lacteus (Tav. I, fig. 10) - sono
state rinvenute centinaia di conchiglie di queste specie, ed anche alcuni
individui viventi, nel sedimento proveniente dalla secca di Mezza Ghiaia.
Sembrano costituire una parte rilevante della popolazione di Bivalvi del
fondo; non si trovano nella zona di mare antistante.
Scrobicularia rubiginosa - nel Fusaro sono state trovate solo alcune
conchiglie prive di periostraco che potrebbero appartenere a questa specie.
Cerastoderma glaucum (Tav. I, fig. 1 1) - questa specie ha una notevole
valenza ecologica poiché si trova in mare, in acque salmastre e in acque
quasi dolci, ove raggiunge il massimo delle dimensioni con conchiglie for¬
temente rostrate e allungate posteriormente. Gli esemplari del Fusaro si
collocano per morfologia tra quelli tipici di ambiente marino (conchiglie
piccole e tondeggianti) e quelli tipici di acque salmastre, sia per forma che
per dimensioni. Nelle raccolte effettuate sul fondo fangoso sono state tro¬
vate centinaia di conchiglie di questa specie: dovrebbe perciò trattarsi del
bivalve si substrato mobile più abbondante nel lago.
Tapes decussatus, Venerupis aurea - sono state raccolte sulla secca cen¬
tinaia di conchiglie di queste specie ed alcuni esemplari viventi; prima
dello sbancamento della secca vi erano raccolti e messi in commercio.
7) Altre specie di substrato mobile infralitorale:
Turritella communis, Aporrhais pespelecani, Neverita josephinia, Cassi¬
daria echinophora, Bolinus brandarìs, Nassarius mutabilis, Hinia reticulata
(Gasteropodi); Chlamys opercularis, Solen marginatus, Ensis minor , Tellina
nitida , Tellina planata, Macoma cumana, Tellina tennis, Donax trunculus,
Donax venustus, Donax semistriatus, Dosinia lupinus, Chamelea gallina
(Bivalvi) - queste specie sono legate ai fondi sabbiosi o fangosi e sono tutte
abbondanti nella zona di mare antistante il lago; per ognuna sono state rinve¬
nute solo poche conchiglie molto consunte, tutte nel detrito del dragaggio
della secca, sembra pertanto da escludere la loro presenza nel lago e da sup¬
porre invece il trasporto delle conchiglie attraverso la Foce di Mezza Ghiaia.
Conclusioni
Dai tempi di Costa (1860) e di Bellini (1902), la situazione del popo¬
lamento a Molluschi presente nel lago Fusaro non sembra essere cambiata per
16 R. Ferro e G.F. Russo
quanto riguarda il numero ed il tipo di specie presenti, quello che è cambiato
notevolmente è tuttavia l’andamento stagionale del metabolismo lacustre e
quindi la stabilità in scala temporale delle popolazioni di tali specie.
Indice evidentissimo di tale cambiamento è il verificarsi periodico di
crisi distrofiche durante le quali il lago è assolutamente improduttivo a
causa della moria pressoché totale della fiora e della fauna, quella malaco-
logica inclusa.
La comparsa della distrofia e l’incremento delle sue manifestazioni,
collegate ad una sempre maggiore presenza antropica lungo le sponde del
Fusaro, hanno alterato un sistema che ha reagito spostandosi su equilibri
diversi da quelli di un secolo fa e sicuramente più precari, tali da giustifi¬
care però solo in parte il timore per la salute del lago: attualmente infatti
è ancora possibile pescare il pesce bianco, allevare i mitili e trovare una
fauna relativamente ricca e interessante, la qual cosa lascia per ora ben
sperare in un completo recupero del bacino, senza interventi drastici ed
eccessivamente dispendiosi.
Il destino di questo specchio d’acqua è in definitiva legato anche e
soprattutto ad equilibri di interessi socioeconomici e politici più che bio¬
logici.
BIBLIOGRAFIA
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40: 21-73, 12 figg., 9 taw., 2 tabb.
TAVOLA I
MOLLUSCHI DEL LAGO FUSARO
Gasteropodi
Fig. 1 - Gibbula adansoni (x 3,5).
Fig. 2 - Confronto tra un esemplare lacustre «gigante» (a) ed uno marino «nor¬
male» (b) di Monodonta turbinata (x 0,4).
Fig. 3 - Epitonium lamellosum (x 1,6).
Fig. 4 - Cyclope neritea (x2,6).
Fig. 5 - Odostomia rissoides (x 10,0).
Fig. 6 - Ovatella myosotis (x3,0).
Bivalvi
Fig. 7 - Ostrea edulis var. lamellosa (0,4).
Fig. 8 - Petricola litophaga (x 1,3).
Fig. 9 - Gastrana fragilis (x0,7).
Fig. 10 - Loripes lacteus (x 2,0).
Fig. 11 - Cerastoderma glaucum (x 1,0).
Fig. 12 - Confronto tra un esemplare adulto di Mytilaster minimus (a) ed uno gio¬
vane di Mytilus galloprovincialis (b) (x 2,0).
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982 Ferro R., Russo G. F. - Le biocenosi bentoniche
del Lago Fusaro Tav. I
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 21-31, tabb. 4
Studio comparativo sull’allevamento
del cinghiale Maremmano
e del cinghiale dei Carpazi.
3. Rilievi alla macellazione e alla sezionatura
Nota del socio Francesco Righetti (*)
e di Beniamino Ferrara!*), Ferdinando Intrieri(*), Dalia Richetti(*)
(Tornata del 22 dicembre 1981)
Riassunto. — Dopo avere accennato ai recenti orientamenti sulPallevamento
industriale del cinghiale, considerato sia dal punto di vista venatorio sia zootecnico,
vengono riferiti i risultati di prove di macellazione e di sezionatura eseguite su 6
maschi castrati e 6 femmine intere di cinghiali di razza Maremmana e di altrettanti
di razza dei Carpazi.
La resa alla macellazione e la qualità delle carcasse sono state nettamente infe¬
riori nei Maremmani rispetto ai soggetti dei Carpazi.
Il rapporto carne/grasso è risultato sempre più elevato nelle femmine che nei
maschi, indipendentemente dalla razza di appartenenza.
Summaiy. - The authors tackes into account thè recent views abouth thè indu¬
striai breeding of thè wild bear, from thè hunting and zootecnica! point of view. The
a refers on thè slauthering of 6 castrated males and 6 females, both Maremmani and
Carpazi.
The slautering results showed a much lower carcass quality in thè Maremmana.
The relationship meat/fat was alwais higher in thè females than in thè males, no
matter thè breed they belonghed to.
Introduzione
In Italia, negli ultimi tempi, molti allevatori di sevaggina hanno in¬
crementato la produzione di cinghiali di provenienza rumena, soprattutto
(*) Istituto di Zootecnia della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di
Napoli, via F. Delpino, 1 - 80137 Napoli.
22 F. Richetti, B. Ferrara, F. Intrieri, D. Richetti
in considerazione della prolificità e del precoce sviluppo somatico che
caratterizzano tali soggetti.
In linea di massima, gli ambienti venatori si sono mostrati riluttanti
all’introduzione di cinghiali di ceppi esteri per il timore di veder alterato il
patrimonio genetico del «brinato Maremmano», che, particolarmente dif¬
fuso nelle regioni centro-meridionali (Sardegna esclusa), rappresenta un
selvatico ungulato di grande interesse cinegetico.
Tuttavia, l’allevamento del cinghiale dei Carpazi si è affermato in tutta
l’Italia continentale senza modificare apparentemente le caratteristiche
somatiche del nostro Maremmano, grazie alla netta delimitazione delle
aree destinate a ciascuna delle due entità etniche, proprio allo scopo di
impedirne la promiscuità. A quanto ci risulta, anche la consistenza nume¬
rica del cinghiale Maremmano non ha subito contrazioni e l’allevamento di
ambedue i tipi genetici manifesta una progressiva tendenza ad intensifi¬
carsi. Si è consolidata, infatti, la commercializzazione della carne fresca e
dei salumi di cinghiale e sono divenuti più consistenti i ripopolamenti fau¬
nistici che gli Enti competenti effettuano periodicamente con cinghialotti
acquistati presso i centri di produzione.
In due note precedenti (Richetti e Intrieri, 1978a e 198 lb) è stato
riferito sui principali parametri produttivi e riproduttivi del cinghiale
Maremmano e di quello dei Carpazi ed è stata sottolineata la possibilità di
conciliare lo sfruttamento dell’attitudine alla produzione della carne di
quest’ultimo con la sua utilizzazione in campo venatorio.
Intendiamo ora valutare, in entrambi i tipi genetici, la resa alla macel¬
lazione, l’incidenza dei singoli componenti il quinto quarto alimentare sul
peso vivo, e la qualità della carcassa, con particolare riferimento al rapporto
carne/grasso.
Materiali e metodi
Per notizie riguardanti l’impostazione della ricerca ed i rilievi eseguiti
in vivo sui cinghiali in esperimento (12 Maremmani e 12 dei Carpazi sud¬
divisi in 6 maschi castrati e 6 femmine intere per ciascun gruppo etnico,
sottoposti tutti allo stesso regime alimentare, in ricoveri situati presso una
riserva di montagna del Cosentino) rimandiamo alle note sopracitate.
Per motivi indipendenti dalla nostra volontà e dovuti soprattutto a fat¬
tori ambientali, i cinghiali della nostra indagine (di peso diverso, ma della
stessa età) sono stati macellati mentre erano ancora in fase di pieno accre¬
scimento. Ci riserviamo di estendere le ricerche a cinghiali di peso più eie-
Studio comparativo sul f allevamento del cinghiale , ecc. 23
vate allorché ci sarà possibile tenerli in esperimento per un • periodo di
tempo più lungo.
Quando raggiungevano l’età prefissata per la macellazione (15 mesi),
gli animali - previo digiuno di 12 ore - venivano pesati e subito dopo mat¬
tati secondo la tecnica comunemente praticata per i suini domestici (abbat¬
timento con pistola a proiettile captìvo, j ugni a zione, sbollentatola, asporta¬
zione meccanica del manto setole-peloso, evìscerazione).
Si procedeva, quindi, alla suddivisione della carcassa in mezzerie, cia¬
scuna delle quali veniva pesata a caldo, previa recisione della testa in corri¬
spondenza dell’articolazione occipìto-atlantoidea e degli arti anteriori e
posteriori rispettivamente all’articolazione radio-carpica e tarso-metatarsica.
Successivamente, si pesavano testa, zampetti, corata 1 e tubo digerente
pieno e vuoto. La testa, dopo il prelievo del cervello, veniva destinata, con
gola e guanciale in sito, alla preparazione in gelatina, confò consuetudine
locale per i suini macellati ad uso familiare.
Il peso morto era dato dalla carcassa «in canale», comprensiva di
testa, zampetti, reni, grasso perirenale e pelvico; quello vivo netto dal peso
alla macellazione, dedotto il contenuto gastro enterico riscontrato «post
mortem ».
Sulla mezzena destra di ciascun soggetto veniva rilevata la distanza tra
il margine craniale della sinfisi pubica ed il margine craniale della prima
costola toracica, nonché lo spessore del lardo in tre punti diversi che corri¬
spondevano, lungo la lìnea mediana del dorso, alla spalla (seconda vertebra
toracica) ed all’ultima costola; nella regione del fianco, al terzo medio del
gluteo superficiale.
Sì dissezionava quindi la mezzena nelle seguenti parti: coppa, spalla,
costato, lombata, prosciutto, lardo sottocotenna, pancetta e sugna. I primi
cinque tagli venivano considerati carnosi, gli ultimi tre adiposi ed il peso di
ciascuno veniva riferito percentualmente a quello della mezzena di cui si
calcolava il rapporto carne/grasso.
Si prelevavano, infine, campioni di carne e di grasso per le analisi chi-
mico-bromatologiche e per determinare il potere di ritenzione idrica nelle
masse muscolari, di cui riferiremo in altra nota.
Tutti i dati ottenuti venivano sottoposti ad elaborazione matematico-stati¬
stica utilizzando il «t» di Student per il confronto delle differenze tra le medie.
1 In Calabria, la corata di conghiaie («campanaro») è costituita dal seguente
complesso anatomico: lingua, faringe, laringe, trachea, polmoni, cuore, diaframma,
fegato, pancreas e milza.
24 F. Ri eh etti, B. Ferrara, F. Intrieri, D. Richettì
Risultati e discussione
Nella tabella 1 sono riportati i dati medi relativi ai rilievi effettuati alla
macellazione dei cinghiali maschi (castrati). Dal loro esame si evince che:
1) il peso alla macellazione, il peso vivo netto, il peso della carcassa,
la resa lorda e la resa netta risultano significativamente maggiori nei cin¬
ghiali dei Carpazi (rispettivamente kg 89,16; kg 85,91; kg 70,16; 78,63%
81,02% contro kg 49,10; kg 47,50; kg 33,60; 67,95%; 71,01% nei Marem¬
mani) con un campo di variabilità abbastanza contenuto in entrambi i tipi
genetici;
TABELLA 1
Rilievi sulla carcassa dei 12 maschi (castrati) dei due tipi genetici di cinghiali.
Tipo genetico
VOCE
gruppo
) dei Carpazi
gruppo
Maremmano
«t» di
Student
x ±
a
c.v. %
x ±
o
c.v. %
Peso alla macellazione, kg
89,16
3,11
5,7
49,10
5,28
10,7
* *
Peso morto, kg
70,16
5,18
7,3
33,60
5,48
16,3
* *
Peso vivo netto (p.v.n.), kg
85,91
4,74
5,5
47,50
4,88
10,3
* *
Resa lorda a caldo, %
78,63
1,54
1,9
67,95
4,32
6,3
sfs *
Resa netta a caldo, %
81,02
1,62
2,0
71,01
5,10
7,1
* *
Testa
peso, kg
7,61
0,32
4,2
4,93
0,55
11,2
* *
% sul p.v.n.
8,86
0,37
4,2
10,38
1,17
11,2
* *
Corata e omento
peso, kg
% sul p.v.n.
4,90
5,70
0,38
0,44
7,8
7,8
3,37
7,86
0,30
0,64
8,2
8,2
* *
* *
Tubo digerente
peso, kg
% sul p.v.n.
5,23
6,09
0,35
0,41
6m7
6,7
4,10
8,63
0,43
0,91
10,5
10,5
* *
* *
Zampetti e coda
peso, kg
% sul p.v.n.
1,54
1,79
0,11
0,12
7,1
7,1
1,38
2,91
0,12
0,08
7,9
2,7
*
*
Lunghezza mezzena, cm
72,05
2,07
2,8
61,25
2,04
3,3
* *
spalla, mm
23,50
3,40
14,6
22,80
7,40
32,5
(-)
Spessore lardo
dorso, mm
15,60
2,50
15,7
14,60
4,90
33,5
(-)
fianco, mm
18,80
2,40
12,7
17,80
5,90
33,1
(-)
* = P < 0,05; * * - P < 0,01; (-) = P > 0,05.
Studio comparativo sull’ allevamento del cinghiale , ecc. 25
2) il peso della testa, della corata, del tubo digerente vuoto e degli
zampetti incide in misura minore sul peso vivo netto nei soggetti dei Car¬
pazi (rispettivamente 8,86%; 5,70%; 6,09%; 1,79% contro 10,38%; 7,86%;
8,63%; 2,91% nei Maremmani), mentre il coefficiente di variazione risulta
più elevato nei Maremmani) con un indice di variabilità abbastanza basso
nell’ambito di ciascun gruppo etnico;
4) per lo spessore del lardo, misurato nei tre punti da noi prescelti
(massimo alla spalla, mìnimo al dorso e medio al fianco) non si rilevano
differenze significative nel confronto tra i due gruppi etnici e, nell’ambito
di ciascuno dì questi, gli scostamenti individuali sono appena apprezzabili.
TABELLA 2
Rilievi sulla carcassa delle 12 femmine (intere) dei due tipi genetici di cinghiale.
Tipo genetico
VOCE
grappe
> dei Carpazi
gruppo
Maremmano
« t » di
Student
x ±
o
c.v. %
x ±
o
c.v. %
Peso alla macellazione, kg
78,41
4,38
5,5
46,50
4,12
8,8
* *
Peso morto, kg
59,91
3,99
6,6
30,10
3,42
11,3
* *
Peso vìvo netto (p.v.n.), kg
75,28
4,20
5,2
44,35
4,12
8,5
* *
Resa lorda a caldo, %
76,37
1,21
1,5
64,61
1,92
2,9
* *
Resa netta a caldo, %
79,64
1,31
1,6
67,74
2,26
3,3
* *
Testa peS0? kg
6,46
0,33
4,9
5,25
0,43
8,2
* #
o/o sul p.v.n.
8,43
0,35
4,1
11,84
0,97
8,2
* *
Corata e omento peso’ kg
% sul p.v.n.
4,36
5,76
0,42
0,50
9.6
8.7
3,75
8,46
0,30
0,68
8,9
8,0
*
* *
Tubo digerente peso* kg
% sul p.v.n.
5,31
7,06
0,22
0,29
4,1
4,1
4,08
9,21
0,11
0,26
2,8
2,8
* *
* *
Zampetti e coda peso?5
% sul p.v.n.
1,54
2,04
0,08
0,11
5,5
5,5
1,22
' 2,74
0,09
0,20
7,6
7,6
*
*
Lunghezza mezzena, cm
72,83
2,78
3,8
61,66
2,33
3,7
* *
spalla, mm
16,10
2,70
17,2
15,30
5,60
37,0
H
Spessore lardo dorso, mm
10,60
2,50
23,4
10,10
4,20
41,4
(-)
fianco, mm
12,80
2,40
19,3
12,84
4,77
37,1
(-)
* = P < 0,05; * * = P < 0,01; (-) = P > 0,05,
26 F. Richetti, B. Ferrara, F. Intrieri, D. Richetti
Dalla tabella 2 si rileva che i valori del peso alla macellazione, della
carcassa e del peso vivo netto, nonché della resa lorda e di quella netta,
risultano notevolmente più elevati (P < 0,01) nelle femmine dei Carpazi
(rispettivamente kg 78,41; kg 59,91; kg 75,28 e 76,37%; 79,64% contro kg
46,50; kg 30,10; kg 44,35 e 64,61%; 67,74% nelle Maremmane), analoga¬
mente a quanto constatato nei maschi. Anche il peso della testa, della
corata e del tubo digerente incide sul peso vivo netto in misura notevol¬
mente minore nelle femmine dei Carpazi che nelle Maremmane, così come
nei maschi (rispettivamente 8,43%; 5,66% 7,06% contro 11,83%; 8,45%;
9,20%). Meno marcata è la differenza relativa all’incidenza degli zampetti
(2,04% contro 2,74%). Sempre maggiore (P < 0,01), come nei maschi,
risulta la lunghezza della carcassa delle femmine dei Carpazi (cm 72,05
contro cm 61,25). Priva di significatività statistica è la differenza di spes¬
sore del lardo nei tre punti indicati per i rilievi di calibratura.
Analogamente a quanto riscontrato nei maschi, sempre modesto ri¬
sulta il grado di variabilità per ciascuno dei suddetti parametri in entrambi
i gruppi etnici.
I valori relativi alla sezionatura ed alla distribuzione dei tessuti nella
mezzena dei maschi (castrati) sono riportati nella tabella 3 e mettono in
evidenza quanto segue:
a) nei cinghiali dei Carpazi la lombata ed il prosciutto incidono sul
peso della mezzena in misura molto più elevata che nei Maremmani
(rispettivamente 16,54% e 19,43% contro 8,60% e 15,57%), mostrando valori
pressocché simili a quelli che normalmente si riscontrano nel suino leggero
maschio castrato (Mordenti et al., 1968);
b) per contro, l’incidenza della coppa e del costato nei Maremmani
supera i valori dei corrispondenti tagli forniti dai soggetti dei Carpazi
(rispettivamente 12,06% e 8,60% contro 8,28% e 5,24%), mentre in quest’ul-
timi l’incidenza della spalla risulta di poco più elevata rispetto ai Marem¬
mani (14,58% contro 13,63%). Tali reperti lasciano ritenere che il cinghiale
Maremmano è più predisposto di quello dei Carpazi a sviluppare le masse
muscolari delle regioni anteriori del tronco;
c) l’incidenza del grasso perirenale e pelvico risulta decisamente
superiore nei Maremmani rispetto ai soggetti dei Carpazi (12,72% contro
8,81%), mentre per il lardo i valori si riducono sensibilmente (18,18%
contro 17,54%) e scendono al disotto di quelli dell’altro gruppo per quanto
riguarda la pancetta (8,18% nei Maremmani e 9,35% nei soggetti dei Car¬
pazi);
d) il rapporto tagli carnosi/tagli adiposi risulta sempre a favore dei
soggetti dei Carpazi rispetto ai Maremmani (1,77 contro 1,50).
Studio comparativo sui f allevamento del cinghiale , ecc . 27
TABELLA 3
Distribuzione dei tessuti nella mezzana destra dei 12 maschi (castrati) dei due tipi
genetici di cinghiale.
Tipo genetico
VOCE
gruppo dei Carpazi
gruppo Maremmano
« t » di
Student
x ± o
c.v. %
X ± 0
c.v. %
Mezzena, kg
Tagli carnosi:
Coppa, kg
%
Spalla, kg
%
Costato, kg
%
Lombata, kg
%
Prosciutto, kg
%
Tutti, kg
Tagli adiposi:
Lardo sottocotenna, kg
%
Grasso pelvico e
perirenale, kg
%
Pancetta, kg
%
Tutti, kg
Rapporto tagli carnosi/
tagli adiposi
30,16
1,58
5,2
2,49
0,41
16,6
8,29
1,37
16,6
3,96
0,15
3,7
14,58
1,89
12,7
1,57
0,18
11,4
5,24
0,60
11,4
4,96
0,24
4,8
16,54
0,80
4,8
5,83
0,62
10,3
19,43
2,08
10,7
18,83*
7,96
5,26
0,71
13,5
17,54
2,38
13,5
2,53
0,38
15,0
8,43
1,27
15,1
2,80
0,09
3,2
9,35
0,30
3,2
10,60
5,28
1,775
13,75
0,38
2,7
1,65
0,34
20,5
12,05
2,48
20,5
* *
1,79
0,09
5,0
13,63
0,66
5,0
*
1,18
0,10
0,7
8,60
0,75
8,7
* *
1,18
0,08
7,3
8,60
0,63
7,3
* *
2,14
0,22
10,4
15,57
1,63
10,4
* *
2,50
0,39
15,7
18,18
2,87
15,7
1,65
0,02
3,1
12,26
0,30
2,4
1,12
0,08
7,8
8,18
0,64
7,8
1,506
* = P < 0,05; * * = P < 0,01.
28 F Richetti, B. Ferrara, F. Intrieri, D. Richetti
TABELLA 4
Distribuzione dei tessuti nella mezzena destra delle 12 femmine (intere) dei due tipi
genetici di cinghiale.
Tipo genetico
VOCE
gruppo
i dei Carpazi
gruppo
Maremmano
« t » di
Student
x ±
a
c.v. %
x ±
o
c.v. %
Mezzena, kg
25,80
0,45
1,74
11,81
0,72
5,3
Tagli carnosi:
Coppa, kg
1,89
0,15
4,4
1,20
0,27
23,0
%
7,33
0,61
8,4
10,15
2,34
23,1
* *
Spalla, kg
3,79
0,16
4,2
1,62
0,18
11,6
%
14,69
0,62
4,2
13,75
1,60
11,6
*
Costato, kg
1,48
0,10
6,9
1,11
0,18
16,6
%
5,74
0,40
6,9
9,53
1,75
18,4
* *
Lombata, kg
4,55
0,16
3,5
1,10
0,10
9,9
%
17,63
0,62
3,5
9,30
0,92
9,9
* *
Prosciutto, kg
5,39
0,36
6,8
2,06
0,28
13,8
%
20,89
1,43
6,8
17,48
2,43
20,5
* *
Tutti, kg
17,10
7,10
Tagli adiposi:
Lardo sottocotenna, kg
4,34
0,20
4,6
2,23
0,25
12,1
%
16,82
0,78
4,6
17,90
2,18
11,5
* *
Grasso pelvico e
perirenale, kg
1,68
0,15
9,3
1,06
0,06
5,6
%
6,52
0,60
9,3
9,02
0,51
5,6
* *
Pancetta, kg
2,19
0,21
9,5
1,05
0,05
5,1
%
8,49
0,81
9,6
8,88
0,46
5,2
(~)
Tutti, kg
8,215
4,349
Rapporto tagli carnosi/
tagli adiposi
2,082
1,634
* = P < 0,05; ** = P < 0,01; (-) = />> 0,05.
Studio comparativo sull’ allevamento del cinghiale, ecc. 29
La tabella 4 riporta i valori ottenuti alla sezionatura della mezzena
delle femmine e mette in evidenza una migliore distribuzione delle masse
muscolari nelle regioni posteriori del tronco rispetto a quelle anteriori in
ambedue i gruppi etnici, ma particolarmente nei soggetti dei Carpazi. Il
prosciutto, infatti, nelle femmine di questo gruppo etnico incide in miura
sensibilmente superiore (20,89% contro 17,48%) e la lombata raggiunge
valori ancora più elevati (17,63% contro 9,30%) in dipendenza della mag¬
giore lunghezza della mezzena del gruppo dei Carpazi rispetto a quello
Maremmano. In quest’ultimo, l’incidenza della coppa e del costato risulta
sempre più elevata (10,15% e 9,53%) di quella dei corrispondenti tagli for¬
niti dall’altro gruppo etnico (7,33% e 5,74%); anche la percentuale di grasso
risulta significativamente più elevata che nelle femmine dei Carpazi (9,02%
contro 6,52%), ma sensibilmente inferiore a quella riscontrata, per
entrambi i tipi genetici, nei maschi, nei quali, per effetto della castrazione,
si è accentuata la formazione di sugna. Il rapporto tagli carnosi/tagli adi¬
posi è notevolmente maggiore nelle femmine dei Carpazi (2,02 contro 1,63)
e risulta sempre più favorevole che nei maschi, indipendentemente dal
gruppo etnico di appartenenza.
Conclusioni
I risultati della presente indagine dimostrano che le performances pro¬
duttive dei cinghiali dei Carpazi risultano nettamente migliori di quelle dei
cinghiali Maremmani.
Premettiamo che non disponiamo di informazioni bibliografiche che
consentano riferimenti a ricerche eseguite in questo settore. Tuttavia,
volendo tentare un accostamento con il suino domestico, potremmo dire
che la differenza di attitudine alla produzione carnea esistente tra i due tipi
genetici di cinghiali da noi studiati risulta più accentuata di quella che nor¬
malmente si riscontra tra alcune razze suine precoci (. Large White) ed
alcune nostre popolazioni suine rustiche come la Casertana, la Calabrese e
la Cavallina lucana (Di Lella et al., 1979; Piccolo et al., 1979).
Inoltre, le caratteristiche della carcassa dei cinghiali dei Carpazi pre¬
sentano punti in comune con quelle del suino leggero da cui, invece, il
Maremmano si differenzia sensibilmente per la scarsa incidenza dei tagli
magri ed in particolare di quelli più pregiati. Infatti, «l’arista» (lombata) ed
il prosciutto del Maremmano sono sempre di limitata pezzatura, proprio
perché, in corrispondenza del tratto lombo-sacrale e della coscia, la ridotta
impalcatura scheletrica riduce l’area di espansione del tessuto muscolare
30 F. Richetti, B. Ferrara, F Intrieri, D. Richetti
rendendo il «brinato maremmano» tozzo e sretto di groppa, come è facil¬
mente rilevabile nell’animale vivo.
La percentuale di lardo e di sugna, nell’ambito di ciascun gruppo
etnico, risulta sempre più elevata nei maschi (castrati) che nelle femmine
(intere), le quali forniscono carcasse merceologicamente superiori proprio
perché dotate di minore quantità di grasso e di un maggiore sviluppo delle
masse muscolari, analogamente a quanto si riscontra nella specie suina
(Mordenti et al, 1968; Russo, 1975; di Lella et al, 1977; Santoro et al.,
1980; Quadri et al., 1981).
L’ipotesi che nel cinghiale la castrazione, oltre al meccanismo adipo-
genetico influenzi anche la struttura scheletrica è avvalorata dal fatto che,
contrariamente a quello che è il dimorfismo sessuale della specie, la mez-
zena, nell’ambito dello stesso tipo genetico, è risultata apprezzabilmente
più lunga nelle femmine (intere) che nei maschi (castrati). La castrazione
del maschio prima del raggiungimento della maturità sessuale si rende,
però, necessaria per evitare che le carni assumano «odore di verro». Nelle
femmine, invece, tale problema non si pone perché le carni dei soggetti
non ovariectomizzati, così come costatato nella specie suina (Di Lella et
al., 1977; Santoro et al., 1980; Quadri et al., 1981), presentano proprietà
organolettiche apprezzate dal consumatore.
Va ricordato, infine, che l’allevamento del cinghiale, quando è finaliz¬
zato allo sfruttamento della produzione carnea, non può prescindere - dato
il lento sviluppo somatico della specie - dalla oculata scelta di genotipi con
ciclo biologico il più breve possibile: la razza dei Carpazi, a preferenza
della Maremmana, può rispondere molto meglio a tale requisito.
BIBLIOGRAFIA
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duzione del suino pesante ottenuto mediante l’impiego di un particolare piano di
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Di Lella T., Zicarelli L., Piccolo V. e Nizza A., 1979 - L’incrocio tra verri di tre
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genetica e recupero zootecnico delle popolazioni autoctone italiane»: 327-337.
Mordenti A, Manfredini M., Monetti P. G., Barbieri L., Santoro P., 1968 - La
castrazione del suino maschio . Risultati ottenuti in soggetti macellati al peso di 95
e di 125 kg. «Suinicoltura», 9, 1-16.
Piccolo V., Zicarelli L., Perrucci G. e Righetti F., 1979 - Impiego di diete ad ele¬
vato tenore in fibra in soggetti di tre popolazioni suine meridionali in via di estin¬
zione. Nota II: Rilievi alla macellazione ed alla sezionatura. Atti Conv. Naz.
«Salvaguardia genetica e recupero zootecnico delle popolazioni autoctone ita¬
liane», 313-323.
Studio comparativo sull’ allevamento del cinghiale, ecc. 31
Quadri G., Bergonzini E., Zullo A., Cosentino E. e Matassino D., 1981 - Studio
di alcuni tipi genetici di suino «da salumifìcio » allevati con un piano alimentare
«medio». IV: Aspetti quanti-qualitativi ed economici del prosciutto stagionato .
«Suinicoltura», 5: 21-49.
Righetti F. e Intrieri F., 1978 - Studio comparativo sull’allevamento del cinghiale
Maremmano e del cinghiale dei Carpazi. Nota 1: indagini su alcuni parametri
riproduttivi. «Zoot. Nutr. Anim. », 4, 443-447.
Richeth F. e Intrieri F., 1981 - Studio comparativo sull’allevamento del cinghiale
Maremmano e del cinghiale dei Carpazi. Nota 2: Velocità di accrescimento nei
primi 15 mesi di vita. «Acta Med. Vet. », 27: 207-215.
Russo V., 1975 - Ricerche sulla utilità della castrazione delle femmine per la produ¬
zione del suino pesante. «Zoot. Nutr. Anim.», 1 : 199-209.
Santoro R, Mordenti A. e Ricci BittiF., 1980 -Ricerche sulle caratteristiche delle car¬
casse e delle carni del suino pesante da salumifìcio , «Riv. Zoot. Vet.»: 177-187.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 33-41, figg. 2, tab. 1, tav. 1
Ulteriore segnalazione di corallofaune
in argille pleistoceniche
nella provincia di Reggio Calabria (*)
Nota del socio Bianca Placella (**)
(Tornata del 29 gennaio 1982)
Riassunto. — È stato eseguito uno studio su corallofaune provenienti da cave di
argilla ubicate nei pressi di Archi, Vito superiore e Croce di Valanidi in provincia di
Reggio Calabria, cui seguirà uno studio dettagliato sulla fauna associata.
Una precedente raccolta effettuata nella cava presso Archi è già stata studiata in
dettaglio e le conclusioni cui si è giunti sono servite come base di confronto per
questo studio. Le specie rinvenute risultano per la maggior parte simili tra loro e
confrontabili con specie batiali attualmente viventi nell’Atlantico e non più presenti
nel Mediterraneo; sono state rinvenute, inoltre, due specie in precedenza non citate
per la zona, ancora viventi nel Mediterraneo in ambiente circalitorale.
Summary. — Has been carried out a study on thè coral faunae coming from clay
quarries located near Archi, Vito superiore and Croce di Valanidi in thè Reggio
Calabria province, a detailed study of thè whole fauna will be carried out later.
Another detailed study has been carried out on material collected previousily in
thè same quarrie near Archi. The issues achieved bave been used as base of compa-
rison for thè present work. The species found are mostly similar and comparable
with bathial species at present living in thè Atlantic ocean and not any more present
in thè Mediterranean sea; also two species, previously apparently unknown in thè
area, bave been found stili living in thè Mediterranean sea in circalittoral environ-
ment.
Introduzione
Nell’ambito degli studi svolti da ricercatori dell’Istituto di Paleontolo¬
gia di Napoli, tendenti alla caratterizzazione ed alla ricostruzione dei
(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R.
(**) Istituto di Paleontologia dell’Università di Napoli.
34 Bianca Placella
depositi Plio-Pleistocenici affioranti sul versante tirrenico della provincia di
Reggio Calabria, è stata eseguita una raccolta di coralli in cave di argille
azzurre nella località di Croce di Valanidi (254 III SE long 3° 14' lat. 38° 4'),
Vito superiore (254 III NE long 3° 13' 30" lat 38° 8') ed una ulteriore ad
Archi (254 III NE long 3° 13' lat 38° 8' 30"). (Fig. 1).
Fig. 1 - Ubicazione della località.
Infatti la corallofauna di quest’ ultima località è stata oggetto di un pre¬
cedente studio dettagliato che costituisce una base di confronto con i
coralli esaminati nel presente lavoro.
Per quanto riguarda la descrizione dei terreni affioranti ad Archi si
rimanda ai precedenti lavori (Flagella B., 1978 e Guadagno F. M. ecc.,
1979).
La successione dei sedimenti di Croce di Valanidi (Fig. 2) consta, dal
basso verso l’alto, di argille sabbiose giallastre di spessore non precisabile
che poggiano, probabilmente, su di un substrato, non visibile, costituito
da conglomerati sabbiosi affioranti nelle vicinanze; seguono poi sabbie
Ulteriore segnalazione dì corallofaune in argille pleistoceniche 35
limose con abbondanti Terebratulidae (T. sciliae e Griphus minor1) e sabbie
gialle a stratificazione incrociata per uno spessore complessivo di circa 8
metri. Le sabbie passano poi ad argille grigio-azzurre marnose, a frattura
concoide, contenenti la corallofauna raccolta, di circa 35 metri di spessore.
Croce di Valanidi Vito superiore
A varie altezze si riconoscono livelli più sabbiosi spessi 10-20 crii Verso
Fallo le argille divengono più sabbiose e prive di coralli. La successione
è tagliata in discordanza da un conglomerato poligenico terrazzato. Gli
strati immergono verso ovest con 15° circa di inclinazione. La successione
Le determinazioni sono state fatte dalla prof. E. Taddei.
i
36 Bianca Placella
argillosa può essere attribuibile ad età quaternaria (Pleistocene) per la pre¬
senza di Hyalinea baltica.
Anche a Vito sup. (Fig. 2) la successione è di età pleistocenica ed è
costituita da argille grigio-azzurre a coralli di circa 50 metri di spessore, il
cui substrato non affiora. Anche qui le argille sono troncate in sommità da
un conglomerato poligenico terrazzato. L’immersione degli strati è verso
Ovest con un’inclinazione di 15° circa.
Composizione della corallofauna
Viene riportato l’elenco delle specie determinate e la loro relativa fre¬
quenza per ciascuna località (Tab. 1).
I coralli sono per lo più in buono stato di conservazione.
TABELLA 1
Distribuzione delle specie nelle tre località considerate (*).
Archi
I
Archi
II
Vito sup.
Croce di
Valanidi
Keratoisis peloritana (Seguenza)
15
74
7
67
Madrepora miocenica (Seguenza)
8
-
-
-
Phyllangia mouchezii (Lacaze-Duthiers)
-
1
-
Caryophyllia communis (Seguenza)
83
95
43
91
Caryophyllia polyedra (Seguenza)
20
27
35
67
Caryophyllia smithii (Stores e Broderie)
-
1
-
-
Stephanocyathus elegans (Seguenza)
3
3
5
2
Stephanocyathus variabilis (Seguenza)
1
1
-
-
Stephanocyathus zancleus (Seguenza)
4
4
2
19
Stephanocyathus sp.
-
-
1
-
Conotrochus typus (Seguenza)
3
12
11
49
Lophelia pertusa (Linné)
8
24
7
8
Javania sp.
1
-
1
-
Flabellum bertii (Simonelli)
5
5
3
5
Dendrophyllia ramea (Linné)
3
23
-
1
Enallopsammia scillae (Seguenza)
10
12
12
5
(*) In questo elenco sono comprese anche le specie della precedente raccolta di Archi per dare un
quadro più completo della zona.
Ulteriore segnalazione dì corallofaune in argille pleistoceniche 37
Ad eccezione di Phyiiangia mouchezii che allo stato attuale delle nostre
conoscenze non è mai stata citata come fossile, tutte le specie sono note
dal Miocene, Di queste Caryophyllia smithii è ancora vivente nel Mediter¬
raneo. Tutta la corallofauna, ad eccezione di Keratoisis peloritana che ap¬
partiene agli Ottocoralli, è costituita da specie ahermatipiche di SderattinL
Sono stati raccolti 305 esemplari a Croce di Valanidi, 126 a Vito Supe¬
riore e 316 ad Archi. Da questo elenco si nota che la maggior parte delle
specie è comune alle tre località, Stephanocyathus sp. è presente solo a Vito
Superiore e Madrepora miocenica è stata ritrovata solo nella prima. raccolta
effettuata ad Archi. In quest’ultima località sono state rinvenute due altre
specie, rispetto alla precedente raccolta, e precisamente Caryophyllia smit¬
hii e Phyiiangia mouchezii. Le specie predominanti sono C. communis e C,
poìyedra anche se tutte sono ben rappresentate.
Conclusioni
Le specie Caryophyllia communis , C. poìyedra , Stephanocyathus eiegans,
S. varìabilis , S. zancleus , Stephanocyathus sp., Conotrochus typus , Javania
sp., Flahellum berta ed Enallopsammia scillae sono paragonabili a specie
attuali di ambiente tipicamente batiale, mentre C. smithii e Phyiiangia
mouchezii vivono attualmente in ambiente circalitt orale.
La loro presenza in associazioni tipicamente batiali è probabilmente
da attribuire a fenomeni di rimaneggiamento. Tale affermazione può essere
avvalorata anche dalla presenza di livelle tti sabbiosi intercalati nelle suc¬
cessioni argillose considerate.
Benché vi siano delle lievi differenze nelle faune delle tre successioni,
si può ritenere che esse appartengano ad una stessa formazione. Lo studio
particolareggiato della fauna associata potrà avvalorare o meno questa
ipotesi.
Descrizioni paleontologiche
Phyiiangia mouchezii (Lacaze-Duthiers) (tav. 1, figg. 6 e 7). Sinonimia:
vedi Zibrowxus, 1980.
Materiale a disposizione: 1 esemplare»
Dimensioni: La colonia misura 60 mm di altezza.
38 Bianca Placella
Descrizione: Coloniale, incrostante con coralliti corti e ravvicinati. Il
calice profondo e circolare; nel maggiore si contano 48 setti ricoperti di
dentelli; quelli dei 2 cicli principali sono di dimensioni simili. Nei calici
minori si riconoscono soltanto i primi due cicli di setti. La columella, di
piccole dimensioni, occupa la parte centrale del calice ed è direttamente
attaccata ai setti. La superficie esterna è ricoperta di coste ben evidenti.
Osservazioni: P. mouchezii si rinviene nel Mediterraneo e nell’Atlan¬
tico ad una profondità massima di — 100 metri circa (vedi Zibrowius,
1980). Secondo Zibrowius questa specie non è mai stata segnalata fossile.
Caryophyllia smithii Stores & Broderip (tav. 1, figg. 3, 4 e 5). Sinonimia:
vedi Zibrowius, 1980.
Materiale a disposizione: 2 esemplari.
Dimensioni: L’esemplare rinvenuto ad Archi ha gli assi che misurano
9 mm e 7 mm ed è alto 8 mm, mentre quello rinvenuto a Croce di Valanidi
ha l’asse maggiore di 11 mm, il minore di 8,5 mm ed è alto 12 mm.
Descrizione: Corallo solitario con forma a calice, ellittico, curvato
secondo l’asse maggiore, con la base allargata. Setti ravvicinati ed un po’
sporgenti sul bordo; quelli dei primi tre cicli sono di dimensioni simili. Pali
presenti. Sia i setti che i pali sono ricoperti di granuli. Columella ben svi¬
luppata ed allungata secondo l’asse maggiore. La superficie esterna è rico¬
perta di coste ben evidenti. Nel secondo esemplare (fig. 3) a circa metà
altezza si nota una strozzatura dovuta forse ad un arresto della crescita.
Questo esemplare inoltre si presenta un po’ rovinato.
Osservazioni: C. smithii vive nel Mediterraneo e nell’Atlantico in
ambiente circalittorale (vedi Zibrowius, 1980).
Stephanocyathus sp. (tav. 1, figg. 1 e 2).
Materiale a disposizione: 1 esemplare.
Dimensioni: Gli assi del corallo misurano 27,5 mm il maggiore e
25 mm il minore e l’altezza è di 11,5 mm.
Descrizione: Solitario, quasi circolare, con una forma a scodella. La
base d’attacco è costituita da un peduncolo che sporge dalla parte centrale
inferiore appiattita. Si contano 34 setti, i 12 principali sporgenti; 12 pali
ben sviluppati e ricoperti di granuli evidenti. La columella occupa la parte
centrale della fossetta calicinale. La superficie esterna è ricoperta da coste
Ulteriore segnalazione dì coraiiofaune in argille pleistoceniche 39
corrispondenti ai setti dei cicli principali. L'esemplare descritto potrebbe
rappresentare una nuova specie che tuttavia non si ritiene opportuno isti¬
tuire disponendo dì un unico esemplare.
Osservazioni: L'habitat di Stephanocyathus sp. può essere paragonato a
quello delle altre specie del genere Stephanocyathus che attualmente
vivono in acque fredde e profonde (— 1000 —2000 metri) (vedi Zibrowius,
1980).
Desidero esprimere i miei ringraziamenti al Dott. H. Zibrowius della
Stazione Marina d'Endoume-Marsiglia, alla Prof. M. Moncharmont Zei ed
al Prof. A. Russo dell’Istituto di Paleontologia di Napoli per gli utili con¬
sigli fornitimi durante la stesura del manoscritto e per la lettura critica del
testo.
Ringrazio, inoltre, il sig. Bruno Pastore per F accurata esecuzione dei
disegni e delle fotografie.
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oriental Mém. Inst. Océanogr., Monaco, 11, pp. 1-284 (107 pi).
TAVOLA I
Fig. 1. — Stephanocyathus sp. - Veduta dalla parte superiore - x 1,5.
Fig. 2. — Stephanocyathus sp. - Veduta laterale - x 2,5.
Fig. 3. — Catyophyllia smithii (Stokes & Broderip) - Esemplare visto dall’esterno -
x 5.
Fig. 4. — Caryophyllia smithii (Stores & Broderip) - Altro esemplare visto
dall’esterno - x 5.
Fig. 5. — Caryophyllia smithii (Stores & Broderip) - Fossetta calicinale dello stesso
x 5.
Fig. 6. — Phyllangia mouchezii (Lacaze-Duthiers) - particolare di un calice - x 3.
Fig. 7. — Phyllangia mouchezii (Lacaze-Duthiers) - Parte esterna della colonia -
x 1,5.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982 Bianca Placella, Ulteriore segnala¬
zione di corallofaune, ecc. Tav. I
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 43-65, fìgg. 4, tab. 1
La falda in rete dei Monti di Venafro:
ipotesi di captazione e prevedibili ripercussioni
sul regime idrologico delle sorgenti
Nota del socio Pietro Celico (*)
(Tornata del 29 gennaio 1982)
Riassunto. — Nel progetto dell’acquedotto della Campania occidentale (Italia
meridionale) è previsto l’attraversamento del massiccio carbonatico di M. Sammucro
con una galleria lunga 19,36 Km e di sezione variabile tra 20 e 45 mq.
Essa servirà per il trasporto di 6 mc/s d’acqua provenienti dalle sorgenti di Cas¬
sino e per la captazione di altri 3.5 mc/s dalla falda che alimenta le sorgenti del F.
Peccia.
La falda del Feccia sarà captata in parte a gravità, perché i primi 8 Km circa di
galleria attraversano dolomie acquifere sotto un carico piezometrico che può supe¬
rare le 10 atm. In parte sarà invece captata tramite pozzi, perché, nel tratto succes¬
sivo, la superficie piezometrica si trova a pochi metri di profondità rispetto alla base
della galleria.
L’autore ricostruisce lo schema di circolazione della falda di M. Sammucro.
Inoltre stima le riserve idrogeologiche che dovrebbero essere depauperate per
effetto dello scavo e i volumi d’acqua che dovrebbero defluire a gravità, in galleria,
nel futuro equilibrio idrogeologico. Infine, valuta i quantitativi d’acqua che dovreb¬
bero essere emunti tramite pozzi (ubicati nel punto in cui la galleria attraversa una
zona di drenaggio preferenziale della falda) ed avanza delle ipotesi circa le possibili
ripercussioni sul regime delle sorgenti.
Résumé. — Dans le pian de l’aqueduc de la Campanie occidentale (Italie du
sud) été prévu de traverser le massif calcaire du M* Sammucro avec une galerie de
19,36 Km de long et à section variable entre 20 et 45 mq.
Cette dernière servirà au transport de 6 mc/s d’eau venante des sources de Cas¬
sino et à capter les 3,5 mc/s de la nappe qui alimente les sources du fleuve Peccia.
La nappe du Peccia sera captée en partie par gravité puisque environ les huit
premiers Km de la galerie traversent des dolomies acquiferes sous une charge piézo-
métrique qui peut dépasser les 10 atm.
D’autre part l’eau de cette nappe sera captée gràce à des puits, piusque dans la
partie de la galerie qui suit la surface piézométrique se trouve à peu de mètres de
profondeur par rapport au fond mème de la galerie.
(*) Cassa per il Mezzogiorno (Ripartizione Progetti Idrici - Progetto Speciale n. 29).
44 Pietro Celico
L’auteur reconstruit le schèma de la circulation de la nappe de base du Ml Sam-
mucro. Il évalue aussi les réserves hydrogéologiques qui devraient ètre appauvries
en conséquence des creusements et les volumes d’eau qui devraient défluer par
gravité dans la galerie, une fois le nouvel équilibre hydrogéologique atteint.
Enfin, il détermine les quantités d’eau qui devraient ètre captées gràce aux
puits (construits au point où la galerie traverse une zone de dreinage préférentielle
de la nappe) et il suppose des probables répercussions sur le régime des sources.
1. Premessa
Nel progetto dell’acquedotto della Campania occidentale, eseguito a
cura della Cassa per il Mezzogiorno (Ripartizione Progetti Idrici - Div. 4), è
tra l’altro prevista la realizzazione di circa 48 Km di canali in galleria
(fig. 1) per il trasporto di oltre 10,5 mc/s di acqua per uso potabile.
Una delle gallerie, lunga più di 19 Km e di sezione minima pari a 20
mq, attraverserà il massiccio carbonatico dei Monti di Venafro in corri¬
spondenza di M. Sammucro-M. Cesima.
Essa servirà per il trasporto di circa 6 mc/s d’acqua provenienti dalle
sorgenti del Gari (Cassino) e per la captazione di altri 3,5 mc/s dalla falda
che alimenta le sorgenti del Peccia (Rocca d’Evandro).
Nel corso della presente memoria viene descritta una delle soluzioni
ipotizzabili per la captazione della suddetta falda. Inoltre, in base alle
conoscenze acquisite sulla circolazione idrica sotterranea dei Monti di
Venafro (Celico, 1976; Celico-Stanganelli, 1976; Celico, 1978/a;
Celico, 1979) e sulla scorta delle esperienze maturate durante i lavori di
costruzione di altre gallerie poste in situazioni idrogeologiche analoghe
(Monjoie, 1975; Celico et al, 1977; Celico, 1978/b), vengono ragionevol¬
mente previste le ripercussioni che il tipo di captazione proposto potrà
avere sul regime idrologico delle sorgenti.
Ringrazio l’ing. V. Stanganelli per la lettura critica del manoscritto e
per le numerose chiarificanti discussioni.
2. Schema idrogeologico dei Monti di Venafro
In fig. 2 è stato sintetizzato lo schema di circolazione idrica sotterra¬
nea dei Monti di Venafro, definito attraverso gli studi precedentemente
citati e tramite le indagini eseguite (paragrafo 3) per la progettazione della
galleria di M. Sammucro-M. Cesima.
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc. 45
Depositi detritici , alluvione
li e piroclastici
Lave e piroclastiti
Arenarie , argille e marne
Massicci carbonatici
Sorgenti principali
Tracciato del tronco principale
dell ' Acquedotto
Tratti in galleria (a pelo libero)
Tratti in condotta (in pressione)
I. d 1 Ischia
Fig. 1. --- Acquedotto della Campania occidentale.
46 Pietro Ce li co
Fio. 2. — Schema idrogeologico dei monti di Venafro.
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc. 47
L’unità idrogeologica, i cui limiti sono ormai noti (fig. 2), è costituita
essenzialmente da una successione calcarea e calcareo-dolomitica (della
potenza massima di circa 500 600 m) poggiante stratigraficamente su
dolomie triassiche, il cui spessore non supera i 700 m. Il tutto è tettonica-
mente accavallato a depositi argilloso-marnoso-arenacei (praticamente
impermeabili) appartenenti al «Flysch di Frosinone» ed alle «Unità Sici-
lidi ».
La parte alta della serie, permeabile per fratturazione e carsismo,
affiora estesamente nell’area centro-orientale della struttura; invece le
dolomie, complessivamente meno permeabili, affiorano lungo la fascia
occidentale.
La falda di base della parte di massiccio a prevalente componente
dolomitica trova recapito preferenziale ad ovest, nelle sorgenti del Feccia
( ~ 5,2 mc/s; — 30 m s.l.m.) e nei gruppi sorgivi del Rio Secco e del
Rapido (—1,8 mc/s; 100 200 m s.l.m.).
Lo stesso Peccia trae gran parte della propria alimentazione dalla parte
nord-orientale della struttura. Infatti le acque di falda, parzialmente tampo¬
nate dall’innalzamento delle dolomie (fig. 2), traboccano solo in parte a
Venafro (Sorgente S. Bartolomeo: — 1,3 mc/s; — 175 m s.l.m.) ed in corrispon¬
denza della sorgente Capodacqua di Pozzilli ( — 0,5 mc/s; — 207 m s.l.m.).
Il complesso dolomitico frappone il maggiore ostacolo al libero
deflusso delle acque verso le sorgenti del Peccia, nelle zone di disturbo tet¬
tonico. In corrispondenza di esse, infatti, alla minore permeabilità comples¬
siva delle dolomie (dovuta anche all’assenza di un marcato attacco carsico)
si aggiunge la presenza di ampie fasce cataclastiche e milonitizzate dove la
roccia assume un caratteristico aspetto farinoso; in corrispondenza delle
zone di accavallamento tettonico, inoltre, sono presenti argille strappate al
sub-strato di sovrascorrimento.
Sul ruolo idrogeologico esercitato dalle dolomie triassiche sono state
acquisite prove anche nel corso delle ultime indagini (paragrafo 3). Ciò ha
consentito di avanzare l’ipotesi che la zona di Vallecupa, dove una stretta
fascia calcarea risulta tettonicamente delimitata da ampi affioramenti dolo¬
mitici, possa rappresentare una zona di drenaggio preferenziale per le
acque che, dalla parte nord-orientale della struttura, defluiscono verso il
Peccia (fig. 2).
3. Risultati delle indagini geognostiche
Le indagini (consistenti soprattutto nello scavo di cunicoli e nella per¬
forazione di pozzi e piezometri) sono state finalizzate alla verifica del com-
48 Pietro Ce li co
portamento idrogeologico di alcune discontinuità strutturali, all’individua-
zione dei livelli di falda in alcuni punti-chiave ed alla localizzazione delle
zone di drenaggio preferenziale eventualmente esistenti lungo il tracciato
della galleria.
3.1. / cunicoli di S. Vittore
A nord di S. Vittore, a circa 1 Km dall’abitato (fig. 2), sono stati scavati
tre cunicoli di lunghezza variabile tra i 75 ed i 120 m. La loro sezione
oscilla tra 6 e 15 mq circa; le quote di imbocco sono state fissate a 224, 230
e 264 m s.l.m.
In essi, per tutto lo sviluppo, sono state rinvenute dolomie saccaroi-
di molto tettonizzate, dall’aspetto spesso farinoso o addirittura pulveru-
lento. Nel cunicolo più basso, in particolare, lo scavo ha messo a giorno
alcuni nuclei di argille varicolori strappati al sub-strato di sovrascorri-
mento.
Sempre all’interno dei cunicoli è stata riscontrata una scarsa percola¬
zione di acqua, in accordo con la presenza di limitati incrementi di portata
lungo tutto il fosso sottostante (inciso nel complesso dolomitico).
Dal punto di vista strutturale è quindi risultata evidente la presenza
del sub-strato di sovrascorrimento a breve profondità.
Inoltre è emersa l’esistenza di un’efficace azione di tamponamento
delle dolomie sulla circolazione idrica sotterranea, lungo tutto la zona di
disturbo tettonico. Ciò è infatti dimostrato dalle difficoltà di drenaggio
riscontrate in cunicolo e nel fosso, nonostante che nel vicino sondaggio
n. 1 (fig. 2) il livello di falda sia stato rinvenuto a ben 307 m s.l.m.
3.2. / sondaggi meccanici
In una precedente campagna di indagine (Celico -Stan ganelli , 1976),
nella zona di M. Sammucro-M. Cesima sono stati eseguiti alcuni sondaggi
meccanici finalizzati alla verifica delle direzioni preferenziali di deflusso
della falda.
Nel sondaggio P, ubicato a monte della sorgente S. Bartolomeo, è stato
riscontrato un livello piezometrico ( ~ 183 m s.l.m.) superiore alla quota di
sbocco sorgivo ( ~ 175 m s.l.m.).
La falda in rete dei Monti di Venafro , ecc. 49
In altri sondaggi (per es.: S9, in fìg. 2) sono stati misurati livelli pie¬
zometrici decrescenti da Venafro verso Vallecupa ( — 157 m s.l.m., nel
pozzo V).
Ulteriori sondaggi ubicati ai margini di M. Cesima hanno evidenziato
(per es.: C14, in fìg. 2) che il deflusso preferenziale della falda è orientato
verso le sorgenti del Peccia.
Per verificare i livelli di falda nell’area compresa tra San Vittore e Val¬
lecupa, la precedente campagna di indagine è stata integrata con 4 nuovi
sondaggi meccanici (1, 2, SP e V).
Le quote piezometriche riscontrate (rispettivamente, — 307, ~ 223,
~ 158 e - 157 m s.l.m.) denunciano anch’esse l’esistenza di un verso di
deflusso delle acque orientato preferenzialmente verso la zona di Valle¬
cupa. Bisogna infatti considerare che la falda non può defluire direttamente
verso le sorgenti del Peccia perché, a monte di S. Pietro Infine, è tampo¬
nata dall’innalzamento del substrato impermeabile (fìg. 3).
3.3. Le prove di pompaggio
Come si è detto in precedenza, dall’esame dei dati strutturali, dei dati
litologici e dall’andamento dei livelli di falda, è emerso che la zona di Val¬
lecupa può rappresentare un punto di convergenza di gran parte delle
acque di falda dei Monti di Venafro. Pertanto, soprattutto per verificare la
validità di questa ipotesi, sono state eseguite delle prove di pompaggio su
due stazioni di prova costituite essenzialmente da un pozzo e da un piezo-
metro.
Il primo pozzo (SP), ubicato in corrispondenza del sondaggio omonimo
(fìg. 2), è stato perforato in dolomie. Il secondo (V in fìg. 2) è stato invece
perforato in calcari.
Dall’esame dei diagrammi di fìg. 4 e dalla Tab. I risulta evidente la dif¬
ferenza di comportamento esistente tra l’acquifero calcareo e quello dolo¬
mitico, nei riguardi della circolazione idrica di base del massiccio.
Ciò ha avvalorato l’ipotesi del parziale tamponamento esercitato dalle
dolomie sulla circolazione idrica dei calcari, anche in assenza di dolo¬
mie farinose. Queste ultime, infatti, non sono state rinvenute nel pozzo SP
né sono visibili sul fronte di cava ubicato a poca distanza dallo stesso
pozzo.
Inoltre, l’altissima produttività del pozzo V (portata specifica = — 0,068
mq/s) ha confermato che la zona di Vallecupa può obiettivamente essere
considerata un punto di drenaggio preferenziale della falda.
(SEZIONI GEOLOGICHE)
50 Pietro Celico
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Fig. 3. - Galleria di M. Sammucro-M. Cesima.
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc . 51
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distanza dal pozzo: 28,5 m
profondità: 160 m 3° 0,035
52 Pietro Celico
4. Possibilità di captazione delle acque
La galleria di valico di M. Sammucro-M. Cesima, tra S. Vittore e Pre¬
servano, sarà realizzata a quote variabili tra i 162 ed i 157 m s.l.m.; nella
zona di Vallecupa la quota è di circa 160 m s.l.m.
Sulla base di quanto è emerso dalla ricostruzione dello schema di cir¬
colazione idrica sotterranea dei Monti di Venafro e sulla base dei risultati
delle ultime indagini geognostiche, risulta evidente che parte delle acque
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc. 53
che alimentano le sorgenti del Feccia può essere captata in galleria. Infatti
quest’ultima sarà ubicata, per il primo tratto, in falda e, per il secondo
tratto, solo qualche metro più in alto del livello piezometrico (fig. 3).
4.1. Captazione delle acque per gravità
Nel tratto di galleria compreso tra S. Vittore e Vallecupa, la captazione
delle acque può avvenire per gravità (fig. 3).
Le portate mediamente emungibili ed i volumi d’acqua che andranno
necessariamente a scarico per effetto dell’abbassamento (sia pure limitato)
del livello piezometrico, sono stati calcolati in base ad alcune ipotesi di
partenza formulate sulla scorta degli elementi attualmente disponibili e
delle esperienze maturate, come già detto, in situazioni idrogeologiche ana¬
loghe.
4.1.1. Ipotesi di base
Le ipotesi su cui è stata basata la valutazione delle portate emungibili
sono le seguenti:
1) Lo «spartiacque sotterraneo» a-a' (fig . 2) rappresenta un limite oltre
il quale la perturbazione indotta in falda, dallo scavo della galleria, dovrebbe
essere pressocché nulla o trascurabile.
L’ipotesi è avvalorata dal fatto che le dolomie, lungo detto allinea¬
mento, affiorano a quote generalmente comprese tra i 900 ed i 1100 m
s.l.m. Poiché il loro spessore non dovrebbe superare i 700 m, ne deriva che
il substrato di sovrascorrimento del massiccio dovrebbe trovarsi quasi
sempre a quota alta.
Se a ciò si aggiunge che lo « spartiacque » coincide con una importante
direttrice tettonica lungo la quale le dolomie si rinvengono quasi sempre
allo stato farinoso, risulta chiara l’efficacia dell’azione di sbarramento che
esso può esercitare sulla circolazione idrica di base.
2) Il margine sud-occidentale di M. Sammucro, lungo V allineamento S.
Vittore -S. Pietro Infine, è un limite oltre il quale la perturbazione indotta
sulla circolazione idrica sotterranea dovrebbe essere nulla.
Tale ipotesi trova conferma nell’assetto strutturale del massiccio il
quale è tamponato, lateralmente e sul fondo, dalle argille del substrato di
sovrascorrimento (fig. 3).
54 Pietro Celico
3) // limite sud-occidentale dell'area di alimentazione delle sorgenti di
Venafro fP>P', in fig. 2) rappresenta un confine oltre il quale la già menzio¬
nata perturbazione non dovrebbe propagarsi.
Infatti Pallineamento è marcato da affioramenti dolomitici che, tra
Viticuso ed Acquafondata (fig. 2), superano i 1100 m s.l.m.
Si tratta di un ostacolo che attualmente consente alla falda di traboc¬
care parzialmente (circa 1,8 mc/s) in corrispondenza delle sorgenti della
Piana di Venafro, mentre le rimanenti aliquote d’acqua continuano il loro
deflusso verso il Peccia.
Per quest’ultimo motivo, evidenti ragioni di sicurezza hanno consi¬
gliato di valutare quale potrebbe essere 1’influenza delle captazioni in gal¬
leria sul bacino di alimentazione della sorgente S. Bartolomeo, nell’ipotesi
cautelativa che il suddetto ostacolo sia inesistente (paragrafo 5.2).
4) Il tratto di galleria drenante (L) è lungo circa 6 Km.
La lunghezza del tratto drenante (fig. 3) è stata calcolata considerando
innanzitutto che per qualche centinaio di metri dopo il contatto argille-
dolomie, nei pressi di S. Vittore (fig. 3), l’afflusso di acqua in galleria
debba essere trascurabile per la presenza di dolomie farinose e «trucioli»
di argille varicolori (paragrafo 3.1).
È stato inoltre considerato che tra i periodi di magra e quelli di piena
la falda possa avere oscillazioni massime valutabili intorno ai 6 ~ 7 m, così
come è stato riscontrato in alcuni piezometri tenuti sotto osservazione da
aprile ’76 a maggio ’77.
Pertanto, in base alla pendenza piezometrica media riscontrata lungo
le direttrici individuate dai fori 1-3 e 2-3 (i = 0,015; vedi il successivo
punto 6), è stato previsto che il tratto drenante possa avere, in magra, un
ulteriore accorciamento di circa 300 m dal solo lato di Vallecupa.
5) Il tratto di galleria drenante (L) capta le acque della sola area (A)
indicata in fig. 2.
L’ipotesi, verificata nei paragrafi successivi, è da ritenere valida perché
l’alimentazione proveniente da nord-est (lungo la porzione nord-occiden¬
tale della direttrice p-p') dovrebbe essere compensata dalle uscite lungo la
spezzata y-y'. Infatti i tratti di acquifero interessati dai travasi hanno
sostanzialmente la stessa lunghezza e le stesse caratteristiche idrogeolo¬
giche l.
1 La falda defluisce quasi esclusivamente in dolomie perché lo spessore della
copertura calcarea è limitato.
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc. 55
È importante sottolineare che il limite y-y' dell’area summenzionata è
stato tracciato in base a valutazioni sull’assetto idrostrutturale locale (innal¬
zamento di dolomie, presenza di faglie, giacitura del contatto dolomie-cal¬
cari, ecc.) ed in base alla considerazione che le acque, a parità di quota di
recapito (vedi le quote della galleria e le quote piezometriche nei fori S9 e
V), dovrebbero defluire preferenzialmente verso il punto più vicino. Detto
punto, per le acque dell’area posta a SE di y-y', dovrebbe essere rappresen¬
tato dalla direttrice Venafro-Vallecupa.
6) La pendenza piezometrica media (i) della falda , nell’area A, è pari
all’Ufo .
Detta pendenza nasce dalla media dei gradienti misurati tra i fori 1-V
(2,0%), 2-V (1,0%) e P-V (0,5%). Non è stato invece considerato il gradiente
esistente tra i fori 1 e 2 (5,6%) perché, contrariamente alle precedenti diret¬
trici, questa non si trova lungo i presumibili assi di deflusso preferenziale
della falda (fig. 2).
7) La trasmissività media (T) dell’acquifero saturo dell’area A è pari a
1,4 ■ 10~2 m2/s.
Detto valore è quello calcolato con la prova di pompaggio eseguita nel
pozzo SP ubicato nelle dolomie, di cui è costituito preferenzialmente l’ac¬
quifero saturo dell’area A (vedi precedente nota a pie’ di pagina).
In considerazione della presenza a breve distanza di una zona di dre¬
naggio preferenziale della falda, probabilmente detto valore è sopravvalu¬
tato rispetto a quello reale medio. Ciò dovrebbe consentire una valutazione
prudenziale dell’influenza che il dreno operato dalla galleria ha sul bacino
di alimentazione della sorgente S. Bartolomeo (Venafro); inoltre dovrebbe
portare ad una valutazione delle portate emungibili a gravità in galleria (Q)
superiore a quella che potrà essere in realtà.
8) Il coefficiente di immagazzinamento (PJ dell’acquifero saturo del¬
l’area A è pari al 2,6%.
Detto valore è stato considerato uguale a quello dei monti dolomitici
di Salerno (Celico et al., 1977), il cui calcolo è stato eseguito con una
metodologia che tiene conto di tutti i fattori che condizionano la porosità
efficace di un intero massiccio.
9) Alla falda dell’area A è applicabile la legge di Darcy.
L’ipotesi è valida perché trova riscontro in controlli eseguiti in altri
massicci carbonatici dell’ Appennino centro-meridionale (Celico, 1981/a e
1981/b).
56 Pietro Celico
4.1.2. Calcolo della portata (Q) potenzialmente emungibile per gravità
In base alle ipotesi e ai dati riportati nel precedente paragrafo, la por¬
tata Q mediamente emungibile in galleria può essere valutata in:
Q = T • L • i = — 1,0 mc/s
essendo:
T = 1,4 . IO"2 m2/s
L= 6000 m
i - 0,012.
Al fine di verificare la validità dell’ordine di grandezza di Q, è stata
calcolata la potenzialità globale media (Ip) dell’area A ( — 50 Kmq) indicata
come futuro bacino di alimentazione della galleria di M. Sammucro.
Poiché la potenzialità unitaria del massiccio dei Monti di Venafro è di
circa 0,025 mc/s • Kmq (Celico-Stanganelli, 1976; Celico, 1982), si
ottiene:
Ip = 50 Kmq • 0,025 mc/s • Kmq = ~ 1,2 mc/s
Dal confronto tra i due risultati si ha una prova indiretta della validità
delle ipotesi formulate nel precedente paragrafo 4.1.1. In particolare
sembra trovare una prima conferma l’ipotesi che il drenaggio della galleria
non debba influenzare l’equilibrio delle sorgenti della Piana di Venafro (S.
Bartolomeo e Capo d’Acqua).
4.2. Captazione delle acque tramite pozzi
La potenzialità globale della falda ubicata a N di Vallecupa può essere
valutata in circa 3,9 mc/s, essendo pari a — 155 Kmq l’estensione del
bacino posto a NE della direttrice p-p' e a SE di y-y'.
La portata che confluisce verso il dreno di Vallecupa e:
Q = 3,9 mc/s — 1,8 mc/s = — 2,1 mc/s
essendo pari a 1,8 mc/s la portata media delle sorgenti S. Bartolomeo e
Capo d’Acqua.
La portata di — 2,1 mc/s potrà essere intercettata nella già menzionata
zona di drenaggio preferenziale tramite pozzi ubicati all’interno della stessa
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc. 57
galleria di trasporto. Il sollevamento delle acque sarà di appena qualche
metro (fig. 3).
In pratica la portata emungibile sarà maggiore perché essa è stata pru¬
denzialmente sottostimata; infatti è stata calcolata in base alla resa unitaria
media dell’intera unità idrogeologica, senza tener conto che nell’area consi¬
derata l’infiltrazione potenziale è superiore alla media per la preponderante
presenza di litotipi calcarei in affioramento. C’è inoltre da considerare che
l’emungimento tramite pozzi farà confluire verso la zona di Vallecupa
anche acque provenienti dal massiccio di M, Cesima, posto più a sud.
Bisogna infine aggiungere altri 0.2 mc/s, pari alla differenza tra la potenzia¬
lità dell’area A (1,2 mc/s) e le portate che sono state considerate captabili
per gravità (1,0 mc/s) (vedi paragrafo precedente).
Ulteriori quantitativi d’acqua possono essere captati, sempre tramite
pozzi perforati dall’interno della galleria di trasporto, nel tratto di acquifero
compreso tra Vallecupa e Presenzano. La portata emungibile può essere
valutata in circa 0,4 mc/s ammettendo, per prudenza, che sia captabile sol¬
tanto la falda della fascia calcarea nord-orientale della struttura del M.
Cesima (fig. 2).
In conclusione si può prevedere di captare, tramite pozzi, una portata
minima complessiva di 2,7 mc/s.
4.3. Alcune considerazioni sulle captazioni
A fronte di una disponibilità idrica complessiva di 3,7 mc/s (in corri¬
spondenza della galleria), la richiesta di acqua per l’acquedotto è di 3,5
mc/s. Quest’ultima portata può quindi essere captata in parte a gravità
(-1,0 mc/s) ed in parte per sollevamento tramite pozzi ( — 2,5 mc/s).
Bisogna però considerare che i quantitativi d’acqua che si prevede di
captare per gravità non sono sempre disponibili, perché soggetti ad escur¬
sioni stagionali.
Per valutare tali escursioni si è fatta l’ipotesi (in accordo con la legge
di Darcy) che la falda debba avere lo stesso regime delle sorgenti del Fec¬
cia, di cui è tributaria. Pertanto le portate minime in galleria dovrebbero
avere, rispetto alla media, uno scarto percentuale pari a quello sorgivo
( - 15%).
Le portate minime dovrebbero quindi oscillare, mediamente, intorno a
valori prossimi a 0,85 mc/s.
Ai fini del dimensionamento delle opere ciò significa che dai pozzi
bisogna poter emungere almeno una portata di 2,65 mc/s, pari alla diffe-
58 Pietro Ce li co
renza tra i fabbisogni (3,5 mc/s) e le portate di magra. È evidente che per
sopperire anche alle magre eccezionali, la potenzialità del campo-pozzi
dovrà essere ulteriormente aumentata.
Se si prevede di voler emungere una portata massima di 3,0 mc/s, si
potrà far fronte con la perforazione di n. 20 pozzi (di portata pari a 0,15
mc/s cadauno) posti ad una distanza non inferiore agli 80 m (vedi raggio fittizio
del pozzo V in Tab. I). L’abbassamento massimo della piezometrica, in corri¬
spondenza del campo-pozzi, dovrebbe essere di 2,2 m circa (fig. 4; Tab. I).
5. Influenza delle captazioni sull’attuale equilibrio idrogeologico
È evidente che la captazione delle acque in punti diversi da quelli di
recapito naturale debba indurre delle variazioni nell’attuale equilibrio idro¬
geologico dei Monti di Venafro.
Il problema, attentamente valutato, viene qui di seguito trattato nei
suoi vari aspetti.
5 A. Influenza sul regime delle sorgenti del F. Rapido
Sulla base di quanto esposto in precedenza (paragrafo 4.1.1, punto 1)
circa le caratteristiche idrogeologiche dello «spartiacque» a-a', il bacino
delle sorgenti del Rapido non dovrebbe risentire del drenaggio operato né
dalla galleria né dai pozzi.
Dette opere, d’altro canto, si trovano ad una distanza media dalle sca¬
turigini di oltre 15 Km e ad una quota (fìg. 3) pressocché coincidente con
quella media del gruppo sorgivo. Le sorgenti, infatti, sono dislocate lungo
il corso del Rapido a quote variabili tra i 100 ed i 200 m s.l.m.
Non è quindi ipotizzabile alcuna diminuzione della portata sorgiva per
effetto del drenaggio di falda legato alla costruzione delle opere in progetto.
È comunque evidente che le considerazioni fatte nel successivo para¬
grafo 5.2 per le sorgenti di Venafro sono estrapolagli anche a quelle del
Rapido.
5.2. Influenza sul regime delle sorgenti S. Bartolomeo
Già dal confronto tra la potenzialità idrica dell’area A e la portata
media emungibile in galleria (paragrafo 4.1.2) è risultato evidente che l’in¬
fluenza della galleria non dovrebbe superare l’allineamento p-p'.
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc. 59
Al fine di avere ulteriori conferme circa la validità questa ipotesi, si è
ritenuto opportuno eseguire altre verifiche con la seguente metodologia:
— Si è supposto che l’azione drenante della galleria ~ 1 mc/s in 6000
m di lunghezza) corrisponda al drenaggio che opererebbero n. 40 pozzi dai
quali si emungono 0,025 mc/s (portata coincidente con quella di esercizio
del pozzo SP, perforato in dolomie (Tab. I)2.
— È stata poi calcolata (con la formula di Theis) la depressione (A)
che dovrebbe aversi in falda, nel punto y\ a causa del drenaggio della gal¬
leria:
A -
0,183 . Qp
T
log
2,25 • T . t
X2 - Pe
0,01 m
essendo:
Qp = 0,025 mc/s = portata dei pozzi.
T — 1,4 * IO-2 m2/s = trasmissività media dell’acquifero (paragrafo
4.1.1; punto 7);
t = 31.536.000 s = tempo di propagazione della perturbazione indotta
in falda (si è supposto, per prudenza, che essa possa propagarsi
indisturbata per un intero anno di magra eccezionale in cui la
ricarica dell’acquifero sia nulla o trascurabile).
X ----- 6000 m = distanza minima tra la galleria ed il punto y'
(quest’ultimo è il punto, più vicino alla galleria, comune anche
al bacino della sorgente di S. Bartolomeo).
Pe = 0,026 = coefficiente di immagazzinamento dell’acquifero (para¬
grafo 4.1.1, punto 8).
Come si può osservare, l’influenza lungo il limite p-p7 risulta trascura¬
bile nonostante la depressione sia stata calcolata ponendo condizioni limite
di estrema prudenza, diffìcilmente riscontrabili in realtà.
Analogamente è stata verificata l’influenza dei pozzi di Vallecupa sul
regime della sorgente S. Bartolomeo (Venafro). La depressione (A) che
2 In tal caso ogni pozzo, poiché sostituisce un tratto di galleria lungo 150 m,
avrebbe un raggio d’azione di 75 m (coincidente con il valore del raggio fittizio cal¬
colato per il pozzo SP, in Tab. I).
60 Pietro Ce li co
potrà essere indotta in falda nei pressi delle scaturigini è risultata anche in
questo caso trascurabile:
A -
0,183 • Qv
T
2,25 • T • t
0,13 m
essendo:
Qv = 0,15 mc/s = portata del singolo pozzo.
T = 2,8 • IO-1 rn2/s = trasmissività media dell’acquifero (poiché
lungo la direttrice Venafro-Vallecupa le acque defluiscono per
metà percorso in dolomie e per metà in calcari, è stata fatta la
media tra le trasmissività calcolate nei pozzi SP e V: vedi
Tab. I).
t = 31.536.000 s = tempo di propagazione della perturbazione
indotta in falda (valgono le stesse considerazioni fatte in prece¬
denza).
X = 5000 m -- distanza minima tra il campo pozzi di Vallecupa e la
sorgente S. Bartolomeo.
Pe = 0,033 = coefficiente di immagazzinamento dell’acquifero (poi¬
ché le acque defluiscono per metà percorso in dolomie e per
metà in calcari, è stata fatta la media tra il coefficiente
Pe = 0,026 indicato in precedenza per le dolomie e quello cal¬
colato per l’intero acquifero, prevalentemente calcareo, dei M.
Lepini) (Pe = 0,04 in Celico, 1981/a).
Prima di concludere è necessario sottolineare che, in entrambi i cal¬
coli, non si è tenuto conto che la perturbazione viaggia da SW verso NE e,
quindi, in senso contrario al verso preferenziale di flusso della falda. Per¬
tanto, per effetto della continua alimentazione proveniente da NE, essa
sarà sempre complessivamente inferiore a quella indicata.
5.3. Influenza sul regime delle sorgenti del Peccia
Si è visto in precedenza che le sorgenti del Rapido e di Venafro non
possono subire decrementi di portata per effetto della captazione di 3,5
mc/s d’acqua lungo il tracciato della galleria di M. Sammucro-M. Cesima.
Detto quantitativo, infatti, rientra nel bilancio globale delle acque che
defluiscono all’esterno dei bacini di alimentazione di dette scaturigini;
La falda in rete dei Monti di Venafro , ecc. 61
inoltre il punto di prelievo è a distanza di sicurezza rispetto agli stessi
bacini.
L'unica sorgente basale che verrà influenzata in modo marcato è,
quindi, quella del Feccia. Infatti la sua portata media dovrebbe ridursi a
circa 1,7 mc/s.
Questo, d'altro canto, è l’obiettivo della captazione. Infatti detta por¬
tata avrebbe dovuto essere prelevata direttamente alle sorgenti, con un
maggiore onere economico dovuto alla costruzione di almeno 6 Km di con¬
dotte adduttrici ed alla necessità di sollevare 3,5 mc/s d’acqua per circa 130 m.
5.4. influenza sulle pìccole sorgenti
La galleria di M. Sammucro-M. Cesima e la falda dei Monti di
Venafro (fìg. 3) si trovano, rispettivamente, ad una profondità media di 330
e 310 m circa dal piano campagna. Pertanto, di norma, le piccole sorgenti
legate ad eventuali falde superficiali non possono essere interessate dal
drenaggio delle opere di captazione.
Solo le acque delle scaturigini ubicate nei pressi di S. Vittore dovreb¬
bero subire un abbassamento di quota. Comunque, trattandosi di pochi
litri al secondo, non sarà difficile trovare una soluzione alternativa per- l’ali¬
mentazione degli acquedotti locali che da esse hanno origine.
6. Calcolo delle riserve idriche potenzialmente depauperabili
L’abbassamento della piezometrica lungo il tratto di galleria drenante
compreso tra S. Vittore e M. Sammucro comporterà la perdita di un certo
volume dì acqua attualmente immagazzinato nell’acquifero.
Il calcolo delle riserve idriche (V), che potranno essere presumibil¬
mente liberate prima del raggiungimento del nuovo equilibrio idrogeolo¬
gico, è stato eseguito ammettendo che lo svuotamento debba interessare la
falda dell’area A (fìg. 2),
L’ipotesi è basata sull’esperienza vissuta nei Monti di Salerno (Celicq
et al, 1977) e su quanto è stato già esposto in merito allo schema di circo¬
lazione idrica sotterranea, con particolare riferimento alle difficoltà di
deflusso esistenti lungo lo «spartiacque» a-af e lungo la direttrice S. Vit¬
tore -S. Pietro Infine.
Poiché, per ovvi motivi, non è possibile prevedere nei particolari come
la piezometrica si disporrà all’interno dell’acquifero, anche in questo caso
62 Pietro Celìco
si è preferito fare un'ipotesi più semplice rispetto a quella che potrebbe
essere la realtà, ma ugualmente valida per un calcolo realistico del volume
di acquifero che dovrebbe svuotarsi.
Infatti, si è ammesso che lungo l’asse della galleria si abbia l’abbassa¬
mento piezometrico massimo (50 m circa, in media) (fig. 3) e che questo
vada gradualmente annullandosi man mano che ci si avvicina ai margini
dell’area A, dove si trovano i maggiori ostacoli al libero deflusso della
falda. Ne dovrebbe risultare un abbassamento medio generalizzato del
livello di falda pari a circa 25 m (h) per un’area di circa 50 Kmq (A).
Il volume di acqua potenzialmente depauperabile (V) dovrebbe per¬
tanto essere uguale a:
V = A • h • Pe = ~ 32 • IO6 me
essendo Pe (0,026) il coefficiente di immagazzinamento dell’acquifero
dolomitico (paragrafo 4.1.1, punto 8) nel quale circola preferenzialmente la
falda.
Tutto ciò dovrebbe influenzare soprattutto le sorgenti del Feccia
appiattendone, entro certi limiti, le punte di portata e, quindi, miglioran¬
done il regime.
Bisogna infatti considerare che la potenzialità globale media annua del
bacino rimarrà immutata perché è legata all’infiltrazione efficace e non
all’altezza piezometrica.
La minore altezza media di quest’ultima dovrebbe incidere, invece,
sulla distribuzione delle portate nel corso dell’anno. Basti considerare che
aumentano i tempi di percolazione delle acque in falda e che queste giun¬
gono, poi, su una superfìcie piezometrica posta, mediamente, a quota più
bassa di quella attuale. Ne deriva, per la legge di Darcy, una diversa
risposta delle sorgenti che si traduce in una migliore distribuzione delle
portate tra periodi di magra e di piena.
Il fenomeno, d’altro canto, è stato già verificato nei monti di Salerno,
in una situazione idrogeologica analoga.
6. Conclusioni
Le indagini idrogeologiche eseguite sui monti di Venafro hanno
consentito di accertare che è possibile intercettare, attraverso la galleria di
M. Sammucro-M. Cesima (dell’acquedotto della Campania occidentale), la
falda che attualmente defluisce verso le sorgenti del Peccia.
La falda in rete dei Monti di Venafro, ecc. 63
La portata necessaria all’acquedotto (3,5 mc/s) potrà essere captata in
parte a gravità (l’ordine dì grandezza delle portate è stato valutato in circa
1 mc/s) ed in parte tramite pozzi da ubicare all* interno della stessa galleria.
Si avrà così il vantaggio di evitare la costruzione di oltre 6 Km dì condotte
adduttrici e di risparmiare circa 130 m di sollevamento. Il valore attualiz¬
zato di tali risparmi può essere valutato in circa quaranta miliardi di lire.
La portata da derivare per gravità è stata calcolata in base ad una serie
di considerazioni di carattere idrogeologico che hanno consentito di preve¬
dere un apporto medio di poco superiore ai 15 l/s per ogni 100 m di galle¬
ria, anche se in effetti le venute di acqua risulteranno soprattutto concen¬
trate in corrispondenza di fratture. Sulla valutazione della portata globale
da captare per gravità esistono- comunque delle incognite legate alla proba¬
bile presenza, in vicinanza della galleria, del substrato di sovrascorrimento
del massiccio (fig. 3). Ciò, infatti, potrebbe comportare l’attraversamento di
zone a scarsissima permeabilità che potrebbero non consentire il drenaggio
dei volumi dì acqua previsti.
Tale eventualità si tradurrebbe essenzialmente in un minore risparmio
energetico perché le portate mancanti potranno essere comunque captate
nella zona di Vallecupa, dove è stata individuata la fascia di drenaggio pre¬
ferenziale di tutta la falda proveniente dalla porzione di massiccio posto a
N della galleria (oltre 3,3 mc/s).
In detta zona è infatti prevista la captazione, tramite pozzi poco pro¬
fondi (fig. 3), di circa 2,1 mc/s d’acqua; altri 0,4 mc/s potranno essere’ cap¬
tati nel tratto di galleria compreso tra Vallecupa e Presenzano.
Pure nei pressi di Vallecupa è previsto il prelievo delle acque necessa¬
rie a coprire il deficit di eventuali periodi di magra delle risorse captate a
gravità.
Il tipo di captazione descritto risulta tecnicamente ed economicamente
valido anche nell’ipotesi che, per cause impreviste, non si possa intercet¬
tare tutta la portata necessaria all’acquedotto. Infatti si potrà sempre ricor¬
rere alle sorgenti del Feccia (punto di recapito naturale della falda) per il
prelievo della sola differenza tra la portata prevista in progetto e quella
effettivamente captata a quota alta.
Nel nuovo equilibrio idrogeologico, in accordo con gli obiettivi della
captazione, le uniche sorgenti che dovrebbero risentire in modo marcato
dell’esistenza degli emungimenti in galleria sono quelle del Feccia.
Con i bacini delle altre scaturigini non dovrebbero esservi interfe¬
renze. Infatti, per le sorgenti di Venafro (le più vicine alla galleria), è stato
calcolato che l’influenza dovrebbe essere trascurabile anche nell’ipotesi
che l’infiltrazione efficace, nel massiccio, risulti nulla per un intero anno.
64 Pietro Celico
Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, infine, la captazione non
potrà apportare modificazioni di rilievo. Essa, infatti, intercetta una falda
che attualmente sta ad una profondità media di oltre 300 m dal piano cam¬
pagna.
BIBLIOGRAFIA
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•
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 67-74, tab. 1
Implicazioni delle variazioni del livello medio
del mare nella progettazione delle opere di difesa
Nota del socio Antonino Palumbo (*)
(Tornata del 29 gennaio 1982)
Riassunto. - Si dimostra che i rilievi batimetrici e la conseguente determina¬
zione della linea di riva, eseguiti senza l’appoggio topografico a terra, senza tener
conto delle norme tecniche e non corretti in base ai dati mareografici sono marcata-
mente errati, non collaudabili e né utilizzabili per scopi scientifici ed applicativi,
quali lo studio dell’erosione e la progettazione delle opere di difesa del litorale.
Summary . - It is shown that a bathymetric map obtained without a topographic
support on thè land and without thè corrections due to thè variation of thè sea level
is marcately uncorrect and has therefore no scientifìc nor practical use, such as thè
study of thè shore erosion protection.
È noto che gran parte del litorale del nostro Paese è soggetto ad
intensa azione erosiva in prevalenza attribuibile ad interventi antropici
(CNR 1976-81). Per una valutazione quantitativa del fenomeno, la calibra¬
zione di modelli sui meccanismi genetici e previsionali della evoluzione
dell’equilibrio geormofologico litoraneo ed il conseguente suggerimento di
opere di difesa, è indispensabile poter esaminare, tra l’altro, le serie sto¬
riche di topografìe della spiaggia sommersa ed emersa ottenute con meto¬
dologie omogenee. Per la spiaggia sommersa occorre cioè poter disporre di
mappe batimetriche rilevate nel tempo secondo i criteri standard seguiti da
decenni nel mondo dai diversi Istituti idrografici nazionali. Per l’interpreta¬
zione e l’utilizzazione di una mappa batimetrica occorre però che il rilievo,
secondo la risoluzione A 2.5 dell’I.H.O. (1976), sia riferito ad un valore pre-
(*) Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Università di Napoli.
68 Antonino Palumbo
fissato del livello del mare (*), che va poi segnato su ogni carta batimetrica,
(risoluzione B 2.9 delPI.H.O.) (1976). Occorre anche apportare le correzioni
mareografiche e che il rilievo sia appoggiato a picchetti a terra (di cui va
fornita monografia) collegati a caposaldi della rete planoaltimetrica nazio¬
nale. Senza tali elementi, indicazioni e correzioni la mappa stessa perde
ogni significato non solo scientifico ma anche applicativo. Lo zero del-
l’IGM (Istituto Geografico Militare) costituisce un valido riferimento in
quanto, ciascun mareografo della rete nazionale del Ministero dei LL.PP. è
collegato alla rete altimetrica nazionale e le registrazioni mareografiche,
rilevate presso tali stazioni, forniscono i valori orari del livello del mare
rispetto allo zero dell’IGM. Altri riferimenti sono poi sempre riconducibili
a quello IGM e così rilievi successivi risultano confrontabili.
Per fornire l’ordine di grandezza dell’errore che si può compiere sulle
letture osservate all’ecogramma, dovuto all’omissione delle correzioni
mareografiche, in tabella I sono riportati i valori delle escursioni tipiche
nel livello medio del mare risultanti da un’analisi eseguita da Palumbo e
Mazzarella (1982) sulla serie storica dei dati mareografici della stazione di
Napoli della rete mareografica nazionale del Min. dei LL.PP. Risultando i
dati di Napoli rappresentativi del «clima» mareografico del bacino del
basso e medio Tirreno, le presenti considerazioni valgono per tutto il lito¬
rale del predetto bacino Polli (1956), Polli (1957), Tenani (1935), Lisitzin
(1974).
Un profilo batimetrico, di alcune centinaia di metri, viene rilevato da
un’imbarcazione in una diecina di minuti. Se le letture dell’ecogramma
non vengono corrette delle variazioni nel livello del mare, il rilievo, ripe¬
tuto in un secondo tempo, fornirà valori diversi dai precedenti con diffe¬
renze che possono al limite anche raggiungere il metro. Le variazioni del
livello del mare hanno anche effetto nella determinazione della posizione
della linea di costa che, per una spiaggia a pendenza dell’1%, danno luogo a
spostamenti di diecine di metri (secondo la risoluzione B 3.7 delPI.H.O.
(1976) la linea di costa è quella corrispondente all’acqua alta).
Invero gli spostamenti della linea di battigia sono molto più influen¬
zati dagli effetti geomorfologici connessi col moto ondoso che danno luogo
a variazioni, a ciclo stagionale, dell’ordine delle diecine di metri, ed a
variazioni transienti, legate alle intense ondazioni, di diverse diecine di
(*) Secondo la risoluzione A 2.5 delPI.H.O. (1976) il «chart datum» è quel
piano la cui quota solo raramente viene raggiunta dal minimo dell’onda di marea.
Esso va poi sempre collegato al «datum» IGM.
Implicazioni delle variazioni del livello medio del mare ecc. 69
metri. Per la determinazione delle modifiche della linea di riva il mancato
riferimento dei singoli rilievi a caposaldi plano altimetrici della rete nazio¬
nale e l’omissione delle correzioni di cui alla Tab. I invalida perciò macro¬
scopicamente il rilievo.
Per seguire le variazioni della linea di riva ci si può anche avvalere di
rilievi aereofotogrammetrici. Perché essi servano allo scopo è indispensa-
ile, nella restituzione fotogrammetrica, oltre all’integrazione topografica a
terra, anche l’apporto delle correzioni dello spostamento della linea stessa,
spesso superiore a 100 metri, dovute alle cause suddescritte e presenti al
momento del rilievo. Dal punto di vista scientifico l’osservanza delle pre¬
dette indicazioni (Appendice) consentendo la ripetibilità delle rilevazioni
della topografia della spiaggia sommersa ed emersa, conducono alla valuta¬
zione della variazione nei volumi di sabbia trasportati.
Dal punto di vista fiscale esse, rendendo possibile il collaudo dei
rilievi, assicurano che gli stessi siano stati effettivamente eseguiti e quindi
garantiscono il committente da eventuali frodi.
Recenti studi di idraulica marittima (Coastal structures 1979) suggeri¬
scono soluzioni di difesa costituite da strutture, orientate anche in base ai
piani d’onda, di altezza variabile rispetto al livello del mare, a seconda dei
casi, nella misura dei diecimetri, impostate ad una distanza dalla linea di
battigia, pure variabile a seconda dei casi, nell’ordine delle diecine di
metri. Atteso che i dati batimetrici costituiscono un INPUT essenziale per
il tracciamento dei piani d’onda, segue che l’inesattezza dei primi vanifica
la validità dei secondi.
All’atto dell’esecuzione delle opere poi, un rilievo batimetrico eseguito
senza tener conto delle predette correzioni non è più utilizzabile, per la
mutata posizione della linea di battigia e del livello del mare, che si riferi¬
scono alle condizioni al tempo del rilievo. Sicché il costruttore non sarà in
grado di misurare la distanza dalla battigia ove il progettista voleva impo¬
stare l’opera. D’altra parte, egli partendo dalla posizione della battigia al
momento dell’esecuzione dei lavori troverà certamente, alla distanza fissata
dal progettista, una profondità. diversa da quella risultante dalle carte bati-
metriche. Giova infine ricordare che la omissione delle predette correzioni,
il mancato appoggio topografico a terra e la inosservanza delle norme che
regolano l’esecuzione dei rilievi topografici e batimetrici comportano errori
pianimetrici dell’ordine delle centinaia di metri e di quota dell’ordine del
metro e perciò i rilievi non risultano utilizzabili dal punto di vista scienti¬
fico ed applicativo. In tali condizioni sono più attendibili i dati delle carte
nautiche. I rilievi non sono collaudabili, in quanto il collaudatore al
momento in cui esegue la verifica, troverà un diverso livello del mare e
70 Antonino Palumbo
mancherà degli elementi che gli potranno mostrare se il rilievo sia stato
effettuato e se sia stato eseguito in maniera corretta.
Tenuto anche conto delPalto costo di questi rilievi è bene che il com¬
mittente accerti non solo l’effettiva avvenuta esecuzione degli stessi, ma
anche l’osservanza delle norme attraverso l’esame della ricca documenta¬
zione (Appendice) che deve corredare i rilievi.
Al lettore esperto la presente esposizione appare per qualche aspetto
quasi ovvia, ma nel momento in cui il litorale del Paese subisce tanto
danno e si continua a spendere in Calabria il pubblico danaro per rilievi,
(propedeutici a studi e progettazioni) non utilizzabili perché non eseguiti
secondo rigorose norme tecniche, ho sentito il dovere di segnalare agli ope¬
ratori quanto precede.
Per facilitare il compito di questi ultimi ho riportato in appendice le
principali prescrizioni per la esecuzione dei rilievi celerimetrici-batimetrici
dedotte dalle vigenti norme nazionali (I.I.M. 1978) ed internazionali (I.H.O.
1976) (Gosset, 1959) (Rattley, 1948).
Tab. I: Valori delle escursioni del livello medio del mare a Napoli dovuti a
cause diverse tipiche del Tirreno.
Principali componenti
Escursioni
(cm)
Periodo
astronomiche
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Densità
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12 mesi
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Correnti marine
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Diversi giorni
Moto ondoso
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Diversi giorni
Pressione atm.
20
Diversi giorni
meteorologiche
Vento
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Onde di Shelf
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7 giorni
Onde di bacino
10
30 minuti
Implicazioni delle variazioni del livello medio del mare ecc. 71
APPENDICE
Indicazioni per una esecuzione dei rilievi celerimetrici-batimetrici
della linea di riva e della topografia della spiaggia emersa e sommersa ido¬
nea agli studi sull’erosione del litorale.
Determinazione della linea di costa
Il rilievo topografico deve essere ancorato ai punti trigonometrici della
rete pianimetrica nazionale dell’IGM. Stante la insufficienza di tali punti è
necessario interporre «stazioni di topografia» al limite della spiaggia
emersa in zona protetta lato monte.
Per una valutazione dell’errore sulle determinazioni dei punti è neces¬
sario che il rilievo venga eseguito per «poligonale chiusa».
Il rilievo va corredato dei libretti di campagna, delle monografie dei
«punti trigonometrici» e delle «stazioni di topografia», dei dati mareogra-
fici, meteorologici (pressione atmosferica e venti) ed ondametrici relativi al
tempo di esecuzione del rilievo, delle caratteristiche degli strumenti utiliz¬
zati, degli errori di chiusura e delle correzioni apportate. Un rilievo aereo¬
fotogrammetrico fornisce una soddisfacente rappresentazione della linea di
costa se è integrato da rilievo topografico a terra, ancorato alla rete piani¬
metrica nazionale e corretto dalle variazioni illustrate nella presente nota.
Topografia della spiaggia emersa
È noto che i fenomeni erosivi comportano anche delle modifiche nella
topografìa della spiaggia emersa che, a loro volta, forniscono utili informa¬
zioni nella prognosi dell’evoluzione del fenomeno (Bagnino et al. 1975).
È utile pertanto eseguire dei profili altimetrici, trasversali alla spiaggia
emersa, partendo dalle «stazioni di topografia» che vanno perciò collegate
ai caposaldi della rete altimetrica nazionale dell’IGM.
Conviene sistemare due stazioni di topografia in modo che l’allinea¬
mento dei due pilastrini dia la direzione lungo la quale eseguire i profili
topografici e batimetrici per consentirne poi la ripetizione. Nell’esecuzione
di tale rilievo dovrà battersi un numero di punti tali da riprodurre fedel¬
mente il profilo altimetrico stesso.
72 Antonino Palumho
I profili dovranno stendersi verso il mare fino a determinare la posi¬
zione dello zero dell’IGM, del punto della linea di riva al momento del
rilievo e della forma della scarpa.
Rilevamento batimetrico sottocosta mediante ultrasuoni
Lo scandagliamento sottocosta va eseguito preferibilmente col sistema
misto ottico-radioelettrico e subordinatamente con il solo sistema radioe¬
lettrico oppure ottico per intersezione diretta.
Ai valori letti dalle strisce di scandagliamento vanno apportate le cor¬
rezioni per remissione: per tener conto della effettiva profondità del tra¬
sduttore; per la velocità del suono (correzioni notevolmente significative
alla foce dei corsi d’acqua e nello strato termoclino) ottenibile mediante
scandagliamento alla sbarra o mediante batisonda e di quelle esposte nella
presente nota. I profili batimetrici vanno integrati da profili trasversali di
controllo (uno ogni 7.5 cm grafici da eseguirsi prima del rilievo) che forni¬
scono, attraverso il contronto tra i due diversi valori osservati in ciascun
punto d’incrocio, (raccordo interno) l’errore complessivo commesso, dovuto
alle varie imprecisioni (punto nave, strumentali, di lettura, di calibrazione,
di correzione, di marea, etc.). Secondo le norme internazionali per misura
di fondali fino a 30 metri, le differenze nei punti d’incrocio sono ammissi¬
bili se non superano i 30 cm e presentano una distribuzione di tipo nor¬
male (B.H.I. 1968).
Va comunque accertata la presenza di errori sistematici. Un rilievo va
sempre raccordato con quello/i precedente/i. In mancanza dei raccordi il
rilievo non può essere valorizzato. Per l’impossibilità pratica di portare il
trasduttore fino alla linea di riva e per i noti cospicui errori che ne deri¬
verebbero, lo scandagliamento del tratto compreso tra il punto dove va
fermata l’imbarcazione, variabile a seconda del tipo di imbarcazione e
di ecoscandaglio utilizzati, e la riva si esegue mediante scandaglio a
mano.
Tale operazione si può e si deve svolgere con infìttimento dei punti, in
modo da ottenere una dettagliata rappresentazione di questo tratto ove
hanno luogo le più intense correnti di deriva. È auspicabile il rilevamento
di profili trasversali comprendenti la spiaggia sommersa ed emersa. In
questo caso il raccordo tra i due profili: topografico e batimetrico si ottiene
battendo con la stadia l’ultimo punto (verso terra) scandagliato a mano. Si
raccomanda la ripetizione nel tempo di questi profili in modo da ottenere
utilissime informazioni sulle variazioni connesse con le forti ondazioni, su
Implicazioni delle variazioni de l livello medio del mare ecc. 73
quelle stagionali e quindi, previo filtraggio di queste, su quelle a lungo
periodo.
Solo così si potranno computare i volumi di sabbia trasportati nel
tempo.
I rilievi batimetrici vanno consegnati corredati:
a) dei libretti di campagna riguardanti le operazioni geodetiche e
topografiche e dei grafici di base eseguiti su reticoli di topografia, con
riporto delle coordinate piane (o Gauss-Boaga) dei punti trigonometrici
costieri, delle «stazioni di topografia», della linea di costa, etc.;
h ) dei dati strumentali, di calibrazione, delle correzioni e degli errori;
c ) della documentazione e cioè:
- tipo di imbarcazione, suo pescaggio;
- frequenza, potenza e cadenza dell’impulso ultrasonoro, ampiezza
del lobo di emissione, possibilità di stabilizzare il trasduttore, velocità di
scorrimento della carta;
- calibrazione della emissione e della velocità del suono (quest’ul¬
timo va eseguita ogni giorno, e poi, sempre in corrispondenza di apporti
fluviali);
- velocità di scandagliamento ed intervalli tra gli stop;
- correzioni apportate per l’emissione, la velocità del suono, etc.;
- differenze dei valori osservati agli incroci, studio degli errori, valu¬
tazione dell’accettabilità del rilievo rispetto alle norme internazionali;
- brogliacci, tavolette, strisciate, mareogrammi, barogrammi, anemo-
grammi.
Per l’importanza, sottolineata in letteratura (CNR 1981), della correla¬
zione tra i profili della spiaggia sommersa e le caratteristiche tessiturali dei
sedimenti, è consigliabile prelevare campioni di sabbia lungo ciascun pro¬
filo, secondo i criteri suggeriti da Cortemiglia et al. (1981), e calcolare i
corrispondenti indici sedimentologici.
Allo scopo è stato messo a punto un programma di calcolo (la cui uti¬
lizzazione è a disposizione di chi ne faccia richiesta) per la determinazione,
mediante computer, dei predetti indici.
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Monaco Pr.
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dei litorali», CNR, Roma.
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Sottoprogetto «Dinamica dei litorali», CNR, Roma.
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Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1932, pp. 75-88, figg. 4, tabh. 5
Ulteriori dati sulla distribuzione
di Holothuria tubulosa, Holothuria polii
e Holothuria stellati nel golfo di Napoli
Nota dei soci Gerardo Gustato (*), Anna Villari,
Silvana Del Gaudio (*) e Patrizia Pedata (*)
(Tornata del 26 febbraio 1982)
Riassunto — Dall’esame della distribuzione complessiva di Holothuria tubulosa,
H. polii e IL stellati per mq e di quella per le singole specie, insieme con lo studio
del peso medio, della distribuzione per classi di peso e quindi della biomassa/mq
totale e per singole specie, è stato possibile caratterizzare, per le stesse, un ordine di
preferenza per quanto riguarda i diversi fondali del Golfo di Napoli.
Summary — The value of density of thè species Holothuria tubulosa, H. polii , H.
stellati on square meter and on different types of bottom in thè Gulf of Naples, is
compared with thè distribution of thè specimens for eacfa species in 11 different
weights classes, their average weight and biomass on square meter. So thè AA. can
define thè preferences of these species for thè different types of bottom.
L — Introduzione e scopo della ricerca
Questa nota, visti i lavori di J.M. Lawrence (1979-1980), integra
quanto già pubblicato da Gustato Villari (1978) considerando la distribu-
zione sui diversi tipi di fondale di Holothuria tubulosa Gmelin (1790), H.
polii Delle Ghiaie (1823), IL stellati Delle Ghiaie (1823) in rapporto al
peso medio degli esemplari ed alf ammontare della biomassa per le singole
specie e complessivamente.
2. - Materiali e metodi
Per il riconoscimento degli esemplari si rimanda a Gustato Villari (1977),
mentre per le tecniche di raccolta, la localizzazione e la profondità dei fondali
ed il mantenimento degli animali in acquario, a Gustato Villari (1978).
Istituto e Museo di Zoologia - Napoli
76 Gerardo Gustato e coll.
Sono stati misurati e pesati in recipienti tarati, 212 esemplari di cui
160 appartenenti alla specie H. tuhulosa , 32 ad H. polii e 15 a H. stellati.
Questi rappresentano P80,6% delle 263 oloturie della stessa specie raccolte
sui diversi fondali del Golfo di Napoli, nei diversi periodi dell’anno. Delle
oloturie pesate, 196 risultano integre, le altre, completamente eviscerate,
avevano eliminato gli organi interni per un loro peculiare comportamento
difensivo o durante il trasporto, o nelle vasche di mantenimento della Sta¬
zione Zoologica o durante la pesata.
Per quest’ultime e per le singole specie, noto il peso degli esemplari e
la loro lunghezza, si è tentato, confrontandole con esemplari integri delle
stesse dimensioni, di valutare il peso degli organi interni.
Per confermare i dati così ottenuti, si è indotta l’eviscerazione in
esemplari precedentemente pesati e misurati; si sono ottenuti, però, risul¬
tati estremamente variabli ciò chiaramente in dipendenza della spiccata
capacità, di questi animali, di variare la loro lunghezza.
L’ammontare dell’acqua contenuta nei polmoni acquiferi, è risultata,
invece, pari a circa il 10% del peso dell’animale integro. A tali risultati si è
giunti valutando l’acqua espulsa dall’animale durante la pesata, ovvero
lasciando gli esemplari nel recipiente fino a che, senza eviscerarsi, non
espellevano acqua.
La biomassa per mq è stata ottenuta, visto quanto sopra, utilizzando
solo le oloturie integre e non tutte quelle raccolte.
I mq corrispondenti per un certo tipo di fondale, agli esemplari pesati ed
utilizzabili (animali integri), sono stati calcolati proporzionalmente rispetto ai
mq sui quali era stato raccolto il totale degli esemplari per ogni specie.
3. - Risultati ed osservazioni
La densità delle oloturie per ogni mq è diversa nelle tre specie consi¬
derate; quella più frequente è H. tubulosa (v. Tab. I) che va da 0,17 a 0,34
esemplari a mq, segue H. polii (v. Tab. II) i cui valori, però, vanno da 0,03
a 0,104 H/mq; infine H. stellati (v. Tab. Ili) con valori compresi tra 0,027 e
0,048 esemplari a mq.
Il peso medio delle singole specie è altrettanto variabile; quello più
elevato è riscontrabile in H. stellati con un valore calcolato sul totale pari a
242,2 gr e valori che vanno da 210,25 gr a 324 gr se lo stesso viene conside¬
rato sui diversi fondali. Segue H. tubulosa con un peso medio di 238,3 gr e
valori compresi tra 205,3 e 354,8 gr, quindi H. polii con 163,4 gr e pesi
medi relativi ai diversi substrati compresi tra 141 gr e 199 gr.
TABELLA I
Distribuzione e relativi pesi di H. tubulosa sui diversi fondali
Ulteriori dati sulla distribuzione di Holothuria tubulosa, ecc. 77
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78 Gerardo Gustato e coll.
Passando ad esaminare la distribuzione sui diversi fondali risulta:
Sabbia fine
Su questo substrato si trovano 0,23 H/mq. Questa abbondanza, che è
la più bassa in assoluto, corrisponde a 44,5 gr di H/mq che è il minimo
registrato (v. Tab. IV).
Su questo fondale, oltre all’assenza di H. stellati , si nota per H. polii il
peso medio più basso in assoluto 141,4 gr mentre, per H. fabulosa, il peso
medio di 210,9 gr pur non essendo il minimo, corrisponde ad uno dei più
bassi.
Gli esemplari di quest’ultima specie non superano i 300 gr (v. Tav. V)
ed il 38,1% di questi è compreso tra i 140 ed i 180 gr (Grafico D).
Da quanto sopra risulta che questo substrato è il meno ospitale e, a
conferma di ciò, oltre all’assenza di H. stellati , c’è da notare che il 62,5%
degli esemplari di H. polii non supera i 140 gr.
Sabbia grossa
Su questo fondale sono presenti tutte e tre le specie.
La densità complessiva è di 0,31 H/mq e la biomassa pari a 94,1 gr di
H/mq. (v. Tab. VI e Grafico A).
La specie più abbondante risulta H. tubulosa con 0,23 H/mq. È su
questo substrato che H. tubulosa raggiunge il peso medio più elevato (354,8
gr); il 75% degli esemplari è compreso tra i 180 e i 420 gr, il rimanente 25%
arriva fino a 500 gr. La biomassa per mq, dunque, relativamente a questa
specie, raggiunge gli 82,3 gr/mq che è il valore più alto in assoluto. Segue
H. polii con 0,064 H/mq; il 40% degli esemplari di questa specie pesa tra i
140 e i 180 gr e comunque nessuno supera i 260 gr.
L’unico esemplare di H. stellati raccolto, pesava: 292 gr. Per H. tubu¬
losa il notevole valore relativo al peso medio e biomassa, nonché la parti¬
colare distribuzione nelle classi di peso, conferma «l’alto gradimento» da
parte di questa specie per questo tipo di fondale; H. polii con la distribu¬
zione di 0,064 H/mq e una biomassa di 11,3 gr/mq mostra di non «disde¬
gnare» questo substrato anche perché il peso medio degli esemplari è il
secondo in assoluto.
TABELLA II
Distribuzione e relativi pesi di H. polii sui diversi fondali
Ulteriori dati sulla distribuzione di Holothuria tubulosa, ecc. 79
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TABELLA III
Distribuzione e relativi pesi di H . stellati sui diversi fondali
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Ulteriori dati sulla distribuzione di Holothuria fabulosa, ecc. 81
Sabbia e sassi
La densità complessiva di oloturie è di 0,42 H/mq, la biomassa 83,3
gr/mq. Il primo valore è il più elevato in assoluto, anche se identica distri¬
buzione si riscontra su fondo e roccia e alghe.
La specie più abbondante è IL fabulosa (0,29 H/mq) con peso medio
di 205,3 gr che è il più basso in assoluto per queste specie. li 26,5% degli
esemplari di questa specie è compreso infatti tra i 180 ed i 220 gr, ciò com¬
porta, per IL fabulosa, una biomassa complessiva di appena 59,2 gr/mq. H.
polii raggiunge qui, i valori massimi assoluti per quanto riguarda la densità
e la biomassa/mq rispettivamente 0,104 H/mq e 18,04 gr/mq; inoltre il
64% degli esemplari supera i 140 gr, ciò consente dì definire questo sub¬
strato quello preferito appunto da questa specie.
Sabbia e radici di posìdonìa
Su tale substrato le tre specie mostrano valori intermedi sia per la den¬
sità che per la biomassa.
La più abbondante è H. tubulosa che può pesare su questo fondale dai
60 a 340 gr anche se con maggiore frequenza si ritrova tra i 221 e i 260 gr
valori prossimi alla media; IL polii , invece, è compresa tra i 100 e i 220 gr;
più abbondanti sono -gli esemplari tra 1 101 e i 140 gr.
IL stellati è più abbondante che su gli altri fondali anche se il peso
medio qui riscontrato è il più basso in assoluto (v. Grafico B).
Non risultano, dunque, particolari preferenze da parte di nessuna delle
tre specie di oloturia considerate.
Roccia , alghe e sabbia
Su questo fondale la densità complessiva delle tre specie ha un valore
intermedio (0,35 H/mq) mentre la biomassa ha un valore tra i più elevati
(94,1 gr/mq).
La specie più abbondante è H tubulosa che, su questo fondale, pre¬
senta la più alta varietà di pesi ed un peso medio di 263,2 gr, valore che è
il secondo in assoluto.
Gli esemplari di tale specie sono quasi ugualmente numerosi nelle
diverse classi di peso dai 101 ai 500 gr.
TABELLA IV
Quadro comulativo e complessivo degli esemplari di oloturia pescati e pesati
82 Gerardo Gustato e coll.
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Roccia e alghe 53 125 0,42 51 96,2 120,3 43 84,3 101,4 9741
Ulteriori dati sulla distribuzione di Holothuria tubulosa, ecc. 83
Gli esemplari di H stellati hanno un peso medio di 324 gr che è il
valore più alto in assoluto per questa specie anche se essa è presente con
0,02 esemplari per mq.
H. polii è invece presente con un solo esemplare del peso di 199 gr.
La distribuzione di queste ultime specie e il relativo peso medio, con¬
sentono di confermare quanto già riportato da Gustato Villari (1978) e cioè
che esiste una forma di competizione tra H. polii da una parte e H. sanctori,
H. forskali e H. stellati dall’altra. Questa situazione avvantaggia evidente¬
mente H. tubulosa visto che la sua biomassa per mq è pari all’83,95% della bio¬
massa totale con 79 gr/mq uno dei valori più alti in assoluto per questa specie.
Roccia e alghe
Su questo substrato il valore complessivo di 0,42 H/mq è il più alto in
assoluto e così quello di 0,34 H/mq e 0,048 H/mq rispettivamente per H.
tubulosa e H. stellati , viceversa H. polii è presente con 0,032 H/mq che è
uno dei valori più bassi in assoluto (v. Grafico C).
Il peso medio di H tubulosa , pari a 235 gr, deriva dalla equa distribu¬
zione degli esemplari nelle riverse classi di peso: tra i 60 e i 460 gr; il 40%
di questi è compreso tra i 181 e i 260 gr.
La biomassa a mq di H. polii è la più bassa in assoluto con 5,4 gr/mq e
una distribuzione di 0,032 H/mq e ciò a conferma dei rapporti di competi¬
zione già evidenziati.
La biomassa/mq di 10,1 gr/mq per H. stellati , che è il massimo valore
per questa specie, non è dovuto al peso medio degli esemplari in realtà
poco elevato, ma alla densità di 0,048 H/mq che è il massimo assoluto e
ciò conferma ulteriormente i rapporti di competizione già indicati.
La biomassa complessiva per mq è la più alta in assoluto con 96,1 gr/
mq, come lo è anche il valore della frequenza complessiva delle oloturie al
mq. Attribuendo, poi, alla presenza, sullo stesso substrato, anche di H. fors¬
kali e H. sanctori il motivo della riduzione del peso medio degli esemplari,
delle specie esaminate, possiamo definire il substrato Roccia e alghe quello
più «ospitale» nel Golfo di Napoli.
Conclusioni
Holothuria tubulosa è la specie più frequente con il peso medio più
elevato e con il valore più alto di biomassa per mq; il substrato è diverso
TABELLA V
Distribuzione dei diversi esemplari di H. tubulosa (Ht), H. polii (Hp), e H. stellati (Hst), nelle diverse classi di peso e sui diversi fondali.
84 Gerardo Gustato e coll.
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Ulteriori dati sulla distribuzione di Holothuria tubulosa, ecc. 85
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Grafico A :
Grafico B :
Grafico C :
Biomassa/mq sui diversi fondali
Peso medio degli esempiaridi H. tubolosa, H. polii e H.
stellati sui diversi fondali
Frequenza totale e delle singole specie sui diversi fondali
Grafico D : Frequenza totale e delie singole specie di oloturia nelle classi di peso
Ulteriori dati sulla distribuzione di Holothuria tubulosa, ecc. 87
considerando i diversi parametri; due risultano, comunque i substrati più
graditi e cioè: Roccia e alghe e Sabbia grossa.
Holuthurìa polii è la specie con frequenza intermedia mentre è quella
col peso medio più basso; risulta preferire Sabbia e sassi dove c’è un coe¬
rente aumento sia della frequenza che del valore gr/mq.
Holuthurìa stellati , infine, che è la specie meno frequente ma con peso
prossimo a quello riscontrato negli esemplari di H. tubulosa , è assente su
Sabbia fine, mentre risulta preferire Roccia e alghe e Roccia alghe e
sabbia.
Considerando che la distribuzione delle tre specie e la relativa prefe¬
renza ecologica, può essere esaminata tenendo conto del numero di olotu¬
rie su mq, del peso medio degli esemplari e della biomassa a mq, non è
possibile sempre legare una specie ad un determinato substrato anche se
per ognuno dei parametri citati, c’è la possibilità di evidenziare una gradua¬
toria di preferenza.
I dati qui esposti, dunque, sono attualmente esaminati statisticamente
così da poter fornire, utilizzando questa via, in una nota in allestimento, un
ordine di preferenza globale per ognuna delle singole specie.
I dati sono stati raccolti utilizzando un tavolo di studi in godimento da parte di
G. Gustato fino al 1980, presso la Stazione zoologica di Napoli. Si ringrazia pertanto
il Direttore, il personale tecnico e subalterno per la loro collaborazione ed ospitalità.
Un ringraziamento va pure alla Dr G. Villanis che ha collaborato nel riordino dei
dati durante la fase iniziale di questo lavoro.
88 Gerardo Gustato e coll.
BIBLIOGRAFIA
Gustato, G., Villari, A. 1977. Sulla sistematica e frequenza di specie del genere
Holothuria in una zona del Golfo di Napoli , Boll. Soc. Natur. Napoli 86, pp. 283-
414.
Gustato, G., Villari, A. 1978. Sulla distribuzione delle specie del genere Holothuria
nel Golfo di Napoli , Boll. Soc. Natur. Napoli 87, pp. 413-426.
Gustato, G., Villari, A. 1979. «On thè ecology and species frequency of thè genus
Holothuria in thè Gulf of Naples », in Proceedings of European Colloquium on
Echinoderms , Brussels 3-8 sept. 1979; in Echinoderms: Present and past A.A.
Balkema Rotterdam 1980.
Gustato, G., Villari, A. 1979, «About thè question of thè taxonomic status of
Holothuria stellati Delle Ghiaie », in Proceedings of The European Colloquium on
Echinoderms Brussels , 3-8 sept. 1979 in Echinoderms: Present and past A.A.
Balkema Rotterdam, 1980.
Lawrence, J. M., Kafri, J. 1979. Numbers, biomass and calorie content of thè Echino-
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Lawrence, J. M. 1980 Numbers and biomass of thè common Holothuroìds of thè
Windward Reef at Enewetak, atoll Marshall Islands , in Echinoderms Present and
past A.A. Balkema Rotterdam.
Boll. Soc. Natm. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 89-123, flgg. 8, tabb. 2, tavv. VII
Osservazioni su Triploporella steinmanniì n. sp.
(alghe verdi, Dasicladali) del Cretacico del Messico (*)
Nota del socio Filippo Barattolo (')
(Tornata del 28 maggio 1982)
Riassunto . — Viene istituita Triploporella steinmanniì n. sp. (= Triploporella
fraasi Steinmann in Steinmann 1899) un’alga verde Dasicladale del Cretacico infe¬
riore (Albiano) del Messico (Stato dì Veracruz); vengono fomite indicazioni sui
caratteri fondamentali del tallo (disposizione, forma e dimensioni dei rami primari e
secondari, numero di pori per verticillo ecc.), sulla variabilità dei caratteri biometrici
più significativi e sull’ecologia; viene fornita, infine, una ricostruzione del tallo.
Termini chiave . — Paleobotanica, taxon nuovo , Dasycladaceae ( Triploporella
steinmanniì n. sp.), (biometria, riproduzione, ecologia, ricostruzione paleontologica),
Formazione Orizaba , Albiano , Messico (Veracruz).
Summary. — Triploporella steinmanniì n. sp. (= Triploporella fraasi Steinmann
in Steinmann 1899) a dasycladacean green alga from thè Lower Cretaceous (Albian)
of Mexico (State of Veracruz) is established; some data are given on thè main cha-
racters of thè thallus (arrangement, shape and sizes of thè primary and secondary
branches, number of pores in a wfaorl etc.), on thè variability of thè most significant
biometrica! characters and on ecology; finally a reconstruction of thè thallus is
given.
Intmduction. — In 1898 Georg Bòhm studied some moli use remains contained
eitfaer in row samples or polished plates; they had been acquired by thè geologists
Felix and Lenk from a marble-industry near Nogales, a town placed at about 10 km
from thè Western part of Orizaba in Mexico. All thè samples carne from thè Cerro
Escamela, a mount situated very near Orizaba at NE, Boom instituted Caprina
ramosa , Sphaerucaprina felixi and Sphaerucaprina lenki and found also Caprina cf.
adversa D’Orbigny, Caprina sp., Sphaerucaprina sp., Nerinea cf. fomjuliensis PlRONA,
Nerinea sp. and some dasycladacean algae that he sent to Gustav Steinmann in
(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R. e del M.P.L
(*) Istituto dì Paleontologia - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
90 Filippo Barattolo
order to study them. The samples sent by Bòhm to Steinmann were thè same con-
taining Sphaerucaprina lenti (Bòhm, 1898, p. 325). Steinmann ascribed thè dasycla-
dacean algae partly to a new species {Neomeris cretacea) and partly to Triploporella
fraasi a species that he himself had instituted about twenty years later (1880) and
coming from thè Cenomanian of Lebanon (see Barattolo 1981). Nevertheless thè
Mexican Triploporella differs from Triploporella fraasi because of its calcified cyst-
containers. It seems right to ascribe thè former to another species, for which w e
already suggested (Barattolo 1980) thè name of Triploporella steinmannii, accor-
ding to thè possibility and degree of calcifìcation of thè cyst-containers that have
been considered important characters of specifìc differentiation (Barattolo 1980).
Steinmann did not indicate thè deposit of thè studied samples. Therefore I am
particularly grateful to Prof. Rolf Schroeder of thè Geologisch-Palàontologisches
Institut of Frankfurt for his favour and effective interest that led him to find thè
Bòhm’s samples containing Sphaerucaprina lenti and Triploporella steinmannii at thè
Geologisches Institut of Freiburg (W.-Germany). I express my best thanks to Prof.
G. Thorbecke, Director of thè Geologische Institut of Freiburg, as he allowed thè
cut of some thin sections in a Bòhm’s samples with Sphaerucaprina lenti in order to
study thè Dasycladaceae contained in it.
Diagnosis. Simple thallus, slightly club-shaped. Primary branches arranged in
verticils dose together and alternating, their inclination is of about 80-90° as to thè
axis of thè thallus except in thè highest region of thè skeleton where it assumes
smaller values. The primary branches are very stout and straight; their vertical sec-
tion has a quite uniform width or it slightly widens outwards; on thè contrary their
whorly section widens gradually outwards; their transversai sections are made proxi-
mally of rather compressed elliptical, subrectangular, subsquared or circular sections
in thè distai part. Secondary branches, three per tuft, rarely four or Five, rather long,
stout and phloi'ophorous. Calcified reproductive organs by cyst-containers placed
inside thè primary branches (cladosporate-type); every cyst-containers has generally
4 cysts, rarely 5-7. The calcifìcation is formed by a stout calcareous skeleton pro-
bably closed upwards; it touches thè primary branches entirely and thè secondary
branches for a good part of their lenght.
The most signifìcant biometrica! values are in thè table I.
Premessa
Nel 1898 Georg Bòhm studiò i Molluschi contenuti in pezzi di roccia
sia grezzi che in lastre lucidate acquistati dai geologi Felix e Lenk da una
industria per la lavorazione del marmo di Nogales, centro abitato a circa 10
km ad Ovest di Orizaba in Messico; i campioni provenivano dal Cerro
Escamela, un rilievo posto subito a NE di questa ultima città.
Bòhm istituì Caprina ramosa, Sphaerucaprina felixi e Sphaerucaprina
lenti e riscontrò anche Caprina cf. adversa D’Orbigny, Caprina sp., Sphae¬
rucaprina sp., Nerinea cf. forojuliensis Pirona e Nerinea sp. ed alcune Dasi-
Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp ecc. 91
cladali che inviò per lo studio a Gustav Steinmann. I campioni inviati da
Bòhm a Steinmann erano quegli stessi che contenevano Sphaerucaprina
ienki (Bòhm 1898, p. 325). Quest’ultimo autore attribuì le Dasicladali pre¬
senti in parte ad una nuova specie (Ne o me ri s cretacea) ed in parte a Triplo¬
porella fraasi , una specie che lui stesso aveva istituito una ventina di anni
prima (1880) nel Cenomaniano del Libano (vedi Barattolo 1981).
La Triploporella messicana tuttavia differisce da Triploporella fraasi
per essere provvista di contenitori calcificati. Avendo ritenuto (Barattolo
1980) che la possibilità ed il grado di calcificazione dei contenitori di cisti
abbiano importanza a rango di differenziazione specifica, sembra oppor¬
tuno attribuire le Triploporelle messicane ad una specie differente per la
quale già proposi (Barattolo, 1980, p. 106, nota 1) il nome di Triplopo¬
rella steinmannii.
Steinmann non indicò il luogo in cui era depositato il materiale stu¬
diato. Pertanto sono particolarmente grato al prof. Rolf Schroeder del
Geologische-Palaeontologisches Institut di Frankfurt per la sua benevo¬
lenza ed il fattivo interessamento che hanno permesso di rintracciare
presso il Geologisches Institut di Freiburg, in Germania, il materiale a
Sphaerucaprina lenki e Triploporella steinmannii di Bòhm. Un vivo ringra¬
ziamento rivolgo anche al prof. G. Thorbecke, Direttore del Geologisches
Institut di Freiburg, per aver consentito l’esecuzione di alcune sezioni sot¬
tili nel materiale a Sphaerucaprina lenki di Bòhm, al fine di permettere lo
studio delle Dasicladacee presenti.
Inquadramento stratigrafico della regione di Orizaba
La zona di Orizaba è stata oggetto di numerosi studi geologici e strati-
grafici a partire già dalla fine del secolo scorso (vedi per es. Bòse 1899;
Stanton 1900; Burckhardt 1930; Imlay 1944; Mùllerried 1947; Mac-
beth 1956).
Recentemente Bonet (1971) prendendo in considerazione soltanto i
livelli calcarei della regione di Cordoba-Orizaba ha individuato dal basso
verso l’alto le seguenti formazioni apparentemente concordanti tra di loro
ed estendentesi complessivamente dall’Albiano inferiore al Campaniano:
Formazione Orizaba , di circa 800 m di spessore, costituita da calcari
compatti di colore variabile dal grigio scuro al crema chiaro, ben stratificati
o massicci, da 50 a 250 cm di spessore. I macrofossili presenti sono costi¬
tuiti soprattutto da Lamellibranchi Pachiodonti e Nerinee (vedi al riguardo
92 Filippo Barattolo
Mullerried, 1947, pp. 366-371, 374-376). Sulla base dei microfossili pre¬
senti è possibile individuare in questa formazione quattro biozone (Bonet,
1971, pp. 6-7) che dal basso verso l’alto sono:
- zona ad Orhitolina , ascrivibile all’Albiano inferiore; contenente
Orbitolìna sp.
- zona a Dictyoconus , ascrivibile all’Albiano medio; contenente Dic-
tyoconus walnutensis (Carsey), Coskinolina sunnilandensis Maync, Coski-
nolinoides texanus Keijzer e Nummoloculina beimi Bonet.
- zona a Nummoloculina , ascrivibile all’Albiano superiore; contenente
Nummoloculina beimi Bonet.
- zona a Riammalino, contenente Planomalina buxtorfi (Gandolfi) e
Nummoloculina beimi Bonet; questa zona è ascritta da Bonet al Cenoma-
niano, ma dovrebbe appartenere verosimilmente, per la presenza di Plano¬
malina buxtorfi , al Vraconiano.
Formazione Mal trota, di 90-100 m di spessore; costituita principal¬
mente da calcari neri e scuri con liste e noduli di selce, ben stratificati, di
spessore variabile da 10 a 40 cm. I fossili presenti sono: Calcisphaerula
innominata Bonet, Pitbonella ova/is Kaufmann, frequenti Hedbergella (o
Ticine Hai), rare Heterohelix e probabili Globotruncane. L’età della forma¬
zione dovrebbe essere compresa, secondo Bonet, tra il Cenomaniano supe¬
riore e il Turoniano.
Formazione Guzmantla, di 900-1200 m di spessore; costituita da calcari
stratificati o più o meno massici, di colore variabile dal grigio al crema
chiaro. I fossili riscontrati sono costituiti essenzialmente da Molluschi (vedi
Mullerried, 1947, pp. 380-414) e da Valvulammina picardi Henson,
Ammobaculites sp., Calcisphaerula sp. e Milioidi. La formazione viene rife¬
rita al Turoniano-Coniaciano.
Formazione Atoyac, di 370-430 m di spessore e forse anche più; costi¬
tuita da calcareniti e calciruditi in strati massicci. I fossili riscontrati sono
costituiti da: Calcisphaerula innominata Bonet, Pitbonella ovalis Kauf¬
mann, Stomiosphaera gigantea, Calcisphaerula gigas, Pitbonella grandis,
«Lagena» gracillima (Seguenza), Stomiosphaera diffrigens (Lapparent),
Stomiosphaera cordiformis (Ayala & Seiglie), Globotruncana rosetta (Car¬
sey), Globotruncana lapparenti Brotzen, Globotruncana subcircumnodifer
Gandolfi & al, Sulcoperculina globosa De cizancourt, Lepidorbitoides
minima (Schlumberger), Sulcoperculina dickersoni (Palmer), Lepidorbitoi¬
des planasi Rutten, Aktinorbitoides browni Bronniman, Pseudorbitoides
rutteni BròNNIMANN, Pseudorbitoides trechmanni DouviLLÉ, Orbitoides ti so ti
Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp., ecc . 93
Schlumberger, Vaughania cubensis Palmer, Vaughania barberi Brònni-
mann e Torreina terrei Palmer. La formazione viene riferita al Campa¬
vano superiore-Maestrichtiano inferiore.
Triploporella steinmannii n. sp.
1899 a Triploporella fraasì ; Steinmann: pp. 137-142, figg. 4-9, 12.
1899 b Triploporella fransi '; Steinmann: pp. 189-193, figg. 32-37, 40.
1980 Triploporella steinmanni nom. nud.; Barattolo: p. 106, nota 1.
Origine del nome. La specie, conformemente a quanto proposto in
Barattolo (1980), è dedicata al Prof. Gustav Steinmann che per primo ne
illustrò i caratteri essenziali.
Olotipo. Esemplare in sezione obliqua del preparato n. 9 del campione
a Sphaerucaprina lenki della collezione Bòhm illustrato alla tav. Ili fig. 1
del presente lavoro.
Isotipi. Esemplari dei preparati n. 1-9 del campione a Sphaerucaprina
lenki della collezione Bòhm.
Deposito. L’olotipo e gli isotipi sono conservati presso il Geologisches
Institut dell’Università di Freiburg (Repubblica Federale Tedesca).
Località-tipo. Il materiale a Triploporella steinmanii fu acquistato da
Felix & Lenk presso una grossa industria per la lavorazione del marmo
nei pressi del centro abitato di Nogales (Bòhm, 1898, p. 325); esso proviene
da una grossa cava posta sul lato meridionale del Cerro de Escamela (Mul-
lerried, 1947, p. 373), rilievo a NE della città di Orizaba nello Stato di
Veracruz nel Messico (vedi fig. 1).
Livello tipo. Calcarenite passante a calcirudite con clasti costituiti
essenzialmente da fossili, subordinatamente sono presenti peloidi ed inca¬
ciasti; localmente il fango, normalmente scarso, può diventare prevalente.
Il cemento si presenta in due generazioni nettamente separate; la prima
con cristalli aciculari, che chiaramente costituisce una fase di cementa¬
zione precoce ed una seconda costituita da cemento a blocchi.
I fossili sono costituiti da alghe, Foraminiferi, Molluschi e radioli di
Echinoidi. Le alghe sono costituite da Dasicladacee ( Triploporella stein¬
mannii n. sp. e Neomeris cretacea Steinmann) e subordinatamente da Cia-
noficee nodulari tipo Cayeuxia ; i Foraminiferi sono rappresentati da orbito-
linidi e occasionalmente da piccole Quinqueloculina sp. Tra i Molluschi
94 Filippo Barattolo
sono presenti Caprìnuloidea (?) lenki (= Sphaerucaprina lenki Bòhm) e pic¬
coli Gasteropodi. Spesso i gusci delle Rudiste risultano intensamente perfo¬
rati da minute gallerie meandriformi che per la loro forma sembrano riferi¬
bili all’azione di alghe endolitiche; essi sono costituiti frequentemente da
Fig. 1. - Cerro de la Escamela presso Orizaba nello Stato di Veracruz (Messico)
alla scala 1:50000, dalia «Carta de la Republica Mexicana à la 100000a»
(la serie, Hoja 19 II (V) e Hoja 19 II (Q); pubi. 1907, 2a ed.) modifi¬
cata. La località segnata con un asterisco rappresenta, probabilmente,
quella di provenienza del campione a Triploporella stein ma unii n. sp.
Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp ecc. 95
calcite spatica precipitata dopo la loro dissoluzione completa; altre volte i
gusci si presentano ricristallizzati.
La presenza di gusci disciolti, la distribuzione della frazione sottile del
sedimento essenzialmente nei punti di contatto dei clasti ed infine la
natura dei cementi sembra lasciare ipotizzare una diagenesi precoce in
ambiente vadoso.
L’età del livello-tipo sembra desumibile principalmente dagli Orbitoli-
nidi presenti che il prof. Schroeder attribuisce (comunicazione personale)
all’Albiano medio. Ciò concorda con l’età assegnata da Bonet (1971) agli
unici calcari ad Orbitolinidi da lui accertata nella regione di Cordoba-Ori-
zaba (zona a Dictyoconus : contenente Dictyoconus walnutensis (Carsey),
Coskinolina sunnilandensis Maync, Coskinolinoides texanus Keijzer e
Nummoloculina he imi Bonet).
Diagnosi. Tallo semplice, lievemente claviforme. Rami primari disposti
in verticilli ravvicinati ed in alternanza, la loro inclinazione è di circa 80-
90° rispetto all’asse del tallo tranne che nella regione più alta del mani¬
cotto dove assume valori minori. I rami primari sono molto robusti e dritti;
la loro sezione verticale presenta un’ampiezza pressocché uniforme o lieve¬
mente crescente verso l’esterno; la sezione verticillare è, invece, gradual¬
mente crescente verso l’esterno; le sezioni trasversali dei rami sono costi¬
tuite, in posizione prossimale, da ellissi verticali piuttosto compresse late¬
ralmente che passano gradualmente a sezioni ellittiche meno compresse o
di forma subrettangolare, sub quadrata o circolare nella parte distale. Rami
secondari in ciuffetti di tre, raramente quattro o cinque, relativamente
lunghi, robusti e floiofori. Organi riproduttori calcificati, costituiti da conte¬
nitori di cisti posti all’interno dei rami primari (tipo cladosporo); ogni con¬
tenitore di cisti presenta generalmente 4 cisti, raramente 5-7. La calcifica¬
zione è costituita da un robusto manicotto probabilmente chiuso verso
l’alto; esso interessa i rami primari per intero ed i rami secondari per
buona parte della loro lunghezza.
I valori biometrici più significativi sono riportati in tabella I.
Osservazioni generali sul campione studiato ed indagine statistica. Il
materiale utilizzato per la descrizione della specie in esame è costituito da
un piccolo campione calcareo di colore grigio scuro tendente al marroncino
con clasti contornati di materiale scuro. Il campione è di forma irregolare:
lungo circa 8 cm ed ampio circa 4 cm, avente un lato parzialmente segato e
levigato sulla cui superfìcie sono visibili due gusci di Caprionuloidea (?)
lenki (= Sphaerucaprina lenki Bòhm), un esemplare di Triploporella stein-
manni n. sp., in sezione obliqua e diversi Orbitolinidi. Dal lato opposto
96 Filippo Barattolo
a quello levigato sono state ricavate nove sezioni sottili, numerate con
numeri progressivi da 1 a 9.
TABELLA I
Triploporella steinmannii n. sp. Valori dei caratteri biometrici più significativi. Gli
intervalli di variabilità sono scritti in neretto, i valori medi e la deviazione standard
sono scritti in caratteri normali; fra parentesi, in corsivo, è indicato il numero delle
misure effettuate. Tutti i valori dimensionali sono espressi in millimetri. ( d = dia-
etro interno del manicotto; D = diametro esterno del manicotto; w = numero dei
pori per verticillo; p'w = ampiezza verticillare dei pori primari; p'v = ampiezza verti¬
cale dei pori primari; p" = ampiezza dei pori secondari; l" = lunghezza dei pori
secondari; h = altezza tra i verticilli; d\ d = rispettivamente diametro assiale ed
equatoriale dei contenitori di cisti).
0,9 - 1,5
d 1,21 ± 0,230
(5)
3,2 ~ 4,2
D 3,96 ± 0,250
(5)
26 - 34
w 30,7 ± 3,40
(4)
0,28 - 0,37
p'v 0,33 ± 0,0374
(4)
Pw
0,28 - 0,41
(5)
p"
0,13 - 0,16
(4)
/"
0,16 - 0,23
(4)
0,32 - 0,40
(4)
d' x d
0,07-0,11 x 0,10-0,19
(15) (25)
Tutti gli esemplari di Triploporella steinmannìii osservati mostrano
traccia di organi riproduttori all’intemo dei rami primari; questi ultimi pos¬
sono, però, rinvenirsi sparsi nel sedimento.
A causa dell’esiguo numero di esemplari a disposizione (nove) lo stu¬
dio statistico deve ritenersi valido solo con larga approssimazione; nella
tabella I vengono fornite le medie e le deviazioni standard di alcuni fra i
principali caratteri biometrici. Per mettere ulteriormente in evidenza le dif¬
ferenze tra la specie in esame e Triploporella fraasi , con cui era stata con-
Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp., ecc. 97
fusa, si è applicato a questi due taxa il test, F, di varianza riferito al dia¬
metro interno del manicotto (d), e i test di covarianza riferiti al diametro
esterno del manicotto (D) ed al numero di pori per venticelo (w) in fun¬
zione di d (vedi tab. II); dai test di covarianza si evince che i parametri si
TABELLA II
Triploporella steinmannii n. sp. e Triploporella fraasi Steinmann. Risultato del test di
varianza, F \ applicato al diametro interno del manicotto (d) e dei test di covarianza
applicati al diametro esterno del manicotto (D) ed al numero di pori per verticillo
(w) in funzione del diametro interno del manicotto (d). I valori non contrassegnati
da asterischi non sono significativi, quelli contrassegnati da due asterischi sono alta¬
mente significativi. (S d = somma dei valori del diametro interno del manicotto;
S d2 = somma dei valori del diametro interno del manicotto elevati al quadrato;
S D ■ D = somma dei prodotti dei valori del diametro interno per i valori del dia¬
metro esterno del manicotto; SD = somma dei valori del diametro esterno del
manicotto; SD2 = somma dei valori del diametro esterno del manicotto elevati al
quadrato; S d • w = somma dei prodotti dei valori del diametro interno del mani¬
cotto per i valori del numero di pori per verticillo; S w = somma dei valori del
numero di pori per verticillo; S w2 = somma dei valori del numero di pori per verti¬
cillo elevati al quadrato; n = numero di individui).
Triploporella fraasi STEINMANN
Triploporella steinmannii n.sp.
Test F Test di
di varianza covarianza
S d
218,91
S d
=
6,05
S d 2
=
346,995
S d2
=
7,5326
n
=
147
n
=
5
S d
=
218,91
S d
=
6,05
S d2
=
346,995
S d2
=
7,5326
§ d D
=
763,33
S d-D
=
23,9883
S d
=
489,61
S d
=
19,78
SD2
-
1725,997
SD2
-
78,50
n
=
147
n
=
5
S d
-
183,44
S d
-
5,05
S d2
292,37
S d2
6,5326
S d • w
-
8521,25
S d • w
=
157,26
S w
=
5410
S w
=
123
S w2
=
251871
S w2
=
3817
n
-
122
n
4
98 Filippo Barattolo
discostano in modo significativo per cui, conseguentemente a quanto indi¬
cato dagli organi riproduttori (calcificati in Triploporella steinmannii, non
calcificati in Triploporella fraasi) i due taxa sono da ritenersi specie diffe¬
renti. Nelle figg. 3-4 alcuni valori dimensionali maggiormente indicativi di
Triploporella steinmannii vengono comparati con quelli degli isotipi di Tri¬
ploporella fraasi al fine di mettere in evidenza le differenze tra le due
specie.
Caratteri generali del manicotto calcareo. Il manicotto calcareo è lieve¬
mente claviforme, privo di articolazione, ondulazione ed intusannulazione.
Esso interessa i rami primari per intero ed i rami secondari per quasi tutta
la loro lunghezza. Si possono osservare infatti alcuni esemplari in cui il
poro primario nella porzione più prossimale è estremamente sottile mentre
al tempo stesso la superficie interna del manicotto risulta netta, liscia e
pressoché continua (tav. I e fig. 2 c); l’ampiezza del manicotto calcareo, tut¬
tavia, può risultare apparentemente inferiore a quella reale in seguito ad
usura della superficie esterna o di quella interna del manicotto.
Per quasi tutta la lunghezza dei pori primari la calcificazione è sottile
ed uniforme; il suo spessore tra i pori di uno stesso verticillo è lievemente
inferiore di quello fra i verticilli successivi.
I pori secondari sono ben distinti e svasati verso l’esterno, ciò lascia
supporre che la calcificazione si estendesse per la maggior parte della loro
lunghezza; essa inoltre si sviluppa sia tra ciuffi contigui che tra i rami di
uno stesso ciuffo (fig. 2d).
II diametro esterno (D) del manicotto varia, nei pochi esemplari osser¬
vati, tra 3, 2-4, 2 mm; il diametro interno (d) del manicotto varia tra 0,9-
1,5 mm (fig. 3 A); lo spessore della calcificazione (( D-d)/2 ) varia tra 0,9-
1,5 mm; il rapporto (D/d) tra diametro esterno ed interno del manicotto
varia tra 2, 7-4, 2.
Inclinazione e distribuzione dei rami primari. I rami per la maggior
parte dello sviluppo longitudinale del manicotto presentano una inclina¬
zione di circa 90°; tuttavia si sono osservati dei casi di esemplari, uno in
sezione obliqua (tav. II fig. 2) ed un altro in sezione tangenziale (tav. IV) in
cui sembrano diminuire gradualmente di dimensioni ed inclinazione verso
l’alto; nella regione inferione del manicotto i rami conservano la loro incli¬
nazione perpendicolare o tendono ad inclinare lievemente verso il basso
(tav. IV).
I rami primari sono disposti in verticilli semplici (tipo euspondilo) e
sono alterni in verticilli successivi (tav. IV). I verticilli sono piuttosto ravvi-
Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp., ecc. 99
cinati, la loro altezza (h) varia tra 0,32-0,40 mm. Il numero di pori per ver¬
ticillo (w) varia tra 26-34 (vedi fig. 3 B).
Forma e dimensioni dei rami primari. I pori primari sono approssima¬
tivamente subcilindrici, più esattamente mentre la sezione verticale ha
Fig. 2. — Triploporella steinmannii n. sp. a: porzione di un verticillo in sezione tra¬
sversale (Steinmann, 1899a, fig. 3). b: particolare di una sezione tangen¬
ziale (Steinmann, 1899a, fig. 4). c: particolare di una sezione longitudi¬
nale, con s è stata indicata la cavità centrale, con p è stato indicato il
punto di attacco dei pori primari al sifone centrale; sono evidenti gli
organi riproduttori aH’interno dei rami primari (Steinmann, 1899a, fig. 5).
d: porzione di sezione tangenziale che mostra i rami secondari e gli
organi riproduttori all’interno dei rami primari (Steinmann, 1899a, fig. 6).
e: porzione di sezione longidudinale che mostra i contenitori di cisti
alPinterno dei rami primari, con s è stata indicata la cavità centrale
(Steinmann, 1899a, fig. 7). f: contenitori di cisti in sezione equatoriale
( a-c ) ed assiale ( d ) (Steinmann, 1899a, fig. 8).
Fig. 3. ~ Triploporella steinmannii n. sp. ( O) e Tripioporeìla fraasi Steinmann (•).
Variabilità del diametro esterno del manicotto (D) (A) e del numero di
pori per verticillo (w) (B) in funzione del diametro interno del manicotto
(d). Ad ogni cerchietto del diagramma corrisponde un unico esemplare.
Tutti i valori dimensionali sono espressi in millimetri. La figura mostra
che a parità di diametro interno (d), i valori del diametro esterno (D) di
Triploporella steinmannii sono generalmente maggiori di quelli di Triplo¬
porella fraasi mentre quelli del numero di pori per verticillo (w) sono
sempre minori.
Fig. 4.
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« Triploporeila fraasi STEINMANN
° Triploporeila steinmannii n.sp.
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A
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0.5 1.5 2.5
Triploporeìla steinmannii n. sp. (O) e Triploporeila fraasì Steinmann (•).
Variabilità dell’ampiezza verticillare (p'w) dei pori primari (A), dell’am¬
piezza verticale (p'v) dei pori primari (B) e dell’altezza dei verticilli (h ) (C )
in funzione del diametro interno del manicotto [d). Ad ogni cerchietto
corrisponde un unico esemplare. Tutti i valori biometrici sono espressi in
millimetri. La figura mette in evidenza che a parità di diametro interno
(d) i valori dell’ampiezza verticillare (prw) e di quella verticale (pfv) dei pori
primari di Triploporeila steinmannii sono generalmente maggiori di quelli
di Triploporeìla fraasì mentre quelli dell’altezza dei verticilli (h) sono
mediamente gli stessi.
102 Filippo Barattolo
un’ampiezza pressoché costante, invece, la sezione verticillare cresce gra¬
dualmente e lentamente verso l’esterno; conseguentemente le sezioni tra¬
sversali del ramo sono costituite da ellissi piuttosto compresse lateral¬
mente nella porzione prossimale (tav. IV) le quali diventano via via meno
compresse fino a diventare circolari o subrettangolari nella regione distale
(tav. Ili fig. 1; tav. II figg. 1-2).
L’ampiezza verticale del ramo {p'v) varia tra 0,28-0,37 mm; la lun¬
ghezza dei rami (/') è di 1,0- 1,3 mm (fig. 4). Il punto di attacco del ramo al
sifone centrale, analogamente a quanto si verifica in Triploporella fraasi ,
anche in questa specie sembra essere variabile rispetto all’ampiezza iniziale
del ramo: da superiore fino ad inferiore (figg. 5-6).
Fig. 5. - Triploporella steinmannii n. sp. Stereogramma di un ramo primario che
mostra una porzione della sezione verticale ed una porzione della sezione
verticillare del ramo.
Rami secondari. Su ogni ramo primario si impianta un ciuffetto di pori
secondari. Negli esemplari da me studiati non è ben osservabile il numero
dei rami secondari per ciuffetto; in base a quanto affermato da Steinmann
(1899a) e da quanto si deduce dalle illustrazioni fornite da questo autore
esso è di 3, oppure, ma raramente, di 4 o 5.
I pori secondari sono relativamente lunghi, robusti e tozzi; essi si sva¬
sano gradualmente e moderatamente verso l’esterno il che lascia pensare
che ospitassero dei rami floiofori. L’ampiezza distale dei rami secondari
(/?") è di circa 0,13-0,16 mm mentre la loro lunghezza (/") è di 0,16-
0,23 mm.
I pori secondari di ogni ciuffetto sono disposti secondo i vertici di un
triangolo ed in modo tale che una delle altezze di questo triangolo giaccia
sul piano verticillare (fig. 2d e fig. 8). La distribuzione dei pori secondari
appena illustrata sembra essere osservabile finora solo in questa specie.
Osservazioni su Triploporella steinmannii n . sp ecc. 103
Organi di riproduzione. Gli organi di riproduzione sono costituiti da
contenitori di cisti. Questi, però, nei preparati studiati, la maggior parte
delle volte sono interamente spatizzati per cui lasciano incerti sulla loro
vera natura; tuttavia in diversi casi si sono potute osservare le singole cisti
alPinterno dei contenitori (tav. IV fig. 2) e si è potuta accertare, così, la
loro vera identità. I contenitori di cisti sono di forma lenticolare (ellissoide
con asse di rotazione corto); si presentano, perciò, ellittici in sezione
assiale e circolari in sezione trasversale. In base a misure eseguite su una
trentina di contenitori di sette manicotti differenti si è accertato che il loro
asse minore (altezza) ( d ') varia tra 0,07-0,11 mm; il diametro equatoriale
(larghezza) (d) misura circa 0,10-0,19 mm; il rapporto tra l’altezza e la lar¬
ghezza ( d'Id ) varia tra 0,53-0,72.
Fig. 6. - Triploporella steinmannii n. sp. Visualizzazione della sezione verticale
(parte superiore della figura), verticillare (parte mediana della figura) e
trasversali (parte inferiore della figura) del ramo primario. p'v = ampiezza
verticale del ramo; p'w = ampiezza verticillare del ramo.
In ogni contenitore (fide Steinmann, 1899a, Ip. 141) sono presenti da
4 a 7 - forse 8 - cisti subsferiche od ovoidi con la porzione meno dilatata
rivolta verso l’interno del contenitore e tutte disposte su di uno stesso
piano (fig. 2 0; il diametro delle cisti, misurato nel senso della larghezza
del contenitore, è di circa 0,05 mm.
I contenitori di cisti sono stati osservati sempre all’interno dei rami
primari; essi si dispongono prevalentemente con il piano equatoriale pa¬
rallelamente alla sezione verticale o a quella trasversale del ramo; sono
stati osservati, però, diversi casi in cui i contenitori di cisti sono disposti
104 Filippo Barattolo
con il piano equatoriale parallelamente al piano verticillare del ramo pri¬
mario.
Ricostruzione del tallo. Alla massima parte dei caratteri del tallo si è
già accennato nei paragrafi precedenti. Nella ricostruzione fornita si è sup¬
posto che i rami secondari terminassero poco oltre la porzione calcificata
determinando un cortex a maglie esagonali.
I manicotti calcarei non sembrano presentare, nella loro porzione infe¬
riore, verticilli sterili e di dimensioni minori di quelli soprastanti; conse¬
guentemente non è escluso che il tallo, in vivo , potesse spingersi con un
certo numero di tali verticilli al di sotto del manicotto calcareo. La calcifi¬
cazione, quindi, probabilmente, si instaurava soltanto nella porzione supe¬
riore fertile del tallo (figg. 7-8).
Ecologia. Il tipo di roccia, la scarsezza della micrite associata ad una
relativa abbondanza del cemento spatico, il tipo di granuli costituito es¬
senzialmente da bioclasti, lasciano ipotizzare che la specie in esame sia
vissuta in zona di piattaforma carbonatica caratterizzata da energia ambien¬
tale relativamente elevata; le tracce di alghe endolitiche che si rinvengono
frequentemente attorno ai gusci dei molluschi confermerebbero questa
ipotesi di un ambiente relativamente agitato (vedi Roger & Fatton, 1968,
pp. 16-17). L’interpretazione concorda con l’ipotesi di Mullerried (1947,
pp. 415-416) secondo cui le Rudiste del Cerro de Escamela non sono da
riferire ad un ambiente recifale in senso stretto per la mancanza di Coralli
hermatipici e per la perfetta stratificazione della roccia che li contiene. A
questa interpretazione non si oppongono le Neomeris presenti che nella
natura attuale prediligono le formazioni coralline dove popolano mi¬
croambienti protetti delle piane recifali (Valet, 1979, p. 865) ma non man¬
cano nemmeno specie che vivono su rocce moderatamente esposte {Neo¬
meris mucosa) e in pozze di marea ( Neomeris coke ri ) (Taylor, 1972,
pp. 100-101).
II tipo di associazione ed in particolare l’abbondanza delle Dasicladali
calcificate consentono inoltre di precisare ulteriormente che la specie in
esame sia vissuta in un ambiente di mare poco profondo (non superiore a
40-50 m) ed un clima tropicale o subtropicale.
In conclusione sembra che Triploporella steinmannii sia vissuta in un
clima tropicale o subtropicale ed in condizioni di bassa profondità nelle
porzioni esterne delle piattaforme carbonatiche.
Rapporti e differenze. Triploporella steinmannii differisce da Triplopo¬
rella fraasi con cui era stata confusa da Steinmann, principalmente per la
Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp., ecc. 105
presenza di organi riproduttori calcificati; inoltre ne differisce anche per un
numero di pori per verticillo notevolmente minore ed inoltre per le dimen¬
sioni generalmente maggiori sia del diametro esterno del manicotto (D) sia
dell’ampiezza verticale e verticillare (p'v e pw) dei pori primari.
c
Fi
Fig. 7. - Triploporella steinmannii n. sp. Ricostruzione del tallo in veduta trasver¬
sale. - A. Porzione di un verticillo che mostra il sifone centrale, i rami pri¬
mari ed i rami secondari privati della calcificazione. C. Porzione di un
verticillo che mostra il sifone centrale, i rami primari, i rami secondari e
la calcificazione; sono stati disegnati anche i contenitori di cisti. D. Por¬
zione di un verticillo che mostra, in sezione, la calcificazione (Ingrandi¬
mento: circa 20 x). Fx e F2: rispettivamente sezione equatoriale ed assiale
di un contenitore di cisti. Le pareti del contenitore e delle cisti non si rin¬
vengono fossili. (Ingrandimento: circa 80 x).
106 Filippo Barattolo
A
B
C
D
Fig. 8. - Triploporella
steinmannii n. sp. Ri¬
costruzione del tallo
in veduta longitudina¬
le. - A. Veduta pro¬
spettica dei rami pri¬
mari, dei rami secon¬
dari e del sifone cen¬
trale privati della cal¬
cificazione; frontal¬
mente sono disegnati
soltanto i punti di in¬
serzione dei rami. Su¬
periormente è stato ri¬
costruito l’apice del
tallo. Sul lato destro
della figura sono stati
disegnati solo i rami
che giacciono sul pia¬
no del disegno. Sul
lato sinistro, invece,
anche quelli che, es¬
sendo l’alga con ver¬
ticilli in alternanza,
giacciono immediata¬
mente oltre lo stesso
piano. B. Veduta pro¬
spettica del cortex dei
rami secondari dise¬
gnati a maglie esago¬
nali; a sinistra è stato
omesso per mostrare i
punti di inserzione dei
rami secondari sui ra¬
mi primari. C. Sifone
centrale, rami secon¬
dari, rami primari e
calcificazione in sezio¬
ne assiale. In questa
porzione della figura i
rami primari sono sta¬
ti disegnati in conti¬
nuità contrariamente
alla situazione reale in
cui sono in alternanza.
D. Manicotto calcareo
in sezione assiale;
sono stati omessi i
rami primari, i rami
secondari ed il sifone
centrale allo scopo di
evidenziare la calcifi¬
cazione. (Ingrandi¬
mento: circa 20 x).
Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp ecc. 107
Altre triploporelle affini alla specie in esame sono quelle che presen¬
tano, come essa, contenitori di cisti calcificati ( Triploporella minor, Triplo¬
porella apenninica, Triploporella duplicata, Triploporella matesina, Triplopo¬
rella decastroi e Triploporella praturlonii). Triploporella steinmannii diffe¬
risce dalle altre Triploporelle citate (eccetto Triploporella apenninica )
perché l’ampiezza della sezione verticale dei rami primari è pressoché
costante o lievemente crescente verso l’esterno mentre nelle altre specie i
rami primari presentano due porzioni, una più interna sottile e ad am¬
piezza costante, un’altra più esterna, rigonfia. La specie messicana diffe¬
risce da Triploporella duplicata e Triploporella decastroi soprattutto per le
dimensioni notevolmente minori del manicotto mentre differisce da Triplo¬
porella apenninica e Triploporella minor principalmente per le dimensioni
notevolmente maggiori del manicotto calcareo.
Distribuzione crono stratigrafica e geografica. La specie è nota, finora,
soltanto nell’Albiano medio della località-tipo dove fu descritta per la
prima volta {sub Triploporella fraasi da Steinmann in Bòhm 1898 e Stein-
mann 1899 a, b). Le altre segnalazioni {sub Triploporella fraasi) riportate in
seguito non riflettono ricerche originali ma si riferiscono ai dati già noti:
Bòhm (1898 p. 326), Bòhm (1899 p. 154), Bòse (1899 p. 10), Steinmann
(1900 p. 323-324), Oltmanns (1922, fig. 243 n. 2), Burckhardt (1930
p. 199), Fritsch (1935 pp. 399-400 fig. 129 a sub T. Tetraploporella remesi ),
Moret (1943, fig. 16 n. 1), Mùllerried (1947, pp. 366-367, 369, 374),
Baussolet& al. (1978 tav. 36 fìg. 1), Barattolo (1980 p. 106), Barattolo
(1981 p. 42).
Ringrazio vivamente l’Ing. Carmen Pedrazzini dell’Instituto Mexicano
del Petroleo, Subdireccion de Tecnologia de Esploracion di Città del Mes¬
sico per l’aiuto fornitomi nella ricerca della letteratura geologica più
recente sulla zona di Orizaba. Un ringraziamento cordiale rivolgo anche ai
proff. Lucia Simone e Gabriele Carannante dell’Istituto di Geologia e
Geofìsica dell’Università di Napoli per le indicazioni sui caratteri petrogra-
fici del campione a Triploporella steinmannii ; esprimo anche la mia ricono¬
scenza al prof. Lamberto Laureti dell’Istituto di Geografia (Facoltà di Let¬
tere) dell’Università di Napoli e all’Istituto Geografico Militare di Firenze
per le indicazioni e l’aiuto fornitomi nella ricerca delle carte topografiche
della zona di Orizaba nel Messico.
108 Filippo Barattolo
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TAVOLA I
Triploporella steinmannii n. sp.
Isotipi in sezione subtrasversale
Fig. 1. - La figura mostra la superfìcie interna del manicotto liscia e regolare ed i
contenitori di cisti alPinterno dei rami primari; distalmente, sia in alto che in
basso, sono evidenti i grossi rami secondari.
Fig. 2. - La sezione mostra, nella parte inferiore, diversi contenitori di cisti alPin¬
terno dei rami primari.
Fig. 1. - preparato n. 1 Fig. 2. - preparato n. 9
Per tutte le figure
Età. Albiano medio.
Località. Versante meridionale del Cerro de Escamela presso Orizaba (Messico).
Ingrandimento. Circa 20 x.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982
Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella
steinmannii n. sp., ecc. Tav. I
|
TAVOLA II
Triploporella steinmannii n. sp.
Isotipi in sezione obliqua
Fig. 1. - Esemplare eroso nella parte inferiore. I primi tre verticilli al di sopra della
cavità interna del manicotto presentano pori disposti in alternanza; il secondo e
terzo verticillo presentano, invece, pori disposti prevalentemente in continuità. I
pori primari presentano, in prossimità della cavità interna, sezioni ellittiche
piuttosto compresse lateralmente mentre distalmente presentano sezioni subcir¬
colari. La superficie esterna del manicotto, infine, piuttosto erosa, non mostra
tracce evidenti di pori secondari.
Fig. 2. - Sezione obliqua che decorre in prossimità della porzione superiore del
tallo. Notare il contorno irregolare della superfìcie interna del manicotto.
Fig. 1. - preparato n. 1 Fig. 2. - preparato n. 8
Per tutte le figure
Età. Albiano medio.
Località. Versante meridionale del Cerro de Escamela presso Orizaba (Messico).
Ingrandimento. Circa 20 x.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982
Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella
steinmannii n. sp., ecc. Tav. II
TAVOLA III
Fig. 1. - Triploporella steinmannii n. sp. Olotipo. Sezione obliqua (vedi tav. V fig. 1).
(Ingrandimento: circa 20 x).
Fig. 2. - Neomeris cretacea Steinmann. Sezione longitudinale. Sono ben visibili i
pori secondari ed in qualche punto (vedi frecce) anche le ampulle. (Ingrandi¬
mento: circa 30 x).
Fig. 3. - Contenitore di cisti in sezione equatoriale rinvenuto sparso nel sedimento
ed appartenente forse a Triploporella steinmannii. (Ingrandimento: circa 80 x).
Fig. 1. - preparato n. 9 Fig. 3. - preparato n. 7
Fig. 2. - preparato n. 8
Per tutte le figure
Età. Albiano medio.
Località. Versante meridionale del Cerro de Escamela presso Orizaba (Messico).
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982
Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella
steinmannii n. sp., ecc. Tav. Ili
TAVOLA IV
Triploporella steinmannii n. sp.
Isotipo in sezione tangenziale
La figura mostra verticilli inclinati leggermente verso il basso nella parte inferiore e
tronca del manicotto e verticilli sempre più inclinati verso l’alto nella parte supe¬
riore del manicotto; quest’ultima, più rastremata di quella inferiore, è, probabil¬
mente, prossima alla zona apicale del tallo. Nella parte centro-superiore la sezione
decorre in prossimità della cavità interna del manicotto; in questa zona i pori pri¬
mari a causa dell’elevata costipazione nell’ambito di un verticillo, spesso non calcifi¬
cano per cui simulano una confluenza laterale.
Preparato : n. 3.
Età. Albiano medio.
Località. Versante meridionale del Cerro de Escamela presso Orizaba (Messico).
Ingrandimento. Circa 20 x.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982 Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella
steinmannii n. sp., ecc. Tav. IV
TAVOLA V
Triploporella steinmannii n. sp.
Isotipi
Fig. 1. - Particolare di tav. Ili fig. 1 che mette in evidenza i pori primari, in sezione
prevalentemente verticale, contenente alcuni contenitori di cisti in sezione
equatoriale (lateralmente a destra) ed assiale (lateralmente a sinistra, porzione
mediana ed inferiore) della figura. Gli organi riproduttori, però, non mostrano
tracce evidenti di cisti nel loro interno. (Ingrandimento: circa 29 x).
Fig. 2. - Particolare di tav. II fig. 1 che mostra (vedi frecce) due contenitori di cisti
in sezione assiale; all’interno di essi sono riconoscibili le cavità di colore scuro,
occupate dalle cisti. (Ingrandimento: circa 47,5 x).
Fig. 3. - Particolare di tav. I fig. 2 che mostra numerosi organi riproduttori disposti
con il piano equatoriale parallelamente alla sezione verticale del ramo primario
(lateralmente a sinistra) o alla sezione trasversale del ramo primario (lateral¬
mente a destra). (Ingrandimento: circa 29 x).
Fig. 1. - preparato n. 9 Fig. 3. - preparato n. 9
Fig. 2. - preparato n. 1
Per tutte le figure
Età. Albiano medio.
Località. Versante meridionale del Cerro de Escamela presso Orizaba (Messico).
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982
Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella
steinmannii n. sp., ecc. Tav. V
TAVOLA VI
Microfacies a Triploporel/a steinmannìi n. sp.
In associazione Caprinuloidea (?) lenki (Bòhm), Neomeris cretacea Steinmann e
numerosi Orbitolinidi.
Preparato : n. 9.
Età. Albiano medio.
Località. Versante meridionale del Cerro de Escamela presso Orizaba (Messico).
Ingrandimento. Circa 10 x.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982
Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella
steinmannii n. sp., ecc. Tav. VI
TAVOLA VII
Microfacies a Triploporella steinmannii n. sp.
In associazione Caprinuloidea (?) lenki (Bòhm), Neomeris cretacea Steinmann e
numerosi Orbitolinidi.
Preparato : n. 8.
Età. Albiano medio.
Località. Versante meridionale del Cerro de Escamela presso Orizaba (Messico).
Ingrandimento. Circa 10 x.
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1982 Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella
steinmannii n. sp., ecc. Tav. VII
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 125-144, figg. 10
Anomalie Gravimetriche
e Noise sismico a Pantelleria*
Nota del socio Giovanna Berrino(**) e di Mario Castellano (***),
Carlo Del Gaudio (***), Vincenzo D’Errico (***),
Antonio Franchino (***), Marino Grimaldi (***) e Ciro Ricco (***)
(Tornata del 28 maggio 1982)
Riassunto. — Vengono presentati e discussi i risultati di un rilevamento gravi-
metrico e sismico, effettuato nell’isola di Pantelleria, nel quadro degli interventi pro¬
mossi dal Progetto Finalizzato Geodinamica (Sottoprogetto «Sorveglianza vulcani
attivi e rischio vulcanico ») del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nelle aree vulca¬
niche attive dell’Italia meridionale.
Il rilevamento gravimetrico, condotto su una rete di 124 stazioni, ha portato ad
individuare una struttura con densità di circa 3.0 g/crn3, dislocata in più punti, il cui
tetto ha una profondità variabile da 3000 m circa a NW per risalire poi rapidamente
a profondità meno elevate nella rimanente parte dell’isola; le dislocazioni indivi¬
duate risultano in corrispondenza di faglie la cui presenza è stata rilevata in superfi¬
cie. Inoltre, la presenza di tre forti massimi, ubicati sul bordo della caldera, testimo¬
nia l’esistenza di masse ad elevata densità ed a piccola profondità.
L’indagine sismica è stata effettuata utilizzando una stazione temporanea fissa,
posizionata quasi al centro dell’isola, ed una stazione mobile che ha operato in 19
punti ubicati, per la maggior parte, nelle zone nord-occidentale e settentrionale,
dove si è manifestata la più recente attività vulcanica; per tutta la durata delle osser¬
vazioni non è stato registrato alcun evento locale. L’analisi dei dati ha permesso di
individuare un’area ad attività anomala, nella parte settentrionale dell’isola, dove
vengono registrati valori più alti della velocità del moto del suolo (v. > lp/sec); per
la genesi di tali valori viene avanzata l’ipotesi della presenza di fluidi geotermali
risalenti attraverso il locale sistema di faglie.
(*) Lavoro svolto con il contributo del Progetto Finalizzato Geodinamica del
Consiglio Nazionale delle Ricerche (Sottoprogetto «Sorveglianza vulcani attivi e
rischio vulcanico»).
(**) Istituto di Geologia e Geofisica, Università di Napoli.
(***) Osservatorio Vesuviano, Ercolano (Napoli).
126 Benino et al.
Summary
The results obtained by gravity and seismic surveys, carried out in thè island of
Pantelleria (Sicily Channel, Italy), are reported. This research was promoted by thè
Italian Geodynamic Project (Subproject « Surveillance of active volcanoes and volca-
nic risk») of thè National Research Council, in thè framework of thè surveillance of
active volcanoes of southern Italy.
The gravity network is composed by 124 stations and was surveyed using a
Worden Master gravity meter. The Bouguer map in thè area has been obtained by
thè present measurements in addition to those already existing (Gantar et al., 1961),
on land and at sea, and utilizing a density of 2.5 g/cm3. The interpretation of thè
gravity anomalies has been performed, by inverting thè values along three profiles
(Fig. 3), in terms of two-dimensional models of arbitrary shape, using a least square
iterative algorithm. The results suggest thè presence of a body, having a density of
about 3.0 g/cnr’, whose top is at different and rapidly changing depths: it is, in fact,
about 3000 m deep in thè NW side of thè island and at shallow depth in thè remain-
ing part; thè dislocations are in good agreement with thè observed surface faults.
Three maxima, on thè caldera rim, show thè presence of high density and shallow
bodies.
The seismic survey was carried out using a vertical component mobile station.
The records were obtained in 19 sites; moreover, a reference station, composed by a
three components seismograph and located in thè centrai part of thè island, worked
for a week in order also to detect locai earthquakes. The most part of thè stations
are located in thè NW and N parts of thè island where thè recent volcanic activity
happened. No locai earthquake was recorded during thè survey. Data analysis shows
an anomalous, higher then normal, value of thè ground velocity (v. > lp/ sec), in
thè northern part of thè island, probably due to thè presence of geothermal fluids
rising through thè locai fault System.
Premessa
L’isola di Pantelleria (Fig. 1) è situata nel Canale di Sicilia, una delle
aree vulcaniche attive deH’Italia meridionale, i cui eventi più recenti sono
stati l’eruzione del Banco di Graham nel 1831 e quella sottomarina del vul¬
cano Foerstner nel 1891; quest’ultima, avvenuta a pochi chilometri a NW
dell’isola, ha prodotto un innalzamento della costa settentrionale con mas¬
simo di 1 m in corrispondenza di Punta Spadillo (Butler, 1891; Perry 1891;
Baratta 1892; Ricco 1892).
Nel programma di sorveglianza delle aree di vulcanismo attivo dell’Ita¬
lia meridionale, promosso dal Progetto Finalizzato Geodinamica del Consi¬
glio Nazionale delle Ricerche (Sottoprogetto «Sorveglianza vulcani attivi e
rischio vulcanico»), nel 1980, allo scopo di avere informazioni sulla dina¬
mica dell’area, è stata istituita nell’isola una rete altimetrica di precisione
per rilevare, con la ripetizione delle misure nel tempo, eventuali movi-
Anomalie gravimetriche e noise sismico a Pantelleria 127
12°
Fig. 1 - Morfologia submarina della regione di Pantelleria (da Gantar et al., 1961).
menti verticali, e contemporaneamente è stata effettuata una indagine di si¬
smica preliminare utilizzando sia una stazione temporanea fissa che stazioni
mobili. Nello stesso periodo, per una interpretazione corretta degli eventuali
movimenti in atto, è stato effettuato un rilevamento gravimetrico, a comple¬
mento di quello a carattere regionale già esistente (Gantar et al., 1961), per
disporre di un quadro geologico-strutturale quanto più completo possibile.
Quadro geologico-strutturale dell’isola di Pantelleria
L’isola di Pantelleria rappresenta la parte emersa di un grosso rilievo
sottomarino localizzato nel Canale di Sicilia, lungo la zona assiale di una
fossa tettonica che prende appunto il nome di Fossa di Pantelleria.
Quest’ultima si estende in direzione NW-SE per 135 km, 45 dei quali
sono occupati dal rilievo sottomarino, la cui parte emersa misura 13.7 km.
128 Benino et al.
Nello zoccolo di Pantelleria si riconoscono due zone (Fig. 1): una,
compresa tra le isobate 1200 e 600 m, a debole pendenza; l’altra, compresa
tra le isobate 600 e 100 m, più ripida. Secondo alcuni Autori (Gantar et
al., 1961) la parte superiore dello zoccolo è formata dalle vulcaniti più
antiche giacenti su un basamento metamorfico e cristallino, che forma i
pendìi inferiori di Pantelleria, immergente sotto i sedimenti recenti della
piana abissale; inoltre, i dati magnetici (Agocs, 1959) indicano che il sedi¬
mentario è rappresentato solo da qualche residuo o è addirittura assente al
di sotto delle formazioni vulcaniche.
Le vulcaniti presenti nell’isola sono rappresentate prevalentemente da
lave e piroclastiti di composizione iperalcalina, tra cui abbondano i prodotti
di tipo ignimbritico. Vulcaniti basiche di composizione transizionale sono
presenti nella zona nord-occidentale dell’isola e sono costituite da colate di
piccolo spessore e da conetti di scorie allineati lungo fessure parallele
orientate in direzione NW-SE.
La parte centrale dell’isola è occupata da una caldera il cui asse mag¬
giore è lungo circa 7 km; l’ultima eruzione pre-calderica è quella che ha
formato il duomo di Montagna Grande (Villari, 1970).
L’assetto strutturale (Fig. 2) è caratterizzato da una tettonica di impo¬
stazione regionale e da una propria del sistema vulcanico (Villari, 1974).
Alla tettonica d’impostazione regionale si può riferire il sistema di frat¬
ture orientate NW-SE, parallele all’allungamento della Fossa di Pantelleria,
lungo le quali si è sviluppata l’attività eruttiva basica e sul cui prolunga¬
mento si è verificata l’eruzione sottomarina del 1891, pochi chilometri a
NW dell’isola.
Fa parte della tettonica propria del sistema vulcanico, invece, la
grande depressione calderica, all’interno della quale si osserva un sistema
di fratture con andamento più o meno concentrico ed in relazione diretta
con il collasso calderico. A tale sistema di fratture appartengono le faglie a
gradinata che hanno interessato la cupola centrale di Montagna Grande
smembrandola in vari blocchi dislocati a quote diverse.
Rilevamento gravimetrico
(G. Berrino, M. Grimaldi)
Misure di campagna
La rete gravimetrica (Fig. 3) consta di 124 caposaldi, 56 dei quali coin¬
cidenti con quelli della rete altimetrica, le cui quote sono state determinate
Anomalìe gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 129
mediante livellazione geometrica di precisione con un errore medio chilo-
metrico non superiore a + 1 mm/fen. Le quote dei rimanenti caposaldi
sono state determinate mediante livellazione barometrica utilizzando una
coppia di altimetri Paulin System mod. MDM5 (sensibilità 0,5 m/div),
effettuando frequenti e rapidi collegamenti ai caposaldi della rete altime¬
trica e correggendo i valori letti dell’effetto delle variazioni temporali della
pressione atmosferica, registrata mediante un microbarografo Lambicchi
tenuto in funzione nell’isola per tutta la durata del rilevamento; con tale
procedimento Terrore nella determinazione delle quote, per tali caposaldi,
è risultato non superiore a 1 -f 2 m. Le misure di gravità sono state effet¬
tuate mediante il gravimetro Worden mod. Master, n. 783 (costante di scala
0.09467 mgal/div) e sono state collegate ai caposaldì n. 1 (molo principale)
e 3 (Chiesa di Scauri) del rilievo effettuato nel 1959 dall’Osservatorio Geo¬
fisico Sperimentale di Trieste (Gantar et al, 1961); tali caposaldi hanno
130 B errino et al
costituito, insieme a quello istituito presso l’abitato di Khamma (cs. 34), la
rete base del rilevamento.
Dai valori misurati della gravità sono state calcolate le anomalie di
Bouguer, computate per una densità di 2.5 g/cm3, adottando per il calcolo
della gravità normale la Formula Internazionale del 1930 (Telford et al.,
1978). La scelta di tale valore di densità è scaturita dall’opportunità di uni¬
formare i dati dell’attuale rilievo con quelli del precedente effettuato
dall’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste a terra e a mare (Ciani,
1960; Cantar et al, 1961).
Anomalìe gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 131
Mappa delie anomalìe di Bouguer
La mappa di Bouguer così ottenuta (Fig. 3), tracciata con equidistanza
di 2,5 mgal, presenta un valore medio dell’anomalia che ben si inserisce
nell’andamento regionale (Medi, Morelli, 1952; De Bruyn, 1955);
quest’ultimo (Fig. 4) evidenzia che la regione del Canale di Sicilia è com¬
presa fra due grandi anomalie: quella della soglia Tirrenica a Nord, indivi¬
duata dalla isoanomala dei 50 mgal, e quella localizzata nella piana abis¬
sale Ionica ad est, con un forte massimo di oltre 168 mgal a NE di Sira¬
cusa.
La depressione centrale del Canale di Sicilia è delimitata dalla isoano¬
mala dei 75 mgal e farea di massimo si estende al grappo delle Fosse di
Pantelleria e Linosa; tenendo conto delle correzioni isostatiche, tale mas¬
simo si riduce in corrispondenza della fossa,. dove i caratteri fisiografici del
fondale si avvicinano a quelli oceanici, per una probabile risalita degli
strati profondi della crosta per effetto isostatico (Harrisom et al, 1954),
mentre permane nell’area ricoperta dall’isola, dove un profilo sismico a
rifrazione rivela una crosta a carattere continentale dello spessore di circa
20 km (Colombi et al, 1973).
Nell’area dì Pantelleria, tutta caratterizzata da un’anomalia positiva, si
evidenziano due zone ben distinte: la prima, che copre la zona nord-occi¬
dentale, è rappresentata da un minimo decrescente gradatamente verso il
mare; la seconda è rappresentata da una zona di massimo chiusa dalla isoa¬
nomala degli 80 mgal che segue verso NW il supposto limite pre caldera
dell’isola (Villa Ri, 1974), mentre risoanomala degli 82.5 mgal segue verso
Sud Torlo della caldera (Fig. 3). Il limite tra le due zone cade in corrispon¬
denza di una faglia ubicata sull’orlo NW della caldera (Fig. 2).
Mentre la prima zona appare abbastanza regolare, la seconda è acci¬
dentata per la presenza di massimi e di minimi localizzati. In particolar
modo è da notare l’esteso minimo che cade in corrispondenza del bordo di
Montagna Grande e tre massimi, il primo dei quali (circa 90 mgal) cade sul
bordo Nord-Est della caldera in corrispondenza di Cuddia Maccotta dove
sono presenti le lave del Khaggiar. Gli altri due massimi, di circa 100 mgal,
il primo ubicato in Piano del Barone, dove sono presenti pomici sciolte, ed
il secondo situato in Contrada Kania, in corrispondenza di formazioni
ignimbritiche, sono allungati lungo una linea preferenziale ad andamento
NE-SW che non coincide con alcuna delle direttrici riferibili alla tettonica;
inoltre il primo massimo cade lungo il bordo SE della caldera.
Si rileva ancora la presenza di un mìnimo di piccola entità nella parte
sud-orientale dell’isola.
132 Benino et ai
Interpretazione e discussione
Per un’interpretazione quantitativa delle anomalie gravimetriche sono
stati scelti tre profili, la cui ubicazione è riportata in Fig. 3. Il primo (A- A’)
si sviluppa lungo la direttrice NW-SE e attraversa l’isola in tutta la sua lun¬
ghezza; gli altri due, che si sviluppano in direzione NE-SW, attraversano il
minimo di Montagna Grande ed il massimo di Cuddia Maccotta (profilo B-
B’) ed i due massimi di Piano del Barone e di Contrada Kania (profilo C-
C). L’anomalia gravimetrica lungo tali profili è stata interpretata in termini
di modelli bidimensionali di forma arbitraria, utilizzando un algoritmo ite¬
rativo per la definizione dei parametri del modello (Talwany et ah, 1959;
Marquardt, 1963; Corbato, 1965; Rapolla, 1980).
Quale contrasto di densità esistente tra il corpo producente l’anomalia
ed il mezzo circostante, è stato adottato il valore di 0.5 g/cm3 . Tale valore
scaturisce dalla presenza, nell’isola, di lave basiche, e dalla considerazione
che la parte sommersa di Pantelleria è costituita da vulcaniti più antiche;
Anomalie gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 133
tale valore del contrasto di densità, peraltro già adottato nello studio gravi-
metrico a carattere regionale (Gantar et al., 1961), è quello che fornisce
risultati geologicamente più significativi ed in accordo con le osservazioni
di superficie. Un profilo sismico a rifrazione, lungo la direttrice Gargano-
Salerno-Palermo-Pantelleria (Colombi et ah, 1973), avendo carattere regio¬
nale, non ha fornito indicazioni sulle velocità sismiche relative alla parte
più alta della crosta, e pertanto non è stato utilizzabile ai fini della deter¬
minazione della densità da adottare.
Nella Fig. 5 sono riportati i modelli interpretativi lungo i profili
considerati; i valori calcolati dell’anomalia concordano bene con quelli
osservati presentando uno scarto quadratico medio dell’ordine dell’1%. In
base a tale interpretazione l’anomalia risulta prodotta da una massa
avente il tetto a profondità che varia, in alcuni punti, anche brusca¬
mente. Infatti, tale struttura risulta avere il tetto alla profondità di circa
3000 m nella parte nord-occidentale dell’isola, risalente rapidamente a
circa 2000 m nella parte centrale e a circa 1000 m nella parte sud-orien¬
tale. Prendendo in considerazione il profilo NW-SE, e confrontandolo
con la sezione geologica di Fig. 6, si rileva che le brusche variazioni di
profondità cadono in corrispondenza di faglie riscontrate in superficie;
ciò è particolarmente evidente nella zona nord-occidentale dell’isola dove
il tetto della massa è ribassato di circa 1500 m rispetto alla rimanente
parte, e questa rapida variazione di profondità avviene in corrispondenza
di una faglia ubicata alle falde di M. Gelfiser e attraversante l’orlo della
caldera (Figg. 2 e 6).
I tre massimi presenti nella mappa di Bouguer, in corrispondenza dei
quali il tetto della massa è molto superficiale (praticamente al livello mare)
non trovano riscontro nella presenza, in superficie, di vulcaniti o lave ad
elevata densità; a tali massimi, perciò, non si può dare una precisa inter¬
pretazione perché essi potrebbero essere dovuti ad intrusioni locali o
potrebbero essere connessi al bordo della caldera in quanto, come detto
precedentemente, essi cadono in corrispondenza di tale limite, quale deli¬
neato dalla geologia di superficie; essi, comunque, testimoniamo l’esi¬
stenza di masse ad elevata densità e a piccola profondità. La prima ipo¬
tesi potrebbe essere avvalorata dalla presenza di più dicchi osservabili
nella zona compresa tra Punta dell’Arco e Punta del Curiglielo (Villari,
1974).
134 B errino et al.
mgal
100.
90
80
70é> o ® ® ® ® ®
NW
■ osservati
• perequati
o calcolati
♦ vertici modello
Profilo AA'
0= ± 0.4 mgal
■ m
m m
• •
sf9
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9 9.£
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■
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1.
2
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( Profilo B B'
0= ±1 mgal
*■ ■ ■
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SW
NE
1 5 '*\
Ì0 km
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mgal
100
90
80
Profilo C C'
9-9
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9 £
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i° 4°/ \
0= ± 3 mgal
NE
/*\ 5 7*\ è km
/ \
/ \
4@=0.5
4.
km
Fig. 5 - Modelli interpretativi delle anomalie di gravità.
Anomalie gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 135
Rg • 6 - Sezione geologica di Pantelleria (da Viìlari, 1974)
Rilievo sismico
(M, Castellano, C. Del Gaudio, V, D’Errico, A. Franchino, C. Ricco).
Acquisizione dati e strumentazione
Per un’analisi preliminare del livello di sismicità di Pantelleria è stata
installata, all’incirca in posizione centrale nell’isola in località Sibà, una
stazione fissa a tre componenti; è stata impiegata inoltre, per evidenziare
eventuali sorgenti di noise legate ad attività vulcaniche e geotermali, una
stazione mobile a sola componente verticale (Fig. 7).
La stazione fìssa consisteva in una tema di geofonì Geotech S-13 a
corto periodo (1 secondo), un registratore Geotech 17373 a sette canali, tre
amplificatori Geotech M4221 utilizzabili in alto e basso guadagno, una
radio Patek-Philippe T-80 sintonizzata sul segnale del tempo DCF ed un
Portacorder Geotech RV-320 espletante funzioni di monitor; tale apparec-
chiatura ha funzionato ininterrottamente dal 15-5 al 24-5-1980 durante il
quale periodo non è stato registrato alcun evento locale.
La stazione portatile comprendeva un geofono Mark L 4C a corto
periodo, un modulatore Lermartz 1030/12 con frequenza di 1050 Hz ed un
registratore magnetico UHER.
È stato usato per la stazione portatile un guadagno di 30 db (segnale
amplificato 32 volte); la stazione fissa invece funzionava in alto e basso
guadagno, regolando gli amplificatori ad una attenuazione di 34 db ed una
separazione di 30 db, in modo da ottenere un utile confronto della stessa
traccia ad amplificazioni diverse.
Sono state ricoperte in totale 19 stazioni per la misura del noise,
usando per ogni registrazione un intervallo di cinque minuti, concentran¬
dole per la maggior parte nella zona nord-occidentale dell’isola dove più
136 Benino et al
Fig. 7 - Ubicazione della stazione centrale e dei punti stazione del rilievo sismico.
recentemente si sono avute manifestazioni delPattività vulcanica e sismica
(eruzione del 1891).
In aree vulcaniche e geotermali si registra una vibrazione continua del
suolo (Goforth et al, 1972) con un ampio spettro di frequenze (0.1 - 100
Hz) e con le massime ampiezze nel range 1 - 10 Hz (Douze, 1967). La sor¬
gente del tremore o noise non è definita univocamente e sono stati pro¬
posti a riguardo diversi modelli (Steinberg e Steinberg, 1975; Aki et al.,
1977; Riuscetti et al., 1977).
Per quanto riguarda l’impiego delle misure di noise nello stesso studio
dei campi geotermali, le informazioni finora ottenute hanno dato risultati
contraddittori.
In certe aree è stato riscontrato un elevato livello del noise in corri¬
spondenza delle basse frequenze (minori di 3 Hz), interpretato come mani-
Anomalie gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 137
festazione dell’azione di fluidi ad alta temperatura presenti nel sottosuolo;
in altre zone, invece, tale azione viene mascherata dalla presenza di altre
sorgenti di rumore, come vento e «cultural noise », per cui l’interpreta¬
zione dei dati ai fini di una localizzazione della riserva geotermale risulta
molto complessa (Douze e Laster, 1979). Nonostante queste difficoltà le
misure di noise sono state ampiamente impiegate, insieme ad altre tec¬
niche d’indagine, nello studio di aree in cui è possibile la presenza di fluidi
geotermici (Douze e Sorrells, 1972).
I dati ottenuti dalle registrazioni di campagna sono stati elaborati ese¬
guendo un filtraggio elettronico analogico degli intervalli rappresentativi
delle 19 misure, nonché delle contemporanee registrazioni effettuate dalla
stazione fissa che operava al centro di Pantelleria, trattando il noise come
fenomeno stazionario e non considerando eventi transienti.
II filtraggio è stato eseguito considerando sei intervalli di frequenza
con larghezza di banda di 0.2, 0.5, 1.2, 2, 2.5, 5 Hz e frequenze centrali
rispettivamente di 0.6, 0.95, 1.85, 3.5, 5.75, 9.5 Hz; all’uopo è stato usato
un filtro elettronico KRON-HITE 3343 in passa banda con una velocità di
attenuazione di 48 db/ottava.
Risultati e discussione
Per le misure di noise sono stati ottenuti, sia per le stazioni mobili che
per la stazione fissa, spettri di frequenza, considerando i valori della velo¬
cità del moto del suolo in micron/secondo, nonché i relativi spettri di
potenza (p2/sec2/Hz). Per la stazione fìssa l’intervallo di osservazione non
copre l’intero periodo di registrazione effettuato con la stazione mobile per
il cattivo funzionamento del registratore.
Successivamente alla realizzazione degli spettri di potenza sono stati
correlati nello stesso grafico i valori ottenuti per una singola misura di
noise con quelli relativi alla contemporanea registrazione eseguita dalla
stazione fissa (Fig. 8 a e 8b).
Da tale comparazione si nota, per le misure di noise effettuate in punti
situati all’incirca alla stessa distanza dal mare della stazione centrale (n. 5,
13 e probabilmente 18), un andamento degli spettri corrispondente a quelli
ottenuti per la stazione fìssa.
Per quanto riguarda gli spettri relativi agli altri punti stazione si nota
una generale differenza dei valori dell’ampiezza del moto del suolo rispetto
a quelli della stazione di riferimento.
138 Benino et al.
IO2!
10°l
10\
10'
St.1
1 10 hz
IO2 -j
10'
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1 10 hz
1 10 hz
St. 9
v /
V/
1 io hz
Fig. 8 a - Spettri di potenza del « noise » registrato nella stazione centrale (curva trat¬
teggiata) e nei punti stazione (curva intera).
Anomalie gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 139
ì 10 hz 1 io hz 1 10 hz~ 1 10 hz 1 10 hz
Fig. 8 b - Spettri di potenza del «noise» registrato nella stazione centrale (curva trat¬
teggiata) e nei punti stazione (curva intera).
L’andamento generale dei 22 spettri di potenza segue una parabola
asimmetrica con la concavità rivolta verso Paltò e caratterizzata da due
picchi rispettivamente alle basse ed alle alte frequenze (minori dì 1 Hz e
maggiori di 10 Hz) e da un minimo oscillante tra 3 e 5 Hz. Soltanto quattro
misure (stazioni n. 6, 14, 15, 10) danno spettri differenti, evidenziando un
minimo alle alte frequenze.
Inoltre le stazioni n. 1,2, 17, 16 (le prime tre poste in prossimità della
costa) mostrano spettri con un secondo picco intorno ai 7-8 Hz. È stata
effettuata quindi una rappresentazione grafica degli andamenti delle velo¬
cità relativi alle 19 stazioni per le sei bande di frequenza utilizzate durante
il filtraggio (Fig. 9); gli stessi valori sono stati posti in grafico in funzione
delle rispettive distanze azimutali da un asse N-S passante per il centro
geometrico dell’isola (Fig. IOa).
Sono stati correlati, a questo punto, tali dati con l’influenza del mare
sui rispettivi punti stazione: a tale proposito è stata considerata per ognuno
di essi la minima distanza dal mare, proiettandola poi azimutalmente in
grafico (Fig. lOb).
Dalla sovrapposizione di quest’ ultimo con quelli rappresentativi dei sei
intervalli di frequenza (Fig. IOa-b) si evince una proporzionalità tra
ampiezza dal noise ad un determinato punto stazione e la sua prossimità al
mare per quasi tutte le stazioni.
Per ognuno dei sei grafici considerati, però, alcune stazioni non
seguono il trend generale e di queste, cinque (stazioni n, 7, 17, 8, 9, 10)
140 Benino et al
Anomalìe gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 141
Fig 10 a - Variazione della velocità del moto del suolo, per diversi intervalli di fre¬
quenza e per ogni stazione, in funzione della distanza azimutale.
Fio. lOb - Minima distanza dal mare dei punti di stazione in funzione della rispet¬
tiva distanza azimutale.
142 B errino et al
presentano per tutti gli intervalli di frequenza ampiezze del noise in forte
disaccordo con la loro distanza dalla costa.
Si nota quindi, per quanto riguarda il livello del noise, una vasta area
il cui comportamento si discosta da un andamento generale fortemente
condizionato dall’azione del mare. Inoltre i valori della velocità del moto
del suolo più elevati per tutti gli intervalli di frequenze (valori maggiori di
1 p/sec.) sono relativi alle stazioni concentrate nella zona settentrionale
dell’isola (stazioni n. 8, 9, 10, 11, 12), in vicinanza di alcuna faglie ad anda¬
mento radiale rispetto al centro della caldera, del bordo della caldera
stessa, e di centri eruttivi.
Questi valori particolari potrebbero essere determinati da migliori
caratteristiche del mezzo e quindi da una migliore trasmissione delle onde
sismiche, ma misure effettuate in altri settori dell’isola, simili come costi¬
tuzione geologica, non hanno dato gli stessi risultati.
L’area interessata da quest’andamento è stata sede della più recente
attività effusiva del complesso vulcanico, a testimonianza della quale sono
rimaste oggi fumarole e sorgenti d’acqua calda, in particolare nella zona
del Bagno d’Acqua (Rittmann, 1967). L’esistenza di tali manifestazioni
vulcaniche e geotermali indica che in profondità dovrebbero essere pre¬
senti masse ad elevata temperatura che influenzerebbero la tavola d’acqua
sovrastante.
Sulla base di queste informazioni una possibile interpretazione è che
le anomalie del noise osservate in quest’area siano determinate da sorgenti
legate a fluidi ad alta temperatura sub-superficiali.
I valori più elevati della velocità del moto del suolo possono essere
messi in relazione alla struttura tettonica dell’area investigata: infatti la
presenza di faglie che interessano più o meno profondamente l’apparato
può favorire la risalita dei fluidi geotermici con conseguente aumento del
livello del noise.
Conclusioni
Il rilevamento gravimetrico effettuato, a completamento di quello a
carattere regionale già esistente, ha permesso di definire con maggior det¬
taglio il quadro delle anomalie di Bouguer e di meglio delineare le strut¬
ture che producono le anomalie. In particolare, l’estesa anomalia positiva
interessante l’isola risulta attribuibile ad una massa dislocata in corrispon¬
denza di particolari lineazioni tettoniche riscontrabili in superficie; ciò
dimostra una buona concordanza tra i risultati forniti dai dati geofìsici e
Anomalie gravimetriche e mise sismico a Pantelleria 143
quelli geologici. Inoltre tre forti massimi, ubicati sul bordo della caldera,
testimoniano resistenza di masse molto superficiali e ad elevata densità.
I dati del rilievo sismico hanno rivelato 1’esistenza di un’area anomala
ubicata nella parte settentrionale dell’isola, ai bordi della caldera e in corri¬
spondenza di faglie e centri eruttivi secondari. In tale zona vengono regi¬
strati valori più alti della velocità del moto del suolo (v > Ip/sec) e ciò
viene interpretato come dovuto alla presenza di fluidi geotermali che risal¬
gono attraverso il locale sistema di faglie.
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Altezza dello strato di mescolamento
ed implicazioni sulla pedofauna dei fenomeni
piovosi in area urabana
Nota del socio Nadia Arcamone (*)
(Tornata del 28 maggio 1982)
Riassunto . ~~ Nel presente lavoro sono stati esaminati i valori pluviometrici di
eventi piovosi intensi e contemporanei osservati all’esterno ed all’interno dell’area
urbana di Napoli.
È stato notato un cospicuo incremento delle precipitazioni in area urbana
dovuto allo sviluppo dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione. Si è potuto rite¬
nere che tale incremento è dovuto anche all’attraversamento dello strato di mescola¬
mento da parte della base del corpo nuvoloso.
È stata inoltre analizzata l’influenza delle precipitazioni sulla distribuzione di
alcuni componenti della pedofauna, mettendo in luce anche gli effetti negativi cau¬
sati dall’acidità dell’acqua meteorica.
Summary. — In this work, thè pluviometrie data inside and outside thè town of
Naples are examined. A considerable increment of thè precipitations in thè city area
is shown, caused by increase of urbanization and industrialization.
The influence of precipitation on vertical distribution of soil animals is also ana-
lized and some negative effeets produci by «acid rain» are shown.
1. Introduzione
Lo strato limite atmosferico, o strato di mescolamento, è quella
regione della bassa troposfera che risente degli effetti diretti del suolo. In
tale strato il mescolamento è tanto efficace da determinare, in tutto lo
(*) Istituto e Museo di Zoologia - Laboratorio di Ecologia Animale - Università
di Napoli.
146 Nadia Arcamone
strato, una omogeneità nella composizione dei gas e delle particelle pre¬
senti nell’aria. La conoscenza dell’altezza dello strato di mescolamento è
indispensabile per la soluzione delle equazioni della diffusione.
Il mescolamento dell’aria viene causato, sia dai moti convettivi indotti
dal riscaldamento del suolo, sia dal «drag» meccanico dovuto all’attrito
esercitato dalla rugosità del suolo che si oppone al flusso del vento.
La determinazione dell’altezza dello strato di mescolamento si esegue
mediante sondaggi in quota, oppure utilizzando apparecchiature più sofisti¬
cate del tipo «Lidar» o «Sodar». Tali rilievi sono comunque di gestione
onerosa, per cui, solitamente si ricorre a formule teoriche che consentono
il calcolo di tale quota a partire dalle categorie di stabilità dell’atmosfera
(Pasquil, 1974). L’accentuata rugosità del suolo e la presenza dell’isola di
calore urbana rendono lo strato di mescolamento in città più spesso
rispetto all’area rurale e tanto elevato da raggiungere spesso l’altezza delle
nubi.
È noto che un fenomeno piovoso è favorito dalla presenza di nuclei di
condensazione e dall’intensità dei moti verticali che trasportano verso l’alto
masse di aria umide. In area urbana, specie se in prossimità del mare, l’ac¬
centuazione della turbolenza verticale oz, prodotta dai più elevati valori
della rugosità del suolo z0 e dei moti convettivi, da una parte, e l’incremen¬
to della concentrazione dei nuclei di condensazione di origine antropica
dall’altra, favoriscono il destarsi e l’intensificarsi di un fenomeno piovoso
allorquando un corpo nuvoloso passa attraverso lo strato di mescolamento.
2. Risultati ed osservazioni
Dall’esame delle serie storiche dei dati pluviometrici dell’Osservatorio
di Metereologia dell’Istituto di Geologia e Geofisica di Napoli, (Palumbo,
1979) ha mostrato il recente intensificarsi della piovosità in area urbana,
attribuito all’incremento della urbanizzazione e della industrializzazione
verificatesi negli ultimi decenni nella città di Napoli.
Allo scopo di ottenere ulteriori elementi a sostegno della precedente
indagine e per mettere in evidenza una correlazione tra altezza e mescola¬
mento e fenomeni piovosi che possano anche fornire utili informazioni
sull’altezza dello strato di mescolamento in area urbana sono stati esami¬
nati i dati della rete pluviometrica dell’Ufficio Idrografico del Ministero
O.O.P.P. di Napoli.
La genesi di un fenomeno piovoso è particolarmente complessa per
cui la formulazione richiede un numero elevato di informazioni che sono
Altezza dello strato di mescolamento , ecc . 147
quasi sempre indisponibili. La comparazione dei fenomeni che generano le
precipitazioni in zone diverse è ancora più difficoltosa, per cui è preferibile
un’indagine di ordine statistico rispetto a quella deterministica.
Nella presente ricerca si è appunto perseguito l’approccio stocastico.
Sono stati esaminati i dati di precipitazione particolarmente intense, di tipo
continuo (di durata superiore a 5h) associate alla presenza di nubi basse
facenti* parte di un corpo nuvoloso compatto, omogeneo ed esteso, con¬
nesso ad una vasta e profonda area depressionaria.
I dati sono stati suddivisi in due grappi: quelli relativi alle stazioni
urbane (Capodimonte, Ist. di Fisica Terrestre, Servizio Idrografico) e quelle
extraurbane (Trentola, Villa Literno, Licola, Scafati, Castellammare, Sor¬
rento, Capri, Ischia, Portici), prossime al tratto di litorale a partire dai Regi
Lagni ed esteso all’intero golfo di Napoli (Tab. I).
3. Implicazioni sulla pedofauna
Numerosi studi compiuti sulla fauna del suolo hanno messo in evi¬
denza come le precipitazioni atmosferiche possano giocare un ruolo impor¬
tante nella distribuzione degli organismi della pedofauna (E. Rogers T.,
1959, P.W. Murphy, 1966). Tali organismi, generalmente, sono distribuiti
nei vari strati del suolo in dipendenza dei numerosi fattori biotici ed abio¬
tici, e tra questi ultimi appunto le precipitazioni atmosferiche e la conse¬
guente umidità del suolo. Ciò dipende dalla valenza ecologica che alcuni
gruppi faunistici presentano in relazione al tenore di umidità del suolo.
Secondo Battaglini (1973), uno dei gruppi che maggiormente è legato
all’umidità del suolo è quello dei Collemboli Poduromorfi che necessitano
una considerevole percentuale di umidità per il loro insediamento. La loro
abbondanza, come quella degli Acari, aumenta al crescere dell’umidità,
l’inverso vale invece per gli Arcari Oribatidi che decrescono all’innalzarsi
dell’umidità, aumentando però proporzionalmente alla porosità. Quindi tra
Collemboli ed Acari quelli che hanno una escursione di tollerabilità ecolo¬
gica più ampia, per quanto concerne il fattore ecologico umidità, sono i
Collemboli. Tra gli Acari, gli Oribatidi per le loro peculiari caratteristiche
morfologiche, presentano linee di fuga verticali all’andamento di umidità.
In dipendenza della maggiore o minore valenza ecologica, quindi, gli
organismi della pedofauna, opponendosi a condizioni di tenore di acqua
nel terreno a loro favorevoli compiono migrazioni verticali tra gli strati del
suolo. In generale è stato osservato che si verifica un movimento a partire
148 Nadia Arcamone
TABELLA I
(Pioggia mm.)
Data
Area Urabana
Area Extraurbana
A %
16- 2-60
16.28
15.13
7
12- 3-60
44.05
35.71
19
21- 4-60
19.56
3.02
85
20- 9-60
25.64
22.79
11
12-10-60
26.78
18.48
31
14-11-60
14.6
27.49
41
2- 3-61
35.85
32.86
8
24- 4-61
28.1
27.34
6
11- 5-61
19.35
15.26
21
8-10-61
81.5
27.17
67
4-11-61
21.37
17.17
20
14-10-62
18.52
13.09
29
27-12-62
24.87
17.01
32
19- 1-63
17.47
25.12
-31
17- 2-63
31.17
37.95
-18
16- 5-63
30.15
26.34
13
26- 9-63
24.9
24.61
30
8-10-63
64.65
41.56
36
27-11-63
ro
4^
oo
10.91
44
1- 3-64
34.62
21.8
37
3-12-64
45.2
21.27
53
24- 2-65
33.57
31.06
8
11-11-65
31.82
19.48
39
4-12-65
19.4
31.11
33
2- 9-65
29.57
27.54
7
12- 1-66
33.5
18.92
44
18- 2-66
24.6
11.4
54
2-11-66
27.3
13.36
51
13-10-66
27.6
8.52
69
5- 9-67
34.35
17.86
48
14- 9-67
27.42
23.58
14
29-11-67
29.3
24.67
16
27-12-67
21.3
26.85
-21
25- 4-67
18.37
11.21
39
15- 3-68
18.25
18.27
-1
17-10-68
21.82
12.57
42
5-11-68
44.05
19.91
55
17-12-68
37.87
22.32
41
15- 2-69
17.85
15.45
28
6- 3-69
22.3
14.92
33
Altezza dello strato di mescolamento, ecc. 149
dagli strati più superficiali verso quelli più profondi (Edwin Rogers T.,
1959). Per verificare tali migrazioni in dipendenza delle precipitazioni sono
stati effettuati dei campionamenti di pedofauna in due biotopi diversi sulla
collina dei Camaldoli (Napoli): Si sul versante Sud-Est e S2 sul versante
Sud. Il primo prelievo è stato compiuto fi 1-1 1-80, giorno di discreta piovo¬
sità, per cui il terreno si presentava bagnato, ed il secondo P8-9-81 nel
quale il suolo era abbastanza arido. In tabella sono riportati i valori fauni¬
stici per ogni strato (Tab. Il e III). Le metodiche di campionamento e di
estrazione sono quelle riportate da Battaglini (1973).
TABELLA II
Prelievo 11-11-80
Biotopo Sj
Biotopo §2
Strati
1°
2°
3°
4°
1°
2°
3° 4°
Profondità in cm.
1
2
2
2,5
1
2
3 4
Umidità
88%
88%
90%
93%
98%
98%
100% 100%
Taxa
Acari
40
20
3
48
41
18
18 51
Acari Oribatidi
9
4
2
5
20
7
14 19
Collemboli Poduromorfi
39
3
44
98
—
2
31 21
TABELLA III
Prelievo 8-9-81
')
Biotopo S]
Biotopo S2
Strati
1°
2°
3°
4°
1°
2°
3°
4°
Profondità in cm.
1
2
2
2
1
2
1,5
3
Umidità
84%
84%
84%
84%
90%
90%
90%
90%
Taxa
Acari
28
144
212
18
184
191
33
40
Acari Oribatidi
—
23
11
2
45
66
57
41
Collemboli Poduromorfi
162
138
225
168
36
79
18
48
150 Nadia Arcamene
Dai valori riportati per il prelievo delPl 1-1 1-80 si può notare che i
massimi numerici degli Acari e dei Collemboli Poduromorfi si osservano
tra il 3° e 4° strato (profondità 7,5 - 12 cm.), mentre il massimo degli Acari
Oribatidi si verifica nel 1° strato. Situazione inversa si ottiene, invece, nel
prelievo dell’8-9-81, dove sia gli Acari che i Collemboli Poduromorfi pre¬
sentano il loro massimo nel 3° e 2° strato (profondità 3-5 cm.), mentre gli
Acari Oribatidi sono più abbondanti nel 2° strato.
Bisogna tener presente comunque che non solo l’intensità ma anche la
composizione chimica delle precipitazioni influisce sulla distribuzione ver¬
ticale della pedofauna.
La composizione chimica delle precipitazioni naturali è una soluzione
quasi neutra a pH 5,6, in quanto contiene C02 disciolta, Negli ultimi anni
si è assistito però ad un aumento di acidità nelle acque piovane in prossi¬
mità di grossi centri urbani e di grandi impianti industriali per la immis¬
sione nell’atmosfera di ingenti quantità di composti dello zolfo (H2S, S02)
e subordinatamente dell’azoto (N02, N03), provenienti dall’utilizzazione
dei combustibili fossili. Tali composti si trasformano nell’atmosfera in acidi
forti (solforico e nitrico) e precipitano sul terreno con la pioggia e la neve
(Likens, 1979).
Le precipitazioni acide esercitano effetti molto dannosi nei confronti
della vita animale e vegetale in quanto inducono un aumento dell’acidità
del terreno influenzando l’abbondanza di diverse specie. Hàgvar Sigmund
(1981) ha potuto osservare gli effetti indotti da una pioggia artificialmente
acida (contenente H2S04 diluito) sull’abbondanza di Acari in una foresta di
conifere scandinava. Uno dei risultati più interessanti di Hàgvar è stato
che Tacidificazione cambia il modello di distribuzione verticale e che la
relativa proporzione numerica degli animali diminuisce negli strati supe¬
riori. Inoltre gli Acari Prostigmati (stigmi in posizione anteriore) mostrano
una riduzione quantitativa, effetto che si nota anche negli Acari complessi¬
vamente, mentre i Mesostigmati (Oribatidi) aumentano sui terreni acidifi¬
cati sia nel 1° strato (da 0-3 cm.) che nel 2° e 3° strato (da 3 a 6 cm.), gli
Acari a respirazione cutanea come gli Astigmati non mostrano alcun cam¬
biamento significativo.
Conclusioni
Sia i dati delle singole stazioni pluviometriche che quelli medi dei due
raggruppamenti (area urbana ed extraurbana) mostrano l’incremento della
pioggia in area urbana (Tab. I).
Altezza dello strato di mescolamento, ecc. 151
Il valore medio di tale incremento per tutti i giorni esaminati è del
25,7%. Il maggiore valore delle precipitazioni riscontrato in città rispetto
alla periferia può essere giustificato solo assumendo che il corpo nuvoloso,
almeno nella parte inferiore, abbia attraversato, in corrispondenza della
città, lo strato di mescolamento. Ciò in quanto in seno a detto strato, come
è noto, si hanno moti turbolenti ed elevate concentrazioni di nuclei di con¬
densazione che favoriscono il verificarsi del fenomeno piovoso. È da presu¬
mersi poi che, contrariamente alfarea rurale, l’altezza dello strato di
mescolamento in città, per il fatto di aver dovuto raggiungere almeno la
quota della base delle nubi, sia molto più elevato di quello dalle formule
teoriche (Pasquill, 1974) e ciò dimostra appunto la inadeguatezza di
queste ultime per l’area urbana.
Per quanto concerne poi il rapporto precipitazioni-pedofauna^ si è
notato che all’aumentare della prima si ha una rarefazione selettiva di den¬
sità dei componenti della mesofauna del suolo. In particolare gli Artropodi
del suolo ricercano zone più profonde per poter superare lo stres ambien¬
tale creatosi con la precipitazione. Dai dati in nostro possesso si può inoltre
asserire che l’acidità dell’acqua meteorica, così come avviene in foreste di
conifere (Hàgvar, 1981), crea nelle zone boschive vicino Napoli, un decre¬
mento complessivo di densità pedofaunistico. Oltre a ciò, seppure in modo
selettivo, l’acidità della pioggia agisce maggiormente sui Collemboli Podu-
romorfi che scendono nel suolo anche di 3-4 cm.
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'
.
.
■
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 153-156, tab. 3
Acidi grassi e steroli
in due specie di Hygrophorus
Nota dei soci Patrizia MorricaO*) e Silvia Mustacchi (*)
e di Vincenzo Santagada, Alfonso Senatore (*) e Domenico Serra (**)
(Tornata del 25 giugno 1982)
Riassunto. - Sono stati analizzati gli acidi grassi e gli steroli di due specie di
Hygrophorus. L’acido paimitico e l’acido linoleico sono rispettivamente l’acido grasso
saturo ed insaturo più abbondanti. L’ergosterolo è lo sterolo predominante.
Summary. - Fatty acids and sterols in two Hygrophorus spp were determined.
Palmitic acid and linoleic acid were thè most abundant fatty acids. Ergosterol was
found to occur in a percentage higher than 78% in both thè species examined.
Gli acidi grassi e gli steroli sono attivi nella crescita e nella riprodu¬
zione dei funghi (Taber, 1957; Yusef, 1963; Weete, 1973) e la conoscenza
dei costituenti chimici dei Basidiomiceti è importante dal punto di vista
della fisiologia vegetale e della biochimica. Da tempo il nostro gruppo si
sta interessando allo studio della composizione chimica di Basidiomiceti
(De Simone et al , 1979; Senatore et al., 1980; G. Cordella et al., 1981)
e in questa breve nota riferiamo sugli acidi grassi e gli steroli di due specie
di Agaricales e, precisamente, VHygrophorus olivaceoalbus Fr. e VHygropho-
rus hypothejus Fr., funghi commestibili che crescono nei boschi di pini
all’inizio dell’autunno. Come per gli altri Basidiomiceti esaminati, anche in
questi lo sterolo più abbondante è l’ergosterolo. Ad esso si accompagnano
altri steroli correlati; si sono trovate anche tracce di colesterolo. Tra gli
acidi grassi prevalgono il paimitico, l’oleico, lo stearico ed il linoleico in
buon accordo con i risultati ottenuti da altri autori (Nes, 1980; Senatore et
al., 1980; Yokokawa, 1980).
(*) Istituto di Biorganica, Facoltà di Farmacia, Via L. Rodino, 22, Napoli.
(**) Istituto di Chimica Organica, Facoltà di Farmacia, Via Muroni, 23/b, Sassari.
154 Patrizia Monica et al.
Nella tabella I riportiamo i dati relativi all’estrazione dei due funghi
mentre nelle tabelle II e III riportiamo i valori percentuali in acidi grassi e
steroli.
Parte sperimentale
I funghi, raccolti nei boschi vicino Salerno, sono stati puliti e tagliati
in piccoli pezzi, quindi estratti con acetone a temperatura ambiente per tre
giorni, rinnovando il solvente ogni 12 ore. Gli estratti, concentrati sotto
vuoto, hanno dato una sospensione acquosa che è stata dibattuta con acqua
ed etere. La fase eterea, concentrata sotto vuoto, è stata saponificata con
KOH al 10% in EtOH all’80% (12 ore a ricadere, sotto N2).
Allontanato al rotavapor l’EtOH, il residuo è stato ripreso con acqua
ed etere. Dalla fase acquosa, dopo acidificazione con HC1 2N, sono stati
recuperati, per estrazione con CH2C12, gli acidi grassi. L’insaponificabile è
stato passato su gel di silice (Kieselgel 60,70-230 mesh ASTM) eluendo con
CH2C12. Si è così ottenuta la frazione sterolica che è stata acetilata (Ac20 e
piridina 12 ore a t. amb.) e poi purificata per PLC eluendo con C6H6.
Gli acidi grassi ottenuti sono stati trasformati nei loro esteri p- bromo-
fenacilici e successivamente determinati per HPLC secondo Borch (Borch,
1975) con una colonna RP8 Hewlett-Packard a fase inversa montata su un
cromatografo liquido connesso con un detector U.V., con azzeramento
automatico della linea di base, leggendo a 254 nm.
L’eluente usato è stato CH3CN/H20, programmato 70/30 per i primi
cinque minuti dopo l’iniezione e poi da 70/30 a 100/0, arrivando alla com¬
posizione finale in 90 minuti. Il flusso è stato di 0.75 ml/min.
Gli steroli acetilati sono stati separati per TLC su lastre impregnate
con AgN03 al 20% eluendo 2 volte con esano-benzene 1/1. Gli steroli così
separati sono stati riconosciuti per GC su OV-1 al 2.5% (2 m x 3 mm d.i.),
N2a 50 ml/min (RRt e per coiniezione standard) e dal confronto dei loro
spettri NMR e MS con quelli riportati in letteratura (Rubinstein et al. ,
1976; Zaretskii, 1976). In ordine di polarità crescente sono risultati es¬
sere:
ergost-7 -en-3 (3-/7 acetato : RRt, 1,43: IR Ymax *3 cnf1: 1730; MS m/e
442 (M+, picco base) 4427, 382, 367, 288, 255, 229, 213; ]H-NMR: 5 0.54 (s,
C-18), 0.78 (d, J = 6.6 Hz, C-28), 0.79 (d, J = 6.6 Hz, C-27 o C-26), 0.82 (s,
C-19), 0.87 (d, J = 6.6 Hz, C-26 o C-27), 0.93 (d, J = 6.6 Hz, C-21), 2.03 (s,
MeC02), 4.73 (m, C-3), 5.18 (m, C-7);
Acidi grassi e steroii in due specie di Hygrophorus 155
ergosta-7,22-dien-3 15 -il acetato: RRt 1,24; IR yS?3 cm 1; 1730, 972
(À22-trans); MS m/e 440 (M+, picco base) 425, 397, 380, 365, 342, 315, 313,
288, 255, 229, 213: 'H-NMR: 5 0.54 (s, C-1S), 0.81 (s, 019), 0.82 (d, J = 6.6
Hz, 027 o 026), 0.83 (d, J= 6.6 Hz, 026 o 027), 0.91 (d, J = 6.6 Hz,
028), 1.01 (d, J = 6.6 Hz, 021), 2.03 (s, MeC02), 4.68 (m, 03), 5-16 (m,
07), 5.21 (m, 022 e 023);
ergosta-5,7-dien-3 P-;7 acetato: RRt 1,43: IR ySP3 cm-1: 1730. U.V.
À®£H nm: 273, 283, 294: MS m/e: 440 (M+), 425, 380 (M+-H0Ac, picco
base, 365, 313, 253, 211, 158, 143: 'H-NMR: 6 0.62 (s, 018), 0.78 (d,
J = 6.6 Hz, 028), 0.79 (d, J = 6.6 Hz, 027 o 026), 0.86 (d, J = 6.6 Hz,
026 o 027), 0.95 (d, 3 = 6.6 Hz, 021), 0.96 (s, 019), 2.04 (s, MeC02),
4.72 (m, 03), 5.39 (s, 07), 5.57 (m, 06);
ergosterolo: RRt 1.22: IR ySP3 cm-1: 1730, 972 ( A’ '-trans): UV
AmaT nm: 273, 283, 294: MS m/e: 438 (M+), 423, 378 (M+-HOAc, picco
base), 363, 335, 313, 253, 251, 211, 158, 143: 'H-NMR: 6 0.63 (s, 018),
0.83 (d, J= 6.6 Hz, 027 o 026), 0.84 (d, J = 6.6 Hz, 028), 0.96 (s, 019),
1.04 (d, J = 6.6 Hz, 021), 2.04 (s, MeC02), 4.71 (m, 03), 5.21 (m, 022 e
023), 5.39 (m, 07), 5.57 (m, 06).
BIBLIOGRAFIA
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sai em. 194 pp.
156 Patrizia Monica et al.
TABELLA I
Dati relativi
all’estrazione
(g)
Farri, gen. Specie
Peso secco
Fase Eterea
estr. Acet.
Saponif.
Insap.
Hygrophoraceae
Hygrophorus
H. hypothejus Fr.
170
3.48
2.10
0.160
H. olivaceoalbus Fr.
205
3.72
2.58
0.175
TABELLA II
Composizione in acidi grassi (%)
Acido grasso
H. hypothejus
H. olivaceoalbus
Pentadecilico
0.6
0.3
Paimitico
15.2
17.6
Palmitoleico
T
0.4
Stearico
12.1
11.8
Oleico
13.5
7.8
Linoleico
56.3
60.1
Non Determ.
1.6
1.9
T: minore dello 0.2%
TABELLA III
Composizione
sterolica (%)
Fungo
i
il
in
IV
H. hypothejus
9.5
12.6
6.6
70.2
H. olivaceoalbus
1.8
8.7
10.6
78.5
I: ergost-7-en-3p-olo;
II: ergosta-7,2-dien-3 p-olo;
III: ergosta-5,7-dien-3 P-olo;
IV: ergosterolo.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 91, 1982, pp. 157-171, figg. 9, tab. 1
Ittiotossicità e prime osservazioni istologiche
sulle modificazioni dell’epitelio respiratorio
di Carassius auratus L.
esposto ad acque inquinate da olii greggi.
Un problema di autoecologia acquatica (*)
Nota del socio Pietro Battaglimi (**) e di Giuliana Andreozzi (***),
Rosanna Antonucci (***), Nadia Arcamone (**),
Luciana Castaldo (***) e Giuliana Gargiulo (***)
(Tornata del 25 giugno 1982)
Riassunto. — Gli Autori hanno studiato le modificazioni indotte da varie con¬
centrazioni di petrolio greggio su Carassius auratus L.
Sono stati effettuati tests ittiotossicologici ed eseguiti esami istologici, istochi-
mici ed ultrastrutturali sulla branchia. Lo studio tossicologico ed anatomo-patologico
ha messo in evidenza la notevole azione del greggio a carico dei vari organi ed in
particolare delle branchie le quali presentano danni di una tossicità più acuta che
cronica.
Tali risultati vengono confermati dall’analisi istologica, istochimica ed ultra¬
strutturale che evidenzia un aumento dell’azione distruttiva del greggio sull’epitelio
respiratorio via via che aumenta la sua concentrazione ed il periodo di esposizione
dei Carassi. Inoltre è da notare che forti concentrazioni di greggio inducono l’epite¬
lio branchiale di copertura a distaccarsi mentre l’epitelio germinativo subisce una
spoliazione progressiva.
Si conclude affermando che la branchia è un modello ideale per le ricerche di
ecotossicologia in ecosistemi acquatici.
Summary. — Influence of different concentrations of crude oil were studied on
goldfìsh, Carassius auratus L.
Toxicological and anatomo-pathological examinations were made. Evidence
shows that crude oil produces damage in various organs, especially in thè gills.
The effects of toxicity on thè gills are more acute than chronic. These results are
consistent with histological, histchemical and ultrastructural findings, which clearly
(*) Lavoro eseguito con contributo M.P.I. 40%, anno 1981.
(**) Istituto di Zoologia e Museo - Università di Napoli.
(***) Cattedra di Istologia Generale e Speciale - Università di Napoli.
158 Pietro B attagliili e coll.
show thè destructive action of crude oil on thè respiratory epithelium. The entity of
these negative effects seems to be proportional to thè concentration of petroleum
and to thè lenght of time for which thè fish is exposed to thè noxius agent.
It is proposed that thè fish gill is a good model for ecotoxicological research in
acquatic ecosystems.
Introduzione
L’inquinamento da petrolio greggio è stato associato essenzialmente
con i disastri spettacolari avvenuti nel mare. Basti pensare ai danni causati
sulle coste della Bretagna nel 1967 dalla nave Torrey Canyon che versò in
mare 116.000 m3 di greggio ed al disastro ecologico presente lungo le
nostre coste tirreniche ed adriatiche, a causa degli scarichi delle petroliere
che trasportano olii greggi. Nell’ambiente dulciacquicolo una significativa
origine di inquinamento è determinata dagli scarichi diretti o mediati di
prodotti petroliferi utilizzati per il trasporto o per l’agricoltura.
È stato calcolato che, perfino negli Stati Uniti, dove la lotta all’inqui¬
namento è fortemente sentita ed effettuata, l’immissione nell’ambiente di
prodotti petroliferi o di loro derivati si aggira tra i 2,27 ed i 5,03 x IO9 litri
ogni anno (Environmental Protection Agency 1974).
Per quanto concerne l’alterazione dell’ambiente dulciacquicolo, se¬
condo Freestone (1972), pare che gli scarichi derivino per il 15% dall’uti¬
lizzazione di prodotti petroliferi per la costruzione di strade limitrofe a
corsi d’acqua, per il 70% dagli scarichi di officine, opifici e industrie che
utilizzano prodotti petroliferi nei loro processi lavorativi e per l’altro 15%
da materiali di varia origine.
Nonostante un notevole volume di ricerche, studi di ecotossicologia da
petrolio greggio nelle acque dolci sono del tutto assenti o molto rari.
Hedtke e Puglisi (1980) sono gli unici che hanno tentato di esaminare
l’azione di inquinanti di origine petrolifera sul ciclo biologico di un pe¬
sce d’acqua dolce, Giordanella floridae. Tali Autori arrivano alla conclu¬
sione che probabilmente gli olii greggi da loro utilizzati sono tossici, non
come tali, ma per la presenza in essi di composti dello zinco, piombo e
cadmio.
La nostra regione, per la particolare concentrazione urbana e indu¬
striale in zone circoscritte, è soggetta alla possibilità reale di inquinamento
dell’ambiente dulciacquicolo per opera di scarichi di prodotti petroliferi o
loro derivati. Pertanto è opportuno intraprendere uno studio di autoecotos-
sicologia, utilizzando come inquinante il petrolio greggio e come materiale
biologico il Carassìus auratus L.
Ittiolo ssicità e prime osservazioni istologiche, ecc. 159
Precedenti ricerche sulle modificazioni delle branchie di Teleostei trat¬
tati con acque fluviali fortemente inquinate da scarichi domestici ed indu¬
striali (Battaglini 1981, 1982; Andreozzi et al. 1982) hanno messo in evi¬
denza che la branchia, essendo uno degli organi che per primi vengono a
contatto con gli inquinanti, rappresenta il bersaglio tipico di qualsiasi
danno ambientale e, per conseguenza, il campanello di allarme di varia¬
zioni ambientali eventualmente anche minime.
La presente ricerca pertanto evidenzia la letalità a breve e a lungo ter¬
mine del petrolio su Carassius auratus L. e riporta i primi risultati istolo¬
gici, istochimici ed ultrastrutturali sulle alterazioni subite dalle strutture
respiratorie in presenza di questo tossico.
Procedimento e metodi
Per la ricerca in oggetto si è proceduto con tests statistici di ittiotossi-
cità seguendo la metodica degli «Standard Methods » (1971).
In cinque vasche con 20 litri di acqua potabile è stato aggiunto petro¬
lio greggio1 rispettivamente nelle concentrazioni di 0.05; 0.1; 0.25; 1; 5 per
cento. Dopo che con un mescolatore a mano si è omogeneizzato il tutto,
sono stati immersi in ogni vasca 10 esemplari di Carassius auratus L.
Tale scelta di concentrazioni è stata effettuata per ottenere un effetto
tossico incrociato. Infatti il rapporto di diluizione tra la prima e la seconda
vasca è di 1:2, tra la terza e la quarta di 1:4, inoltre il rapporto tra la
quarta e la quinta è il doppio di quello esistente tra la seconda e la terza.
L’ittiotossicità è stata valutata, per ogni vasca dopo 6, 24, 48, 72, 96
ore. A tali intervalli si prelevavano, da ciascuna vasca gli esemplari di
Carassius auratus L.2 in condizioni fortemente critiche di sopravvivenza.
Ad essi si prelevavano le branchie, il fegato, la cistifellea, i reni e Pinte-
stino per la valutazione anatomo-patologica delle alterazioni. Tale valuta¬
zione è stata quantizzata utilizzando particolari parametri (Battaglini et al.
1981).
Contemporaneamente da ciascuna branchia venivano allestiti preparati
per le osservazioni in microscopia ottica (MO) e in microscopia elettronica
1 II petrolio greggio usato per gli esperimenti è stato fornito da Mobil Oil Ita¬
liana S.p.A. e la dizione precisa è Olio greggio Arabian Light.
2 Gli esemplari prelevati in condizioni critiche di sopravvivenza, per conven¬
zione (Standard Methods), vengono considerati morti e come tali riportati nella
Tabella I.
160 Pietro Battaglini e coli
(ME). Per quanto riguarda la MO, le lamelle, fissate in formalina al 10% o
in Bouin, erano incluse in paraffina e sezionate serialmente a 7-9 p; veni¬
vano poi colorate con i seguenti metodi:
1) ematossilina-eosina;
2) colorazione tricromica di Van Gieson;
3) reazione PAS;
4) alcian blu a pH 2.7 e pH 1.
Per la ME una coppia di lamelle per ogni branchia, dopo fissazione in
glutaraldeide al 2.5% in tampone fosfato pH 7.4, era inclusa in Epon 812.
Sezioni fini erano osservate, dopo colorazione con Piombo citrato e Uranile
acetato al microscopio Philips 201.
Risultati e discussione
Lo studio degli effetti su Carassìus auratus L. delle varie concentra¬
zioni di petrolio greggio in acqua è stato effettuato in un’ottica ecotossico¬
logica con prove di ittiotossicità, esami anatomo-patologici dei vari organi e
con indagini istologiche, istochimiche ed ultrastrutturali delle branchie.
Le prove di ittiotossicità effettuate alle concentrazioni di 0.05, 0.1,
0.25, 1 e 5% sono riportate nella tabella I e illustrate graficamente nella
figura 1.
Come si può notare la sopravvivenza dopo 6 h, è del 100% a tutte le
concentrazioni; dopo 24 h si ha sopravvivenza del 50% alle concentrazioni
dello 0.05, 0.1, 1%, mentre è del 60% allo 0.25% ed infine è dell’80% al 5%
di concentrazione.
La sopravvivenza dopo 48 e 72 h dall’inizio dell’esperimento è del 50%
a tutte le concentrazioni; solo i pesci immersi nella vasca all’1% sopravvi¬
vono per il 20%.
Dopo 96 h solo la vasca con concentrazione pari allo 0.25% di petrolio
greggio presenta sopravvivenza (40%); tutte le altre concentrazioni determi¬
nano una mortalità del 100%. Il minore effetto di letalità a 0.25% è proba¬
bilmente dovuto ad una situazione «ottimale» di concentrazione tra costi¬
tuenti del petrolio ed acqua.
Il H503 a 24 h è 0.38%, il H50 a 48 h è di 1.35%, mentre il n50 a 96 h è
3 II H5o rappresenta la concentrazione ideale per la sopravvivenza di almeno il
50% di esemplari sperimentati.
Fig. 1. - Diagramma illustrante l'andamento della sopravvivenza a varie concentra¬
zioni di greggio dei pesci dopo 24, 48, 72, 96 h dall’inizio dell’esperimento
al fine della identificazione del n50.
C% = percentuale di concentrazione di greggio.
P.S. = percentuale pesci sopravvissuti.
162 Pietro Battaglini e coll.
dello 0%. Dai dati su riportati si può dire che il coefficiente di Van Horn4 è
pari allo 0.28%.
Le osservazioni anatomo-patologiche sono relative alla percentuale di
danno riscontrato a carico delle branchie, cistifellea, reni, fegato ed inte¬
stino degli esemplari sottoposti a varie concentrazioni per 6, 24, 48, 72 e 96
h (fig. 2).
L’esame macroscopio degli organi prelevati mette in evidenza che gli
esemplari dissezionati dopo 24, 48 e 72 h, appartenenti a vasche con per¬
centuali dello 0.05, 1, 5% di greggio, hanno riportato danni di forte entità
alle branchie ed alla cistifellea, mentre gli esemplari di altre vasche hanno
riportato una percentuale di danno mediamente inferiore.
Per quanto riguarda gli esemplari dissezionati dopo 96 h si osserva un
generale aumento dell’entità del danno per ciascun organo osservato, con
un particolare incremento negli esemplari tenuti ad una concentrazione
del 5%.
Per evidenziare globalmente le alterazioni anatomo-patologiche in fig. 3 è
riportato un grafico illustrante le percentuali medie di alterazione degli
organi ottenute complessivamente per ciascuna concentrazione di greggio.
Dall’esame di tale istogramma risulta evidente che i maggiori danni sono a
carico delle branchie, le quali si presentano di norma anossiche e solo in
qualche caso emorragiche. Infatti sulle branchie, specialmente degli esem¬
plari esperimentati ad alte concentrazioni, si sono notati grumi di petrolio
che probabilmente obliteravano le lamelle per cui tutti gli esemplari soffri¬
vano visibilmente di difficoltà respiratorie. Forti danni sono stati riscontrati
anche a carico della cistifellea che appariva aumentata di volume. Le per¬
centuali di greggio che maggiormente determinano alterazioni anatomo-
patologiche sono dello 0.05% e del 5%, mentre la percentuale di greggio
dello 0.25% è quella che meno delle altre produce alterazioni. Tale risultato
è da sottolineare in quanto coincide con quello ottenuto dalle prove ittio-
tossicologiche e può, forse, essere dovuto ad una sorta di equilibrio
ambientale chimico-fisico creatosi tra greggio e diluente.
All’esame microscopico si è potuto osservare come, anche a basse con¬
centrazioni (0.05-0.25%), a carico delle branchie siano riscontrabili netti
segni di alterazione.
Infatti, nei pesci tenuti nella vasca con una percentuale di petrolio
greggio dello 0.05% si possono notare segni di sofferenza a carico dell’epi-
4 II coefficiente di Van Horn (1949) esprime la percentuale di inquinamento
che può essere immesso nell’ambiente senza disturbare la vita animale e vegetale.
TABELLA I
Tests della ittiotossicità a 6, 24, 48, 72 e 96 h in Carassius auratus L. sottoposto a varie concentrazioni di greggio
Ittiotossicità e prime osservazioni istologiche, ecc. 163
sopravvivenza
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164 Pietro Battagiini e coli.
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Ittiotossicità e prime osservazioni istologiche, ecc. 165
Fig. 3. — Istogrammi illustranti le percentuali medie complessive dei danni subiti dai vari organi alle diverse concentrazioni.
166 Pietro B attagliili e coll.
telio già dopo 24 h. Questi segni si accentuano dopo 48 h e a 96 h si può
osservare una netta coartazione dell’epitelio germinativo mentre l’epitelio
di copertura comincia a distaccarsi dai capillari pilari.
Analoghe immagini sono osservabili nei pesci tenuti nelle vasche con
una percentuale di petrolio dello 0.1 e 0.25% e prelevati ai diversi inter¬
valli. A 96 h negli esemplari esposti ad una concentrazione di petrolio dello
0.25%, la coartazione dell’epitelio germinativo è più marcato mentre l’epi¬
telio di copertura è nettamente staccato dai capillari pilari (figg. 4-5).
Fio. 4. - Carassius auratus L. - con¬
trollo - È bene evidente la struttura
della branchia. Nei capillari pilari,
rivestiti dall’epitelio di copertura, si
nota la disposizione regolamentare
seriata delle cellule. Ematoss.-eosina.
100 x.
Fig. 5. - Carassius auratus L.
Esemplare esposto ad una concentra¬
zione di greggio dello 0.25. Sono evi¬
denti le alterazioni a carico dell’epi¬
telio di copertura che appare stac¬
cato; anche l’epitelio germinativo si
presenta con aspetto alterato. Ema¬
toss.-eosina 100 x.
Per quanto riguarda la vasca contenente una percentuale di petrolio
dell’1% si può osservare che, dopo 24 h di esposizione, le branchie presen¬
tano già l’epitelio germinativo coartato e l’epitelio di copertura distaccato.
Dopo 96 h di esposizione si può notare un assottigliamento dell’epitelio
Ittiotossicità e prime osservazioni istologiche, ecc. 167
germinativo che si presenta meno compatto; l’epitelio di copertura è
sempre distaccato dai capillari p ilari (fìg. 6).
Fio. 6. - Carassius auratus L. - Esemplare esposto ad una concentrazione di greg¬
gio dell’1%. L’alterazione dell’epitelio branchiale è ancora più marcata.
Ematoss.- -cosina. 100 x.
Questi quadri sono ancora più marcati per gli animali esposti ad una
concentrazione di petrolio del 5%. Già a 48 h infatti il numero delle cellule
che formano l’epitelio germinativo è notevolmente ridotto; la spoliazione si
accentua ancora dopo 72 h e raggiunge il massimo a 96 h quando l’epitelio
germinativo si riduce solo a poche cellule. Interessante inoltre è il fatto che
alle concentrazioni più elevate (1% e 5%) si osserva, particolarmente dopo
96 h di esposizione, la perdita o almeno l’alterazione della regolare
sequenza delle cellule dei capillari pilari (fig. 7).
Dobbiamo inoltre aggiungere che le alterazioni riscontrate, non riguar¬
dano solo l’epitelio ma anche l’asse connettivale delle lamelle, con partico¬
lare interessamento della cartilagine.
168 Pietro Battaglini e coll.
Per quanto riguarda la ME i dati disponibili riferiti per il momento
solo ad un caso di intossicazione cronica (14 gg. al 5%) confermano quanto
osservato in MO. Si può notare infatti la completa alterazione dell’epitelio
Fig. 7. - Carassius auratus L. - Esemplare esposto ad una concentrazione di greg¬
gio del 5%. L’epitelio di copertura è gravemente danneggiato e l’epitelio
germinativo appare ridotto a poche file di cellule. Si notano segni di soffe¬
renza a carico della cartilagine. Ematoss.-eosina. 100 x.
e del connettivo; la cartilagine presenta cellule con segni di grave soffe¬
renza e alterazioni di tipo degenerativo a carico della matrice (figg. 8-9).
Conclusioni
Lo studio autoecologico di ittiotossicità da petrolio greggio su Caras¬
sius auratus L. ha messo in evidenza la notevole tossicità di questa
sostanza. Questo dato è espresso dalle prove di ittiotossicità con curve di
sopravvivenza molto caratteristiche di danno tossicologico ambientale. Il
coefficiente di Van Horn puntualizza la necessità di una diminuzione di
concentrazione per evitare danni ecologici all’ambiente.
L’analisi anatomo-patologica ha confermato che la branchia quale via
di accesso agli altri organi, risulta maggiormente danneggiata per il suo
Fig. 8. — Carassius auratus L. - controllo - Sezione di branchia condotta a livello
dell’epitelio germinativo. 1500 x.
Fig. 9. - Carassius auratus L. - Esemplare esposto ad una concentrazione del 5%
per 14 giorni. Sezione condotta a livello dell’epitelio germinativo. Si nota
degenerazione dell’epitelio germinativo e alterazione della cartilagine.
3700 x.
170 Pietro Battaglini e coll
diretto contatto con l’inquinante; questo dato è indicativo più di una tossi¬
cità acuta che cronica.
Questo aspetto ecotossicologico viene chiarito dai risultati delle inda¬
gini istologiche, istochimiche ed ultrastrutturali.
Infatti i dati istologici ed istochimici, nonché i risultati preliminari in
ME, mettono in luce che il greggio potenzia la sua azione distruttiva sul¬
l’epitelio respiratorio a mano a mano che aumentano la concentrazione ed
il tempo di esposizione.
I quadri istologici mettono in chiaro che, nella branchia, l’epitelio di
copertura è il primo a risentire del danno ambientale, successivamente
anche l’epitelio germinativo comincia a risentire degli effetti del tossico.
Mentre l’epitelio di copertura a forti concentrazioni sembra distaccarsi,
quello germinativo subisce una progressiva spoliazione.
È verosimile che queste situazioni sono da collegare ad una intensa
reazione emorragica che probabilmente avrebbe una funzione «sostitutiva
funzionale». Si può perciò dire che quando l’animale è sottoposto ad un
forte insulto fisiologico ad opera di inquinanti ambientali, le possibilità di
reazione possono essere:
a) morte immediata, da tossicità acuta conseguente a fenomeni di
asfissia o anossia;
h) sopravvivenza breve da tossicità acuta con distacco dell’epitelio
di copertura;
c) sopravvivenza fino a 96 h in presenza di tossicità prolungata a
concentrazioni elevate, con distacco dell’epitelio di copertura associato a
quadri emorragici e coartazione dell’epitelio germinativo;
d) in presenza di tossicità cronica, distacco dell’epitelio di copertura
e coartazione dell’epitelio germinativo a cui segue una reazione di spolia¬
zione di quest’ultimo.
In conclusione la presente ricerca mette in luce che la branchia rap¬
presenta una struttura modello per l’identificazione delle alterazioni pre¬
senti o indotte negli ecosistemi acquatici.
Si ringraziano i sigg. Paolo de Girolamo e Michele Sammarco per l’at¬
tiva e competente collaborazione tecnica.
Ittiotossicità e prime osservazioni istologiche, ecc. 171
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New York, San Francisco, London.
'
■
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voi. 91, 1982, pp. 173-192, fìgg. 7, tabb. 5
Struttura e migrazioni di una comunità
animale edafica in un suolo di origine vulcanica
(Camaldoli - Napoli)
Nota dei soci Pietro Battaglimi (*) e Carla Lucini (*)
(Tornata del 26 novembre 1982)
Riassunto. — Gli Autori nel presente lavoro hanno analizzato le zoocenosi eda¬
fiche nei pressi di tre stazioni situate sul versante SE della collina dei « Camaldoli »
(Napoli). I valori delle densità della fauna e le posizioni preferenziali di quest’ultima
all’interno degli strati e le relative migrazioni verticali sono state collegate a diversi
fattori microambientali quali granulometria, porosità, pH, temperatura, umidità e
fattori biotici quali la predazione. In particolare l’umidità si è rivelato come para¬
metro notevolmente importante neH’influenzare le zoocenosi. È stata anche osser¬
vata una netta differenziazione delle oscillazioni stagionali della fauna sia di un ter¬
reno boscoso che di uno prativo.
Summary. — The soil fauna of Camaldoli hill near Naples has been studied.
Fauna density, its depth position and vertical migrations have been correlated with
environmental abiotic factors as humidity, pore space, pH, texture and temperature.
Another ecological factor acting on soil fauna distribution appears to be thè compe-
tition between Mites, Collembola and Nematoda. Humidity seems to be thè most
meaningful parameter influencing thè soil fauna. The Authors have also observed a
clear differentation between fauna’s seasonal fluctuation in a woodland and a grass-
land.
Introduzione, procedimenti e metodi
Lo studio della fauna del suolo in Campania è stata oggetto di ricerche
da parte di uno degli Autori (Battaglini 1964, Battaglini et alii 1970,
1973a, b, 1974, 1981) su terreni nei pressi di Astroni, Vesuvio, La Correa,
(*) Laboratorio di Ecologia animale - Istituto di Zoologia - Università di Napoli.
174 P. Battaglini, C. Lucini
Ansante; per un ulteriore contributo a tali conoscenze è stata scelta la col¬
lina detta «I Camaldoli» a NW di Napoli, anch’essa di natura vulcanica
come le precedenti località. I risultati ottenuti dallo studio della pedofauna
di tale zona sono stati analizzati in parte in un precedente lavoro degli
Autori (Battaglini e Lucini, 1982) nel quale, in particolare, viene de¬
scritto il rapporto ecologico esistente fra Acari, Collemboli e Nematodi.
Nella presente nota s’intende illustrare l’azione limitante e i valori ottimali
di alcuni fattori ambientali che interessano la meso e macrofauna ed even¬
tuali migrazioni verticali ed orizzontali di questa.
I campioni di terreno utilizzati per l’estrazione della fauna e per le
valutazioni dei parametri ambientali sono stati ottenuti in corrispondenza
di tre stazioni che chiameremo A, B, C. Le loro caratteristiche sono ripor¬
tate in tabella I; da aggiungere è che la vegetazione delle stazioni A e B è
caratterizzata da Graminacee mentre il bosco della stazione C da alberi del
genere Castanea. La campionatura in ogni stazione è stata effettuata per un
intero anno solare, al ritmo di due per ogni stagione nelle seguenti date:
11-11-80; 22-1-81; 11-3-81; 5-4-81; 31-5-81; 9-7-81; 8-9-81; 15-10-81.
TABELLA I
Caratteri generali e pedologici delle stazioni A, B e C.
CARATTERI
STAZIONE A
STAZIONE B
STAZIONE c
Inclinazione
12°
0°
22°
Esposizione del versante
SE
SE
S
Altitudine: m.s.l.m.
315
330
375
Vegetazione (fusto)
medio
medio
alto
basso
basso
medio
Contenuto in humus del suolo
medio
medio
alto
Colore del suolo
marrone
beige
marrone
rossiccio
marrone
nero
Radici
numerose
numerose
numerose
piccole
piccole
piccole
Per la metodologia dei prelievi di suolo in campagna, per l’estrazione
della fauna in laboratorio e per l’analisi delle caratteristiche microambien¬
tali del terreno in esame si rimanda ai lavori di Battaglini 1964, 1967,
1973a. Per la caratterizzazione del profilo del suolo si è adottata la classifi¬
cazione secondo Kuhnelt (1961). Tale Autore divide il suolo in due oriz-
Struttura e migrazioni di una comunità animale , ecc. 175
zonti detti A e B, il primo ricco in sostanza organica, il secondo minerale.
L’orizzonte A può essere a sua volta suddiviso negli strati L (lettiera), F
(strato di fermentazione), H (strato dell’humus).
Risultati delle analisi dei fattori ambientali
Contemporaneamente ai campioni di terreno per l’analisi faunistica,
sono stati prelevati in posizione adiacente altri campioni per l’analisi dei
parametri abiotici. Sono stati analizzati infatti la granulometria, la porosità,
l’umidità e il pH di ogni strato presente in ciascun prelievo. Inoltre,
durante la campionatura, sono state condotte misurazioni della tempera¬
tura del suolo da 2 a 10 cm di profondità ed i cui valori sono riportati in
tabella IL Per la metodologia vedi «Introduzione» (Battaglini 1.1. c.c.).
TABELLA II
Valori della temperatura del suolo da 2 a 10 cm di profondità registrati durante gli
otto prelievi nelle stazioni A, B, C.
PRELIEVI 11-11-80 22-1-81 11-3-81
STAZIONE
A
a 2 cm
14°C
6,5°C
11°C
a 4 cm
14°C
6°C
11°C
a 6 cm
15°C
5°C
10°C
a 8 cm
15°C
5°C
10°C
a 10 cm
15°C
5°C
10°C
STAZIONE
B
a 2 cm
13°C
6°C
11°C
a 4 cm
13°C
4°C
11°C
a 6 cm
14°C
4°C
11°C
a 8 cm
14°C
4°C
11°C
a 10 cm
14°C
4°C
11°C
STAZIONE
C
a 2 cm
13°C
4°C
11°C
a 4 chi
13°C
4°C
10°C
a 6 cm
12°C
4°C
10°C
a 8 cm
12°C
4°C
10°C
a 10 cm
12°C
4°C
9°C
5-4-81
31-5-81
9-7-81
8-9-81
15-10-81
17°C
19°C
21°C
21°C
18°C
16°C
!9°C
21°C
21°C
18°C
16°C
19°C
21°C
21°C
18°C
15°C
19°C
21°C
21°C
18°C
15°C
18°C
21°C
21°C
19°C
17°C
17°C
20°C
21°C
18°C
16°C
17°C
20°C
21°C
18°C
16°C
17°C
20°C
20°C
20°C
15°C
16°C
20°C
20°C
20°C
15°C
16°C
20°C
20°C
20°C
15°C
19°C
19°C
20°C
20°C
13°C
17°C
19°C
20°C
19°C
12°C
17°C
19°C
19°C
19°C
12°C
17°C
19°C
19°C
18°C
12°C
17°C
19°C
19°C
18°C
176 P. Battagliai, C. Lucini
Granulometria
Dall’esame della fig. 1 si può notare che nelle stazioni A e B i granuli
si presentano per la maggior parte con dimensioni di circa 0,044 mm,
mentre nella stazione C oscillano tra 0,125 e 0,0625 mm. La granulometria
risulta quindi leggermente più grossolana nella stazione C.
Fig. 1 - Grafico diretto in scala semilogaritmica della granulometria media delle tre
stazioni.
Struttura e migrazioni di una comunità animale, ecc. ìli
Porosità
La stazione C presenta i valori più alti della porosità (fig. 2), mentre
l’A i più bassi. Gl’interstizi più ampi della stazione C sono dovuti, in parte,
ad una granulometria leggermente più grossolana; tuttavia essendo
quest’ultima abbastanza analoga nelle tre stazioni, la differenza dei valori
di porosità è spiegabile anche attraverso un differente contenuto di
sostanza organica e diversa attività degli organismi del suolo, particolar¬
mente evidente nella stazione C (tabella III).
Umidità
L’umidità (fig. 3) presenta valori più elevati nella stazione C, mentre
nelle stazioni A e B la scarsità di alberi e la continua insolazione fanno sì
che, specie d’estate, si raggiungano valori piuttosto bassi.
pH
Il pH non presenta particolari variazioni, oscillando costantemente tra
il 5,5 e il 5,2.
Risultati dell’analisi faunistica
Nell’intero corso della ricerca sono stati ritrovati, in totale, 19122 indi¬
vidui appartenenti alla meso e macrofauna con una densità media per cm3
di 1,681. Nella stazione A la densità media è di 1,258 per cm3, nella B di
1,068 per cm3, nella C di 2,71 per cm3. Nelle tabelle III e IV vengono ripor¬
tati i valori dell’Abbondanza e della Dominanza dei diversi taxa riscontrati
nelle zoocenosi delle stazioni A, B, C. Nelle stazioni B e C gli Acari sono il
gruppo decisamente più numeroso, al quale segue poi quello dei Collem-
boli. Nella stazione A, invece, Acari e Collemboli sono numericamente
paragonabili; in tutte le tre stazioni, tuttavia, il terzo taxon in ordine decre¬
scente è quello dei Nematodi. In totale, Acari, Collemboli e Nematodi rap¬
presentano quindi nella stazione A il 91,37% dell’intera zoocenosi, nella B
il 92,89% e nella C il 96,23%.
Nella fig. 4 sono state riportate in grafico le variazioni delle densità
medie della fauna ottenute per ogni stazione durante gli otto prelievi; si
può notare così che il maggior valore della densità faunistica si raggiunge
nella stazione C durante il prelievo del 31-5-81 con il valore di 8,360 per
178 P. Battaglini, C. Lucini
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Fig. 2 - Istogramma della porosità media delle tre stazioni riferita agli strati L, F, H e B.
Struttura e migrazioni di una comunità animale , ecc. 179
Fig. 3 - Istogramma dell’umidità nelle tre stazioni divise in strati durante tutti i prelievi.
180 P. Battaglini, C. Lucini
cm3; nella stazione B, invece, i massimi si verificano nei prelievi del 5-4-81,
dell’8-9-81 e del 15-10-81 con le rispettive densità di 1,534 per cm3, 1,736
per cm3 e 1,801 per cm3; nella stazione A si osserva un massimo nei pre¬
lievi dell’l 1-3-81 con la densità di 1,599 per cm3 e dell’8-9-81 con 3,071 per
cm3.
Per una migliore disamina sono state allestite le fig. 5 e 6 ove vengono
mostrate le densità della fauna nei diversi strati. Nello strato L, dal grafico
della fig. 5 si osserva chiaramente un notevole addensamento faunistico
della stazione C in corrispondenza del prelievo del 31-5-81, durante il
quale si registra una densità del 26,216 per cm3. Anche nello strato F (fig.
6) si osserva nella stazione C durante il prelievo del 31-5-81 un’addensa¬
mento della fauna maggiore che negli altri casi, tuttavia il valore raggiunto
è senz’altro minore di quello dello strato precedente, essendo del 5,706 per
cm3; inoltre anche le altre densità faunistiche raggiunte negli altri prelievi
dalle tre stazioni sono tutte in media minori di quelle dello strato L. Nello
strato H (fig. 6) si notano due valori massimi: il primo, della stazine C
durante il prelievo del 9-7-81, raggiunge il valore di 4,592 per cm3, il
secondo, della stazione A durante il prelievo dell’8-9-81, raggiunge il valore
di 5,022 per cm3. Nell’orizzonte B (fig. 6) si assiste infine ad una rarefa¬
zione della fauna in tutte le tre stazioni.
Dall’analisi faunistica generale scaturisce immediatamente che i taxa
degli Acari, Collemboli e Nematodi rappresentano i gruppi preponderanti e
fondamentali di tutta la comunità edafica dei Camaldoli. Pertanto in
seguito si esamineranno in particolare tutte le manifestazioni quantitative
dei suddetti tre taxa. In relazione a quanto detto, nella tabella V vengono
riportati i valori delle densità degli Acari, dei Collemboli e dei Nematodi.
Acari
Nella stazione A gli Acari presentano il maggior valore di densità per
cm3 nel prelievo del 31-5-81 con il valore di 2,752 per cm3 al livello dello
strato L e nel prelievo dell’8-9-81 con 2,264 per cm3 nello strato H. Nella
stazione B gli Acari presentano la maggior densità il 5-4-81 con il valore di
2,182 per cm3 nello strato L. Nella stazione C gli Acari raggiungono la den¬
sità massima il 31-5-81 con il valore di 17,283 nello strato L.
Collemboli
Nella stazione A si osservano le massime densità dei Collemboli
durante il prelievo dell’8-9-81 negli strati L con il valore di 2,657 per cm3 e
Struttura e migrazioni di una comunità animale, ecc. 181
TABELLA III
Censimento (Abbondanza) dei diversi taxa ottenuti durante l’intero corso della
ricerca.
STAZIONI ABC TOTALE
NEMATODA
ANNELIDA
Oligochaeta
ARTHROPODA
Crustacea
Isopoda
Arachnidae
Pseudoscorpiones
Araneae
Acari
Acari Oribatidi
Symphila
Pauropoda
Chilopoda
Diplopoda
Insecta
Protura
Collembola
Collembola Poduromorpha
Collembola Entomobryomorpha
Collembola Symphypleona
Thysanura
Orthoptera
Psocoptera
Thysanoptera
Homptera
Coleoptera
Hymenoptera
Mecoptera
Diptera
MOLLUSCA
Larve d’insetti:
Thysanoptera
Coleoptera
Mecoptera
Lepidoptera
Hymenoptera
Diptera
TOTALE
770
446
190
1406
121
129
71
321
1
3
1
5
1
1
6
6
1
13
1639
1940
5019
8598
54
342
1791
2187
15
28
66
109
2
2
1
22
23
45
45
5
3
8
2
2
26
30
5
6
11
1414
1117
1222
3753
152
475
1176
1803
78
113
79
270
1
1
1
1
33
23
11
67
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25
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54
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11
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10
15
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32
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49
77
99
4777
9846
19122
182 P. B attagliili, C. Lucìnì
TABELLA IV
Dominanza media dei diversi taxa per le stazioni A, B e C.
STAZIONI
A
B
c
NEMATODA
17,11
9,33
1,92
ANNELIDA
OUgochaeta
2,68
2,70
0,72
ARTHROPODA
Crustacea
Isopoda
0,02
0,06
0,01
Arachnida
Pseudoscorpiones
0,01
Araneae
0,13
0,12
0,01
Acari
36,43
40,61
50,97
Acari Oribatei
1,20
7,15
18,19
Symphila
0,33
0,58
0,67
Pauropoda
0,02
Chilopoda
0,02
0,02
Dìplopoda
0,45
Insecta
0,11
0,06
Protura
0,04
0,04
0,26
Collembola
0,11
0,12
Collembola Poduromorpha
31,42
23,38
12,41
Collembola Entomobryomorpha
3,37
9,94
11,94
Collembola Symphypleona
1,73
2,36
0,80
Thysanura
0,02
Orthoptera
0,01
Psocoptera
0,73
0,48
0,11
Thysanoptera
0,24
0,39
Homoptera
0,62
0,52
0,01
Coleoptera
0,17
0,12
0,11
Hymenoptera
1,84
0,20
0,15
Mecoptera
0,06
Diptera
0,08
0,20
0,06
MOLLUSCA
0,02
0,06
Larve d’insetti:
Thysanoptera
0,02
0,12
Coleoptera
1,20
0,92
0,32
Mecoptera
0,02
Lepidoptera
0,02
0,02
Hymenoptera
0,04
0,02
Diptera
0,20
0,39
0,49
Fig. 4 - Densità media per cm3 (d) della fauna
nelle tre stazioni durante gli otto prelievi.
Struttura e migrazioni di una comunità animale, ecc. 183
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Fig. 5 - densità per cm3 (d) della fauna nello strato L delle tre stazioni durante gli
otto prelievi. Per la didascalia v. fig. 1.
Struttura e migrazioni di una comunità animale, ecc. 185
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Fig. 6 - Densità per cm3 (d) della fauna negli strati F, H e nell’orizzonte B delle tre
stazioni durante gli otto prelievi. Per la didascalia v. fig. 1.
TABELLA V
Densità per cm3 di Acari, Collemboli e Nematodi nelle tre stazioni durante gli otto prelievi.
186 P. B attagliili, C. Lucini
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Struttura e migrazioni dì una comunità animale , ecc. 187
H con 2,516 per cm3. Nella stazione B durante i prelievi del 5-4-81, strato
L, con il valore di 1,201 per cm3 e dell’8-9-81, strato L, con 1,698 per cm3.
Nella stazione C durante quello del 31-5-81, strato L, con il valore di 8,429
per cm3.
Nenia iodi
Le densità dei Nematodi nella stazione C sono praticamente trascura¬
bili. Nella stazione A si notano due - massime densità di tale pfaylum nel
prelievo delPl 1-3-81, strato L, e del 15-10-81 orizzonte B, rispettivamente
con i valori di 0,817 e di 0,825 per cm3. Nella stazione B la densità mas¬
sima si raggiunge nel prelievo del 15-10-81, strato L, con il valore di 1,014
per cm3.
Nella fig. 7 si è inteso riportare in grafico lo strato nel quale, ad ogni
prelievo e per ciascuna stazione, si verificano le densità maggiori di Acari,
Collemboli e Nematodi; si ottiene così un’indicazione di eventuali migra¬
zioni verticali di questi tre taxa. È chiaro che tali grafici vogliono fornire
solo un’informazione sulla posizione della fauna nell’ambito degli strati e
non specificarne l’aspetto quantitativo. Gli Acari in generale tendono a per¬
manere nello strato L; tuttavia nella stazione A migrano nello strato H
durante il prelievo dell’8-9-81 e nell’orizzonte B nel prelievo del 15-10-81;
nella stazione B scendono nello strato H durante il prelievo del 31-5-81;
nella C passano agli strati F o H nel prelievo del 9-7-81. I Collemboli nella
stazione A migrano nello strato H durante i prelievi del 5-4-81 e del 3 1 -5--
81 e nell’orizzonte B durante quello del 9-7-81, delPl 1-11-80 e del 22-1-81;
nella stazione B scendono nello strato H durante il prelievo del 31-5-81 e
nello strato F durante quello del 9-7-81; nella stazione C passano allo
strato H nel prelievo del 9-7-81 e nello strato F in quello dell’8-9-8L I
Nematodi nelle stazioni A e B presentano, nell’intervallo compreso tra i
prelievi delPl 1-3-81 e quello del 9-7-81, una migrazione fino allo strato H
Le posizioni dei Nematodi per la stazione C non sono riportate in grafico
per l’esiguità dei valori delle loro densità.
Discussioni
Dai risultati ora descritti, riguardo alla mese e macrofauna in toto, si
può osservare, innanzitutto, che la stazione C è quella a più alta abbon¬
danza e densità di fauna, inoltre presenta un considerevole aumento della
188 P. Battaglinì, C. Lucinì
N E M ATODI
“T - - - - r - 1 - -r— — - -i — — - — - 1 - — - 1 - - r~
A I I, P P, E E, A,
Struttura e migrazioni dì una comunità animale , ecc. 189
COL LEMBOL I
~i — — — i - — i — - - -i - — — - r — - - — i - — — — i — - r~
A I I, P P, E E, A,
Fig. 7 - Grafico indicante la massima densità per cm3 di Acari, Collemboli e Nema-
todi nei diversi strati durante l’intero corso della ricerca. Le zone ombreg¬
giate indicano un insieme di strati in cui i valori delle densità sono simili.
Per la didascalia v. fig. 1.
N.B.: A = prelievo dell’11-11-80
I ==: prelievo del 22-1-81
f = prelievo dell’ 11-3-81
P = prelievo del 5-4-81
Pi = prelievo del 31-5-81
E = prelievo del 9-7-81
Ei = prelievo dell’8-9-81
Ai = prelievo del 15-10-81
media delle densità in corrispondenza del prelievo del 31-5-81. Nelle sta¬
zioni A e B vi sono invece due massimi simmetrici a tale data, verificatisi
cioè, per la stazione A nel prelievo dell’11-11-80 e dell’8-9-81 e per la B in
quello del 5-4-81, dell’8-9-81 e del 15-10-81 (tali massimi, tuttavia, sono
minori di quello riscontrato nella stazione C durante il prelievo del 31-5-
81). Nell’intervallo di tempo compreso tra le date suddette, in entrambe le
stazioni si assiste ad una notevole diminuzione dei valori percentuali
dell’umidità, chiaramente visibili in fig. 3.
Si potrebbe dunque dire che nel periodo del prelievo del 31-5-81 vi
sono dei fattori ambientali, tra i quali probabilmente la temperatura, i
quali in presenza di valori di umidità non proibitivi, come si verifica nella
stazione C, possano innescare una specie di «fioritura» primaverile della
190 P. Battaglini, C. Lucini
fauna. Quando invece l’umidità scende, mediamente nei quattro strati, al
di sotto del 25% circa, questo fenomeno viene inibito oppure ritardato
come accade per le stazioni A e B.
Da un’ulteriore osservazione generale delle densità della fauna nei
diversi strati, si vede che i valori maggiori si ottengono nello strato L,
mentre nei successivi strati si assiste ad una graduale diminuizione delle
densità (fig. 5 e 6). A questo «gradiente faunistico» si collega in genere un
analogo gradiente dell’umidità (fig. 3). Valga a titolo di esempio la situa¬
zione della stazione C nel prelievo del 31-5-81: nello strato L la densità è
di 26,216 per cm3, in quello F di 5,706 per cm3, in quello H di 1,210 per
cm3, nell’orizzonte B di 0,309 per cm3; parallelamente nello strato L l’umi¬
dità è del 34,88%, in quello F del 26,34%, in quello H del 23,75%, nell’oriz¬
zonte B del 20,65%. Inoltre nella stazione A durante il prelievo dell’8-9-81
si ha un’inversione del normale gradiente di umidità (fig. 3) e un’analoga
trasformazione della densità della fauna con un suo addensamento prefe¬
renziale nello strato H.
Passando all’osservazione dei taxa degli Acari, Collemboli e Nematodi
nei diversi strati, si nota che la densità e la posizione di ciascuno di essi
non si discosta dal rapporto con i valori dell’umidità. Nella stazione C,
infatti, Acari e Collemboli presentano il massimo valore nello strato L del
prelievo del 31-5-81; nelle stazioni A e B mostrano invece i massimi
addensamenti in tardo inverno-inizio primavera e in tarda estate-inizio
autunno. Da notare, però, che i Collemboli, in queste due ultime stazioni,
tendono ad assumere le massime densità in autunno, così come viene indi¬
cato nei lavori di Marcuzzi 1973, Anderson 1975. Dalla fig. 7 si può
vedere che il gruppo che più risponde con migrazioni in profondità alla sic¬
cità del primo strato è quello dei Collemboli; da ciò risulta la particolare
sensibilità di tale gruppo alle variazioni del tasso di umidità del suolo
(Battaglini e Lucini 1981). Gli Acari presentano solo nella stazione C una
migrazione estiva in strati più profondi; nelle stazioni A e B tale corrispon¬
denza non è osservabile e in generale tendono a permanere nello strato L.
I Nematodi, la cui presenza è notevole solo nelle stazioni A e B, effettuano
delle migrazioni negli strati inferiori durante i prelievi primaverili.
Risulta così che nelle stazioni A e B le migrazioni negli strati inferiori
di Acari e Nematodi non sono spiegabili solo alla luce dei fattori umidità e
temperatura. In queste stazioni, d’altronde, si presentano dei complessi
rapporti tra Acari, Nematodi e Collemboli, probabilmente di tipo predato¬
rio (Battaglini e Fucini 1982), per cui tale situazione potrebbe portare a
delle reazioni di fuga della fauna non strettamente correlagli ai fattori
ambientali.
Struttura e migrazioni di una comunità animale, ecc. 191
Conclusioni
Lo studio della fauna del suolo dei Camaldoli è stato condotto sia alla luce
di una serie di osservazioni delle caratteristiche ambientali non suscettibili di
variazioni durante l’anno solare della ricerca, quali granulometria, porosità e
pH del suolo, sia alla luce di misurazioni di fattori ambientali che al contrario
subiscono notevoli variazioni stagionali, quali umidità e temperatura. Da tale
ricerca è risultato che la presenza di un bosco nella stazione C favorisce:
a) un’arricchimento in sostanza organica del suolo;
b ) una porosità maggiore per quanto detto al punto precedente e
quindi una migliore areazione;
c) il permanere, soprattutto, di un ambiente sufficientemente
umido anche durante la stagione estiva.
Tali caratteristiche sono collegate ad una maggiore variabilità della
densità faunistica con un accrescimento notevole durante il prelievo primave¬
rile del 31-5-81 (v. anche Marcuzzi 1973). Inoltre le migrazioni verticali della
fauna sembrano regolate dal gradiente di umidità dei diversi strati (Alicata et
ahi 1973, Ashraf 1971, Nosek 1981). Le stazioni A e B presentano invece una
vegetazione prativa la quale non protegge il terreno dall’insolazione, causando
periodi di aridità di questo. In conseguenza la fauna non presenta l’addensa¬
mento primaverile tipico della stazione C, ma anzi una rarefazione.
Inoltre le migrazioni verticali di Acari e Nematodi non sono governate
da fattori solo strettamente pedologici, ma probabilmente anche da fattori
biotici come un rapporto predatorio tra Acari, Collemboli e Nematodi.
Anche la maggior presenza di Nematodi è ricollegabile ad una vegetazione
di tipo prativo (Bassus 1967, Eugunjobi 1971).
Da quanto ora esposto si può dunque osservare il ruolo decisivo che
ricopre il tipo di vegetazione nel caratterizzare le zoocenosi del suolo e il
microhabitat di queste; eventuali variazioni del manto vegetale, quindi,
indurrebbero quasi certamente modificazioni delle comunità edafiche e
rotture di equilibri ottenuti faticosamente nel tempo.
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Idées nouvelles sur la stratigraphie
et la paléogéographie du «Badénien»
de la Paratéthys Centrale. Présentation synthétique
Nota di Gheorghe Voicu (*)
presentata dai soci Antonio P. Ariani e Teresa De Cunzo
(Tornata del 26 novembre 1982)
Abstract. — New ideas concerning thè stratigraphy and thè paleogeography of
thè « Badenian » of thè Central Paratéthys are shortly presented. The paper deals
with deposits within thè Moldo-East-European Platform in thè east and thè Vienna
Basin included, in thè west. Two distinct sedimentary domains - Eastern and
Western - generated by two Indo-Pacific transgressions, formed in this area. The
first domain, with a completely developed Middle Miocene, includes thè Carpathian
Foredeep, thè Transylvania Basin and thè Oràrie Basin. The second domain, which
contains only post-evaporitic deposits (Kosovian; in fact, thè Moravian and thè
Wielician correspond to a stratigraphical hiatus), comprises thè area between thè
Orà§tie Basin in thè east and thè Vienna Basin included, in thè west. Some proposi-
tions on stratotypes are made and thè validity of thè Badenian, thè Moravian and
thè Wielician terms is discussed.
Riassunto. — Vengono esposte in sintesi nuove idee sulla stratigrafia e la paleo-
geografia del « Badeniano » della Paratetide Centrale, in base ai risultati di uno stu¬
dio dell’area che si estende tra la piattaforma Moldo-est-europea a E e il Bacino di
Vienna compreso, a W. In tale area vengono individuati due distinti domini di sedi¬
mentazione, generati da due trasgressioni indopacifiche. Il primo dominio, con un
Miocene medio completamente sviluppato, include l’avanfossa dei Carpazi, il Bacino
di Transilvania e il Bacino di Orà§tie. Il secondo dominio, che contiene solo depositi
postevaporitici (Kosoviano; infatti, in corrispondenza del Moraviano e del Wieliciano
si riscontra uno hiatus stratigrafico), comprende l’area tra il Bacino di Oràrie a E e
il Bacino di Vienna a W. Vengono enunciate proposte inerenti agli stratotipi e si di¬
scute la validità dei termini Badeniano, Moraviano e Wieliciano.
Dernièrement on a obtenu de nouvelles données microbiostratigraphi-
ques, ce qui conduit à la conclusion que dans les bassins intra-montagnes
de Caransebe§, Mehadia et Bozovici du secteur Occidental des Carpathes
(*) Str. Macina de Piine, 2, Bl. 32 A, Se. B, Ap. 56 - 72214 Bucuresti 10 (R.S. Romania).
194 G. Voi cu
Méridionales, au contraire à l’interprétation admise jusqu’à présent, le
Badénien est représenté seulement par sa partie supérieure. En partant de
cette constatation, à base de nouvelles données microbiostratigraphiques
personnelles, corroborées avec les observations litho-faciésales, on a pro-
cédé à una réexamination du Badénien, tant vers l’est dans les bassins de
Hateg, Oràrie, Transylvanie, dans l’avant-fosse carpathique roumaine et
ukrainienne, que vers l’ouest dans la Dépression Pannonienne sur le terri-
toire de l’Hongrie, partiellement celui de la Tchécoslovaquie et sur le terri-
toire de l’Autriche, le bassin de Vienne y inclus. De cette fapon, l’aire étu-
diée est renfermée entre la Piate-forme Moldo-est-européenne vers l’est et
les Alpes vers l’ouest.
Con sidération s litho-biostratigraphiques
En observant l’évolution stratigraphique, figurée en 16 colonnes (PI. I)
et l’évolution paléogéographique du Badénien (d’après la mème planche et
Voicu, 1981 a), dans l’aire étudiée nous avons séparé deux domaines de
sédimentation, l’un orientai qui comprend l’avant-fosse carpathique ukrai¬
nienne et roumaine, le bassin de Transylvanie et le bassin d’Orà§tie et le
deuxième Occidental, vers l’ouest du bassin d’Orà§tie, qui commence par le
bassin de Hajeg et s’étend sur une vaste surface jusqu’au bassin de Vienne
inclusivement. Au domaine orientai, le Badénien, dénommé antérieure-
ment le Tortonien, est complètement développé du point de vue stratigra¬
phique, en commenpant par l’horizon des tufs et des marnes à globigéri-
nes, suivi par les horizons: des évaporites, des schistes à radiolaires et l’ho-
rizon des marnes à Spirialis et Velapertina. On peut affirmer que l’àge rela-
tif de ces dépòts ne pose pas de problèmes à présent. Au domaine Occiden¬
tal, dans l’aire entre le bassin d’Orà§tie et le bassin de Vienne inclusive¬
ment, le Badénien et représenté seulement par sa moitié supérieure, à
savoir par Péquivalent des schistes à radiolaires et des marnes à Spirialis et
Velapertina. Du point de vue lithologique, au domaine Occidental, le Badé¬
nien, à caractères différents par rapport au domaine orientai, est caracterisé
par l’association: couches de charbons, calcaires de type Leitha et tufs, des
composantes situées à de divers niveaux stratigraphiques. Leur association
a pu étre observée du bassin de Hajeg jusqu’au moins au bassin de Vienne
(voir la PI. I). Cette association, sauf les couches de charbons - les condi-
tions limnobiotiques de formation de la végétation n’étant pas accomplies
- a été observée aussi dans le Badénien supérieur du domaine orientai tant
dans les bassins d’Orà§tie, de Transylvanie, que dans l’avant-fosse carpathi-
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie, ecc. 195
que. Les calcaires de Leitha sont connus au bassin d’Orà§tie et sur le bord
Occidental du bassin de Transylvanie (colonnes III et IV). Leur équivalent
supérieur, les calcaires de Clenciu (col. II) sont rencontrés dans Favant-fosse
entre la vallèe du Buzàu et la vallèe de la Bistrita. Les tufs sont aussi con¬
nus, généralement comme intercalations minces, mais on rencontre aussi
des intercalations épaisses. Ainsi, dans le bassin de Transylvanie, le tuf de
Turda a 1 m d’épaisseur et dans Favant-fosse méridionale dans la vallèe de
FOlt, on connaìt plusieurs intercalations de tufs épaisses jusqu’à 30 m,
attribuées en 1950 pour la première fois par Popescu (Rapport, 1950, FAr-
chive du Ministère du Pétrole) au « Tortonien » supérieur, un àge attesté
ultérieurement du point de vue micropaléontologique par Iorgulescu
(1954).
Aux dépòts du domaine Occidental on a attribué Fàge badénien supé¬
rieur. Initialement nous avons établi cet àge à base de Fassociation micro¬
paléontologique des marnes à « Spirialis » et des formes de Spirateli a, pour
les dépòts des bassins de Caransebe§, Mehadia et Bozovici, considérés
antérieurement comme représentant FHelvétien, le Tortonien inférieur et
le Tortonien supérieur. Il faut mentionner que Fassociation des marnes à
«Spirialis» et les formes de Spiratella constituent un diagnostic certain
d’àge pour le Badénien supérieur du bassin de Transylvanie et Favant-fosse
carpathique. Au Badénien des bassins de Caransebe§, Mehadia et Bozovici,
cette association est située du point de vue stratigraphique, sous-, intra- et
surjacentement à Fintervalle à couches de charbons. Ultérieurement, par
corrélation micropaléontologique-lithofaciésale, nous avons élargi Fàge
badénien supérieur aussi pour les dépòts considérés comme helvétien
supérieurs-tortonien inférieurs du bassin de Bahna (Marinescu & Mari-
nescu, 1962) et du bassin de Hajeg (Iliescu et al., 1971).
Une étude de corrélation litho-biostratigraphique sur les dépòts du
Badénien de ces cinq bassins, tout comme du bassin de Sichevija, celui-ci
aussi d’àge badénien supérieur (Stancu, Doina & Popescu, 1971), nous a
mené à Fétablissement des caractéristiques communes suivantes:
1. La présence de Fassociation micropaléontologique des marnes à
« Spirialis » et des formes de Spiratella. Il faut mentionner que cette asso¬
ciation correspond à la zone à Bulimina-Bolivina du bassin de Vienne. Il
faut souligner aussi que les taxons de Spiratella ont une valeur diagnosti-
que certaine pour le Badénien supérieur de toute la Paratéthys Orientale et
Centrale, en commenpant de la Mer Caspienne de Baku et jusqu’au bassin
de Vienne.
2. La présence abondante jusqu’aux explosions des Globigérinides et
des Lagénides à divers niveaux du Badénien supérieur. Vu que la présence
196 G. Voi cu
de ceux-ci est considérée comme une caractéristique du Badénien inférieur
- de Phorizon des tufs et des marnes à globigérines - il faut admettre que
celles-ci appartiennent à tout Fintervalle de temps du Badénien et avec
chaque transgression elles ont été répandues dans les aires envahies; dono
elles n’appartiennent pas exclusivement au Badénien inférieur.
3. La présence des formes de Amphistegina (lessoni, haueriana etc.) et
Spiroplectammina cannata , toujours à divers niveaux.
4. La présence de lumachelles d'Ostrea, Cerithium, Polymesoda, Turri¬
te II a, Corbula etc., aussi à des niveaux différents.
5. Le caractère généralement uniforme du contenu macro- et micropa-
léontologique des dépòts de la couche et du toit de fintervalle à couches
de charbons.
6. L’association des couches de charbons, des tufs dacitiques et des
calcaires organogènes de type Leitha, les derniers étant situés tant sous,
que sur fintervalle à couches de charbons.
Nous avons suivi ces caractéristiques litho-biostratigraphiques dans la
Dépression Pannonienne sur les territoires de FHongrie et de f Autriche, le
bassin de Vienne y inclus (col. XII-XVI). On a observé que ces caractéristi¬
ques - sauf celle concernant la macrofaune, qui n’a été suivie vers Fouest
que jusque dans la région de Mecsek - sont identifìées dans toute l’aire
étudiée, le bassin de Vienne y inclus. Il en résulte que les dépòts considé-
rés comme tortonien inférieurs (col. XII, Koreczné-Laki, 1968), et au bas¬
sin de Styrie (col. XIV, Kollmann, 1977), comme tortonien inférieurs et
tortonien moyens, ont l’àge badénien supérieur. Quant au bassin de Vienne
(col. XVI), à base de mèmes caractéristiques, inclusivement le critère litho-
faciésal continuellement présent du bassin de Hateg et jusqu’au bassin de
Vienne (PI. I), nous attribuons aux dépòts considérés par Papp et al. (1978)
comme badénien inférieurs (Moravien) et badénien moyens (Wiélicien),
toujours Page badénien supérieur. Cet àge est soutenu aussi par l’impor¬
tante observation stratigraphique et paléogéographique des géologues de
l’industrie du pétrole, hongrois et roumains (Ichim et al., 1967; Ichim,
communication personnelle) selon lesquels dans la Dépression Panno¬
nienne on ne rencontre que des dépòts formés ultérieurement à l’horizon
porteur d’évaporites. Cela explique aussi l’absence des évaporites dans la
Dépression Pannonienne, le bassin de Vienne y inclus.
En guise de conclusion, on peut dire qu’au bassin de Vienne on trouve
seulement la partie supérieure du Badénien, ce qui est tout à fait surpre-
nant, méme déconcertant, en tenant compte du fait qu’ici, à Baden-Sooss,
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paiéogéographie, ecc . 197
on a établi le stratotype pour tour, le Badénien. Si Fon a en vue que f ab-
sence du Badénien inférieur et moyen commence à se faire remarquée dès
les bassins Intra-montagnes du secteur Occidental des Carpathes Méridio-
nales et est maintenue ainsi dans toute la Dépression Pannonienne, à base
d5rme interprétation paléogéograpfaique, cotte situation est logiquement
rencontrée aussi au bassin de Vienne. Quant à f ab senee du Badénien infé¬
rieur, il faut se rappeler la conception exprimée par Mak inesco & Popescu
(1978), selon laquelle la base de celui-ci - la zone à Praeorbulina giomerosa
- est absente dans tout le secteur Occidental des Carpathes Méridionales,
tout comme au bassin de Vienne (Popescu, in verbo).
De tout cela, on peut conciare que, par rapport à l’avant-fosse carpa-
thique et aux bassins de Transylvanie et d’Orà§tie où le Badénien a un
développement compiei dans les territoires à Pouest, à savoir dans les bas¬
sins intra-montagnes du secteur Occidental des Carpathes Méridionales, la
Dépression Pannonienne, les bassins de Styrie et de Vienne y inclus, c’est
seulement le Badénien supérieur qui s’est déposé. Pendant le Badénien
inférieur et moyen, à savoir au Moravien et au Wiélicien, ces territorires
étaient émergés comme résultat des mouvements styriques. La première
conséquence est qu’il faut constater que ces deux sous-étages admis d’ha-
bitude et officiellement à présent pour le bassin de Vienne, deviennent
«nomina nuda», étant sans contenu dans ce bassin.
D’ici, la réconsidératìon mème du terme de Badénien, c’est-à-dire sa
vérité pour faire de la Paratéthys, aussi longtemps qu’il ne définisse que la
partie supérieure de ce qui était considéré comme représentant le tout. Il
est évident que ce terme ne peut plus e tre employé pour l’avant-fosse car-
pathique et pour les bassins de Transylvanie et d’Orà§tie où il n’aurait de
correspondant que dans fhorizon des schistes à radiolaires et dans ffaori-
zon des marnes à Spìrialis et Vespertina. De fautre coté, on sait que la
partie supérieure du Badénien est dénommée le Kosovien. A base de notre
interprétation stratigraphique, la dénommination de Kosovien va revenir à
toute la sèrie sédìmentaire du bassin de Vienne dénommée à présent Badè¬
rne n. Mais nous allons revenir à ce problèma ,
Comsidérahons paléogéographiques
La répartition mentionnée des dépòts - complets au domaine orientai
et réduìts à la moitié dans faire entre le bassin de Ha^eg et le bassin de
Vienne inclusivement - nous justifie la conclusion de la position transgres-
sive, en étapes, du Badénien, de l’est vers l’ouest et en mème temps fori-
198 G. Voicu
gine indo-paciflque des eaux qui ont occupò la Paratéthys Centrale pen¬
dant le Badénien. Il faut mentionner que ces idées on été avancées par
Pauca (1976) dans son étude sur la stratigraphie du Miocène marin à base
de nouveaux critères.
A P origine atlantique des eaux de la Paratéthys Centrale, considérée
ainsi antérieurement, s’oppose aussi Pabsence des Globigérinides au bassin
de Vienne. Une invasion atlantique, par la Méditerranée, aurait impliqué
leur présence avec une densité approximativement égale à celle de la place
d’origine. Or, on constate que dans le bassin de Vienne, comparò avec
F Atlantique, selon Papp et al. (1978) les Globigérinides sont pratiquement
absents; en tant que planctoniques, ils auraient été facilement à transporter
par les courants. Au mème sens plaident de certaines recherches actuelles
concernant la présence de quelques espèces d’animaux dans les eaux de la
Méditerranée. Ainsi Ariani (1981) a soutenu l’orìgine paratéthysìenne de
eertains Crustacés (Mysidacés du genre Dìamysìs ) qu’on rencontre en
Méditerranée, dans la Mer Noire et dans la Caspienne, mais non dans
P Atlantique. Cette hypothèse s’appuie, entre autre, sur le caractère calcaire
des statolithes de Diamysis, comme chez tous les statolithes fossiles de
Mysidés identifiés dans les dépòts miocènes de la Paratéthys (Voicu,
1981 b ), tandis que d’autres Mysidés ont leurs statolithes en fluorine; en outre,
des affinila s entre Diamysis (dont une espèce est connue des eaux du Madagas¬
car) et des genres exclusivement indo paciilques tels que Gangemysìs ,
Indomysis et Nanomysis , ont été envisagées par le mème Auteur et par
Bacescu (1981). 11 s’agit, donc, de formes qui peuvent bien ètre originaires de
Plndo-pacifique, et qui ont colonisé premièrement la Paratéthys et puis la
Méditerranée. D’autre pari, Bacescu (1962) remarque la présence commune
pour la Mer Noire et PAdriatique de plusieurs espèces manne s ( Sìriella ,
Diamysis, Àcìpenser, Buso, Cobitis, Sabanejevia , Jaera, Eurydìce etc.) qui,
selon notre avis, ont été emportées par les eaux océaniques de la région pori
henne en mème temps avec leur avancement vers Pouest et menées dans
PAdriatique.
Une preuve ultérieure à Pappui de l’origine indo-pacifique des nappes
aquatiques qui ont occupé la Paratéthys Centrale nous est fournie par la
sèrie de travaux de Codreamu publiés dans Pintervalle 1940-1961. Cet
Auteur met en évidence des Crustacés parasites à affmités indo-pacifiques
dans la Mer Noire, démontrant leurs rapports systématiques et zoogéogra-
phiques avec les espèces des mèmes genres présentes dans les Océans
Indien et Pacifique (Codreamu, 1940, 1961). Farmi ces Crustacés parasites
nous signalons Septosaccus cuenotì , Paratheiges racovitzai , Pseudìone dio-
geni qui ìnfestent le pagure Diogenes pugilator et également Anisarthrus
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie, ecc. 199
pelseneeri inféodé à la crevette Athanas nitescens , d’autre part Pseudione
euxinica localisée sur Fanomoure Upogehia pusilla.
Vinvasion des eaux indo-pacifìques a eu lieu pendant deux transgres-
sions. La première transgression renferme les dépòts du Badénien inférieur
du domaine orientai de sédimentation; c’est Fétape du Badénien inférieur
qui finit par la déposition de Fhorizon évaporitique de Favant-fosse carpa-
thique - la formation de Tiras russe y incluse - du bassin de Transylvanie
inclusivement les bassins de Maramure§ et d’Orà§tie. La deuxième trans¬
gression, produite après la déposition de Fhorizon évaporitique dans le
domaine orientai, renferme les dépòts badénien supérieurs des domaines
orientai et Occidental de sédimentation; c’est Fétape du badénien supé-
rieur, qui au domaine orientai comprend, comme on a déjà dit, les schistes
à radiolaires et les marnes à Spirialis et Velapertina et au domaine Occiden¬
tal les dépòts caractérisés par Fassociation des couches de charbons, des
calcaires de Leitha et des tufs.
L’existence de ces deux transgressions, à savoir les deux cycles de
sédimentation, justifie la division antérieure du Badénien en deux sous-
étages: inférieur et supérieur, avec Famendement que Fhorizon évaporiti¬
que appartieni au Badénien inférieur dont le cycle de sédimentation fìnit
par celui-ci et pas le Badénien supérieur selon l’avis soutenu jusqu’à pré-
sent. La division du Badénien en trois sous-étages: Moravien, Wiélicien et
Kosovien semble non-fondamentée.
Dans un essai de réconstitution des voies de pénétration vers l’ouest
des eaux indo-pacifiques, nous sommes d’avis que pendant la première
transgression (PI. I, Fig. 2) les eaux entrent dans la région carpathique, en
venant du sud-est, par le couloir entre les Balkans et le massif de Dobro-
gea. Les eaux de cette transgression, après avoir rempli complètement
Favant-fosse carpathique méridionale et orientale traversent les Carpathes
dans la région de courbure et entrent dans la Dépression de Transylvanie.
D’ici, au nord-ouest, les eaux pénètrent dans la Dépression de Maramure§
et au sud-ouest elles entrent dans la Dépression d’Orà§tie. Les eaux de
cette première transgression sont limitées au sud et à Fouest au cadre mor-
phologique de la Dépression de Transylvanie et d’Orà§tie.
La deuxième transgression vient toujours de sud-est, mais au parallèle
méridional du massif de Dobrogea, les eaux océaniques se divisent en
deux rameaux (PI. I, Fig. 2). Le premier rameau suit la voie de la première
transgression, puis, en dépassant la cadre morphologique de la Dépression
de Transylvanie, se dirige vers Fouest, vers la Dépression Pannonienne,
suivant les trois tracés: au nord dans la vallèe du Some§, au sud dans la
200 G. Voicu
Planche I.
Colonnes lìtho-biostratìgraphiques de la Paratéthys Centrale. Fig. 1
Fig. 2 - Emplacement des colonnes litfao-biostratigraphiques..
Esquisse
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie, ecc.
201
PLANCHE
DE LA PARATETHYS CENTRALE
R 0 U' M A N I E
U. R. S. S.
ipr8=L[
DE SEDIMENTATICI ORIEwfAL DE LA PARATETHYS CENTRALE
deuxième tronsgres^Bn bodénienneiBadtfnien intérieur et supérieur )
d’ensemble des bassins intra-montagnes du secteur Occidental des Carpathes Méridionales.
200 G. Voicu
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie, ecc. 201
Planche I. - Colonnes litho-biostratigraphiques de la Paratéthys Centrale. Fig. 1 - Esquisse j d’ensemble des bassins intra-montagnes du secteur Occidental des Carpathes Méridionales.
Fig. 2 - Emplacement des colonnes litho-biostratigraphiques.
202 G. Voicu
vallèe du Mure? et le troisième tracé dans les dépressions intra-montagnes
des Carpathes Méridionales (PI. I, Fig. 1 et 2).
Les eaux qui avancent dans la vallèe du Some? contournent au nord le
massif cristallin Pannonien et se dirigent vers le bassin de Vienne, puis
vers la basse Bavière (PI. I, Fig. 2) où se forment au mème temps du Badé-
nien supérieur, les charbons bruns de molasse.
Les eaux qui emploient le tracé de la vallèe du Mure? après avoir
envoyé une branche dans la Dépression de Brad-Sàcàrimb, avancent vers
les aires: Mecsec (col. XII), le sud-ouest des Monts Centraux Transdanu-
biens (col. XIII), l’aire Eisenstad-Landsee (col. XV), le bassin de Vienne
(col. XVI), le bassin de Styrie (col. XIV) et vers la région septentrionale de
l’Adriatique.
Les eaux qui emploient les dépressions intra-montagnes des Carpathes
Méridionales (PI. I, Fig. 1 et 2) en venant de la Dépression de Transylvanie,
passent par la Dépression d’Orà?tie et, en dépassant le seuil de Cristallin
au sud-est de Ha^eg, pénètrent dans la dépression de celui-ci. D’ici, les
eaux se dirigent vers deux directions opposées: Fune vers la Dépression de
Petro?ani et la deuxième qui emploie le couloir Bistra, entre dans la
Dépression de Caransebe? d’où une branche se dirige vers la Dépression
Pannonienne et la deuxième branche descend et remplit la Dépression de
Mehadia. D’ici les eaux se divisent en autres deux directions: Fune vers la
Dépression de Bahna pour entrer puis dans la Dépression de Dolji-Milano-
vac du territoire de la Yougoslavie où elles déposent des calcaires de
Leitha semblables à ceux de Bahna, Mehadia et Caransebe? et Fautre qui
traverse les dépressions de Bozovici et de Sichevit^, en entrant dans la
Dépression de Colubara, au sud du Danube, où se forment des couches de
charbons, des calcaires de Leitha et des tufs, des composantes qui forment
ici aussi l’association qui caractérise tout le domaine Occidental de sédi-
mentation du Badénien supérieur.
En revenant à la Dépression de Petro?ani, on peut observer que, au
niveau de la formation de Sàlàtruc à charbons (col. VI, horizon 4), les eaux
de celle-ci dépassent au sud-ouest le cadre morphologique (PI. I, Fig. 1)
et se dirigent, soit par la vallèe de la Cerna - une preuve en serait le
lambeau de Topile - soit par le couloir de Balta-Baia de Aramà, soit sui-
vant toutes les deux voies en mème temps, vers la Dépressions de
Bahna où elles déposent les couches de charbons synchrones à celles de
la vallèe du Sàlàtruc (col. VI). Après la déposition de ces couches de char¬
bons la liaison de la Dépression de Bahna avec la Dépression de Petro?ani
est défìnitivement interrompue. La Dépression de Bahna reprend sa liaison
avec les eaux océaniques plus tard, par les dépressions de Mehadia et de
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie, ecc. 203
Caransebe§, au niveau des calcaires de Leitha, localement les calcaires de
Curchia.
Le deuxième rameau de la deuxième transgression (PI. I, Fig. 2) après
avoir contourné au nord le massif de Dobrogea, se dirige vers l’est en cou-
vrant la terre ferme de la Piate-forme Moldo-est-européenne où se dépo-
sent les dépòts badénien supérieurs de cette aire, inclusivement les char-
bons karaganiens du bassin russe de Donbas.
En ce qui concerne la deuxième transgression - l’étape du Badénien
supérieur - on observe que celle-ci a la plus grande ampleur, en dépassant
la limite occidentale du Badénien inférieur du bassin d’Orà§tie de plus de
1000 km, en arrivant, à l’ouest du bassin de Vienne, au moins jusqu’à la
Basse Bavière.
* * *
Après avoir traité la stratigraphie et la paléogéographie de ces deux
domaines de sédimentation, orientai et Occidental, il est nécessaire d’abor-
der aussi la relation entre eux. Ce problème a pu ètre clarifié par la corré-
lation litho-biostratigraphique des dépòts post-évaporitiques du bassin
d’Orà§tie, qui appartiennent au domaine orientai, avec les dépòts équiva-
lents du bassin de Hajeg voisin qui appartieni au domaine Occidental. Ces
deux bassins (col. IV et V) sont corrélés à base de suivantes caractéristi-
ques communes: l’association micropaléontologique des marnes à Spirialis ,
les calcaires de Leitha inférieurs et supérieurs, les tufs dacitiques et les
lumachelles d’Ostrées. Il en résulte que l’intervalle à charbons du bassin de
Haleg, encadré par les calcaires de Leitha inférieurs et supérieurs est, au
bassin d’Orà§tie, l’équivalent litho-biostratigraphique de Pintervalle
sablonneux-argileux-marneux, encadré par les mèmes calcaires de Leitha
inférieurs et supérieurs qui supporte les mèmes lumachelles d’Ostrées.
Con sidération s paléoécologiques sur le bassin de Vienne
De l’observation de l’évolution paléoécologique présentée par Papp et
al. (1978) résulte qu’à l’exception de la première phase nettement marine -
la zone à Lagenidae - le bassin de Vienne ne présente que sporadique-
mente la salinité normale favorable au développement d’une microfaune
marine optimale. Les zones à: agglutinantes - celle-ci étant marquée par la
diminution des foraminifères calcaires -, Bulimina - Bolivina , beaucoup
appauvrie (à globigérines petites, elphidés et miliolidés) et la zone
204 G. Voicu
proprement-dite pauvre - « Verarmungszone » - sauf les épisodes limni-
ques, est suffisante pour faire la preuve du milieu très peu favorable au
développement des foraminifères au bassin de Vienne par rapport: au reste
de la Dépression Pannonienne, aux bassins intra-montagnes du secteur
Occidental des Carpathes Méridionales, au bassin de Transylvanie et à
l’avant-fosse carpathique, qui présente une microfaune parfois luxuriante
tant de point de vue quantitatif que qualitatif, Ainsi, il nous semble para-
doxal de rapporter la microfaune de ces vastes aires de sédimentation à la
microfaune pauvre du bassin de Vienne.
Propositions
La nouvelle interprétation du Badénien à l’aire de la Paratéthys Cen¬
trale ne peut pas évidemment rester sans conséquences en ce qui concerne
la nomenclature établie et employée à présent dans la litterature géologi-
que. Dans ce sens nous faisons préliminairement les suivantes proposi¬
tions, pour toute la Paratéthys Centrale:
1. Le replacement du terme de Badénien pour les raisons montrées ci-
dessus, par le terme de Munténien, en Munténie le Miocène moyen étant
complètement développé et à de nombreux profils de surface.
2. Le replacement des termes de Moravien et de Wiélicien, devenus
«nomina nuda» pour le bassin de Vienne, le bassin de Styrie et pour le
reste de la Dépression Pannonienne, par le terme connu dans la littérature
comme Transylvanien, optimalement développé au bassin de Transylvanie.
Les termes de Moravien et de Wiélicien peuvent rester comme des hori-
zons du sous-étage Transylvanien; le Moravien pour l’horizon des tufs et
des marnes à globigérines et le Wiélicien pour l’horizon évaporitique.
3. La réconsidération des stratotypes et des faciéso-stratotypes établis
pour la Paratéthys Centrale par le volume VI de « Chronostratigraphie und
Neostratotypen » (Badénien, Papp et al., 1978), pour les raisons qui ont
déterminé les propositions de replacement mentionnées aux points 1 et 2,
tout comme pour les corrélations non-adéquates comme suite des hiatus
stratigraphiques constatés.
4. le replacement des cinq profils de sondes qui ont servi comme des
stratotypes et des faciéso-stratotypes par des profils de la surface du terrain
pour des raisons bien connues d’ordre de principe et pratique.
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie, ecc. 205
Addenda
Étant donné le cara etère très succi net de notre exposé et la nature
complexe des problèmes soulevés par la soutenance de nouvelles idées
présentées, concernant la stratigraphie et la paléogéographie de la Para-
téthys Centrale, il nous semble utile d’ajouter les précisions et les complé-
tements suivants.
1. L’attribution de Page badénien supérieur au complexe à charbons,
tufs et calcaires organogènes de type Leitha - des bassins intra-montagnes
occidentaux - considéré antérieurement d’àge helvétien-tortonien infé-
rieur, est basée sur les arguments suivants:
a) la présence intercalée dans ce complexe lithologique de la micro¬
faune de l’horizon des marnes à Spirialis et Velapertina en association avec
les formes de Spiratella;
b) la position stratigraphique de ces dépòts, immédiatement sous-
jacente à la limite Badénien/Sarmatien, une situation qui se continue aussi
vers l’ouest, en Hongrie et en Autriche;
c ) l’absence dans ces bassins occidentaux, tout comme dans toute la
Dépression Pannonienne des évaporites qui finissent le cycle de sédimen-
tation du Badénien inférieur dans les bassins d’Orà§tie et de Transylvanie
et dans l’Avant-fosse carpathique.
Le mème àge badénien supérieur revient, évidemment, aussi au
paquet des couches argilo-sablonneuses de la partie supérieure du com¬
plexe à charbons, attribué par les prédécesseurs au Badénien moyen et
considéré synchrone avec l’horizon des évaporites.
En ce qui concerne les évaporites, c’est vraiment impossible de s’im-
maginer qu’en mème temps, dans le bassin d’Orà§tie il y avait des condi-
tions pour la formation des roches de précipitation chimique et tout près,
vers l’ouest, dans le bassin de Hajeg - qui dans la conception des prédéces¬
seurs aurait eu des liaisons marines directes avec le bassin d’Orà§tie - ces
conditions étaient absentes. Il n’est pas complètement normal qu’un climat
chaud et aride qui a favorisé la formation des évaporites au domaine orien¬
tai, soit arrèté brusquement, sur une ligne de démarcation tracée entre les
bassins d’Orà§tie et de Hajeg, au-delà de laquelle, dans tout le domaine
Occidental, il n’ait plus été présent. En échange, c’est normal que cette
ligne représente la limite occidentale du domaine orientai - couvert par les
eaux du Badénien inférieur - par rapport au domaine Occidental, émergé
pendant ce temps. Le domaine Occidental a été couvert par les eaux seule-
206 G. Voicu
ment pendant le Badénien supérieur qui marque le deuxième transgression
badénienne, renfermant tonte la Paratéthys Centrale, une conclusion basée
sur les arguments litho-biostratigraphiques mentionnés dans l’étude.
2. Le critère microbiostratigraphique à base duquel les prédécesseurs
ont attribué au complexe à charbons Page badénien inférieur, à savoir la
présence abondante des globigérines (inclusivement Praeorbulina glome-
rosa, Candorbulina universa etc.; Marinescu & Popescu, 1978) et des
Lagénides, n’est pas dehors de sérieux doutes. En réalité, l’analyse des
colonnes litho-biostratigraphiques (voir la PI. I) montre le fait que ces for-
mes ne sont pas restreintes exclusivement au Badénien inférieur, mais
elles apparaissent aussi aux autres niveaux, surtout dans la moitié infé-
rieure du Badénien supérieur, c’est-à-dire dans l’intervalle de l’association
des marnes à Spirialis et Velapertina. Leurs réapparitions sont liées du rafraT-
chissement périodique des eaux marines indo-pacifìques venues de l’est.
La mème question se pose aussi en ce qui concerne la corrélation cou-
rante faite entre l’intervalle stratigraphique à Spìroplectammina du bassin
de Vienne - considéré comme Badénien moyen - et l’horizon du sei des
bassins de Transylvanie et de l’Avant-fosse carpathique, à base de la valeur
de taxon index qui est attribuée à cette forme. La mème corrélation sur le
mème critère est faite, dans un espace plus restreint, entre Phorizon du sei
et le paquet argilo-sablonneux supra-jacent au complexe à charbons du
bassin de Ha(eg. Una analyse attentive, à base des données de la littéra-
ture, de la répartition de la forme Spìroplectammina carinata sur la verti¬
cale relève pourtant qu’elle est signalée aussi aux autres niveaux du Badé¬
nien, tant au Badénien inférieur (inclusivement en stratotypes; Papp et al.,
1978), que dans Pintervalle de l’association des marnes à Spirialis et Vela¬
pertina, à savoir au Badénien supérieur. L’importance donnée à celle-ci
dans l’horizontation du Badénien est donc non-justifiée, son caractère de
taxon index étant ainsi invalidé. Dans une situation similaire se trouvent
aussi d’autres formes, à savoir: Heterostegina costata - qui selon Papp et al.
(1978) caractériserait le Badénien inférieur et moyen, mais qui est rencon-
trée fréquemment aussi au Badénien supérieur -, H. simplex, Amphistegina
hauerina, A. lessonì, Pseudotriplasia qui serait taxon index - tout comme
Spìroplectammina - pour le Badénien moyen. Il faut mentionner que selon
certains Auteurs Pseudotriplasia est un synonyme du geme Pavonitina qui
selon Papp et Cicha (in Papp et al., 1978, p. 266, fìg. 57) est taxon index
pour le Badénien supérieur.
3. L’importance donnée, dans notre interprétation stratigraphique,
également au critère litho-faciésale est basée sur les motifs suivants. La
Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie , ecc. 207
formation des charbons et des calcaires de Leitha suppose un climat chaud,
très humide et respectivement une eau marine chaude bien aérée, peu pro¬
fonde, tandis que la formation des évaporites a besoin d’un climat très
aride, donc diamétralement opposé, et les tufs reflètent des crises, à grande
é che Ile, dans Fé coree terrestre. Ces paramètres physiques ont, selon notre
expérience, dans certains cas, una valeur stratigraphique diagnostique pré¬
pondérante, par rapport à beaucoup de taxon index qui sont des produits
des facteurs génétiques - soumis aux mutations et aux recombinaisons -
tout comme des conditions écologiques diversifiées et complexes. Ces fac¬
teurs et ces conditions écologiques sont encore insuffìsamment connus,
échappent à nos observations et comportent beaucoup d’incertitudes.
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Effetto del ciproterone acetato
sulla malato deidrogenasi del sistema
ipotalamo-ipofisario durante il ciclo estrale
di Mus musculus domesticasi**)
Nota dei soci Maria Filomena Caliendo (*) e Mario Milone (*)
(Tornata del 22 dicembre 1982)
Riassunto. - È stato studiato l’effetto dell’acetato di ciproterone, un antiandro-
geno di sintesi, sull’attività della malato deidrogenasi nel sistema ipotalamo-ipofisa¬
rio del topo femmina durante il ciclo estrale. È stato utilizzato questo antiormone
non solo per la sua attività antiandrogena, ma per le sue spiccate azioni di tipo pro-
gestinico.
Infatti vengono confermate le ipotesi di un controllo di tipo progestinico nella
fase diestrale e di uno estrogenico in quella estrale, esclusive però del solo ipota¬
lamo (incremento proteico e diminuzione dell’attività enzimatica dipendente dalla
concentrazione di antiormone). L’effetto, tuttavia, potrebbe esser modulato anche
da metaboliti del testosterone e del progesterone, con cui l’acetato di ciproterone
compete o ne mima l’azione.
Summaty. - AA have studied thè effect of cyproterone acetate (CPA), a synthe-
tic antiandrogen, on thè malate dehydrogenase activity in thè hypothalamo-hypop-
hyseal System during thè mouse estrous cycle. The antihormone was utilized not
only for its antiandrogenic activity, but for its remarkable progestinic action too. In
this work thè progestinic control during thè diestrous and thè estrogenic control of
estrai stage were confirmed, but with regard to thè hypothalamus only. In fact it
could be observed thè increase of proteic content and thè enzymatic activity
decrease, CPA dose-dependent, in thè hypothalamus. However, this effect might be
modulate by testosterone and progesterone metabolites with thè CPA, which com-
petes or mimes their actions.
(*) Istituto e Museo di Zoologia, Università di Napoli - Via Mezzocannone, 8.
(**) Lavoro eseguito coi fondi M.P.I. 60% e Progetto finalizzato CNR « Biologia
della Riproduzione».
Gli AA. ringraziano il Prof. G. Chieffi per l’apporto critico prestato.
210 Maria Filomena Caliendo e Mario Milone
Introduzione
È ormai dimostrato che gli ormoni steroidi controllano il metabolismo
delle cellule bersaglio del sistema ipotalamo-ipofisario (SII) nei mammiferi
e più particolarmente alcune attività enzimatiche (Wilson, 1969; Mayda-
nova, 1973). In passato abbiamo rivolto la nostra attenzione all’influenza
esercitata dagli androgeni e dagli estrogeni su due enzimi, quali la (3-glucu-
ronidasi (p-GLR) e la malato deidrogenasi (MDH), rivelatisi ottimi markers
per le funzioni del SII (Milone et al., 1978; Milone et al., 1981). Nella
femmina di topo il comportamento della MDH è particolarmente interes¬
sante in conseguenza delle variazioni ormonali che sopravvengono durante
il ciclo (Moguilevsky e Christot, 1972; Lee, 1974). Infatti è stata osser¬
vata (Milone et al. , 1981) una differente modificazione della forma mito-
condriale e citoplasmatica della MDH durante il ciclo estrale, con un mas¬
simo di attività nell’estro e un minimo nel diestro, per la prima, e con un
massimo nel diestro e un minimo nel metestro, per la seconda. È stato
quindi ipotizzato un controllo differenziato da parte dell’estradiolo e del
progesterone sulle singole forme isoenzimatiche evidenziate. Inoltre è stata
evidenziata un’azione di tipo progestinico da parte dell’acetato di ciprote-
rone (CPA), un potente antiandrogeno (Neumann, 1972) sulla p-GLR sia
del maschio che della femmina di topo (Milone et al., 1979; Lampariello
et al , 1981).
In questa nota viene riferita l’azione del CPA sulla MDH del SII
durante il ciclo estrale, in funzione della sua attività antigonadotropa,
caratteristica di alcune sostanze contraccettive.
Materiali e metodi
Sono state utilizzate 30 femmine adulte di Mus musculus domesticus ,
ceppo Swiss albino cc. Sulla base dell’esame dello striscio vaginale sono
state suddivise in quattro gruppi (corrispondenti alle quattro fasi del ciclo).
Ad altre venti femmine, tutte nella fase diestrale, sono state iniettate i.p.
tre diverse concentrazioni giornaliere di CPA per 7 gg (0.01, 0.1 e 1.0 mg di
CPA/g) e quindi sacrificate, previa narcosi in etere. Venivano poi prelevati
velocemente l’ipofisi e Pipotalamo. Gli organi, pesati, venivano omogeneiz¬
zati a freddo con 1 mi di acqua distillata per l’ipofisi e 5 mi per l’ipota-
lamo.
L’attività della MDH veniva misurata col metodo di Ritto e Kaplan
(1966), modificato da Milone et al (1975), che utilizzava la seguente
Effetto del ciproterone acetato sulla malato deidrogenasi , ecc. 211
miscela d’incubazione: 10 pi di omogenato, 50 pi di NAD (3 mg/ml), 50 pi
di ione malato pH 7.0 1 M, 850 pi di buffer Glicina-NaOH 0.1 M a pH 10.5.
La miscela veniva incubata a 37°C per 15’ la lettura era effettuata a
340 nin con uno spettrofotometro Beckman DB-G; Fattività era espressa in
iiM di MÀDH/pg dì proteine/minuto e in nM di NADH/pg di DNA/
minuto.
La determinazione delle proteine era eseguita col metodo di Lowry et
al. (1951), utilizzando 50 pi di omogenato.
Il contenuto in DNA veniva valutato col metodo di Dische (1955), uti¬
lizzando 150 pi di omogenato.
Risultati
Nella tabella I sono indicati i valori delle proteine, del DNA, il loro
rapporto e i valori della MDH, riferita al contenuto proteico e a quello in
DNA, durante il ciclo astrale . I valori proteici nelf ipofisi raggiungono un
massimo durante il proestro (0.02 > p > 0.01, riferito al diestro), mentre
nelfipotalamo le variazioni non sono significative. In entrambi gli organi
non si osserva nessuna variazione significativa del contenuto in DNA. Il
rapporto Proteine/DNA segue lo stesso andamento del contenuto proteico.
L’attività della MDH non mostra alcuna variazione ciclica significativa, sia
se riferita al contenuto proteico che a quello in DNA.
Nella tabella II sono riportati i dati relativi al trattamento col CPA,
paragonati a quelli di animali in diestro non trattati. Per quanto riguarda il
contenuto proteico osserviamo un effetto opposto nei due organi: inibente
per l’ipofisi (p < 0.01), stimolante per Fìpotalamo (dose-dipendente)
(p < 0.01). Non si nota alcun effetto sul DNA. Per il rapporto Proteine/
DNA di conseguenza osserviamo lo stesso quadro che si riscontrava per il
contenuto proteico (p < 0.01 per entrambi gli organi). L’attività della
MDH riferita al contenuto proteico è inibita dal CPA in entrambi gli organi
(per l’ipofisi l’effetto è dose-dipendente) (0.02 > p > 0.01 per la I concen¬
trazione; p < 0.01 per le altre due). D’altra parte l’inibizione dell’attività
della MDH ipotalamica, riferita al contenuto proteico è solo apparente, in
quanto il trattamento con CPA provoca un aumento del contenuto proteico
totale.
L’attività della MDH riferita al contenuto in DNA viene inibita dal
CPA nell’ipofisi e stimolata nelfipotalamo (0.02 > p > 0.01 per le prime
due concentrazioni e p < 0.01 per la terza nell’ipofisi; p < 0.01 per tutte
le concentrazioni delfipotalamo).
212 Maria Filomena Caliendo e Mario Milone
TABELLA I
proteine
a
=3.
e m d p
proteine/dna
o
u
(0
ut
GC
IL
□
I-
□
0)
tfl
tu
h
(3
I
13
a.
□
h
□
z
l
<
z
□
(3
a.
l
z
“1 - 1 - 1 - — r-
e m d p
e m d p
— ipofisi
- ipotalamo
e estro
m metestro
d diestro
proestro
Effetto del ciproterone acetato sulla malato deidrogenasi , ecc.
213
TABELLA II
214 Maria Filomena Caliendo e Mario Milone
Discussione
Le variazioni cicliche del contenuto proteico ipofisario corrispondono
a quelle osservate per la secrezione delle gonadotropine da Moguilevsky e
Christot (1972). D’altra parte gli stessi autori hanno anche osservato una
ciclicità nella sintesi dei fattori di rilascio variabile da area ad area ipotala-
mica: il che potrebbe spiegare l’assenza di modificazioni cicliche del conte¬
nuto proteico da noi riscontrata nell’ipotalamo. L’andamento del DNA con¬
ferma la tesi per cui l’aumento proteico è dovuto esclusivamente a una più
attiva biosintesi. Secondo Convey e Ree ce (1969), tale incremento
potrebbe esser limitato a certe proteine (tra cui la MDH) che esercitano un
ruolo notevole nella fisiologia di alcuni organi bersaglio degli estrogeni,
quali l’ipofisi e l’ipotalamo (Hegedus e Endroczi, 1974). Inoltre sembra
che la MDH nella femmina di topo non venga controllata dai soli estro¬
geni, ma anche dai progestinici. In particolare la forma mitocondriale della
MDH durante il ciclo estrale sembra essere controllata dagli estrogeni,
mentre quella citoplasmatica subisce l’influenza del progesterone (Milone
et al , 1981). Secondo Moguilevsky e Malinow (1964) nell’ipotalamo di
ratto gli estrogeni sono in grado di controllare entrambe le forme, agendo
positivamente o negativamente a seconda della fase del ciclo. L’effetto, da
noi osservato, inibente o stimolante sull’attività della MDH operato dal
CPA nei due organi può dipendere da due serie di fenomeni variamente
interdipendenti. Infatti il CPA può esercitare un’azione tempo e/o dose
dipendente nei confronti di markers enzimatici operando in modo antago¬
nista o sinergico verso gli androgeni, competendo coi siti recettoriali di tali
ormoni nel primo caso (Baulieu, 1973) e mostrando un effetto progesti-
nico nel secondo (Bullock e Bardin, 1977; Milone et al ., 1979). Pertanto
l’effetto del CPA sull’attività della MDH, da noi riscontrato in modo diffe¬
rente nei due organi studiati, può esser interpretato in entrambi i modi.
Infatti nell’ipofisi e nell’ipotalamo è stata dimostrata la presenza di alcun
enzimi, quali la 5-a-reduttasi e la 17-p-idrossisteroidodeidrogenasi (Rom-
mert e Van der Molen, 1971). D’altra parte è stata osservata la capacità
del CPA di competere con l’androstenedione a livello ipotalamico
(Edwards, 1970). Ciò può far supporre che l’azione del CPA si esplichi
mimando o competendo con più di un metabolita steroideo. È probabile,
inoltre, che il CPA eserciti questo tipo di azione anche verso un altro mar¬
ker enzimatico ipotalamico, la p-GLR (Milone et al. , 1979).
Effetto del cìproterone acetato sulla malato deidrogenasi, ecc. 215
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Boll. Soc. Natur. Napoli
voi 91, 1982, pp. 217-224, fig . I
Le collezioni del Museo annesso all’Istituto
di Antropologia dell’Università di Napoli.
VI. Fotografica: 35 diapositive
Conversazione tenuta da Concetta d? Amore (*)
e Mirella Schiano Di Zenise (*)
(Seduta del 25 giugno 1982)
AlV indimenticabile Prof PIO WTTOZZ1 Promotore di
queste conferenze , cui dette maggiore rilievo con la Sua
partecipazione
Sempre e dovunque si è cercato di rendere i Musei degni di quanto
raccolgono, di quanto conservano della storia dell’Uomo. Dal più piccolo al
più grande, ognuno di essi, è un memoriale dell’Umanità, un «non omnis
moriar» del contributo di ciascun essere. È la storia dell’amore dell’Uomo
per quanto lo circonda.
Molti Musei sono dediti, più degli altri, in senso stretto, all’evoluzione
umana; ma il loro ruolo è sempre quello di ricordare alle generazioni suc¬
cessive uno spaccato di una situazione, di una presenza, di un momento, in
ogni caso irrepetibili.
Nell’ambito di queste considerazioni «presentiamo» un Museo ben
noto a tutti noi dell’Università, il Museo annesso all’Istituto di Antropolo¬
gia. Anche se ha già compiuto un secolo di vita (1881-1981), non presenta
rughe, ma mette bene in evidenza la freschezza della sua composizione.
Fondato da G. Nicqlucq, primo Cattedratico di Antropologia della Uni¬
versità di Napoli (secondo, solo in termini cronologici, a P. Mantegazzà
che fu l’Antropologo di Firenze), conserva le collezioni raccolte, accettate
in dono o acquistate dagli Studiosi che si sono susseguiti alla sua direzione,
riflettendone gli interessi scientifici e la problematica del momento. Di qui
(*) Istituto di Antropologia dell’Università di Napoli.
218 Concetta d’ Amore e Mirella Schiano Di Zenise
la varietà delle collezioni, talora l’unicità e, indirettamente, il filo logico
che le collega.
Eventi contrari all’Antropologia hanno privato il Museo e le collezioni
di una sede propria e di un registro generale. Così abbiamo pensato a una
gestione diversa, a uno stile museale nuovo, che mediante pubblicazione
presentasse le raccolte, dando a ciascuna di esse un tema determinante il
contenuto ed una cornice commemorante l’interesse scientifico di Chi la
volle. Non siamo eclettici e pertanto non riteniamo di esaurire, per ogni
insieme, la problematica inerente; tutt’altro. Il nostro scopo è solo quello di
ricordare le collezioni, presentarle a un pubblico il più ampio possibile,
suscitare intorno ad esse tutto l’interesse che meritano. A questo scopo
abbiamo già pubblicato, oltre a uno scritto, ampio, di carattere collettivo
(1982), quattro articoli: due molto approfonditi, sulla sezione craniologica
(1980 e 1981), uno su quella calcografica (1980), un altro sulla primatolo¬
gica (1981). Il livello scientifico di Chi le promosse fu tale che oggi, a
distanza di decenni, siamo in grado, senza l’apporto di note esplicative, di
rilevare in ognuna il soggetto che la incentra.
Per questo incontro abbiamo scelto un inedito: la.jsezione fotografica.
Essa è, forse, l’unica che presenti un filo cronologico ininterrotto, in
quanto, iniziata da Giuffrida-Ruggeri, si è continuata fino a Galgano.
Non sarebbe stato possibile presentarla tutta, anche perché ci auguriamo
che sia il Prof. Galgano a illustrare, una volta o l’altra, la parte essenziale,
da lui acquistata e a lui intitolata. Noi abbiamo preferito il gruppo di 35
diapositive, tratte generalmente dalla pubblicistica germanica. In apparenza
eterogenee, in realtà poliedriche, esse permettono l’estrinsecazione di più
elementi: costituzionalistici, razziologici, anatomici, culturali, anche se il
nucleo fondamentale è quello delle deformazioni intenzionali, ossee e
tegumentarie. Non abbiamo rinvenuto il nome di Chi orgamizzò l’insieme,
anche se vi si intravede la personalità scientifica e umana di Ugo Vram,
direttore dell’Istituto dal 1924 al 1925. Forse triestino, «mitteleuropeo» del
tempo, di lui sappiamo ben poco, a parte l’ampia bibliografìa gentilmente
inviataci dal Prof. Corrain di Padova. Pertanto ci è gradito menzionare
Ugo Vram in questa sede e ricordare che sua fu la recensione, affidatagli
da G. Sergi (1894) sulla Rivista di Antropologia, alla prima pubblicazione,
tedesca, di Dubois (1894) sul Pitecantropo di Giava. Non è inutile ricordare
la risonanza che in quel momento ebbe la scoperta di Dubois e correlativa¬
mente l’avere, G. Sergi, affidato a Ugo Vram, allora molto giovane, la
recensione su di una Rivista agli albori, è indice del valore riconosciuto
dello Studioso.
Le collezioni de l Museo annesso all'Istituto di Antropologia , ecc. 219
Classificazione delle diapositive
La maggior parte delle diapositive della collezione (vedi elenco alle¬
gato), 23, riguardano le deformazioni corporee intenzionali, 4 la costituzio¬
nalìstica, 3 la razziologia in senso stretto, altre 3 argomenti vari. Il gruppo
più numeroso, anche se pone gli elementi morfologici della tassonomìa
umana, tratta quindi le deformazioni. La tematica è molto ampia ed è sin¬
tetizzabile così:
deformazioni ossee:
deformazioni tegumentali:
deformazioni cutanee in senso stretto
altre deformazioni
cefaliche
dentali
podaliche
auricolari
nasali
labiali
incisioni
tatuaggi
In termini etnico-razziali sono presenti soggetti italiani, francesi,
indiani, cinesi, giapponesi, negri, pigmei, peruviani, etc.: una ventina di
razze, ma in complesso quasi tutta l’umanità nei suoi aspetti morfologici e
geografici, nell’ambito dì una fecalizzazione culturale ben definita. Non
mancano argomenti di embriologia (cellule germinali) e dì anatomia
umana (encefalo). Appaiono numerate con cifre latine, da 1 a 5, le diaposi¬
tive che presentano tatuaggi; con cifre romane da I a VII quelle che riguar¬
dano le perforazioni, le incisioni e le legature. Per ognuna riportiamo in
elenco fuori testo una didascalia.
Deformazioni ossee
Motivi di ampiezza ci impediscono di trattare le deformazioni ossee in
questa sede.
Deformazioni tegumentali
Numerose deformazioni intenzionali riguardano ì tegumenti e cioè
padiglione auricolare, naso e labbro. Di questi la posizione ha provocato
220 Concetta d* Amore e Mirella Schiano Di Zenise
l’intendimento estetico, la struttura istologica ha facilitato la pratica. Infatti
sia per la struttura del padiglione auricolare (dal sostegno in cartilagine ela¬
stica rivestita di cute perfettamente aderente), sia per quella del lobulo
(dove l’adiposità è ricoperta da una duplicatura della cute) le perforazioni
non dovrebbero incontrare i muscoli e dar luogo a problemi. Allo stesso
modo per le pinne nasali, dove le perforazioni, talora multiple, incontrano
cartilagine e cute e, solo più in alto, anche le mucose. Fa eccezione il
lobulo dell’ orecchio che, in casi estremi, si allunga a fettuccia sfiorando la
spalla.
Fin qui modificazioni di piccola relativamente scarsa entità.
L’alterazione dà luogo a fastidi fisiologici quando, invece, interessa il
labbro. Questo è ricoperto all’ esterno dalla cute e alf interno dalle mucose,
mentre nello strato più profondo ospita le ghiandole. L’impalcatura musco¬
lare è formata dai fascetti del muscolo orbicolare.
Sullo sfìancamento di questi fascetti è basata la rimodellazione del
labbro, che mediante dischi, sempre più grandi, viene allargato e allungato,
mentre facoltativa è raggiunta di una struttura perforante. Sconosciuta in
Asia e in Oceania tale moda era viva in America e in Africa equatoriale.
Questa particolare distribuzione geografica farebbe pensare a un rapporto
con il clima, se la presenza tra gli Eschimesi dell’Artide non ne riportasse
l’uso anche ai climi freddi.
In genere queste deformazioni si accompagnano all’uso del colore,
per cui tutto il volto ne risulta interessato. Tali gli esempi delle diapositive
17 e 18.
Le diapositive relative a questi argomenti sono indicate con i numeri
romani, da I a VII. Così le deformazioni nasali di due signore indiane,
Funa, 15 (II) di casta elevata, bramina, l’altra, 14 (I) dai caratteri tenden¬
zialmente equatoriali. E ancora, una deformazione auricolare è presente
nella donna Papua della diapositiva 16, indicata con il numero IV.
Deformazioni cutanee
Né mancano le scarificazioni e i cheloidi, disegni cicatriziali dovuti a
tagli più o meno profondi nella cute, tali da ottenere, con accorgimenti
opportuni, cicatrici concave (scarificazioni) o convesse (cheloidi) formanti
complessi geometrici. Così quelli presentati dalla diapositiva 4, raffigurante
una ragazza sudanese N? aro Ni am.
Non va dimenticato il tatuaggio, conservatosi in Giappone fino ad
epoche recenti (vedi fig. 1), ma non assente in Europa. L’origine è senza
Le collezioni del Museo annesso all'Istituto di Antropologìa , ecc . 221
dubbio legata alle pitturazioni cutanee, rese stabili mediante penetrazione
del colore nel derma. Esso assurse, in alcuni momenti, a dignità di arte,
prova ne siano le cinque diapositive che presentiamo, numerate con cifre
latine. Indicano l’ubiquità della moda, dal Giappone, dove raggiunge le
Fio. 1. — Tatuaggio di scuola giapponese (N. 20 e N. 21). I numeri tra parentesi
fanno riferimento all’elenco allegato.
vette della raffinatezza stilistica, alle isole Marshall, in Micronesia, dove
manifesta la singolare semplicità di motivi costituenti disegni imitativi,
all* Africa bianca, alFEuropa.
Altre deformazioni
Infine vogliamo ricordare qualcosa che non è una vera e propria defor-
mazione, ma una moda che ritocca un carattere razziale. La diapositiva 25
mostra gli arti inferiori di una Amerinda, Amazzonica. Il muscolo del pol¬
paccio è reso più evidente dalle legature fissate sotto il ginocchio e sopra la
caviglia. La razza amazzonica è di costituzione brevilinea, pertanto il
222 Concetta d’ Amore e Mirella S chiana Di Zenise
disegno muscolare è reso più forte dall’essere i segmenti distali del corpo
relativamente corti rispetto ai prossimali. La moda pone l’accento su
questo carattere mediante le due legature che definiscono il muscolo. Per¬
tanto non si tratta di una vera e propria deformazione, ma soltanto della
rivalutazione di un carattere, forse, in alcune donne, poco evidente.
Conclusioni
Potremmo chiederci se le 35 diapositive servano, ancora oggi, a cor¬
redo visivo di un corso di Antropologia. Diremmo di sì, e non come sem¬
plice curiosità. Attualmente i programmi in uso nei nostri Atenei vedono
parte essenziale del corso nella evoluzione dell’uomo, nello studio delle
razze. Le metodologie antropologiche fanno riferimento a caratteri dimen¬
sionali, morfologici, serologici, e, in più, oggi, agli aspetti culturali. Tra
questi, espressione da non trascurare è, pertanto, l’armonia estetica del sin¬
golo, che si riflette nella ricerca dell’eleganza e nell’affermazione dello spi¬
rito, in tempi e luoghi diversi.
Tutto ciò è nella collezione U. Vram.
Elenco numerato delle didascalie da noi tradotte o attribuite alle diapositive
della collezione Ugo Vram
1. Culla scavata in un unico pezzo di legno, di circa 90 cm di lunghezza,
con accorgimenti per l’appiattimento cefalico (da Crania Americana).
2. Posizione del bambino in una culla appositamente deformante (Sud-
America).
3. Uomo peruviano, con tavoletta nucale tenuta «in loco» da cinghie.
4. Bambino francese con deformazione cefalica di tipo provenzale. Occi¬
pite alto e prominente.
5. Donna francese con bende da testa a soggolo, serrate da un nodo all’al¬
tezza della sutura coronale.
6. Donna del Dipartimento della Senna, con bende nucali.
7. Cranio normale, alto.
8. Cranio deformato, simile nel profilo al precedente.
9. e 10. Crani incompleti in norme diverse.
11. Deformazioni dentali (Malesia).
12. Deformazioni podaliche: piedi di donne cinesi; l’uno nudo, l’altro con
pantofolina a tacco alto.
Le collezioni del Museo annesso all'Istituto di Antropologia , ecc. 223
13. Deformazioni podaliche: piede di donna cinese in norme diverse; con¬
fronto con le parti scheletriche analoghe di donna europea.
14. (I). Perforazione di pinna nasale, in donna indù di Bombay.
15. (II). Perforazione di pinna nasale, in donna indiana di casta bramina.
16. (IV) Perforazione auricolare, in donna papua.
17. (III). Deformazioni varie e pitture in soggetti diversi (Oraon, Andarne. -
nese, Missu, Mauri, Ainu, Australiano, anacoreta forse Indiano,
Lernbu).
18. (V). Deformazioni varie e pitture in soggetti diversi (Gaudi. a, Eschi¬
mese, Foibe, Bongo, donna ridente, Bongo).
19. (2). Tatuaggio in soggetto delle isole Marshall.
20. e 21. (3 e 4). Tatuaggio anteriore e posteriore in soggetto giapponese.
22. Ragazza di Tunisi con tatuaggio.
23. (5). a) Donna contadina della Bosnia con tatuaggi al petto e alle mani,
b) Ragazza del Natal con leggiadre cicatrici.
24. (VII). Ragazza Miam-Miam (Africa centrale) con cicatrici ornamentali al
petto e al ventre.
25. (VI). Donna amerinda della Guyana, ventenne, con ingrossamento arti¬
ficiale del polpaccio.
26. 27. 28. Pigmei Ab ha.
29. Cellule germinali.
30. Spaccato cefalico.
31. Sìndattilia.
32. Tavola X. Evoluzione del corpo femminile, da 10 a 18 anni.
33. Misure uguali o divergenti dalle misure normali, dalla nascita a 12
anni, in rapporto al f unità.
34. Crescita dell’arto superiore, dalla nascita a 2 anni. Crescita dei piedi in
differenti momenti: veduta laterale e anteriore.
35. Tavola XI. Crescita dalla nascita a 12 anni. Presentazione di misure
metriche riassuntive.
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PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE
E DELLE ASSEMBLEE GENERALI
Processo verbale dell'Assemblea generale del 29 gennaio 1982
Il giorno 29 gennaio 1982 alle ore 17h45m si è tenuta, in seconda convocazione,
l’Assemblea generale della Società dei Naturalisti in Napoli.
Sono presenti: VIttozzi, de Cunzo, Napoletano, Caputo, Forgione, Celico, Cata¬
lano, Abatino, Rossi, Cuneo, Del Rio, della Ragione, Piscopo, Palumbo, D’Argenio,
Torre, Mazzarella, Pia cella, Billwiller.
Il Presidente dichiara aperta la seduta e il Segretario legge il verbale della
seduta precedente, che viene approvato alfunanimità.
Il Presidente informa che nei giorni 5-6-7 febbraio 1982 si terrà un convegno
nella Villa Diego Aragona Pignatelli Cortes, indetto dal Centro Studi Carlo Pisacane.
Il Presidente poi legge la Relazione dell’attività svolta dal nostro sodalizio
durante l’anno 1981 che sarà inviata al Ministero dei Beni Culturali e Ambientali,
che, per intero, qui si trascrive, con lettera, così intestata:
«Relazione sull’attività della Società dei Naturalisti in Napoli durante fanno
1981. Nel corso del 1981 è continuata l’opera di sistemazione dei libri della preziosa
Biblioteca e di compilazione dei nuovi cataloghi. Hanno all’uopo prestato la loro
opera con competenza, scrupolosità e diligenza le due Dottoresse Liliana Calabrese
e Silvia Gargiulo assegnate a suo tempo alla nostra Biblioteca, tramite la Vallicel-
liana di Roma in applicazione della legge 285. Nel 1981 sono stati ammessi alla
Società, secondo le modalità previste dallo Statuto, 32 nuovi Soci che ne avevano
fatto domanda.
Purtroppo però, nel corso del 1981, sono deceduti i Soci Giuseppe Catalano,
Professore fuori molo di Botanica, e Mario Covello, già Preside della Facoltà di Far¬
macia delfUniversità di Napoli.
Nella seduta del 30 ottobre 1981 il Presidente Prof. Pio Vittozzi commemorò il
socio benemerito Prof. Giuseppe Imbò, già Direttore dell’Osservatorio Vesuviano e
dell’Istituto di Fisica terrestre e fece altrettanto per gli altri soci scomparsi.
Attualmente i soci sono:
soci benemeriti 3
soci ordinari 277
Totale
280
226 Processi verbali
Durante il 1981 la Società si è riunita 3 volte in Assemblea generale, 2 volte
in tornata ordinaria ed 1 volta in tornata straordinaria. Nell5 Assemblea generale del
30 gennaio 1981 furono nominati i Revisori dei conti e furono ammessi i nuovi soci.
Nell’Assemblea generale del 27 febbraio il Presidente illustrò la sua relazione sul¬
l’attività svolta dalla Società nel 1980 e furono approvati il bilancio consuntivo 1980
e preventivo 1981, dopo la Relazione dei Revisori dei conti.
Nella seduta straordinaria del 30 ottobre il Presidente commemorò, come ac¬
cennato sopra, il socio benemerito Giuseppe Imbò.
Nell’Assemblea generale del 22 dicembre si sono tenute le votazioni per l’am¬
missione di nuovi soci e si è proceduto alla nomina dei Revisori dei conti.
Nel corso delle varie sedute sono stati presentati 20 lavori scientifici nelle
diverse discipline naturalistiche; di essi, quelli accettati dal Comitato di Redazione,
saranno pubblicati nel prossimo volume del “Bollettino della Società dei Na¬
turalisti” (voi 90°, 1981), che vedrà la luce nei prossimi mesi.
In detto volume saranno ospitati anche i riassunti delle relazioni e delle comu¬
nicazioni presentate al 1° Convegno nazionale dell’Associazione aA. Ghigi per la
Biologia dei Vertebrati”, che non ha ancora un proprio organo di stampa.
Una relazione sui risultati di tale convegno fu tenuta dal socio Milone nella
seduta del 22 dicembre.
Infine il volume 90° del Bollettino avrà una particolare importanza perché con¬
terrà, come parte integrante, un’appendice tutta dedicata alle manifestazioni svoltesi
per la celebrazione del primo centenario della Società dei Naturalisti, come da pro¬
gramma accluso.
Il volume 89° del 1980, di cui è già cenno nella relazione dello scorso anno, fu
licenziato il 20 ottobre 1981 e mi pregio allegarlo alla presente relazione.
Diverse riunioni ha tenuto il Consiglio Direttivo per esaminare ed esprìmere un
parere preliminare sulle domande di ammissione dei nuovi soci, per esaminare i
bilanci, per deliberare sulle sfere di non ordinaria amministrazione e ratificare via
via le iniziative in merito alle manifestazioni celebrative del centenario della Società
proposte dal Comitato organizzatore.
Diverse riunioni ha tenuto anche il Comitato di Redazione delle pubblicazioni
che spesso ha inviato a cultori particolarmente competenti i lavori presentati nelle
varie sedute per la pubblicazione nel “Bollettino” allo scopo di tenere sempre alto il
buon nome ed il livello scientifico e culturale della Società».
Il Presidente quindi invita i Revisori dei conti a leggere le relazioni dei bilanci
consuntivo 1980 e preventivo 1981; il socio Piscopo, in qualità di Revisore, anche a
nome del socio Carannante, legge i conti di spesa effettuati nell’anno 1981 e preven¬
tivati per Fanno 1981.
I Bilanci verranno anch’essi inviati al Ministero Beni Culturali e Ambientali.
L’assemblea approva all’unanimità ambedue i bilanci: preventivo e consun¬
tivo.
Si passa dunque alle comunicazioni scientifiche:
a) Place Ila presenta il suo lavoro dal titolo: «Ulteriore segnalazione di coral-
lofauna in argille pleistoceniche della provincia di Reggio Calabria»;
b) Celico presenta la sua nota dal titolo: «La falda idrica dei monti di
Venafro: ipotesi di captazione e prevedibili ripercussioni sul regime idrologico delle
sorgenti »;
Processi verbali 227
c) Palumbo presenta il suo lavoro dal titolo: «Applicazioni delle variazioni
del livello medio del mare».
Eseguito l’ordine del giorno la seduta è tolta alle 19h 15m.
Il Segretario: Teresa de Gonzo II Presidente: Pio Vittozzi
Processo verbale dell’Assemblea generale dei 26 febbraio 1982
Il giorno 26 febbraio 1982, alle 17h45m si è tenuta, in seconda convocazione,
l’Assemblea generale della Società dei Naturalisti in Napoli.
Sono presenti: Vittozzi, de Cunzo, Caputo, Napoletano, Matteucig, Catalano,
Del Rio, Gioffrè, Barattolo, Tartaglione E., Tartaglione A.M., Taddei, Moncharmont
Zei M., Barbera, Gustato, del Gaudio, Forgione, Fraissinet, Franciosa, Giglio, Rossi,
Ferreo, Pozzuoli, Carannante, Moncharmont U., Sgrosso, Quagliariello, Di Nocera,
Laureti, Battaglini, Milone, Arcamene, Billwiller, Benino, Celico, Piscopo, Fimiani,
Della Ragione, Piciocchi.
Il Presidente dichiara aperta la seduta, il Segretario legge il verbale della seduta
precedente che viene approvato all’unanimità.
Il Presidente comunica che quanto prima la Società adempirà al dovere di com¬
memorare il socio Covello recentemente scomparso.
Il Presidente informa che il 5 e 6 marzo 1982 si terrà a Forlì un convegno
indetto dalla Regione Emilia Romagna su il «Parco è... orientamenti per una legge
regionale sui parchi». Il convegno sarà articolato In tre seminari su: 1) Il parco
perché; 2) Il parco come; 3) Il parco e il territorio.
Il Presidente quindi sollecita l’Assemblea a nominare tra i soci presenti i com¬
ponenti del seggio elettorale per l’elezione del Consiglio Direttivo per il biennio
1982-83; vengono proposti ì soci Napoletano, Presidente, e Rossi Fortunato e Arca-
mone Nadia, scrutatori.
Si dà inizio alle votazioni e, quindi, lasciando aperte le urne si passa alla pre¬
sentazione delle comunicazioni scientifiche:
a) il socio del Gaudio presenta il lavoro suo e di Gustato, Villari, Pedata, dal
titolo: «Ulteriori dati sulla distribuzione di: Holoturia tubulosa , ff oloturia polii ,
Holoturia stellati nel Golfo di Napoli».
Si continuano le operazioni di voto. A spoglio ultimato il Presidente del seggio
legge i risultati:
Presidente: Pio Vittozzi
Vice-Presidente: Aldo Napoletano
Segretario: Teresa de Cunzo
Vice-Segretario: Filippo Barattolo
Tesoriere: Eugenio Piscopo
Bibliotecario: Gabriele Carannante
Redattore: Giorgio Matteucig
Consiglieri: Giuseppe Caputo , Pietro Battaglini , Mario Torre, Gennaro
Corrado
228 Processi verbali
Il verbale relativo alle operazioni di seggio è riportato qui di seguito e fa parte
integrante del presente verbale.
Verbale del seggio
«26 febbraio 1982, Napoli.
Il giorno 26 febbraio 1982 alle ore 18 si è aperto il seggio per la elezione del
nuovo Consiglio Direttivo della Società dei Naturalisti in Napoli.
L’Assemblea dei soci elegge;
Componenti il seggio che., risultano così: Presidente Aldo Napoletano, 1° Scruta¬
tore Fortunato Rossi, 2° Scrutatore Nadia Arcamene.
Sono state consegnate al seggio n. 129 schede. Hanno votato sia per votazione
diretta sia per delega 115 soci per cui rimangono 14 schede siglate che vengono con¬
segnate alla Segretaria.
Dallo spoglio delle schede risultano così distribuite le cariche:
Presidente:
Prof.
Pio Vittozzi
voti
110
Prof.
B. De Lerma
»
2
Prof.
B. D’Argenio
»
3
Vice-Presidente:
Prof.
A. Napoletano
»
115
Segretario:
Prof.
T. de Cunzo
»
112
Prof.
U. Moncharmont
»
1
Vice-Segretario:
Prof.
F. Barattolo
»
104
Prof.
C. Barbera
»
1
Prof.
U. Moncharmont
»
1
Prof.
G. Gustato
»
1
Prof.
F.M. Guadagno
»
5
Prof.
A. Moretti
»
1
Tesoriere:
Prof.
E. Piscopo
»
108
Prof.
G. Carannante
»
6
Prof.
A. Pierantoni
»
1
Bibliotecario:
Prof.
G. Carannante
»
107
Prof.
G. Matteucig
»
3
Prof.
P. Battaglini
»
1
Prof.
N. Arcamene
»
1
Prof.
E. Piscopo
»
1
Redattore:
Prof.
G. Matteucig
»
100
Prof.
E. Piscopo
»
3
Prof.
A. Ariani
»
6
Prof.
R. Taddei
»
1
Prof.
G. Gustato
»
1
Consiglieri:
Prof.
G. Caputo
»
114
Prof.
M. Torre
»
107
Prof.
A. Ariani
»
6
Prof.
G. Corrado
»
HO
Prof.
P. De Castro
»
3
Prof.
P. Battaglini
»
114
Prof.
U. Moncharmont
»
4
Prof.
L. Casertano
»
1
Prof.
L. Laureti
»
1
Processi verbali 229
Pertanto risultano eletti:
Presidente: Pio Vittozzi
Vice-Presidente: Aldo Napoletano
Segretario:
Teresa de Cunzo
Vice-Segretario: Filippo Barattolo
Tesoriere: Eugenio Piscopo
Bibliotecario: Gabriele Carannante
Redattore: Giorgio Matteucig
Consiglieri: Giuseppe Caputo, Pietro Battagliai, Mario Torre
Gennaro Corrado
Alle 20h45m si sono chiuse le operazioni per le elezioni.
Hanno votato personalmente 40 soci e per delega 75 soci.
Il presente verbale consta di tre fogli.
Il seggio elettorale: Il Presidente, firmato: Aldo Napoletano
Gli scrutatori: firmato: Fortunato Rossi e Nadia Arcamone ».
Esaurito l’ordine del giorno la seduta è tolta alle 21h15m.
Il Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Pio Vittozzi
Processo verbale della seduta del 28 maggio 1982
Il giorno 28 maggio 1982 alle 17h40m si è tenuta in seconda convocazione, la
seduta ordinaria della Società dei Naturalisti in Napoli, nell’aula G2 dell’Istituto di
Geologia e Geofìsica dell’Università, Largo San Marcellino, 10.
Sono presenti: Vittozzi, de Cunzo, Sgrosso, Rossi, Battaglini, Arcamone, Napo¬
letano, Forgione, Piscopo, Mezzacapo, Melito Pagliara, Paolo Vitagliano.
Il Presidente dichiara aperta la seduta ed esprime il suo rincrescimento per non
aver potuto tenere la seduta nei locali della Società per i lavori di consolidamento in
atto a seguito del terremoto.
Il Presidente inoltre comunica che è pervenuta una lettera inviata dal Comitato
Grotte di Castellana, per richiedere un parere da parte della Società dei Naturalisti
in Napoli, sull’opportunità di aprire un nuovo ingresso nelle grotte stesse; il Consi¬
glio Direttivo ha ritenuto interpellare i proff. Brancaccio, Rossi e Bartoli, per compe¬
tenza, ed in seguito alla relazione da loro presentata, ha stabilito di convocare, per la
prossima seduta, i rappresentanti del Comitato Castellana Grotte affinché si possa
aprire un dibattito in Assemblea.
Il Presidente legge poi la delibera del Consiglio Direttivo di consentire una
serie di conversazioni tenute da esperti, atte ad illustrare i vari musei napoletani.
Quanto sopra per accogliere specifica richiesta del dott. A. Nazzaro dell’Osser¬
vatorio Vesuviano, addetto alle pubbliche relazioni, sezione di didattica.
Il Presidente assicura inoltre che, quanto prima, saranno tenute le commemora¬
zioni dei soci defunti: Lazzari, Pasquini, Covello, Carrelli, Della Ragione.
230 Processi verbali
Comunica ancora che si terrà a Cetraro (Cosenza) una riunione congiunta di
Società diverse, dal 26 al 27 settembre 1982, organizzato dall’Università di Calabria-
Rende-Cosenza ed un congresso satellite organizzato dalla Società della Nutrizione
umana.
Il Presidente rende noto all’Assemblea che in questo momento si è venuti a
conoscenza della scomparsa del prof. Carlo Miranda, Titolare di Analisi matematica,
decano della Facoltà di Scienze dell’Università di Napoli, pertanto chiede all’Assem¬
blea che si osservi un minuto di silenzio in onore dell’insigne scomparso e dà man¬
dato al Segretario di stilare necrologio per il giornale.
Si passa dunque alle comunicazioni scientifiche:
a) il socio Barattolo presenta la sua nota dal titolo: «Osservazioni su Triplo-
porella steinmannii (alghe verdi, Dasicladali del Cretaceo del Messico)»; interven¬
gono: Rossi, de Cunzo;
b ) il socio Berrino presenta la nota sua e di Grimaldi, Castellano, del Gaudio,
D’Errico, Franchino, Ricco: «Anomalie gravimetriche e “ noise ” sismico a Pantelle¬
ria»; intervengono: Rossi, Napoletano, Palumbo;
c ) il socio Berrino presenta gli autori non soci della nota, detta da Ricciardi,
dal titolo: «Relazione tra mainshock e massimi aftershocks nell’area dell’appennino
centro-meridionale»; in collaborazione con Castellano, Del Gaudio, Franchino,
Ricco; intervengono: Rossi e Napoletano.
Fuori ordine del giorno, il Presidente chiede all’Assemblea di consentire la pre¬
sentazione di una comunicazione verbale dei soci Arcamone e Palumbo dal titolo:
«Altezza dello stato di mescolamento e implicazioni sulla pedofauna dei fenomeni
piovosi in un’area urbana»; intervengono: Napoletano, Battaglini, Berrino.
Esaurito l’ordine del giorno la seduta è tolta alle 19h.
Il Segretario: Teresa de Cunzo II Presidente: Pio Vittozzi
Processo verbale della seduta del 25 giugno 1982
Il giorno 25 giugno 1982 alle 16h25m si è tenuta in seconda convocazione la
seduta ordinaria della Società dei Naturalisti in Napoli.
Sono presenti: Vittozzi, Caputo, Napoletano, de Cunzo, Battaglini, de Lerma,
Fucini, Mustacchi, Senatore, Morrica, Rossi, Ariani, Corrado, Berrino, Arcamone,
Brancaccio, Forgióne, Franciosa, Scaramella.
Il Presidente dichiara aperta la seduta ed invita il segretario a leggere il verbale
della seduta, che viene approvato e sottoscritto.
Il Presidente invita la prof. Concetta D’Amore a presentare la relazione dal
titolo: «La collezione Museo annesso all’Istituto di Antropologia dell’Università di
Napoli», in collaborazione con M. Schiano di Zenise. Conversazione tenuta nell’am¬
bito dell’iniziativa di relazioni, sui diversi musei napoletani proposta dal dott. Naz-
zaro dell’Osservatorio Vesuviano ed accettata dal Consiglio Direttivo della Società
stessa.
Processi verbali 23 1
Si passa al punto n. 3, il Presidente, constatata l’assenza dei membri del Comi¬
tato per la difesa delle Grotte di Castellana, peraltro regolarmente invitati a parteci¬
pare all’ odierna nostra Assemblea, invita il socio Brancaccio affinché illustri anche a
nome di Rossi e Bartoli la relazione da lui presentata riguardante l’opportunità di
aprire un altro ingresso nelle Grotte stesse di Castellana, a chiusura della lettura e
del dibattito con gli interventi di Napoletano, Lucini, de Lerma, Caputo, il Presi¬
dente legge la lettera del Comitato di ringraziamento alla Società per quanto riterrà
intervenire nel merito della questione. La relazione nella sua definitiva stesura, sarà
allegata in calce al verbale della odierna seduta.
Prima che si proceda con il punto n. 4 all’ordine del giorno, il Presidente chiede
all’Assemblea che sia consentita, fuori ordine del giorno, una comunicazione ver¬
bale del socio Gennaro Corrado e che, avutone assenso, viene qui di seguito tra¬
scritta:
Comunicazione verbale dei soci Giovanna Berrino e Gennaro Corrado
Deformazioni verticali e variazioni di gravità
NELL’AREA VESUVIANA
Nel gennaio, nell’area vesuviana, sono state effettuate misure di quota e di gra¬
vità. Il confronto con i dati ottenuti nel 1962 dall’Istituto di Topografia dell’Univer¬
sità di Roma e dal Servizio Geologico d’Italia, ha mostrato che l’area è interessata da
un sollevamento e da un aumento di gravità con valori massimi riscontrati tra 600 m
e 700 m di quota; una prima ripetizione delle misure di gravità, effettuata nel mese
di giugno dello stesso anno, ha confermato tale risultato. L’eventuale evoluzione del
fenomeno sarà seguita mediante periodiche campagne di misure allo scopo di avere
informazioni più dettagliate sulla dinamica in atto.
Si passa quindi alle comunicazioni scientifiche:
a) il socio Mustacchi presenta la nota sua e di Morrica P., Santagada V.,
Senatore A., Serra D., dal titolo: «Fatty acids and sterols from some Basidio-
mycites »;
b ) il socio Ariani presenta la sua nota dal titolo: «Una nuova stagione a
Typhlocaris salentina Ceroli ( Crustacea , Decapoda ) in Puglia. Note biologiche e bio¬
geografiche »; intervengono: Rossi, Franciosa, Scaramella, Battaglini, de Lerma;
c ) il socio Battaglini legge il riassunto del lavoro di Richetti, in assenza del¬
l’autore, dal titolo: «Indagini sul tasso di vitamina C libera e combinata nel sangue
di vacche, capre e pecore allevate a sistema semibrado»; il Presidente chiede e
ottiene dall’Assemblea che si presenti un’ulteriore nota, fuori ordine del giorno, per¬
tanto il socio Battaglini riferisce nota verbale sua e di Andreozzi, Antonucci, Arca-
mone, Castaldo, Gargiulo, dal titolo: « Ittiotossicità e prime osservazioni istologiche
sulle modificazioni dell’epitelio respiratorio di Carassius amatus L. esposto ad acque
inquinate da olii greggi. Un problema di autoecologia acquatica»; intervengono:
Napoletano, Franciosa.
Esaurito l’ordine del giorno la seduta è tolta alle 18h40m.
Il Segretario: Teresa de Cunzo
Il Presidente: Aldo Napoletano
232 Processi verbali
Brevi note relative
ALL’APERTURA DI UNA NUOVA VIA D’ACCESSO
alle Grotte di Castellana
Il «Comitato per la difesa delle Grotte di Castellana» sta cercando di opporsi,
con l’appoggio di associazioni culturali e protezionistiche, all’iniziativa comunale di
aprire una nuova via d’accesso alle Grotte di Castellana per rendere più agevole e
razionale il percorso dei visitatori e favorirne l’afflusso.
Invero non tutte le motivazioni addotte dal Comitato a sostegno della posizione
assunta appaiono probanti e soprattutto condivisibili. In particolare quelle che vor¬
rebbero privilegiare l’aspetto solo scientifico delle grotte e subordinare la visita turi¬
stica ad una ristretta élite di «addetti ai lavori». Questa visione particolaristica e un
po’ settaria contrasta decisamente con l’abito culturale nel quale il Comitato si
pone, come associazione naturalistica e culturale oltre che protezionistica. Per la
verità ci sembra che la vera protezione della natura si attui facilitando e consen¬
tendo l’approccio culturale e conoscitivo di masse sempre più ampie di visitatori e di
turisti ai quali queste associazioni, coadiuvate dall’Amministrazione comunale, pos¬
sono offrire il contributo prezioso della loro conoscenza scientifica, favorendo la
fruizione dei beni ambientali in maniera corretta e rispettosa ed elevandone la mera
curiosità ad appagamento culturale.
Né ci sembra inoltre possibile addurre valide motivazioni scientifiche ad una
eventuale posizione positiva o negativa rispetto all’apertura di una nuova via di
accesso od uscita alle Grotte di Castellana. Fermo restando infatti che una nuova
apertura possa alterare l’attuale microclima delle Grotte favorendo l’instaurarsi di
processi climax-evolutivi, non è pensabile prevedere il trend di tali processi e delle
relative implicazioni morfogenetiche. Tali previsioni infatti vanno realizzate sulla
base della conoscenza pluriennale e quantitativa di fondamentali parametri spe¬
leoambientali quali, ad esempio, il tenore di carbonati e di anidride carbonica com¬
binata nelle soluzioni carsiche e la sua distribuzione spazio-temporale nel complesso
carsico, una precisa valutazione del contenuto di gas carbonico e di umidità nell’at¬
mosfera della Grotta e della sua variazione nel tempo, una serie dettagliata di osser¬
vazioni speleometeorologiche, etc.
È solo sulla base di questi parametri che in altre cavità carsiche si è proceduto a
drastici provvedimenti, persino alla chiusura; per tutti valga l’esempio delle grotte di
Lascaux, nel Perigord (Francia), dove la crescita del tasso di anidride carbonica nel¬
l’atmosfera legata all’elevato numero di visitatori ed alla scarsa areazione in grotta
poteva indurre pericolosi fenomeni di aggressività nei riguardi dei mirabili dipinti
parietali realizzati dall’uomo preistorico.
Pertanto, in mancanza di determinazioni e misure accurate condotte per un
arco di tempo sufficientemente lungo, non ci è possibile esprimere un parere favore¬
vole o contrario alla nuova apertura che il Comune di Castellana vorrebbe praticare
nelle Grotte.
Ludovico Brancaccio
Processi verbali 233
Processo verbale della seduta del 26 novembre 1982
Il giorno 26 novembre 1982 alle 17h55m si è tenuta in seconda convocazione la
seduta straordinaria della Società dei Naturalisti in Napoli.
Il Presidente prof. Aldo Napoletano dichiara aperta la seduta e prega il Segreta¬
rio di leggere il verbale della seduta precedente che viene approvato all’unanimità.
Sono presenti: Napoletano, Caputo, de Cunzo, Scaramella, Barattolo, Matteucig,
Forgione, Luongo, Barbera, Battaglini, Carannante, Lucini, Benino, Arcamone,
Ariani.
Il Presidente annuncia la scomparsa del prof. Pio Vittozzi e ne ricorda la nobile
figura con commosse parole, ponendo in rilievo quanto lo scomparso ha con vera
abnegazione dato per la Società che ha presieduto per anni.
Indi il Presidente dà la parola al socio Matteucig che terrà una conversazione
sul tema: «Il museo di Zoologia dell’' Università di Napoli».
Prima di riprendere l’ordine del giorno, il Presidente dichiara che la seduta
viene sospesa per qualche minuto. Si passa quindi alle comunicazioni scientìfiche:
a) la dottoressa Carla Lucini riferisce sulla nota sua e di Battaglini dal titolo:
«Struttura e migrazioni di una comunità animale edafica in un suolo di origine vul¬
canica (Camaldoli, Napoli)»; interviene Napoletano;
b ) Barbera presenta la nota sua e di Leuci dal titolo: «Mammofauna delle
piroclastiti del Nolano»; interviene Napoletano;
c ) Ariani riferisce sulla nota, presentata insieme al socio de Cunzo, dì
G. Voicu, dal titolo: «Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie du
“Badenien” de la Parate tfays Centrale».
Esaurito l’ordine del giorno la seduta è tolta alle 19h 10m.
Il Segretario: • Teresa de Cunzo II Presidente: Aldo Napoletano
Processo verbale della seduta del 22 dicembre 1982
Il giorno 22 dicembre 1982 alle 17h50m si è tenuta in seconda convocazione
l’Assemblea generale della Società dei Naturalisti in Napoli.
Il Presidente dichiara aperta la seduta e prega il Segretario di leggere il verbale
della seduta precedente che viene approvato all’unanimità.
Sono presenti: Napoletano, Battaglini, Catalano, Ferro, Ioni, Taddei, Ariani,
Barbera, de Lerma, Scaramella, Nicotina, Moncharmont Zei, Forgione, Del Rio,
Caliendo, Capolongo, Rossi, Coppa, de Cunzo, Caputo, Corrado, Ugo Moncharmont,
Barattolo, Matteucig, Piscopo, Lucini.
Il Presidente comunica che il Ministero BB. CC. e AA. ha inviato alla Società
contributo ordinario di L. 5.000.000.
Il Presidente poi, a nome suo personale ed interpretando il pensiero di tutti i
soci rivolge al prof. Baldassarre de Lerma un saluto augurale per il conseguimento
dei 50 anni di associazione al sodalizio e il suo passaggio così nella categoria dei
Soci benemeriti; formula al prof, de Lerma i migliori complimenti per la sua labe-
234 Processi verbali
riosa attività svolta e gli auguri più sentiti per l’avvenire, e per l’occasione, gli con¬
segna una medaglia ricordo. Il prof, de Lerma con gentili, sentite parole ringrazia e
ricambia voti augurali al Sodalizio, al Presidente, e ai soci tutti.
Il Presidente concede quindi la parola al prof. Maurizio de Gennaro che terrà
una conversazione sul Museo di Mineralogia dell’Università di Napoli, Facoltà di
Scienze.
Al termine della conversazione il Presidente ringrazia l’oratore; apre la discus¬
sione quindi sull’aumento della quota sociale, l’Assemblea delibera di portare la
quota sociale a lire quindicimila.
Il Presidente propone all’Assemblea l’ammissione di nuovi soci nelle persone
presentate da:
1) Aliotta Giovanni (Taddei, Caputo);
2) Pollio Antonino (Taddei, Caputo);
3) Capasse Leonilda (Taddei, Caputo);
4) Pinto Gabriele (Taddei, Caputo);
5) Albertano Patrizia (Taddei, Caputo);
6) Andreozzi Giuliana (Battaglini, Ariani);
7) Antonucci Rosanna (Battaglini, Ariani);
8) Gargiulo Giuliana (Battaglini, Ariani);
9) Carrano Alma (Moncharmont-Zei, Barbera);
10) Nazzaro Antonio (Rapolla, Matteucig);
11) Lucini Carla (Battaglini, Matteucig);
12) Palomo del Gado Inmaculada (Pozzuoli, Franco).
Si procede alla votazione, con tutti i voti favorevoli, si astiene il socio Lucini per
il nominativo del candidato Lucini, pertanto tutti i richiedenti sono ammessi quali
nuovi soci.
Il Presidente propone all’Assemblea di suggerire i nominativi dei soci che deb¬
bono eseguire la revisione dei conti del bilancio 1982, all’unanimità vengono eletti
revisori effettivi i soci Lucini e Barbera e il socio Fortunato Rossi quale revisore
supplente.
Si passa quindi alle comunicazioni scientifiche:
a) Caliendo presenta a nome suo e di Milone la nota dal titolo: «Effetto del
Ciprosterone acetato sulla malato deidrogenasi del sistema ipotalamo-ipofìsario
durante il ciclo estrale di Mus musculus domesticus »;
b) Barbera riferisce la nota sua e di Carraro: «Rincoliti giurassici dei dintorni
di Bolognola (Sibillini meridionali) »;
c) Nicotina presenta la nota sua e di Scaramella: «Le collezioni dell’Istituto
di Entomologia agraria dell’Università di Napoli (Portici)».
Esaurito l’ordine del giorno la seduta è tolta alle 19h 45m.
Il Segretario: Teresa de Cunzo
Il Presidente: Aldo Napoletano
ELENCO DEI SOCI AL 31 DICEMBRE 1982
con la data di ammissione
1)
2)
3)
4)
5)
6)
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)
8)
9)
10)
11)
12)
13)
SOCI BENEMERITI
31-12-922 Palombi Arturo - Via Carducci, 19 - 80121 Napoli.
29- 4-923 Torelli Beatrice - Via Bracciano, 2 - Roma.
16- 3-924 Viggiani Gioacchino - Via Posillipo, 281 - 80123 Napoli.
2- 5-931 Montai. enti Giuseppe - Istituto di Genetica - Città Universitaria -
00185 Roma.
2- 5-931 Parenzan Pietro - Stazione dì Biologia Marina - 73010 Porto Cesa¬
reo (Lecce).
20- 1-932 De Lerma Baldassarre - Istituto di Zoologia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
SOCI ORDINARI
26- 2-971 Abatino Elio - C.R.R. - Centro di Microscopia elettronica LM. -
Piazza Barsanti e Matteuccì - 80125 Napoli.
28- 3-963 Abignente Enrico - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
_j29-12»976 Accordi Giovanni - Via Grossi Gondi, 46 - Roma.
22-12-982 Alberiamo Patrizia - Via Santa Teresella degli Spaglinoli, 58 -
80132 Napoli.
22- 12-982 Aliotta Giovanni - Via Stadera, 86 - 80143 Napoli.
29- 12-974 Amodeo Giovanni - Via Fava, 33 - 80014 Nocera Inferiore.
23- 12-975 Anastasio Antonio - Via M. Pisciceli!, 29 - Napoli.
26- 7-975 Amdiloro Filippo - Campo Sperimentale Contrada «Bettina» -
89013 Gioia Tauro.
22-12-982 Andreqzzi Giuliana - Istituto di Anatomia Sistematica e Compa¬
rata - Via Delpino, 1 - 80100 Napoli.
7- 2-938 Antonucci Achille - Via Girolamo Santacroce, 19/c - 80129
Napoli.
22-12-982 Antonucci Rosanna - Istituto di Anatomia Sistematica e Compa¬
rata - Vìa Delpino, 1 - 80100 Napoli.
25- 6-976 Aprile Francesco - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università
dì Napoli - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
30- 1-981 àrcàmgme Nadia - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
236 Elenco dei soci
14) 29-10-971
15) 27- 6-980
16) 30- 1-959
17) 23-12-975
18) 27- 6-980
19) 25- 6-976
20) 27- 3-964
21) 27- 6-980
22) 31- 5-968
23) 22-12-981
24) 22-12-981
25) 27- 6-975
26) 26- 5-972
27) 30- 1-959
28) 30-11-973
29) 31- 5-968
30) 30-12-960
31) 3-12-971
32) , 28- 2-969
33) 26- 5-972
34) 20-12-974
35) 27- 6-980
36) 27- 3-964
37) 21-12-979
38) 23-12-975
39) 23-12-975
40) 30- 1-981
41) 31- 3-972
Ariani Antonio - Istituto di Zoologia dell’Università - Vìa Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
Ascione Aniello - Vìa S. Michele, 76 - Ponticelli (Napoli).
Bado lato Franco - Via Pantelleria, 3 - Roma.
Balsamo Giuseppe - Istituto di Biologia Generale e Genetica del¬
l’Università - Vìa Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Barahona Fernàndez - Estación Experimental del Zaidin C.S.LC.
- Professor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Barattolo Filippo - Istituto di Paleontologia - Largo S. Marcel¬
lino, 10 - 80138 Napoli.
Barbera Carmela - Istituto di Paleontologia dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Barone Guido - Via Gemito, 70 - Napoli.
Battaglimi Pietro - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Berlino Giovanna - Via Plinio il Vecchio, 75 - 80053 Castellam¬
mare di Statua..
Billwiller Arnoldo - Piazza Cavour, 146 - Napoli.
Biondi Augusto - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologia -
Mia Leopoldo Rodino, 22 - 00134 Napoli.
Boenzi Federico - Via Lucano, 122 - 75120 Matera.
Eoisio Maria Luisa - Distacco Piazza Marsala, 3/6 - 16122 Genova.
Bolognese Bianca - Vìa Posillipo, 47/A - 80123 Napoli.
Bonardi Glauco - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Bonasia Vito - Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Boni Maria - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Borgia Giulio Cesare - Geologo - Vìa Luigi Guercio, 145 - 84100
Salerno.
Botte Virgilio - II Cattedra di Anatomia Comparata dell’Univer¬
sità - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Bo va. Conti Marcello - Piazza S. Giovanni Bosco, 1/8 - 90143
Palermo.
Boza Lopez Julio - Estación Experimental del Zaidin C.S.LC. -
Professor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Brancaccio Ludovico - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Uni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Buccino Gerardo - Via C. Rossi, 13 - 84043 Agropoli.
Budetta Paolo - Corso Garibaldi, 142d - 84100 Salerno.
Cagliozzi Anna - Istituto dell’Università - Via Mezzocannone, 8 -
80134 Napoli.
Calienbo Maria Filomena - Istituto di Zoologia dell’Università -
Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Cannavate Giuseppe - Via Gaetano Quagliarteli©, 6 - 84100
Salerno.
Elenco dei soci 237
42) 28-12-951
43) 29-10-971
44) 22-12-982
45) 27- 4-973
46) 30-12-962
47) 21-12-979
48) 27- 3-964
49) 29-10-971
50) 22-12-982
51) 31- 5-968
52) 28-12-940
53) 23-12-975
54) 23-12-975
55) 24- 6-977
56) 3-12-971
57) 22-12-981
58) 28-12-969
59) 23-12-975
60) 23-12-975
61) 28- 2-969
62) 29-10-971
63) 31- 5-968
64) 26- 5-972
65) 27- 1-978
66) 31- 5-968
67) 21- 5-968
68) 24- 6-977
69) 28- 2-969
70) 28-12-949
71) 28-12-932
72) 27- 6-975
73) 28- 3-963
Capaldq Pasquale - Traversa Giacinto Gigante, 36 - 80128 Napoli.
Capasso Giuseppe - Via S. Eustacchio, 51 - 84100 Salerno.
Capasso Leonilda - Via Giacinto Gigante, 204 - 80128 Napoli.
Capolongo Domenico - Via Roma, 8 - 80030 Roccarainola
(Napoli).
Capone Antonio - Via Cilea, 136 - 80127 Napoli.
Cappello Brunella - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicolo¬
gica - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Caputo Giuseppe - Istituto di Botanica - Via Foria, 223 - 80139
Napoli.
Carannante Gabriele - Istituto di Geologia e Geofisica dell'Uni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Capuano Terrore Alma - Via Petrarca, 47/B - 80122 Napoli.
Carrara Eugenio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’ Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Casertano Lorenzo - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Castaldo Chiara - Via Ugo Niutta, 22 - 80128 Napoli.
Castellano Maria Cristina - Via Manzoni, 63 - 80123 Napoli.
Castellano Cornìello Giovanna - Via Balducci, 10 - 81100
Caserta.
Catalano Raimondo - Istituto di Geologia dell’Università - Via
Tukory, 131 - 90134 Palermo.
Catalano Virgilio - C.so Vitt. Emanuele, 539 - Napoli.
Catenacci Vincenzo - Via A. Regolo, 12/d - 00192 Roma.
Ceccoli Annamaria - Via Pisciceli!, 29 - Napoli.
Celi co Pietro - Piazza Pilastri, 17 - 80125 Napoli.
Chiaromonte Ferdinando - Parco Grifeo, 38 - 80121 Napoli.
Chieffi Giovanni - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Ciakanfi Neri - Istituto di Geologia e Paleontologìa - Palazzo Ate¬
neo - 70121 Bari
Ciardiello Valle Anna Maria - Via Caldieri, 147 - 80128 Napoli.
Cimino Antonio - Via Mariano Stabile, 110 - 90139 Palermo.
Cippitelli Giuseppe - Via lannozzi, 38 - 20097 S. Donato Mila¬
nese.
Cocco Ennio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Cornìello Alfonso - Istituto di Geologìa Applicata - Facoltà di
Ingegneria - Piazzale Tecchio - 80125 Napoli.
Corrado Gennaro - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Cotecchia Vincenzo - Istituto di Geologia Applicata - Via Re
David, 200 - 70100 Bari.
Co vello Mario - Parco Grifeo, 38 - Napoli.
Cqzzolino Angela - Via Garibaldi, 9 - Tufino (Napoli).
Crescenti Uberto - Vìa Gioberti, 44 - 65100 Pescara.
238 Elenco dei soci
74) 26» 1-949
75) 22-12-981
76) 29-11-974
77) 29-10-971
78) 30- 1-959
79) 27- 6-973
80) 29-12-961
81) 31- 5-968
82) 30- 1-959
83) 30- 1-959
84) 3-12-971
85) 22-12-981
86) 22-12-981
87) 22-12-981
88) 31- 5-968
89) 29-11-974
90) 27- 1-978
91) 31- 5-968
92) 25- 6-976
93) 28- 6-975
94) 26- 2-971
95) 25- 6-976
96) 29-10-971
97) 27- 6-975
98) 26- 6-976
99) 27- 3-964
100) 20-12-960
101) 21-12-979
102) 27- 6-975
103) 22-12-981
104) 20-12-974
105) 29-10-971
106) 27- 4-973
Cucuzza Silvestri Salvatore - Casella Postale 345 » 95100 Catania.
Cuneo Franco - Viale Kennedy, 70 - Giardino zoologico - 80125
Napoli.
D’Alessandro Assunta - Via G. Grande, 12 - Lecce.
Damiani Alfonso Vittorio - Lungotevere Melimi, 30 - 00193 Roma.
D’Argenio Brano - Istituto di Geologia e Geofisica delL Universi¬
tà - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Dazzaro Luigi - Istituto di Geologia e Paleontologia - Palazzo
Ateneo - 80121 Bari.
De Castro Piero - Istituto di Paleontologia dell’Università - Largo
S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Castro Coppa Maria Grazia - Istituto di Paleontologia del¬
l’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Cunzq Teresa - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Leo Teodoro - Istituto di Fisiologia Generale dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Delfino Vincenza - Via Pietro Castellino, 88 - 80131 Napoli.
Del Gaudio Silvana - Via Giuseppe Orsi, 50 - Napoli.
Della Ragione Salvatore - Via Cerììlo, 57 - 80070 Bacoli.
Del Rio Antonio - Via Floriano del Secolo, 4 - Napoli.
De Medici Giovanni Battista - Via Beisito, 13 - 80123 Napoli.
De Miranda Renato - Via Oliatamene, 60/B - 80123 Napoli.
De Riggi Angelo - Via Cavour, 2 - 80133 Cicciano (Napoli).
De Riso Roberto - Istituto di Geologia Applicata dell’Università.
De Rosa Ciro - Via Costantinopoli, 25 - Aversa.
D’Errico Francesco Paolo - Istituto di Entomologia Agraria -
Facoltà di Agraria dell’Università - Portici (Napoli).
De Simone Bruno - Parco Comola Ricci, 120/c - 80122 Napoli.
De Simone Francesco - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossi¬
cologica • Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
De Stasio Laura Maria - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Uni¬
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
De Vivo Benedetto - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Di Benga Felice - Calata S. Francesco, 12/B - 80127 Napoli.
De Girolamo Pio - Istituto di Mineralogìa dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Di Leo Lucia - Via Lepanto, 21 - 80125 Napoli.
Di Luise Giancarlo - Via Carlo Ravizza, 7/A - 20100 Milano.
Di Maio Ferdinando - Via G. Poli, 70 - Portici (Napoli).
Di Matteo Loredana - Via Consalvo, 138 - Napoli.
Dini Antonio - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica -
Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Di Nocera Silvio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Dipartimento di Scienze della Terra - Via Trentino, 51 - 09100
Cagliari.
Elenco dei soci 239
107) 22-12-981
108) 21-12-979
109) 27- 6-973
110) 28- 2-969
111) 27» 6-980
112) 30- 1-981
113) 21-12-979
114) 30- 1-981
115) 29-10-971
116) 26- 6-976
117) 27- 6-980
118) 29-12-961
119) 21-12-979
120) 24- 6-977
121) 21- 5-968
122) 28- 2-969
123) 23-12-975
124) 18-12-959
125) 22-12-981
126) 23-12-975
127) 28-12-951
128) 3-10-971
129) 22-12-982
130) 30-12-960
131) 22-12-981
132) 15-12-978
133) 31- 3-972
134) 15-12-978
135) 31- 3-972
Di Stefano Piero - Via Tricomi, 16 - Palermo.
Diurno Maria Vittoria - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossi¬
cologica - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Esposito Vincenzo - Via Bonito, 27/c - 80129 Napoli.
Fanteth Vincenzo - Via Napoli, 107 - 71016 S. Severo (Fog¬
gia).
Fenoli. Hach-Ali Purificación - Dipanamento de Cristalografia y
Mineralogia » Facultad de Ciencias - Universidad de Granada
(Spagna).
Ferrara Lydia - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica
deU’Università - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Perreri Vittoria - istituto di Geologia e Geofisica dell'Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Ferro Raffaele - Via Diano, 27 - 80078 Pozzuoli.
Fimiami Pellegrino » Istituto di Entomologìa agraria - Facoltà di
Agraria - 80055 Portici.
Fimamqre Ester - Via Posillipo, 239 - 80123 Napoli.
Fiorito Graziano - Via G. Gigante, 39 - Napoli.
Fondi Mario - Istituto Geografìa dell* Università - Largo S. Marcel¬
lino, 10 - 80138 Napoli.
Forgione Pasquale - Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicolo¬
gica - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134 Napoli.
Forlani Marcello - Via Libertà, 218/bis - 80055 Portici.
Fon Lidia - Istituto di Fisiologia Generale dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Franciosa Nicola - Traversa Ponticelli, 24 - 80100 Napoli.
Franco Anna Rita - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Franco Enrico - Istituto di Mineralogia dell’Università - Via Mez¬
zocannone, 8 - 80134 Napoli.
Prassinet Maurizio - Via Recanati, 51 - S. Giorgio a Cremano.
Calassi Leone - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
Galgano Mario - Istituto di Antropologia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Galiano Giovanni - Viale Meliusi, 40/c - 82100 Benevento.
Gargiulo Giuliana - Istituto di Anatomia Sistematica e Compa¬
rata - Via Delfino, 1 - 80100 Napoli.
Gianfrani Alfonso - S. Giacomo dei Capri, 41 - Parco Pica -
Napoli.
Giglio Francesca - Via S. Maria Apparente, 4 - 80132 Napoli.
Gioffrè Domenico - Istituto di Coltivazioni Alboree - Facoltà dì
Agraria - Portici (Napoli).
Giunta Giuseppe - Via Passaggio dei Poeti, 22 - Palermo.
Guadagno Francesco Maria - Via Tasso, 305 - Napoli.
Guglielmotti Eugenio - Via G. Scopando, 14 - Salerno.
240 Elenco dei soci
136) 26- 2-971
137) 21- 5-968
138) 27- 6-980
139) 31- 3-972
140) 30-12-936
141) 28- 1-972
142) 26- 5-972
143) 26- 1-973
144) 30- 1-981
145) 6- 2-939
146) 14- 6-945
147) 27- 1-956
148) 30- 1-981
149) 29-10-971
150) 20-12-974
151) 29-10-971
152) 28- 2-969
153) 29-10-971
154) 27- 6-973
155) 29-10-971
156) 15-12-978
157) 22-12-981
158) 31- 3-972
159) 27- 6-980
160) 27- 6-980
161) 22-12-981
162) 22-12-984
163) 26- 5-971
164) 22-12-981
165) 22- 2-963
166) 26- 4-974
Gustato Gerardo - Istituto di Zoologia dell’ Università - Vìa Mez-
zoeannone, 8 - 80134 Napoli.
Honsel Edmondo - Istituto di Botanica - Via Vaiermo - 34100
Trieste.
Huertas Garcia Francisco - Estación Experimental del Zaidin -
C.S.I.C. - Professor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Ioni Lamberto - Via Luca Giordano, 6 - 80127 Napoli.
Ippolito Felice - Istituto di Geologia - Città Universitaria - Roma.
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università - Palazzo Ate¬
neo - 70121 Bari.
Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università - Largo S. Marcel¬
lino, 10 - 80138 Napoli.
Istituto di Paleontologia dell’Università - Largo S. Marce lliho, 10 -
80138 Napoli.
Istituto di Scienze della Terra - Viale Ungheria, 43 - Udine.
Io vene Francesco - Via Acquedotto, 107 - 80070 Ischia (Napoli).
La Greca Marcello - Istituto di Biologia animale dell’Università -
Via Androne, 81 - 95124 Catania.
Lambekuni Diana - Istituto di Chimica Industriale dell’Universi¬
tà - Piazzale Tecchio - 80125 Napoli.
Lambiase Salvatore - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Landi Aldo - Via Tito Angelini, 25 - 80129 Napoli.
Landi Ernesto - Piazza Carità, 6 - 80134 Napoli.
Lapegna Ulisse - Via G. Bonito, 27/E - 80134 Napoli.
Lapegma Tàvernier Amalia - Istituto di Geologia e Geofisica del¬
l’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
La Rotonda Maria Immacolata - Corso Garibaldi, 129 - 80055
Portici.
Laureti Lamberto - Vìa Nievo, 84 - 80122 Napoli.
Lavorato Giovanni - Via S. Matteo, 5 - 84090 Montecorvino
Pugliano (Salerno).
Lazzari Silvestro - Via Mantova, 32/6 - 85100 Potenza.
Leuci Giuseppe Istituto di Paleontologia - Napoli.
Liquori Vincenzo - Istituto di Geologia - Via Tukory, 131 - 90134
Palermo.
Linases Gonzales José - Estación Experimental del Zaidin
C.S.I.C. - Profesor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Lopez Aguayo Francisco - Departamento de Geologia y Geoquì-
mica - Facultad de Ciencias - Universidad de Valladolid (Spagna).
Lopez Gorge - Via Puente verde, 2 - Granada (Espagna).
Lucini Carla - Via Cammarano, 19 - 80129 Napoli.
Lucimi Paolo - Via Cammarano, 19 - 80129 Napoli.
Lub àschi Elena - Via Tasso, 480 - Parco Materazzo, 80123 -
Napoli.
Maccagno Angiola Maria - Piazza Zama, 19 - Roma.
Maglione Costantino - Via Cile a, 280 - 80127 Napoli.
Elenco dei soci 241
167) 27- 1-956
168) 20-10-971
169) 25- 6-976
170) 23-12-975
171) 30-11-973
172) 27- 4-973
173) 30- 1-981
174) 22-12-981
175) 29-10-971
176) 31- 3-972
177) 22-12-981
178) 29-10-971
179) 28-12-949
180) 27- 1-978
181) 27- 1-978
182) 7- 2-938
183) 27-11-947
184) 30-12-960
185) 22-12-976
186) 26- 6-976
187) 30- 1-981
188) 27- 1-978
189) 31- 5-968
190) 27-11-947
191) 22-12-982
192) 24- 6-977
193) 26- 1-949
194) 25- 6-976
195) 27- 4-973
Mancini Fiorenzo - Via Gino Capponi, 18 - 50121 Firenze.
Manna Fedele - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Manzo Sergio - Via Terracina, 368 - 80125 Napoli.
Marmo Francesco - Istituto di Biologìa Generale e Genetica
delFUniversità di Napoli - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Matieucig Giorgio - Istituto di Zoologia delFUniversità - Facoltà
dì Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Maxia Carmelo - Dipartimento di Scienze della Terra - Via Tren¬
tino, 51 - 09100 Cagliari.
Mazza Cereh Maria Teresa - Istituto di Chimica Farmaceutica e
Tossicologia dell’Università - Via Leopoldo Rodino, 22 - 80134
Napoli.
Mazzarella Adriano - Via Petrarca, 119 - Napoli.
Merenda Luigi - C.N.R. - IRPI - 87030 Castiglione Scalo
(Cosenza).
Meucci Nardella Anna Maria - Via Domenico Fontana, 95 -
80128 Napoli.
Mezzacapo Vincenzo - Via G.B. Novelli, 34 - 81025 Marcianise.
Miceli De Biase Leandro - Istituto di Entomologia Agraria -
Facoltà di Agraria - 80055 Portici.
Migliorini Elio - Via Vitelleschi, 26 - 00193 Roma.
Milito Pagliara Severina - Istituto di Zoologia dell’Università -
Facoltà di Scienze - Via Mezzocannone, . 8 - 80134 Napoli.
Milome Mario - Istituto di Zoologìa delFUniversità - Facoltà di
Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Moncharmont Ugo - Via A. Falcone, 88 - 80127 Napoli.
Moncharmomt Zei Maria - Istituto di Paleontologia delFUniver¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Montagna Raffaele - Via Domenico Cimarosa, 2/A - Napoli,
Moretti Aldo - Istituto di Botanica - Via Fona, 223 - 80139
Napoli.
Morrica Schirru Patrizia - Istituto di Chimica Farmaceutica e
Tossicologica dell’Università - Vìa Leopoldo Rodino, 22 - 80134
Napoli.
Mustacchi Silvia - Via Mariano d’Ayala, 6 - Napoli.
Muzzo Carlo - Via Amendola, 2 - 81055 S. Maria Capua Vetere
(Caserta).
Napoleone Giovanni - Istituto dì Geologìa - Università di Firenze.
Napoletano Aldo - Via Rodolfo Falvo, 20 - 20127 Napoli.
Nazzaro Antonio - Osservatorio Vesuviano - 80056 Ercolano,
Nicoletto Pier Giorgio - Via Fuori Porta Napoli - 81043 Capua.
Nicoiera Pasquale - Istituto di Geologia Applicata - Facoltà di
Ingegneria' - Piazzale Tecchio - 80125 Napoli.
Nicotina Mariano - Istituto di Entomologia Agraria - Facoltà di
Agraria - 80055 Portici.
Nota D’Elogio Ernesto - Parco Mergellina, 3 - 80122 Napoli.
242 Elenco dei soci
196) 30-12-960
197) 25- 6-976
198) 27-11-947
199) 27- 6-980
200) 29-10-971
201) 30-12-960
202) 30-12-960
203) 22-12-982
204) 29- 3-963
205) 28- 2-969
206) 30-12-960
207) 29-10-971
208) 24- 6-977
209) 22-12-981
210) 22-12-976
211) 27-12-957
212) 29-12-961
213) 31- 1-951
214) 27- 6-980
215) 29-10-971
216) 27- 4-973
217) 31- 5-968
218) 29-10-971
219) 22-12-982
220) 18-12-959
221) 21-12-979
222) 22-12-982
223) 27- 6-980
224) 29-10-971
Oliveri del Castillo Alessandro - Istituto di Geologia e Geofì¬
sica deirUniversità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Orio Franco - Via G. De Jacobis, 3 - 84100 Salerno.
Orrù Antonietta - Via Monte Pollino, 2 - Quartiere Montesacro -
Roma.
Ortega Huertas Miguel - Departamento de Cristalografia y
Mineralogia - Facultad de Ciencias - Universidad de Granada
(Spagna).
Ortolani Francesco - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità di Napoli.
Pagella Maria Luisa - Via Girolamo Santacroce, 5 - 80129 Napoli.
Palmentola Giovanni - Istituto di Geologia e Paleontologia del¬
l’Università - Palazzo Ateneo - 70121 Bari.
Palomo Delgado Inmaculada - Estación Experimental del Zaidin
C.S.I.C. - Profesor Albareda, 1 - Granada (Spagna).
Palumbo Antonino - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Paoletti Alfredo - Istituto d’igiene - Facoltà di Scienze - Via Mez¬
zocannone, 16 - 80134 Napoli.
Parenzan Paolo - Via Roma, 12 - 74100 Taranto.
Parisi Giovanni - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
Pasquarella Carmelo - Via 4 Orologi, 29/A - Ercolano.
Pedata Patrizia - Via Nuova S. Rocco, 73 - Napoli.
Pellecchia Maria - Via Francesco Saverio Correrà, 222 - Napoli.
Pericoli Sergio - Via del Porto, 151 - 47033 Cattolica (Forlì).
Pescatore Tullio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Universi¬
tà - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Pescione Messina Adelia - Via Fleming, 89 - 00196 Roma.
Picariello Orfeo - Istituto di Zoologia dell’Università - Facoltà di
Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Piciocchi Alfonso - Parco Comola Ricci, 9 - 80122 Napoli.
Pieratttni Donatella - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Pieri Piero - Istituto di Geologia e Paleontologia - Palazzo Ate¬
neo - 70121 Bari.
Pinna Eros - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Finto Gabriele - Via Nicolardi, Parco Arcadia, 5 - 80131 Napoli.
Piscopo Eugenio - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Placella Bianca - Corso Umberto, 35 - 80138 Napoli.
Pollio Antonino - Via Kerbaker, 86 - 80129 Napoli.
Pozzuoli Antonio - Istituto di Mineralogia dell’Università - Fa¬
coltà di Scienze - Via Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Priore Rosa - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà di Agraria -
80055 Portici.
Elenco dei soci 243
225) 21-12-979
226) 28-12-956
227) 30-12-960
228) 28-12-969
229) 20-12-974
230) 27- 3-964
231) 31- 5-968
232) 21-12-970
233) 28-12-949
234) 3-12-971
235) 27- 3-964
236) 27- 6-980
237) 22-12-981
238) 27- 6-975
239) 15-12-978
240) 27-11-947
241) 22-12-981
242) 30- 1-981
243) 30- 1-981
244) 29-10-971
245) 27- 1-978
246) 31- 5-968
247) 3-12-971
248) 28- 3-963
249) 20-12-974
250) 30-12-941
251) 29-10-971
252) 30-11-973
253) 27- 3-964
Pugliese Pasquale - Istituto di Chimica Farmaceutica delfUniver-
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Quagliarmelo Teresa - Istituto di Geologìa e Geofisica delPUni-
versità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Rabina Brano - Istituto di Geologia dell’Università - 70121 Bari.
Radqicic Raika - Mi, 7, 38 - Belgrado.
Ramundo Eliseo » Via Cesare Rossaroll, 174 - 80139 Napoli.
Rapolla Antonio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer-
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Riccheth Giustino - Istituto di Geologia dell’Università - 70121
Bari.
Righetti Francesco - Istituto di Zootecnica - Via F. Delpino, 1 -
80137 Napoli.
Riffa Anna - Piazzetta Marconiglio, 4 - 80141 Napoli.
Roda Cesare - Istituto di Scienze della Terra - Viale Ungheria -
Udine.
Rodriguez Antonio - Via Pietro Castellino, 179 - 80131 Napoli.
Rodriguez Gallego Manuel - Departamento de Cristalografia y
Mineralogia - Facultad de Cìencìas - Universidad de Granada
(Spagna).
Rossi Fortunato - Via Montedonzelli, 48/d - Napoli.
Rosso Andrea - Via Ferrara, 14 - Caserta.
Rotondo Antonio - Istituto dì Coltivazioni Arboree - Facoltà di
Agraria ■ Portici (Napoli).
Ruffo Sandro - Lungadige Porta Vittoria, 9 - 37100 Verona.
Russo Antonio - Viale Muratori, 225 - Modena.
Russo Giovanni - Via Galatina - III trav. - S. Maria Capo a Va¬
lere.
Russo Luigi - Via Cilea, 171 - Napoli.
Russo Luigi Filippo - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà di
Agraria - 80055 Portici.
Salvati Gerardo - Via Pisa, 1 - 85100 Pisa.
Sarpx Ernesto - Via S. Aspreno, 13 - 80133 Napoli.
Sartoni Samuele - Istituto di Geologìa - Via Zamboni, 63-67 -
40127 Bologna.
Scandone Paolo - Istituto di Geologia e Paleontologia - Università
di Pisa.
Scaramella Domenico - Istituto di Entomologia Agraria - Facoltà
di Agraria - 80055 Portici.
Scherillg Antonio - Istituto di Mineralogia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Schettino Oreste - Istituto di Chimica Farmaceutica dell’Universi¬
tà - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Scippacercqla Sergio - Centro di Calcolo Elettronico Interfacol¬
tà - Pad. 17 - Mostra d’Qltremare - Napoli.
Scorziselo Raffaele - Istituto di Paleontologia dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
244 Elenco dei soci
254)
255)
256)
257)
258)
259)
260)
261)
262)
263)
264)
265)
266)
267)
268)
269)
270)
271)
272)
273)
274)
275)
276)
277)
278)
279)
280)
281)
27- 3-964
25- 6-967
15-12-978
31- 1-951
21- 12-979
28- 3-963
29- 10-971
31- 1-951
30- 12-960
23-12-975
26- 5-972
31- 5-968
27- 6-975
31- 5-968
31- 5-968
26- 3-942
22- 12-981
22-12-981
31- 5-968
29-12-961
27- 1-978
19- 10-971
20- 12-974
15-12-978
29- 12-961
30- 1-981
25- 6-976
29-10-971
Scotto Di Carlo Bruno - Stazione Zoologica - Villa Comunale -
80121 Napoli.
Senatore Felice - Via Balziro - Traversa Bottiglieri, 17 - Salerno.
Serra Virginia - Dipartimento di Biologia Cellulare - Università -
Arcavacata Rende (Cosenza).
Sersale Riccardo - Istituto di Chimica Applicata - Facoltà di Inge¬
gneria - 80125 Napoli.
Sgarrella Franca - Via Cilea, 250 - 80127 Napoli.
Sgrosso Italo - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Simone Lucia - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Sinno Renato - Via Scudillo, 20 bis - Napoli.
Sorrentino Pappalardo Albino - Via S. Giovanni Bosco - 33028
Tolmezzo.
Spagnuolo Gabriella - Istituto di Zoologia dell’Università - Via
Mezzocannone, 8 - 80134 Napoli.
Speranza Antonio - Via Tommaso Caravita, 29 - 80134 Napoli.
Stanzione Damiano - Via Nicolardi (Parco Arcadia, is. 5) - 80131
Napoli.
Steri Stefano - Istituto di Matematica dell’Università - Via Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
Taddei Roberto - Orto Botanico - Via Foria, 223 - 80139 Napoli. '
Taddei Ruggiero Emma - Istituto di Paleontologia dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Tarsia in Curia Isabella - Corso Umberto I, 106 - 80138 Napoli.
Tartaglione Anna Maria - Via S. Donato, 20 - Caserta - Sala.
Tartaglione Elio - Via G. Santacroce, 3 - Napoli.
Torre Mario - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università -
Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Torre Zamparelli Valeria - Istituto di Geologia e Geofisica del¬
l’Università - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Tramutoli Mariano - Via Caserma Lucana, 23 - 85100 Potenza.
Tremblay Ermenegildo - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà
di Agraria - 80055 Portici.
Vacatello Michele - Istituto Chimico - Via Mezzocannone, 4 -
80134 Napoli.
Valenttni Giovanni - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Vallario Antonio - Istituto di Geologia e Geofisica dell’Univer¬
sità - Largo S. Marcellino, 10 - 80138 Napoli.
Varriale Bruno - Istituto di Zoologia dell’Università - Via Mezzo¬
cannone, 8 - 80134 Napoli.
Verniani Franco - Istituto di Fisica « A. Righi » - Università - Via
Irnerio - 40126 Bologna.
Viggiani Gennaro - Istituto di Entomologia agraria - Facoltà di
Agraria - 80055 Portici.
Elenco dei soci 245
282) 2142-979
283) 27- 1-978
284) 31- 3-972
285) 30-12-960
286) 25- 6-976
Villanis Gabriella - Via Guglielmo Sanfelice, 24 - 80134 Napoli.
Villari Anna - Via Nausan, 36 - 80121 Napoli.
Vitagllano Paolo Augusto - Via S. Giacomo dei Capri, 125 -
Palazzo Seca - 80128 Napoli.
Vitagllano Vincenzo - Via A. Manzoni, 30 - 80123 Napoli.
Zampino Carlo - Via S. Baratta - Salerno.
-
■
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino
della Società dei Naturalisti
1) Acta Borealia. Serie scientia. Tromso-Oslo.
2) Acta Botania Fennica. Helsinki.
3) Acta Entomologica Fennica. Helsinki.
4) Acta Faunistica Entomologica Musei Nationalis Pragae (Sbornik Faunistikych
Praci...). Praha.
5) Acta Facultatis rerum naturalium Universitatis Comeniane. Ser. Anthopologia.
Botanica. Chimica. Mathematica. Physica. Physiologia plantarum. Zoologia.
Bratislava.
6) Acta Geologica et geographica Universitatis Comenianae. Bratislava.
7) Acta Palaentologica Sinica. Nanking (China).
8) Acta Societatis Botanicorum Poloniae. Warszawa.
9) Acta Societatis prò fauna et flora fennica. Helsinki.
10) Acta Universitatis Ludensis. Lund.
11) Acta Zoologica Fennica. Helsinki.
12) Allan Hancock Monographs. Los Angeles.
13) Anales del Instituto de biologia. Universidad Nac. de Mexico. México.
14) Anales del Instituto Botanico a. J. Cavanilles. Madrid.
15) Anales de Sociedad Cientifica Argentina, Buenos Aires.
16) Animalia Fennica. Helsinki.
17) Annalen der K. K. Naturhistorischen (Hof-) Museum. Wien.
18) Annales Botanici Fennici. Helsinki.
19) Annales Entomologici Fennici (Soumen Hyonteistieteellinen Alika Kauskirija).
Helsinki.
20) Annales Musei Goulandris. Contributiones ad historiam naturalem Greciae et
Regionis Mediterraneae a Museo Goulandris historiae naturalis editae. Kifisla
(Atene).
21) Annales de la Sociètè Royale Zoologique de Belgique. Bruxelles.
22) Annales historico-naturales Musei Nationalis Hungarici. Budapest.
23) Annales Universitatis Mariae Curie Slodowska. Sectio B: geographia, geologia,
mineralogia et petrographia. Sectio C: Biologia. Lublin.
24) Annales Zoologici Fennici. Helsinki.
25) Annali della Facolta Agraria. Università Cattolica del Sacro Cuore. Piacenza.
26) Annali della Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università degli Studi di Napoli.
Portici.
27) Annali del Museo Civico di storia naturale «G. Doria» di Genova. Genova.
28) Annali dell’Università degli Studi de L’Aquila. L’Aquila.
29) Annals of thè Missouri Botanical Garden. St. Louis.
248 Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino
30) Annuario della Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna. Classe di
scienze fisiche. Bologna.
31) Annuario della Accademia delle Scienze di Torino. Torino.
32) Annuario delle Biblioteche italiane. Ministero Pubbl. Istr. Roma.
33) Annuario dell’Istituto e Museo di Zoologia dell’Università di Napoli. Napoli.
34) Annuario del Ministero della P.I. Roma.
35) Annuario de Sociedad Broteriana... Coimbra.
36) Archiv de Fruende der naturgeschichte in Mecklenburg. Rostock.
37) Archivio di oceanografia e limnologia. Roma.
38) Archivio per l’antropologia e la etnologia. Firenze.
39) Arkiv for Botanik. Uppsala-Stockholm.
40) Archiv for Zoology. Stockholm.
41) Arxius de la Sección de Ciencias. Barcelona.
42) Astarte. Tromso Museum Zoological Department. Tromso.
43) Atti dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere. Genova.
44) Atti dell’Accademia Gioenia di scienze naturali di Catania. Catania.
45) Atti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna. Rendiconti. Classe di
scienze fisiche. Bologna.
46) Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino. Atti. Atti Generali e Verbali
delle Classi riunite. Torino.
47) Atti dell’Accademia di Scienze Mediche di Ferrara. Ferrara.
48) Atti dell’Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche della Società Nazio¬
nale Scienze Lettere ed Arti. Napoli.
49) Atti dell’Accademia Pontaniana. Napoli.
50) Atti dell’Accademia Properziana del Subasio. Assisi.
51) Atti dell’Istituto Botanico della R. Università. R. Laboratorio Crittogamico.
Pavia.
52) Atti dell’Istituto di Geologia dell’Università di Genova. Genova.
53) Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. Trieste-Udine.
54) Atti della Società dei Naturalisti e Matematici. Modena.
55) Atti della Società italiana di scienze naturali e del Museo Civico di Storia natu¬
rale di Milano. Milano.
56) Atti della Società Peloritana di Scienze fìsiche e matematiche. Messina.
57) Atti della Società Speleologica Italiana. Alessandria.
58) Atti della Società Toscana di scienze naturali, residente in Pisa.
59) Atti e memorie dell’Accademia di agricoltura, scienze, lettere ed arti. Verona.
60) Atti e rendiconti dell’Accademia di Scienze lettere ed arti degli Zelanti (e dei
PP. dello Studio). Vedi Memorie e Rendiconti.
61) Berich der Oberhessischen Gesellschaft fur Natur-und Keilkund... Giessen.
62) Biblioteca Statale di Cremona - «Bollettino della Società Medico Chirurgica e
degli Ospedali - Provincia di Cremona».
63) Biological Bulletin published by Marine Biological Laboratory. Lancaster.
64) Biological Review of thè Cambridge Philosophical Society. Cambridge.
65) Boletin de Sociedade Broteriana. Coimbra.
66) Boletin de la Sociedad Espanda de historia naturai. Madrid.
67) Bollettino del Laboratorio di Entomologia agraria «Filippo Silvestri». Portici.
68) Bollettino dell’Istituto Botanico dell’Università di Catania.
69) Bollettino dell’Istituto di Entomologia della R. Università di Bologna.
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino 249
70) Bollettino dellTstituto e Museo di Zoologia delPUniversità di Torino.
71) Bollettino dei Musei e degli Istituti Biologici delf Università di Genova.
72) Bollettino del Museo Civico dì Storia naturale di Venezia.
73) Bollettino del Museo Civico di Storia naturale di Verona.
74) Bollettino del Servizio Geologico d’Italia. Roma.
75) Bollettino della Società Adriatica di Scienze. Trieste.
76) Bollettino della Società Entomologica Italiana. Firenze.
77) Bollettino della Società Geografica Italiana. Roma.
78) Bollettino della Società Italiana di Biologia sperimentale. Napoli.
79) Bollettino di zoologia agraria e di bachicoltura. Milano.
80) Bollettino Società Sarda di Scienze Naturali. Sassari.
81) Bulletin de ITnstitut de Geologie du Bassin d’Aquitaine. Talence.
82) Bulletin of thè British Museum. Naturai History. London.
83) Bulletin of thè Entomological Society of Egypt (U.A.R ). Cairo.
84) Bulletin of Geological Institute. Ser. Petroleum and coal geology. Ser. Paleonto-
logy. Sofia.
85) Bulletin of thè Geological Institution of thè University of !J pesala.
86) Bulletin of thè Illinois State Natura History Survey. Urbana.
87) Bulletin de flnstitut Royal des Sciences naturelles de Belgique. Biologie Ento¬
mologie. Bruxelles.
88) Bulletin de la Societé Entomologique d’Egypte. Le Caire.
89) Bulletin de la Societé des Sciences naturelles de l’Ouest de la Franca. Nantes.
90) Bollettino dell’Orto Botanico di Napoli. Vedi Delpinoa.
91) Casopis Ceské Cek... (Acta Societatis Entomologicae Bohemiae). Praha.
92) Cheapeake Science. A regional Journal of Research and Progress on naturai
resources. Solomons.
93) Ciencia biologica (1 Biologia, 2 Ecologia). Dep. de Zoologia Universidade de
Coimbra.
94) Colloquis. Sociedad Catalana de Biologia...
95) Commentari dell’Ateneo di Brescia.
96) Decheniana. Bonn.
97) Decheniana. Beihefte. Bonn.
98) Delpinoa. Nuova serie del Bollettino dell’Orto Botanico di Napoli.
99) Donarla, Supplemento agli Annali del Museo Civico di Storia naturale « G. Do¬
na:) Genova.
100) Etologia Polska. Warszawa.
101) Endeavour. Rassegna del progresso scientifico...
102) Entomologia che Albe iteri aus dem Museum G. Frey. Munchen.
103) Entomologisk Tidckrift ut given av Entomologiska Foreningen i Stockholm,
Journal entomol. publé par la Société Entomol. Stockholm.
104) Fauna Fennica. Helsingfors.
105) Flora Fennica. Helsinki.
106) Fragmenta Entomologica. Roma.
107) Geoloski Vlesnik. Zagreb.
108) Giornale botanico italiano. Firenze.
109) Gorteria Riyksherbarium. Leiden.
110) Illinois bìological monographs. Urbana.
111) Il Naturalista Siciliano. Palermo.
250 Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino
112) Journal of thè Marina Biologica! Associati»:-!). Cambridge.
113) Leopoldina. Mitteilungen der Deutschen Akademie der Naturgoscher Leopol¬
dina. Halle/Salle.
114) Madoqua. Scientific papers of thè Namib Desert Research Station Wetenska-
plike...
115) Man. The Journal of thè Royal Anthropological Institute. London.
116) Marine studìes of San Pedro Bay.
117) Mediterranea. Departamento de Biologia. Alicante.
118) Memoranda Societatis prò Fauna et Flora Fennica. Helsinki.
119) Memorias de Sociedad Broteriana. Coimbka.
120) Memorie e rendiconti dell’Accademia di Scienze, lettere e belle arti degli
Zelandi e dei Dafni ci di Acireale.
121) Memorie fuori serie del Museo Civico di Storia naturale di Verona.
122) Memorie del Museo Civico di Storia naturale di Verona.
123) Memorie del Museo Tridentino di Scienze naturali. Trento.
124) Memorie e note delf Istituto di Geologia applicata dell’Università di Napoli.
125) Memorie della Società Entomologica Italiana Supplemento al Bollettino della
Società Entomologica It. Genova.
126) Mitteilungen aus dem Hamburgischen Zoologischen Institut und Museum.
Hamburg.
127) Mitteilungen der Bayeriscfaen Staatssammlung fur Paleontologie und histor.
Geologie. Monaco.
128) Monographiae Botanicae. Warszawa.
129) Natura. Rivista dì scienze naturali. Milano.
130) Natura bresciana. Brescia.
131) Note Fitopatologìche per la Sardegna. Sassari.
132) Notiziario del Circolo Speleologico Romano. Roma.
133) Nova Acta Leopoldina. Leipzig.
134) Novos Taxa Entomologicos... Louremco Marques.
135) Ohio (The) Journal of Science. Columbus.
136) Periodico di mineralogia. Roma.
137) Pescaport. Genova.
138) Proceedings of K. Nederlands Akademie van Wetenschappen. Ser. Physical
Sciences. Ser. Biologica! und medicai Sciences. Amsterdam.
139) Proceedìng of thè Nova Scotian Institute of Sciences. Halifax.
140) (Publications) United States Geological Survey. Department of thè Interior.
Washington.
a) Abstracts of North American geology;
b ) Bulletin;
c) Earthquake Information bulletin;
d) Geophysical;
e) Journal of Research;
f) Professional paper;
g) Tecniques;
hi) Topographic;
0 Water supply paper.
141) Pubblicazioni dellTstituto di Botanica dell’Università di Catania.
142) Pubblicazioni della Stazione Zoologica di Napoli.
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino 251
143) Pubiicaciones del Centro Pirenaico de Biologia Experimental. Barcelona, poi
Jaca.
144) Pubiicaciones de Departamento de Zoologia. Universidad de Barcelona.
145) Publicafoes de Instituto de Zoologia «Dr. Augusto Nobre». Porto, poi
Coimbra.
146) Quaderni dell’Istituto Botanico dell’Università. Laboratorio Crittogamico.
Pavia.
147) Redia. Giornale di zoologia (già Redia. Giornale di Entomologia). Firenze.
148) Rendiconti dell’Istituto Lombardo... Milano.
149) Rendiconto dell’ Accademia delle Scienze fisiche e matematiche della Società di
Scienze Lettere e Arti. Napoli.
150) Report on scientific activities... Warszawa.
151) Revìsta de Entomologia de Mopambique. Lauren^o Marquez.
152) Re vista de la Sociedad Gentili ea del Paraguay. Asuncion,
153) Ricerche, Contributi e Memorie del Centro di Studi su l’Isola d’Ischia - Biblio¬
teca Antoni an a. Ischia Ponte.
154) Risveglio del Molise e del Mezzogiorno.
155) Riviera scìentifique. Bulletin de FAssociation des Naturalistes de Nice et des
Alpes Maritime. Nice.
156) Rivista di Biologia normale e patologica. Messina.
157) Rozpravi Ceske Akademie véd a LJmeni. Praze.
158) Sbornii Slovenskeho Nardneo Muzea... Bratislava.
159) Scripta Facultatis Scientiarum naturalium. Universitatis Purkynianae Brunensis.
Brne.
160) Selezione veterinaria... Brescia.
161) Senckenbergischen Naturforsehenden Gesellschaft. Helsinki.
162) Smithsonian Year. Washington.
163) Sottoterra. Bollettino informativo del Gruppo Speleologico Bolognese C.A.I. e
dello Speleo Club di Bologna E.N.A.L. Bologna.
164) Spisy Prirodovedecke Fakulty University I. E. Purkiné, Brnq.
165) Struktur und Mìtgliederbestand. Deutsche Akademie der Naturforscher Leo¬
poldina su Halle/Saale.
166) Studi geologici Camerati. Camerino.
167) Studi Sassaresi. Sassari.
168) Studi trentini di scienze naturali. Sez. A. Abiologica. Sez. B. Biologia. Trento.
169) Thalassìa Ionica. Istituto Sperimentale Talassografico. Taranto.
170) Thalassia salenti na. Stazione Biologica Marina di Salente. Porto Cesareo.
171) Trabajos del Departamento de Botanica y Fisiologia vegetale. Madrid.
172) Transaction of thè Wisconsin Academy of Sciences arts and letters. Madison.
173) Travaux biologique de Flnstitut J. B. Carnoy. Louvain.
174) Travaux sur le géologie de Bulgarie. Tradove Varhu... Sofia.
175) University of California publications in geological Sciences...
176) Verhandlungen der K. K. Zoologisch - botanischen Gesellschaft. Wien.
177) Yesnik Zavod za Geoloska j Geofizicka Intrazivanija. Serie A Geologija. Serie B
Hidrogeologia. Serie C Geofizicka. Beograd.
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INDICE
Ferro R., Fulvio Russo G. - Le biocenosi bentoniche del lago Fusaro.
II - Malacofauna ........................................... pag. 3
Righetti F., Ferrara B., Intrieri F., Righetti D. - Studio comparativo
sull’allevamento del cinghiale Maremmano e del cinghiale dei Car¬
pazi. - 3. Rilievi alla macellazione e alla sezionatura . » 21
Placella B. - Ulteriore segnalazione di corallofaune in argille pleisto¬
ceniche nella provincia di Reggio Calabria . . . » 33
Celico P. - La falda in rete dei Monti di Venafro: ipotesi di captazione
e prevedibili ripercussioni sul regime idrologico delle sorgenti » 43
Palumbo A. - Implicazioni delle variazioni del livello medio del mare
nella progettazione delle opere di difesa . . » 67
Gustato G., Villari A., Del Gaudio S., Pedata P. - Ulteriori dati sulla
distribuzione di Holothuria tubulosa , Holothuria polii e Holothuria
stellati nel golfo di Napoli . . » 75
Barattolo F. - Osservazioni su Triploporella steinmannii n. sp. (alghe
verdi, Dasicladali) del Cretacico del Messico . » 89
Berrino G., Castellano M., Del Gaudio C, D’Errico V., Franchi¬
no A., Grimaldi M., Ricco C. - Anomalie Gravimetriche e Noise
sismico a Pantelleria . . » 125
Arcamone N. - Altezza dello strato di mescolamento ed implicazioni
sulla pedofauna dei fenomeni piovosi in area urbana . » 145
Morrica P., Mustacchi S., Santagada V., Senatore A., Serra D. -
Acidi grassi e steroli in due specie di Hygrophorus . » 153
Battaglini P., Andreozzi G., Antonucci R., Arcamone N., Castal¬
do L., Gargiulo G. - Ittiotossicità e prime osservazioni istologiche
sulle modificazioni dell’epitelio respiratorio di Carassius auratus L.
esposto ad acque inquinate da olii greggi. Un problema di autoeco¬
logia acquatica ............ . » 157
Battaglini P., Lucini C. - Struttura e migrazioni di una comunità ani¬
male edafica in un suolo di origine vulcanica (Camaldoli - Napoli) » 173
Voicu G. - Idées nouvelles sur la stratigraphie et la paléogéographie du
«Badénien» de la Paratéthys Centrale. Présentation synthétique » 193
254 Indice
Caliendo M. F., Milone M. - Effetto del ciproterone acetato sulla ma¬
lato deidrogenasi del sistema ipotalamo-ipofisario durante il ciclo
estrale di Mus musculus domesticus . . . . pag. 209
d’Amore C., Schiano Di Zenise M. - Le collezioni del Museo annesso
all’Istituto di Antropologia dell’Università di Napoli. - VI. Fotogra¬
fica: 35 diapositive . . . » 217
Processi verbali delle tornate e delle assemblee generali . » 225
Elenco dei soci al 31 dicembre 1982 . . . ....... » 235
Elenco dei periodici ricevuti in cambio del Bollettino della Società dei
Naturalisti . . . . . » 247
*
TERMINATO DI STAMPARE OGGI
XXII GIUGNO MCMLXXXTV NELLE
OFFICINE GRAFICHE NAPOLETANE
«FRANCESCO GIANNINI & FIGLI»
Direttore responsabile : Prof MICHELE FUI ANO
Autorizzazione della Cancelleria del Tribunale di Napoli - n. B 649 del 29 11*1960
Art. 14. — Nel dattiloscritto, si raccomanda di indicare con doppia sottolineatura
(maiuscoletto) i nomi degli Autori e con la sottolineatura semplice (corsivo) i titoli dei
periodici nella bibliografia, i nomi scientifici latini ed i termini stranieri.
Art. 15. — Le illustrazioni che corredano il testo saranno accompagnate da brevi
esaurienti didascalie nella stessa lingua del testo.
Art. 16. — Dato il tipo di carta adottato per la stampa del Bollettino la maggior parte
delle figure andranno inserite come tali nel testo, con numerazione progressiva. Al termine
del testo, in continuità con rimpaginazione precedente, potranno essere inserite delle
tavole contrassegnate da numeri romani progressivi, fermo restando che le dimensioni
- inclusa la didascalia - non oltrepassino quelle del formato standard di cm 11 x 18. È con¬
sigliabile che gli originali per le illustrazioni siano di dimensioni superiori a quelle defini¬
tive (1 V2 o 2 volte quelle definitive). Salvo indicazioni contrarie, le illustrazioni saranno
riprodotte in modo da utilizzare al massimo il formato standard e, in ogni caso, in confor¬
mità con il parere espresso in merito dal Redattore.
Art. 17. — Le tabelle andranno contrassegnate con una numerazione indipendente e
progressiva. Per eventuali tabelle con dati numerici o elenchi di nomi con segni o grafici è
consigliabile preparare un originale ad inchiostro di china o dattiloscritto da cui possa
essere ricavato uno zinco. Salvo casi di impossibilità, dette tabelle non dovranno superare
le dimensioni di cm 11x18.
Art. 18. — Le note a piè pagine devono portare una numerazione indipendente e
progressiva dall’inizio del lavoro. Nel dattiloscritto esse vanno presentate a parte, tutte riu¬
nite in successione e numerate.
Art. 19. — La bibliografia sarà raccolta alla fine del testo e dovrà comprendere solo i
lavori effettivamente citati nel testo stesso, in una delle forme seguenti Gray (1824);
(Gray, 1824); (Gray, 1824: 73); va pertanto esclusa una numerazione progressiva dei rife¬
rimenti bibliografici.
Nell’elenco alfabetico degli Autori il cognome dovrà essere riportato prescindendo dai
prefissi di casato (p. es. de , von ecc.) che, se presenti saranno indicati subito dopo il nome.
Se di uno stesso Autore vengono citati più lavori, questi saranno elencati cronologica¬
mente. Si faranno seguire alla data di pubblicazione, nell’ordine, le lettere a, b, c, ecc.
quando i lavori abbiano lo stesso anno di edizione. Le stesse lettere dovranno essere ripor¬
tate nelle citazioni nel testo. Per lavori pubblicati da più Autori, tutti gli Autori dovranno
essere riportati in Bibliografìa, mentre nel testo - qualora gli Autori siano tre o più - si
riporterà solo il primo con raggiunta di et al.
Al cognome dell’Autore seguirà l’iniziale o le iniziali del nome, quindi la data di pub¬
blicazione del lavoro, tra parentesi e punto. Nel caso di più Autori, questi saranno separati
da una virgola.
Il titolo del lavoro dovrà essere riportato per esteso, sottolineando le eventuali parole
in corsivo.
I titoli dei periodici dovranno essere riportati in corsivo (sottolineatura semplice) ed
abbreviati attenendosi alla Word List of Scientifìc Periodicals, IV Ed. (1963-65). Il numero
del volume sarà sottolineato con una linea semplice ed una ondulata onde sia riprodotto in
grassetto; esso sarà eventualmente preceduto, tra parentesi, dal numero della serie e
seguito, pure tra parentesi, da quello del fascicolo; quindi due punti e indicazione della
prima e dell’ultima pagina dell’articolo, delle eventuali figure (figg.), tavole (tavv.), tabelle
(tabb.) ed infine la città tra parentesi. Qualora il periodico sia articolato in numeri, questi
saranno indicati col simbolo N°; analogamente la parte si indicherà con P., la sezione con
Sez., il supplemento con Suppl. una nuova serie con N. Ser., una edizione con Ed. In ogni
altro caso il riferimento dovrà essere riportato per esteso (per es. nella citazione di una tesi,
di un simposio ecc.).
Per i lavori non pubblicati su periodici si indicheranno dopo il titolo, nell’ordine, l’Edi¬
tore e la relativa Città; quindi dopo il punto, il numero complessivo delle pagine (pp.), le
eventuali figure (figg.), tavole (tavv.), e tabelle (tabb.).
Gli esempi seguenti potranno servire da guida per la compilazione della Bibliografia:
Crescenti U., Crostella A., Donzelli G. & Raffi G. (1969). Stratigrafia della serie calca¬
rea dal Lias al Miocene nella regione marchigiano-abruzzese. Mem. Soc. geol. ital. 8:
343-420, 64 figg., 3 tavv. (Pisa).
Goodey J. B. (1963), Soil and freshwater Nematodes. Metheum and Co., London, XV +
544 pp., 298 figg.
Art. 20. — Di eventuali errori e/o omissioni nella compilazione della Bibliografìa
sono responsabili gli Autori delle note.
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